sabato 16 maggio 2026

Di Tucidide in Cina

È divertente leggere sui giornali, così come nelle pagine personali, i giudizi impietosi sul confronto tra il presidente Trump e il suo omologo cinese. Non prendetela col povero Trump: che il presidente Xi fosse un uomo di discreta erudizione, ne aveva già dato dimostrazione in una visita di Stato proprio qui in Italia. Anche allora se ne uscì con una citazione di un autore classico, dando così prova di conoscere bene la nostra cultura. Per gli americani invece, beh, io ricorderò sempre la visita degli Obama al cenacolo vinciano: era da poco scaduto il suo mandato presidenziale ed era venuto a Milano insieme alla sua famiglia per l'occasione di una conferenza. Visto il calibro del personaggio, l'amministrazione pensò bene di organizzare per gli ospiti una visita privata a Santa Maria delle Grazie. Naturalmente, quando l'ex presidente terminò la visita, i giornalisti si precipitarono sia per le consuete foto di rito, sia per cogliere l'occasione per porre qualche domanda. Fu così che quando un giornalista gli chiese cosa pensasse dell'immortale opera di Leonardo, il presidente rispose con un conciso "Beautiful".



Sarebbe semplice adesso partire da questi aneddoti e uscirsene con un pistolotto su come è facile far sembrare colto uno e superficiale un altro con due episodi scelti ad arte, non sarebbe in fin dei conti un discorso del tutto sbagliato, perché è indubbio che uno dei mali peggiori della nostra epoca sia proprio il fatto che i leader si scelgano per l'immagine e non per la sostanza. 

Però sono cose trite e ritrite, piuttosto mi è parso interessante tentare di capire i motivi del perché in questa occasione sia stato proprio tale episodio quello che ha indignato di più i molti. Bene, secondo me il motivo è che ci siamo sentiti defraudati da parte di Xi, il quale si è permesso di citare autori greci con davanti un Trump incapace di rivendicarne l'eredità. Insomma, Trump, non solo non è stato capace di ribattere, menzionando a sua volta un autore della tradizione classica cinese, ma nemmeno di riprendere la citazione di Xi e ampliarla rivendicandola così alla nostra tradizione.


Eppure ci sarebbe poco per cui agitarsi, dato che noi della civiltà greco-romana, in realtà siamo gli usurpatori non i figli. In un certo senso forse i cinesi hanno più diritto di noi a citare Tucidide, loro almeno lo hanno conosciuto. Ma in verità non sarebbe corretto nemmeno questo quadro interpretativo, se noi, discendendo dai barbari, abbiamo "rubato" qualcosa, lo abbiamo fatto a casa dei "ladri" e chiamo come mio testimone Orazio. 

Non è cosa rara che un popolo nuovo si appropri di una cultura altra o parte di essa, anzi è un fenomeno abbastanza ricorrente nella storia. Ma solo la cultura che, per comodità, possiamo chiamare "occidentale" ha sviluppato una particolare capacità di sistematizzare e istituzionalizzare queste eredità, garantendosi una continuità storica che supera di molto le civiltà che vi hanno contribuito. Tutto ciò a cominciare dalla sua espressione spirituale poi importante, che si definisce appunto cattolica.


Ma stando così le cose, allora forse irritarsi con i cinesi per l'appropriazione culturale non è lo spirito giusto con cui affrontare la questione, tanto più che di questa eredità, oramai non sappiamo fare altro che incolparla di tutti i mali di cui soffre questo vecchio mondo. Proviamo invece a ribaltare la prospettiva, facciamo quello che non ha saputo fare il presidente americano e leggiamo la citazione di Xi come un ulteriore conferma di quell'universalità che da sempre è il vanto della nostra cultura. 



Operazione questa a mia opinione quanto mai urgente, non tanto per i cinesi, che citando gli antichi volevano forse solo ricordare quanto fosse giovane (e passeggera) l'America. Ma per noi stessi, che consapevoli o meno, così come i romani prima di noi, con le emigrazioni di massa e il crollo demografico, abbiamo scelto di passare il testimone di questa cultura ad altre genti. Qui non voglio questionare se questa strada sia giusta o sbagliata. Ma visto che la stiamo percorrendo, quantomeno cerchiamo di farlo con lo spirito giusto. 


venerdì 8 maggio 2026

Il cattivo giornalismo uccide

Prima di addentrarmi nel cuore del discorso sarà meglio esplicitare i miei bias, anche perché, rileggendomi, mi rendo conto che, fatto ciò, il senso del post vien fuori da sé senza bisogno di dilungarsi troppo: io sono un cosiddetto danneggiato da vaccino; la seconda dose mi ha procurato una fibrillazione atriale che, a sua volta, mi ha causato un severo scompenso cardiaco al ventricolo sinistro. Patologia alquanto sgradevole che, oltre a qualche settimana in terapia intensiva, mi ha quasi mandato all'altro mondo. Per fortuna, visto che il mio cuore è fondamentalmente sano, grazie alle giuste terapie adesso si è ripreso completamente.


Non ne faccio un dramma, a differenza di qualcuno che ancora oggi sostiene che i vaccini sono solo acqua di rose: sapevo che avevano delle controindicazioni; prima della messa in commercio, con una vaccinazione a tappeto, per un paese come l'Italia, alcuni esperti chiamati in causa stimavano circa settecento morti e varie migliaia di soggetti a rischio effetti collaterali gravi. In realtà, nonostante, come ci spiegano i giornali, "prestigiosi studi scientifici dimostrino che questo vaccino sia il primo della storia non solo privo di effetti collaterali, ma addirittura ad apportare benefici inaspettati sui soggetti vaccinati", solo chi ha le fette di prosciutto sugli occhi non si è reso conto che le aspettative complessive sulla sicurezza e sugli effetti collaterali si sono rivelate sin da subito piuttosto ottimistiche.


Comunque, dicevo, a differenza di molti, quando ho scelto di vaccinarmi sapevo grosso modo i rischi che correvo.


Sul piano geopolitico invece è diverso: intanto ho criticato, davanti al numero di morti sull'ordine delle centinaia giornaliere, il tergiversare dei politici europei sul vaccino russo, in attesa che fossero disponibili, anche per i cittadini di seconda categoria, i vaccini prodotti in Occidente. Una vergogna di cui ci si giustifica con la menzogna che lo Sputnik fosse in realtà inefficace, cosa falsa: dopo cinque anni possiamo ben dire che i dati successivi non hanno mostrato scostamenti clamorosi rispetto all’efficacia dichiarata; semmai meno efficace era il vaccino cinese, ma questa è un’altra storia. Ma soprattutto, a disponibilità ottenuta, fin da subito ho giudicato il cosiddetto green pass uno strumento di coercizione indegno e vergognoso.


Non starò qui a riaprire vecchie questioni: ciò che voglio dire, in sintesi, è che non mi considero un negazionista, ma nemmeno un entusiasta della gestione della crisi precedente. Parliamoci chiaro: reputo scontato che in tutto ciò che è successo ci siano finiti in mezzo esperimenti sociali e che gli attori coinvolti abbiano cercato di approfittarsi, come meglio potevano, della situazione, ma questo è insito nella nostra specie, non serve immaginare piani ben studiati e grandi vecchi per giustificare questo tipo di dinamiche: se non fosse così, staremmo ancora sugli alberi, non mi interessa il giudizio morale. 


Ma con la stessa franchezza devo dire che, l'eccessivo accanimento verso i non vaccinati con tutti i costi sociali che questo atteggiamento ha comportato mi ha fatto nascere più di un dubbio. In particolare il sospetto che il virus possa essere stato ingegnerizzato; faccio fatica ad accettare che tutto quell’odio e quella discriminazione diretta verso i non vaccinati siano dovuti solo alla volontà di ripristinare più velocemente possibile il sistema economico. Però, ripeto, non sono un biologo il mio è solo un sospetto nato dall'osservare la rigidità dei governi verso una minoranza di popolazione tutto sommato esigua, e dal domandarmi quale tipo di scenario potesse giustificare una gestione così severa.


La cosa su cui invece non ho dubbi è la vergognosa gestione di questa crisi da parte degli organi di informazione. Un’incompetenza e una faciloneria che mi hanno lasciato allibito e di cui ho avuto riprova a seguito dell’inasprimento del conflitto in Ucraina nel 2022. Onestamente prima di allora non mi ero mai occupato di informazione o propaganda, ma, essendo per natura un tipo curioso, ho cercato di capire se quello che per ben due volte si era svolto sotto i miei occhi fosse una prassi comune o una peculiarità dei nostri tempi. Nemmeno qui voglio esprimere giudizi netti; per i più curiosi come me, consiglio di partire da due romanzi: Bel’Ami di Maupassant e Illusioni perdute di Balzac. Se siete svegli non penso vi servirà altro.


Comunque, per farla breve, il fatto è che il mondo dell’informazione è fatto di perfette nullità, capaci a volte sì di usare la penna, ma quasi mai il cervello; detto in altri modi, hanno poca dimestichezza con l'argomento di cui si occupano, e poco gli interessa acquisirne. Il loro pregio è di scrivere bene e il loro unico scopo è quello di mantenere la posizione che hanno raggiunto, difendendo chi può assicurargliela e screditando tutti gli altri.


Siccome alla fine della fiera noi esseri umani siamo delle scimmie autoaddomesticate, uno dei metodi più facili per raggiungere tale scopo con il minimo sforzo, è quello di creare gruppi, noi contro loro per capirci: ecco spiegati, semplificando il giusto, gli scontri tra vaccinati e no vax, tra i filoucraini e i putiniani e tutte le altre polarizzazioni di questi nostri tempi.


Non è difficile capire che una stampa che si è strutturata in questo modo è il sogno proibito di ogni sistema di potere, fosse pure il più giusto del mondo; purtroppo però tale modello di informazione genera sfiducia e la sfiducia, in tempi di trasporti veloci, alta densità di popolazione e democrazia, è una spada di Damocle che pende sulla testa di tutti.


Nella gestione della precedente crisi pandemica, sono confluiti le rivalità geopolitiche delle tre grandi potenze mondiali oltre allo scontro tra l'establishment americano e l'amministrazione Trump. Ciò se restiamo al livello macro dell'osservazione, se invece scendiamo nei dettagli a tutto questo dobbiamo sommare anche le beghe e le rivalità locali. Per fare qualche esempio alcuni forse ricorderanno di come negli Stati uniti i grandi media democratici lodassero la gestione pandemica Italiana, solo perché il governo aveva scelto una strategia agli antipodi da quella scelta da Donald Trump. Da noi vi furono le girovolte della lega sulla necessità o meno dei lockdown. O ancora, le manovre di Renzi per fare saltare il governo Conte.  Nel raccontare tutto ciò i media hanno sviato dai retroscena, allineandosi pedissequamente alle versioni ufficiali che il potere forniva loro.  Per riuscirci hanno concentrato tutta l'attenzione su fenomeni che, almeno inizialmente, erano assolutamente marginali, come i negazionisti e i no vax.  mi dispiace dirlo ma anche gli esperti non fanno una migliore figura, visto come si sono prestati per un briciolo di notorietà, al ruolo di capi popolo rabbiosi e urlanti. 


Quanto finora descritto, ha contribuito a creare un clima di diffidenza e sfiducia, che ancora oggi cova sotto la cenere. Adesso capita che si prospetta il rischio di una nuova epidemia zoonotica. Stavolta il virus è conosciuto e considerato anche le modalità di trasmissione, difficilmente l'epidemia potrà evolvere in una pandemia. Però ha un tasso di mortalità estremamente alto, altri ordini di grandezza rispetto al COVID-19. Nel malaugurato caso che la minaccia dovesse concretizzarsi, faccio gli auguri a chiunque sarà chiamato a gestirla.



In realtà, secondo gli esperti, il vero pericolo di questo virus non è una nuova pandemia, quanto che diventi endemico. Probabilmente, considerato Il tipo di virus, le circostanze di diffusione, nonché tutto il resto, alla fin fine la questione, con tutto il rispetto per i morti, si risolverà in un non nulla. Però, lo ammetto senza remore, personalmente, visto i precedenti, considerato il disastro energetico che incombe sulle nostre società dopo la sciagurata aggressione statunitense all'Iran, il sospetto che tutta la storia, sia solo un pretesto per una serrata generale che imponga una restrizione ai consumi energetici, non mi è parsa un'idea così fantascientifica. Il fatto, tuttavia è che le zoonosi esistono e ogni tanto ci colpiscono, l'influenza spagnola è lì a dimostrarlo. Con il supporto delle moderne tecnologie, in caso di decisioni o comportamenti sbagliati presi grazie al clima che si è instaurato, il disastro ci aspetta lì, dietro l'angolo.

mercoledì 22 aprile 2026

L'ennesima emergenza del cazzo

"Emergenza giovani!", scrivono i giornali, intervistando professoroni e psicologi di grido. Si riferiscono naturalmente ai sempre più frequenti casi di violenza giovanile che stanno affligendo il Bel Paese.

Ecco allora che partono le grandi inchieste dei quotidiani e dei programmi TV. Gli specialisti interpellati parlano e spiegano, attribuendo la responsabilità ora a questo ora a quello. Alla fine quando si tirano le somme, concludono che è tutta colpa di un generico disagio giovanile. Disagio di cosa non si capisce bene, essendo queste le generazioni più privilegiate che la storia ricordi. 

Vero, io stesso denuncio che la nostra società sta vivendo un preoccupante declino. Adesso il futuro che ci si prospetta, sembra molto più minaccioso rispetto a come appariva solamente alcuni decenni fa. Ma bisogna anche contestualizzare. Ammesso e concesso che sia veramente così, perché lo è, comunque parliamo di standard di vita incommensurabilmente più agiati, di quelli in cui si viveva solo ottant'anni fa. 


È innegabile, ci avevano promesso un castello e ci ritroviamo in una villetta a schiera. Ma i nostri bisnonni vivevano sotto i ponti. C'è da arrabbiarsi, sicuro. Ma anche per il tipo di violenza che si sta manifestando non venite a parlarmi del disagio che questi esperti lasciano sotto intendere, anche perché basta fare una rapida ricerca per scoprire che la maggioranza di queste violenze viene commessa da immigrati di seconda generazione. 

E qui casca l'asino, direbbe Totò. Perché vedete, dinamiche analoghe si sono già verificate in Francia e nei paesi del Nord Europa, per esempio, ma in misura minore anche qui da noi, nel Nord Italia con l'emigrazione meridionale. Esattamente con gli stessi protagonisti: giovani immigrati di seconda generazione, e in questi casi le violenze si sono verificate in periodi e contesti dove le generali condizioni di vita erano in continuo miglioramento. 



Per tali ragioni, io mi ritrovo più in sintonia con quelli che spiegano questo fenomeno, attribuendo il nascere della violenza, al senso di rivalsa di questi giovani, che a differenza dei genitori stanno abbastanza bene e non conoscono le condizioni di vita dei luoghi d'origine, ma nel contempo si rendono conto che per la maggioranza di loro sono precluse le opportunità di vita riservate ai nativi.  

Capiamoci non è questione di razzismo, non solo perlomeno. sono dinamiche sociali difficilmente corregibili. sia per disponibilità economica, sia per differenze culturali, il fatto stesso di essere figli di emigranti è un fattore che favorisce l'emarginazione e la tendenza a ritrovarsi tra persone in condizioni simili o comunque altri emarginati. 


Sfatiamo subito le obiezioni più comuni; sì, finché nella comunità c'è solo Alì, magari si può fare una colletta e mandarlo in piscina tutte le domeniche insieme agli altri bimbi, ma se gli Alì diventano una decina...  Discorso simile per la questione culturale, se la famiglia d'origine ha già di suo una buona cultura e una certa elasticità mentale, il figlio sarà più avvantaggiato nell'integrarsi nel nuovo ambiente. Purtroppo di solito queste non sono quasi mai le caratteristiche delle famiglie che emigrano.

A questo punto gli obiettori di prima potrebbero ribattere che non le comunità, ma lo Stato dovrebbe occuparsi di risolvere la questione attraverso la scuola e i sussidi. Naturalmente non funziona così, per quanto specialmente negli ambienti di sinistra, si tende a considerare lo Stato quasi come un Deus ex machina. La verità è che lo Stato può mitigare certi fenomeni, ma non può eliminarli, prova ne è, che se fosse così semplice correggere certe dinamiche sociali, l'avremmo già fatto per alcuni tristemente famosi, quartieri di Napoli, di Palermo o di Bari vecchia. Ma per amor di speculazione, ammettendo che sia possibile correggere questi fenomeni aumentando la spesa nella scuola e nel sociale, forse lo si potrebbe fare con dei tassi di immigrazione fisiologici, ma con una popolazione straniera che oggi ha raggiunto il 10% del totale, è un'opzione sia politicamente sia economicamente insostenibile. 


Inoltre, come se i problemi culturali ed economici già di per sé non bastassero ad alimentare questi fenomeni di ghettizzazione e la conseguente nascita di gang tribali, ci sono poi le differenze etniche a favorire tali processi, Dal lato esterno alimentando i pregiudizi, dall'interno invece favorendo il senso di appartenenza e l'instaurazione di norme, reti e pratiche condivise. Anche qui non è una questione di pregiudizi razziali, ma antropologica, già i romani ebbero problemi di integrazione nonostante la classe dirigente del tempo, poco si curava di cosa pensassero i locali, e i loro migranti fossero alti e biondi. Solo il tempo e il bisogno di fare fronte comune contro nuove invasioni, ha permesso alle diverse popolazioni difondersi per diventare un tutt'uno. Ma fino a che il tempo non avrà fatto il suo corso le differenze fisiche restano.


Il problema non sono gli immigrati in sé, gli islamici, gli albanesi, i Rumeni, non sono portatori di particolari tare. Prima abbiamo fatto cenno al fatto che dinamiche simili anche se più limitati, si svilupparono anche ai tempi della grande migrazione interna, ma ancora gli italiani, assieme agli Irlandesi, agli ebrei, eccetera si sono fatti notare ai tempi delle grandi migrazioni verso gli Stati Uniti. La gravità di questi fenomeni e in verità, principalmente una  questione di numeri e gestione del problema. 



Di numeri perché appunto più aumentano gli immigrati, meno saranno le risorse disponibili per integrarli, più fatica faranno i cittadini stessi ad accoglierli in seno nelle comunità, e ancora gli immigrati stessi saranno più propensi a ghettizzarsi con i propri connazionali.

Di gestione perché passare da periodi dove: "accogliamoli tutti!" A periodi dove: "dagli allo straniero", non e proprio il sistema giusto ne per una politica migratoria coerente ne per infondere nella popolazione la giusta disposizione d'animo, qualsiasi cosa si voglia fare.

Ma queste sono cose sapute e risapute, di cui non si vuole parlare seriamente perché come gestire il fenomeno immigrazione è  una decisione già presa e non si intende tornare indietro. Perciò non si farà altro che gridare all'ennesima emergenza del cazzo, a cui rispondere con provvedimenti del cazzo. 

Ricordo una quindicina di anni fa', forse qualcuno in più che l'emergenza erano gli incidenti stradali. I numeri dell'emigrazione di massa, aveva raggiunto una dimensione tale da cominciare a fare massa critica, insomma iniziavano a farsi notare. Si sa che l'alcol è storicamente lo strumento più usato dai poveri e dagli emarginati per consolarsi dalle loro pene, in più spesso queste persone erano di cultura islamica dove l'alcol è vietato, perciò con una limitata tolleranza verso lo stesso. Ciò comportò un considerevole aumento di gravi incidenti stradali dove erano coinvolti stranieri.



Precisiamolo, non erano solo gli stranieri a causare incidenti, noi siamo storicamente un paese indisciplinato alla guida, nell'italia di allora si contavano circa tremila morti l'anno. Ma Siccome gli incidenti dove erano coinvolti emigrati suscitavano indignazione ed effettivamente erano in aumento, i giornali martellavano su quelli. 


Dato che in democrazia le leggi devono essere uguali per tutti, il governo di allora che era dello stesso colore di quello di adesso, rispose con una riforma del codice della strada e una revisione del limite alcolemico consentito. Ciò scatenò il panico tra gli avventori e mise in grave difficoltà i piccoli ristoratori. Infatti questa norma contribui a cambiare le abitudini a tavola degli italiani che da sempre oltre al cibo in queste occasioni cercavano il piacere della convivialità e del bere in compagnia. 

Può darsi che mi sbaglio ma secondo la mia opinione l'inizio dei problemi di molte trattorie e il boom degli all you can eat, andrebbe ricercato lì. Non che la moda di questa tipologia di locali non avrebbe preso piede anche qui, ma essendo il nostro, un paese con una forte tradizione culinaria, con molta probabilità anche questo processo avrebbe avuto sviluppi simili a quelli che si sono registrati in paesi come la Francia. Invece la stretta sul alcol contribuì in maniera determinante alla trasformazione delle abitudini e nel modo di approcciarsi alla ristorazione degli italiani, il COVID ha fatto il resto.


Siccome alle destre evidentemente le norme punitive piacciono anche a questa nuova emergenza hanno risposto allo stesso modo: con una serie di norme che limitano enormemente la portabilità degli strumenti da taglio. Avevo quattordici anni quando iniziai a portare sempre con me il mio fidato Victorinox. Ne avevo venti invece, quando girando per controllare i vari palazzi gestiti della mia impresa, gli anziani che vi abitavano cominciarono a chiedermi qualche favore: cambiare una lampadina, svitare una mensola, eccetera. Da adesso in poi quando qualcuno mi chiederà qualche favore del genere gli dirò di rivolgersi a Salvini o alla Meloni. Per le escursioni nei boschi invece vedrò di organizzarmi a modo di trafficante d'armi. Così siamo ridotti.


Ma agli italiani evidentemente le norme restrittive indipendentemente dalla loro utilità, piacciono. Stavo guardando infatti su internet, una videorecensione di un coltello da bushcraft. Roba da appassionati di escursioni come me. Non vi dico il numero di commenti di rimprovero rivolti all'autore del video, che a detta dei commentatori pubblicizzava un'arma vietata dalla legge. Inutile ribattere che con giustificato motivo certe armi si possono ancora portare con sé. Questi amanti della libertà, replicavano proponendo di portarsi dietro gli utensili più improbabili per sostituire la pericolosa lama. 

Fortuna vuole, che per la tranquillità di questi solerti commentatori, a differenza di noi escursionisti, i giovani problematici sono rispettosi delle leggi. Leggevo infatti proprio l'altro giorno, che l'ennesima aggressione in cui ci è scappato il morto, è stata portata a termine con un cacciavite.

domenica 12 aprile 2026

Non di solo elettrico vive l'uomo

Mi è capitato oggi di leggere un post rigurgitante d'odio contro i nemici dell'elettrico, responsabili, a detta dell'autore del post in oggetto, di aver contribuito con il loro ostracismo a trascinarci verso un disastro energetico globale in caso la crisi dello stretto di Hormuz non si risolva rapidamente.

Sorvolando sul fatto che difficilmente le persone che si lamentano sui social e nei bar, possano influire in maniera significativa sulle scelte energetiche di un intero continente. Se proprio si vuole cercare un colpevole, sarebbe più giusto individuarlo nello stesso modello elettrico che, nonostante sia stato iper-pompato a livello di propaganda, fa affidamento su alcune tecnologie ancora premature per consentirne una diffusione di massa. Sì, lo so che la Spagna bla bla bla, però signori, il pacchetto è completo: se pretendete il modello energetico spagnolo, vi prendete anche il suo sistema industriale, perché con quel modello lì, di alimentare adeguatamente un sistema energivoro come l'apparato industriale italiano, potete scordarvelo. 


In realtà però, incolpare la riconversione "verde", anche se con segno opposto, ci porta comunque nel cadere nella trappola della polarizzazione. La verità è che già ora molte soluzioni proposte da queste tecnologie sono efficienti. Semmai il vero problema  è l'ideologia che identifica questo tipo di tecnologie come una panacea che funzionino bene dapertutto. Invece si dovrebbe sapere che questo tipo di soluzioni danno il massimo lavorando in sinergia con altre tecnologie. D'altronde, benché tutti continuino a ripetere a mo' di mantra: elettrico, elettrico, ma si sorvola quando c'è  da chiarire da dove prenderemmo questa energia. Che io sappia non cresce sugli alberi e pensare che possa essere estratta esclusivamente da fonti verdi come il solare, è pura utopia. 

In proposito mi piacerebbe vedere cosa ha votato il signore del post, nello scorso referendum sul nucleare. A scanso di equivoci, non sono uno di quelli che pensano che col nucleare si risolva tutto, in un paese come il nostro ad esempio anche il geotermico potrebbe essere una buona soluzione. Ciò che conta, e gli esperti lo dicono chiaramente, è che per garantire il funzionamento della rete elettrica, le energie rinnovabili vanno benissimo, ma serve in aggiunta una fonte che garantisca un afflusso di energia modulabile secondo le esigenze, altrimenti salta tutto.

Allora forse il problema non è tanto di spingere su questo o quel modello, quanto appunto quello di diversificare, d'altronde è la stessa natura che ci insegna, e su questo, c'è poco da discutere: la chiave del successo è la diversificazione.


Di questa "legge" applicata al nostro contesto e proprio il mondo dell'elettrico a darcene ulteriore prova. Perché se i combustibili fossili sono suscettibili alle turbolenze geopolitiche, di cui l'autore del post da cui siamo partiti giustamente si lamentava. L'elettricità (che comunque ripeto, è un vettore per sfruttare l'energia, non per crearla) soffre di altri tipi di turbolenze addirittura più imprevedibili. Avete mai sentito parlare degli eventi di tipo Carrington?  


Sono delle tempeste solari di altissima densità capaci di distruggere una parte considerevole della rete elettrica del pianeta con non pochi rischi anche per le apparecchiature ad essa collegate, roba capace di riportare vaste zone del pianeta agli anni cinquanta del secolo scorso, con tutte le criticità che un evenienza simile comporterebbe. Non è argomento da complottisti, benché rari, non sono fenomeni eccezionali. nonostante i dati a disposizione siano incompleti, si stima che in media se ne verifichi uno dentro un range che va tra i 100 ai 500 anni a seconda dei modelli statistici. Fortuna vuole che queste tempeste non si propagano dal sole come delle bolle in espansione, ma più similmente a delle grosse nuvole modellate dall'energia solare. Dunque per investirci devono avere la giusta direzione, l'ultima che c'entrò la Terra fu appunto, quella studiata da Carrington. Visto il periodo in cui avvenne, non arrecò grandi danni , ma al giorno d'oggi? 



Sarebbe un disastro di proporzioni colossali. Su cui, mi pare, nonostante oggi  il mondo diventa sempre più elettronico e l'elettrificazione sia diventato il mantra di molte classi politiche, troppo poco si è fatto per proteggere le infrastrutture da evenienze di questo tipo. Pochi conoscono l'argomento e buona parte di quei pochi lo considerano roba da survivalisti e altri apocalittici della stessa specie. In realtà però come ben sanno coloro che studiano la questione,  benché questo genere di fenomeni restino rari, la faccenda è più seria di quanto si pensi. Infatti in verità abbiamo mandato varie sonde a sorvegliare il Sole, come la SOHO o la DSCOVR. 

Questi sistemi in teoria dovrebbero avvertirci in tempo, in modo da riuscire a ordinare lo shutdown di massa della rete, e salvare così i nostri manufatti elettronici o perlomeno  gran parte di essi. A patto però, di trovare qualcuno che si prenda la responsabilità di dare un simile ordine. Comprese tutte le conseguenze nel caso i calcoli dovessero rivelarsi sbagliati. A proposito di ciò, voglio solo ricordare che dopo cinque anni, parliamo ancora dei danni del lockdown pandemico, una situazione le cui conseguenze in confronto allo spegnimento generale necessario in caso di una tempesta magnetica di queste dimensioni, apparirebero irrilevanti. 



Non stiamo parlando di rischi remoti, tipo supervulcani o cose simili, per gli amanti delle coincidenze, ci siamo andati vicino nel 2012, quando la profezia dei maia sulla fine del mondo non si realizzò solo per un soffio; a parità delle altre caratteristiche, sarebbe bastato che l'eruzione solare si fosse verificata nove giorni prima, per fare sì che la tempesta magnetica che si verificò allora, investisse la Terra con la sua nuvola di particelle cariche. In teoria visto l'eruzione del 2012, possiamo dormire sonni tranquilli, almeno per un po' di tempo. In realtà però  che io sappia non esiste nessuna legge fisica che impedisca al sole di dare due, tre scariche in tempi ravvicinati. 


domenica 5 aprile 2026

Buona Pasqua

Oggi, finito di mangiare avevo voglia di rilassarmi un pochetto. Invece, le mie care pargolette hanno deciso che quello era il momento ideale per fare una bella litigata. Non so per quale gioco, né chi l'avesse tolto a chi. 

Stufo di urla e pianti, decido di fare un salto alla casa che stiamo ristrutturando e dove speriamo presto di trasferirci. Faccio qualche lavoretto in giardino, mi godo un po' le mie piante quando, da un giardino vicino, si sentono delle urla. 

Erano due fratelli (il paese è piccolo, li conosco) che, ritrovatisi insieme per il pranzo pasquale, ne hanno approfittato per tirare fuori vecchi rancori e concludere la festa con una scenata. 

Adesso io sono certo che i motivi di questi contrasti ai loro occhi siano importanti e serissimi. Non sono un curioso, perciò non ho indagato le cause della discussione. Sono pero certo che anch'io avrei la stessa reazione se mi ritrovassi in una situazione analoga. So tutto questo, ma vedendo la scena non ho potuto fare a meno di pensare al litigio di prima delle mie figlie piccole. Anche per loro il motivo della lite era serissimo, importantissimo eccetera, ma io non posso fare a meno di guardare ai loro diverbi come alle monellerie di due discole. 

Chissà se qualcuno, lassù, guardando le liti, le faide, le guerre e tutte le altre brutture di cui siamo capaci, ritirandosi un po' contrariato, sospiri, nella sua infinita saggezza: «che monelli».


Buona Pasqua a tutti.

sabato 4 aprile 2026

Arrivederla Vittorio

Risveglio triste quello di stamane. Come al solito, intanto che aspettavo la moka, stavo spulciando le ultime novità attraverso il cellulare. Così apprendo della scomparsa di Vittorio Messori.


Messori, per me, è una figura importante, direi fondamentale per il mio percorso di conversione. Ai tempi, avevo da poco scoperto che la religione non era solo materia per Beghine, ma racchiudeva in sé anche una dimensione virile, fatto che mi spinse ad aprirmi all'argomento. Poi venne una gita (di piacere) a Siena: la chiesa di San Domenico, con la testa di santa Caterina lì bell'esposta, e il disagio per una religione che, sebbene, da un lato mi attraesse, dall'altro mi scandalizzava. Quel suo ostinato attaccamento ai feticci, alla materia, mi pareva concedesse troppo se non alla dimensione magica, superstiziosa, quantomeno a quella popolare. Fu poco tempo dopo che trovai, in un mercatino, per pochi euro, l'ennesima ristampa del suo libro "Ipotesi su Gesù". Una rivoluzione: attraverso quel libro compresi che la fede poteva essere affrontata anche partendo da basi razionali.

Non mi fermai lì; dopo passai alla serie vivaio, proprio allora la Sugarco li stava rieditando arricchendo l'opera di un nuovo volume. Dopo quelli, lessi tutto il resto. Naturalmente, tutto ciò non fu un percorso lineare e spontaneo. Così come Vittorio non fu il solo autore che lessi. Ma fu sempre Messori a fornirmi la mappa per quel mondo, per me così nuovo: fu lui, infatti, attraverso i suoi libri, a svelarmi quella logica dell'et et, del questo e quello, senza la quale certe dinamiche del cattolicesimo rischiano di sembrare folli.


Mi sarebbe piaciuto conoscerlo di persona. Sono stato anche diverse volte a Maguzzano, però, un po’ per contingenze, un po’ per altro, mi sono trattenuto. Non per timidezza, figurarsi, ma per rispetto: se c'è una cosa che traspare dai suoi libri, oltre alla fede naturalmente, è l'invito, spesso fermo, a concentrarsi sul tema, non su chi lo propone. Francamente, a parte i soliti convenevoli, poco avrei potuto dirgli che non gli avessero già detto altri prima di me. Una foto di cortesia, qualche stretta di mano: davvero, queste cose avrebbero potuto giovare a uno di noi due?


Il libro che meno avevo compreso del suo percorso fu proprio l'ultimo, quel "Quando il cielo ci fa segno", che, probabilmente, anche per il clima del periodo in cui uscì, suscitò in me più di una perplessità: ma come, un divulgatore così serio della fede, proprio adesso, "a fine carriera", ricorre a certi espedienti? Si mette a parlare di segni e miracoli quotidiani?


Strano il destino, ma proprio in questo periodo sto affrontando con approccio diverso quel testo, che adesso, comprendendolo meglio, mi appare come la conclusione più coerente di un percorso rivendicato fin dagli esordi e racchiuso in quell'et et che Messori aveva fatto proprio, assieme a un motto del suo caro Pascal: "L'ultimo passo della ragione è riconoscere che c'è un'infinità di cose che la superano".

sabato 21 marzo 2026

Guerra all'Iran, perché è un suicidio.



Nel frattempo che i giornali ci informano dei devastanti attacchi che ogni giorno Israele e Stati Uniti infliggono all'Iran, cosa che da quanto vorrebbero fare intendere, sta minando sempre più le possibilità del regime di resistere. Probabilmente e questo fatto che ha convinto quegli stessi canali di informazione che non sia importante dare adeguato spazio alle notizie di senso contrario. Poi vai a sapere perché i prezzi al distributore continuano ad aumentare e la dirigenza americana comincia a perdere pezzi (https://www.open.online/2026/03/17/joe-kent-vs-trump-dimissioni-antiterrorismo-usa-guerra-iran-israele/).

Io sono stato accusato di assumere un comportamento partigiano, filorusso e antiamericano. Ciò perché nel caso della guerra in Ucraina, oltre che schierarmi per le ragioni di Mosca ho sempre detto che quel conflitto i russi non potessero perderlo. Mentre nel caso dell'intervento in Iran già il giorno dopo ho definito l'attacco americano un "suicidio".

Prima di entrare nel merito però, vorrei far notare una questione davvero curiosa che penso sia degna di attenzione: per documentarmi meglio, ho fatto anche un giro tra i forum e la sezione commenti dei giornali che riportano notizie sulla guerra e mi sono accorto di come la gente, onesta a differenza mia, lurido putiniano. "Tifi Stati Uniti" non per ragioni concrete, ma per il semplice fatto che è convinta che vinceranno, per citare un utente di quei forum, "sono troppo forti per non vincere". Mussolini una volta disse che il popolo è "puttana" penso che questo sia un ottimo esempio di quanto, perlomeno quella volta, avesse ragione. Torniamo a noi. 



Il fatto che mi pare molti non colgono è che le sorti di una guerra moderna non dipendono soltanto dalla forza bruta. Se fosse così effettivamente l'Iran non avrebbe scampo. Ma la questione è molto più complessa e per spiegarla voglio cominciare con una metafora; immaginate una sera mentre tornate a casa, vi si avvicina uno sbandato che vi minaccia con un coltello, quest'ultimo è completamente fatto, anche per questo non sarebbe un problema per voi, invece del portafoglio estrarre la pistola che avete in tasca e sparargli. Dico sparargli perché il tizio per come è combinato nel vedere l'arma non si lascerebbe dissuadere. Però, fatti i vostri calcoli nel portafoglio avete solamente pochi euro. Così decidete che alla fin fine conviene consegnarglielo, piuttosto che impelagarsi in una serie di strascichi giudiziari e rimorsi di coscienza. La verità è che in una situazione simile, mentre lo sbandato non ha nulla da perdere, voi rischiate di perdere tutto ciò che avete costruito. L'America in un certo senso, si trova in una condizione analoga: gli americani si sono cacciati in un conflitto dove per loro la vittoria sarebbe sì, un importante obiettivo strategico, ma dall'altro lato c'è un regime che lotta per la sua stessa esistenza. Se questo non bastasse, anche le condizioni di vittoria sono asimmetriche da un lato ci sono loro cui per vincere serve rovesciare il regime, o quantomeno trasformarlo in un governo accondiscendente. Dall'altra gli ayatollah, cui per vincere basta semplicemente rimanere al potere. 


In tale contesto, per riuscire a raggiungere i rispettivi obiettivi gli iraniani sono cinquant'anni che si preparano all'evenienza di un conflitto, e adesso godono anche dell'appoggio russo e cinese. Mentre per gli americani, l'Iran fino a poco prima delle ostilità era più che altro un fastidio, che si perdeva dentro questioni molto più importanti, gestibile tramite sanzioni e intelligence

Dissipiamo ogni dubbio: che gli americani siano arrivati poco preparati a questo conflitto non è solo un'ipotesi, ma qualcosa di già dimostrato: infatti considerate le varie dichiarazioni fatte sia da Washington che da Gerusalemme, tutto lascia pensare che il piano originale dell'amministrazione americana fosse quello di decapitare il regime e sostituirlo con una dirigenza più compiacente, magari grazie all'aiuto di una sollevazione popolare. Naturalmente, dopo la morte di Khamenei, non è successo niente di tutto ciò. Anche il fatto che gli americani non sappiano cosa fare adesso, se non continuare a bombardare e a tentare di far fuori altri pezzi grossi, è un fatto sotto gli occhi di tutti. Ma anche i bombardamenti a tappeto non mi pare stiano avendo molto successo, le principali città iraniane sono state duramente colpite, ma la popolazione, sarà perché memore della precedente dittatura filo americana, sarà per via della sua storia millenaria, non sta voltando le spalle ai suoi leader. Il regime resta saldo. Non si è attenuato nemmeno il lancio incessante di missili e droni contro obiettivi statunitensi, israeliani o verso i loro alleati nella zona. Cosa ancora più importante, i bombardamenti non hanno scalfito di un millimetro il controllo che gli iraniani mantengono sullo stretto di Hormuz. 


Insomma, dovrebbe apparire chiaro che la questione non è solo un fatto di potenza bruta ma di carico bellico sostenibile. E in questo contesto, per i motivi che abbiamo evidenziato prima, gli iraniani possono permettersi di sopportare di più, mentre gli USA, similmente all'onesto cittadino della metafora iniziale, ad alzare il livello dello scontro sono quelli che hanno più da perdere. 

Per cominciare nello scacchiere diplomatico: che diversi alleati degli americani non sono contenti di questa operazione è un fatto che non si riesce più a nascondere, nonostante le parole di circostanza, i politici non riescono piu a trattenere le preoccupazioni per lo shock energetico che l'Iran pare intenzionata a mettere in atto. Ci sono poi i paesi mediorientali che,  a causa del loro posizionamento, hanno assistito al danneggiamento delle proprie infrastrutture petrolifere e l'interruzione delle esportazioni di gas e greggio. Oltre alla perdita dei loro investimenti nel settore turistico e di hub internazionali, settori a cui stavano puntando fortemente.

Legato alla diplomazia, ma non solo c'è il soft Power, l'immagine che l'America vuole proiettare di sé, sia verso se stessa che verso il mondo. gli Stati Uniti si presentano come l'impero del bene, per quanto i media possano essere compiacenti e per quanto realmente ci si impegni a fare il minimo dei danni collaterali possibili, una guerra è pur sempre una guerra, ogni vittima innocente di questo conflitto non solo danneggia l'immagine che il mondo ha dell'America, ma indebolisce anche la volontà dell'opinione pubblica interna di proseguire. 

Poi ci sono i morti Americani: abbiamo già visto che il bombardamento dall'alto non sembra funzionare per destabilizzare il regime. L'uso dell'arma nucleare è pura fantascienza, il solo minacciare di usarla scatenerebbe un "liberi tutti" e una corsa alla bomba, che per l'America sarebbe addirittura meglio perdere male questa guerra che gestire simili conseguenze. 

Dunque se si vuole vincere non rimane che inviare delle truppe di terra, ma gli iraniani hanno già fatto capire che non aspettano altro per fargli vedere quanto cara hanno intenzione di vendere la loro pelle. Se non bastasse la determinazione degli iraniani, c'è inoltre la morfologia del territorio in prevalenza montuoso, con un'estensione  paragonabile a quella di tutta l'Europa occidentale ad assicurargli profondità strategica. Ho già scritto che un'operazione di questo genere farebbe apparire il conflitto Russo-Ucraino una scampagnata. Probabilmente alla fine gli USA riuscirebbero a portare a casa una vittoria simile a quelle raggiunte in Iraq o in Afghanistan, ma a costi umani, sociali e politici, altissimi. Costi che a differenza di russi e degli stessi iraniani, in un'operazione del genere non possono permettersi. 



Questa, rispetto alla guerra in Ucraina per i russi, non è una guerra esistenziale per gli Stati Uniti. Nemmeno il più bifolco dei bifolchi sperduto sui monti Appalachi, potrebbe credere che l'Iran possa mettere in discussione il ruolo degli Stati Uniti nel mondo. Al contrario lo scontro in Iran ha le giuste caratteristiche per trasformarsi nella madre di tutti i conflitti del tipo che Trump aveva promesso che mai più avrebbero interessato gli Stati Uniti: quelli incerti, lunghissimi, dispendiosi, e dalla portata strategica tutto sommato limitata.

Gli Iraniani in questi cinquant'anni non si sono organizzati per diventare una superpotenza militare, non ne erano in grado. Più saggiamente, si sono strutturati per rendere il costo della vittoria insostenibile per gli Stati Uniti. E se una superpotenza non può permettersi il costo della vittoria, allora la guerra è automaticamente persa. E nelle condizioni attuali una sconfitta per gli Stati Uniti, se non è un suicidio, poco ci manca.


Per comprendere ciò, non serve essere antiamericani: semplicemente smetterla di fare come gli utenti dei forum di cui parlavo all'inizio e cominciate a fare una lettura obiettiva dei fatti. Con questo post ho provato ad esporre la mia interpretazione.


venerdì 13 marzo 2026

Discorso sul (mio) metodo

A seguito del mio precedente post, ho ricevuto alcune critiche al mio approccio alle relazioni internazionali che trovo non solo sensate, ma addirittura stimolanti. Per tale motivo penso che sia giusto fare alcune precisazioni. Inizialmente avrei voluto fare una breve postilla sotto il post in questione, ma poi, considerando che le osservazioni che mi sono state mosse partivano sì da quel testo ma solo come esempio per criticare il mio metodo in generale, ho ritenuto più opportuno fare un nuovo post a sé, da tenere come riferimento se mi ritrovassi in circostanze analoghe.



In breve, mi si accusa, non di dire cose false o sbagliate di per sé, ma di sopravalutare la razionalità degli attori in gioco. I miei testi su questo genere di argomento, soffrono di una pulizia logica che non trova riscontro nel mondo reale. Nella realtà le decisioni geopolitiche di solito hanno una nascita molto più "confusa". Per restare all'articolo sulla guerra in Iran ad esempio, mi si rimprovera di non tenere in considerazione i problemi giudiziari di Netanyahu, o la megalomania di Trump, o ancora la rivalità tra le varie agenzie Usa e le correnti presenti in queste agenzie, eccetera. In breve la mia analisi pare quasi parlare di una mossa sbagliata dentro una partita a scacchi.


Tutto vero, ad esempio nell'articolo in questione ho evitato di dire che a mia opinione il motivo principale che ha spinto Trump ad attaccare l'Iran, fosse il fatto di essersi montato la testa dopo il successo dell'operazione venezuelana e, magari mal consigliato da qualcuno, ha pensato di poter replicare lo stesso schema in Iran.  Però il fatto è che le mie analisi lavorano su un livello diverso.


Per cominciare riconosco che partire dalle analisi dei retroscena che hanno portato a certe decisioni, può aiutare a capire quali sono i reali obiettivi che i soggetti vogliono perseguire. Ma un'analisi del genere sarebbe stata utile ad esempio nell'attacco all'Iran del giugno 2025. Allora ragionare sulla genesi degli eventi avrebbe potuto aiutare a capire se l'amministrazione Trump avesse agito in quel modo solo per permettere agli alleati israeliani di tirare il respiro, oppure per terminare  la questione ed avvertire che la sua presidenza non si sarebbe lasciata trascinare in un ennesimo conflitto. Ciò ci avrebbe permesso di prepararci meglio alle sfide attuali. Ma in questa situazione, la portata di quanto successo e così sistemica, che ormai gli obiettivi iniziali di Trump sono diventati solo una curiosità per gli storici del futuro. Non dico che non siano cose importanti, ma giunti a questo punto mi paiono più cose per addetti ai lavori.



Dedicandomi invece a un’analisi strutturale degli eventi geopolitici, penso, nel mio piccolo, di riuscire a dire qualcosa di interessante. Per capire come secondo me funzionano fenomeni di questo tipo, dovete immaginarvi migliaia di persone che sono chiamate a disegnare un singolo punto dentro una circonferenza delimitata. Ogni persona sceglierà dove disegnare il suo punto per ragioni proprie e spesso in maniera indipendente dalle scelte altrui, altre volte in contrasto e altre ancora in collaborazione. Insomma un caos totale. Ma quel caos se guardato da lontano rivelerà un disegno ben preciso. Le relazioni internazionali funzionano in maniera analoga perché, per quanto siano confuse o personali le cause che hanno messo in moto gli eventi, alla fine i giocatori in campo, saranno comunque costretti dall'ambiente in cui agiscono a muoversi secondo certe logiche di potere. 
È vero che ad un certo punto nel testo analizzo brevemente le ratio che l'America poteva avere nell'intraprendere questo conflitto. Ma me ne servo come di uno strumento retorico: un test logico che mi aiutava a spostare l'attenzione sugli effetti sistemici.


Riconosco le ragioni di politologi come Allison, penso anch'io che le decisioni di politica estera non derivano sempre da una strategia razionale dello Stato, ma spesso dal funzionamento interno delle organizzazioni e dalle lotte di potere tra persone e istituzioni che lo compongono. Considero il suo saggio Essence of Decision un testo illuminante per comprendere come la dietrologia che immagina piani segreti coerenti è spesso una forma di onanismo intellettuale.  Ma per quanto siano state bizzarre le cause che hanno portato Kennedy a autorizzare l'operazione baia dei porci, il conoscerle o meno non serve a farci intuire che il suo fallimento avrebbe avvicinato l'isola caraibica ai russi.


Sono convinto anch'io che la genesi di questo attacco è probabilmente dovuta a fattori contingenti come quelli che mi sono stati segnalati. Ma le conseguenze strutturali che descrivo: l'effetto su Russia, Cina, Europa, e la contraddizione con la dottrina America First, rimangono valide. Bisogna solo riconoscere (cosa che faccio ben volentieri), che anche le reazioni di questi attori a loro volta non saranno la controparte reale di un'elegante mossa scacchistica, ma il risultato della mediazione di un analogo caos decisionale.


Insomma non è per snobismo o faciloneria che generalmente non faccio quel tipo di analisi, semplicemente il mio interesse è concentrato su un altro livello e visto che scrivo per hobby non per lavoro, su quello mi concentro.

giovedì 5 marzo 2026

Parliamo di Trump: il paradosso Iraniano

La mia posizione su Trump è abbastanza chiara: non faccio parte né dei suoi detrattori né dei suoi supporters. Non lo considero chissà quale statista, tuttavia mi pare miope l'atteggiamento di chi lo rappresenta come una specie di bambinone ottuso, finito chissà come nella stanza dei bottoni. I metodi del personaggio sono certamente sui generis, ma poi le sue mosse seguono una certa ratio e chi, distratto dai primi, non valuta i secondi, sta sbagliando approccio. Inoltre, guardo con simpatia al suo movimento, perché sono convinto che nel bene o nel male con il suo America First può riuscire a rompere questo ordine internazionale. Cosa che considero positivissima; da quando è caduta l'Unione Sovietica il potere si è sempre più concentrato nelle mani di un solo paese e di una élite ancora più ristretta di individui, fatto che reputo nocivo sia nel senso materiale che in quello culturale.


Dentro questa logica considero il ridimensionamento del potere americano non solo positivo, ma addirittura inevitabile. Positivo per quanto detto sopra. Inevitabile perché come scrissi tempo addietro, nonostante qualche segnale contrario, di cui ho anche parlato, non reputo che gli Stati Uniti riusciranno a riprendersi dalla crisi esistenziale che li ha colpiti, e a tornare ciò che erano. Poco cambia se, solo per fare un esempio tra i tanti, adesso il woke è stato sostituito dal rambismo di Trump. Il male si è spostato da un estremo all'altro, ma in ogni caso il paese non sembra più capace di trovare un equilibrio.

Ma appunto, io auspicavo un ridimensionamento degli Stati Uniti che magari desse la possibilità alle altre nazioni occidentali di emergere. Non di certo un suicidio. In tal senso avevo giudicato positivamente il nuovo piano strategico statunitense, che faceva ben sperare che finalmente la dirigenza di quel paese avesse capito che la cosa più importante da fare, era ridurre la sovraesposizione evitando di lanciarsi in avventurismi pericolosi e cercando invece di rafforzare le proprie posizioni.
 
Poi però attaccano l'Iran, ed è inevitabile chiedersi com'è che quella nazione finisca sempre per commettere gli stessi errori.

Considerati i rischi, l'America, soprattutto quella di Trump, non aveva nessun buon motivo per attaccare quel paese: 
 

Per quanto riguarda il nucleare, non solo le agenzie internazionali, ma addirittura lo stesso Trump, l'indomani dell'attacco dello scorso giugno, ha affermato che l'Iran non rappresentava più un pericolo nucleare imminente. Poi, anche grazie all'operazione Maduro la dirigenza iraniana aveva fatto capire che era disposta a scendere a compromessi ragionevoli. Già con l'amministrazione Obama si era trovato un'accordo che soddisfava quasi tutte le parti in causa, eccetto Israele e la fazione più intransigente della dirigenza statunitense. Ricordiamo che quell'accordo è saltato per volontà americana.

Se parliamo di ristabilire la propria credibilità, sempre l'episodio venezuelano aveva ben chiarito come la proiezione di potenza statunitense sia ancora intatta. Semmai, azioni come queste, dal decorso tutt'altro che liniare, rischiano di minare la loro autorevolezza; in tal senso ricordo che gli Stati Uniti sono decenni che non vincono una guerra, nel senso comunemente inteso. In ogni caso, nulla farebbe bene alla reputazione americana quanto un presidente dagli umori meno ondulatori.

Se si voleva compattare il fronte interno, o esibire delle facili vittorie in occasione delle elezioni di questo autunno, escludendo Cuba, sarebbe stato più saggio e coerente continuare col riaffermare la propria egemonia sui paesi dell'America Latina. Interventi mediaticamente meno spettacolari rispetto all'operazione iraniana, ma infinitamente meno rischiosi. 


L'avvicinamento iraniano ai russi e ai cinesi si deve soprattutto alle minacce americane, piuttosto che a qualche affinità con quegli altri. Con molte probabilità se Stati Uniti e Israele avessero allentato la pressione, non dico che li avrebbero portati dalla loro parte, ma è probabile che i rapporti con le altre potenze si sarebbero raffreddati. A ogni modo gli americani hanno vinto la prima guerra fredda con l'Iran era ostile.

Gli statunitensi con comportamenti simili danno l'impressione di giocare la partita considerandosi gli unici seduti al banco, il rischio che le altre potenze  inizino a comportarsi allo stesso modo non è da sottovalutare. Di sicuro se l'obiettivo è dividere i paesi avversari, questa non è la giusta strategia.

È vero che la destabilizzazione dell'Iran indebolisce la Cina, che molto dipende da quel paese per i suoi approvvigionamenti energetici. Ma rinforza la Russia che adesso può trattare con la Cina da una posizione di forza: con un Iran destabilizzato, non è più solo Mosca che ha bisogno di Pechino per vendere le proprie risorse energetiche, ma è anche la Cina che diventa più dipendente da quelle risorse per continuare il suo sviluppo. 

Considerato tutto ciò, davvero era così importante per Trump sconfiggere il regime? Proprio lui che aveva fatto dello slogan "basta guerre inutili" uno dei suoi cavalli di battaglia? Trump ha dato a intendere ai suoi lettori che America First significava anche riduzione della sovraestensione imperiale, ma un’azione militare di tale intensità in Medio Oriente è incoerente con la sua stessa dottrina.


l'Iran è una realtà statuale molto più solida e organizzata rispetto ai precedenti avversari americani della regione. Inoltre, per quanto difficilmente rischieranno di esporsi più del dovuto, a differenza dell'Afghanistan o dell'Iraq, gode del supporto russo e cinese. Il regime negli ultimi tempi aveva perso popolarità. Ma abbiamo già visto come le ingerenze esterne al contrario lo rafforzino. Non riesco a vedere quali siano stati i fattori che hanno spinto Trump a non pensare che questa operazione potrebbe diventare l'ennesima infinita guerra americana divoratrice di risorse. Se l'intervento aereo non dovesse essere sufficiente per rovesciare il regime, Trump si vedrà costretto o ad ammettere la resa, oppure inviare truppe terrestri con il rischio che l'operazione militare speciale russa, in confronto sembri una scampagnata. Gli statunitensi con l'operazione in Ucraina volevano logorare la Russia; questa operazione offre una magnifica occasione a russi e cinesi di fare altrettanto.



Di sicuro, fin dai primi momenti, con la scelta di colpire le strutture americane in tutti i paesi dell'area, e il blocco dello stretto, gli iraniani hanno fatto capire che sono disposti a giocarsi il tutto per tutto.


Francamente, per quanto mi sforzi, gli unici soggetti che mi pare, indipendentemente dall'esito, possano trarre qualche vantaggio da questo attacco sono i sauditi, che, nonostante la mediazione cinese, continuano a considerare lo Stato sciita un rivale spirituale oltre che politico. E gli israeliani che, benché non sia dottrina ufficiale, per aumentare la propria sicurezza, da sempre operano per destabilizzare i grandi blocchi statali della regione su linee etnico/religiose. In tal senso, l'attacco all'Iran nell'immediato può avvantaggiarli, ma se io facessi parte della dirigenza turca, inizierei a preoccuparmi.



Per il resto, l'unico risultato che con questo attacco Trump ha portato sicuramente a casa è stato quello di avvicinare il mondo un po' di più alle barbarie: in senso letterale del termine, non si rapiscono e non si ammazzano i leader delle altre nazioni come in un volgare regolamento di conti tra bande. Gli americani da sempre si considerano un gradino superiore agli altri paesi, ma perlomeno, fino a non molto tempo fa cercavano di salvare le apparenze. Adesso invece, già l'operazione Maduro è stata alquanto discutibile. Ma la decapitazione della dirigenza iraniana ha dimostrato ancora più chiaramente che non rispettano nessun'altra autorità tranne la propria. Non è questione di diritto internazionale, ed è inutile parlare di buoni e cattivi per giustificare tale genere di operazioni; semplicemente partendo da queste premesse nessuno si fiderà a intavolare una trattativa, cose del genere rendono inutile la diplomazia.


E per quanto riguarda l'Europa? Che posizione ha l'Europa in tutto ciò?

Se mi permettete l'espressione, come al solito l'Europa ha il ruolo del "fesso" o della vittima se preferite: gli Stati Uniti hanno iniziato a rendere instabili le aree di rifornimento energetico europeo nel 2003 con l'invasione dell'Iraq, poi sono passati al Nord Africa e infine alla Russia. Con il conflitto in Iran, adesso, pare che abbiano ricominciato il giro. Se non c'è intenzione dietro, poco ci manca. 

martedì 3 marzo 2026

Ancora qualche pensiero (semiserio) sui fatti Iraniani

A leggere gli scribacchini che scrivono sui giornali, uno ha l'impressione che gli iraniani in Italia siano qualche milionata: non si spiega altrimenti l'invasione delle piazze d'Italia per festeggiare la fine della sanguinaria dittatura. Poi controlli le statistiche e in realtà sono circa diecimila sparsi per il Paese. Praticamente c'ha più tifosi il Lumezzane. Avete mai sentito i giornali fare articoli entusiasti sui tifosi del Lumezzane che festeggiavano una vittoria della squadra?

Dittatura, a ben pensarci, un po' strana: gli ammazzano il leader supremo, che per quella gente era un po' Papa, un po' Duce, e la popolazione iraniana (sempre secondo gli scribacchini di cui sopra) scende nelle strade a festeggiare impunemente. Ma ’sti ayatollah non erano terribili? Come che non li sterminano?

Non lo so, tanto per dire, francamente a me pare più liberticida il duo Carlo Calenda–Pina Picierno: che ormai non si è liberi manco di mangiarsi un’insalata russa, che spuntano codesti figuri ad accusarti di putinismo. Ed ecco che, a nominarli, mi intristisco, mi viene da piangere: perché mi ricordo quando a scuola si rideva dei romani leggendo che Caligola aveva fatto per senatore un cavallo; pensate cosa diranno i posteri di noi quando apprenderanno che abbiamo fatto Calenda ministro!

Continuando a parlare di cose nostre, l’Italia per rimarcare il suo ruolo di paese poco serio, ha già fatto la sua solita figura barbina: mentre nel mondo scoppia tutta ’sta confusione, noi abbiamo il fascistissimo ministro della Difesa sperduto a Dubai. E siccome il ridicolo di ritrovarsi in una zona di conflitto, alla vigilia dell’attacco alleato (ma con gli americani siamo ancora alleati?), non gli pareva già abbastanza grosso, tornando in patria abbandona mogli e figli, non avendo il coraggio di giustificare davanti ai propri elettori l’uso del volo militare per i congiunti. Che robe! Questi qui non hanno il coraggio nemmeno di affrontare gli elettori per mettere al sicuro la famiglia, e Mussolini voleva vincerci la guerra!


Ma le nazioni europee non sono solo divertimento, il vecchio continente è anche ricco di grande cultura. Infatti, scrissi in un precedente post, che ormai si era talmente abituati ai brutali metodi americani che tutti gli scandalizzati per l'invasione russa in Ucraina, quelli che: "c'è un aggredito e un aggressore" e non volevano sentire ragioni. Su questa nuova aggressione non hanno battuto ciglio. Mi sbagliavo, in realtà stavano applicando un concetto dantesco. Così per contrappasso, se con gli ucraini si era al loro fianco "senza sé e senza ma". Questa volta bisogna far pressione sugli iraniani aggrediti affinché si facciano bombardare senza reagire.

Nel frattempo lo ayatollah, da grande guida quale era, anche nel morire ha voluto impartire un ultimo insegnamento. Stavolta rivolto ai complottisti. Tale insegnamento è che spesso per spiegare certi avvenimenti non serve immaginare, chissà quali piani cervellotici, basta la cretineria umana. Ma come! Dico io: l'imminenza del conflitto era chiarissimo a tutti, che americani e israeliani siano infidi e non ci si può fidare è altrettanto risaputo, così come ormai è acclarato che nel regolare i rapporti con gli altri stati, più che come statisti si comportano come capi mafia. E lui che fa? Invece di nasconderli il più lontano possibile dalla sua persona, se ne sta in mezzo ai suoi cari, causandone lo sterminio. A volte penso che gli USA comandino il mondo, perché, benché scemi, alla fin fine sono i meno scemi. 

domenica 1 marzo 2026

Attacco all'Iran, ovvero degli untori

Quando arrivò al capitolo sulla peste che colpì Milano nel 1630, Manzoni si appassionò alle vicende di due presunti untori del morbo: Guglielmo Piazza e Gian Giacomo Mora, processati sommariamente  e giustiziati con atroci torture. Al Mora fu anche distrutta la casa-bottega. Al suo posto, come monito venne eretta sulle macerie dell'abitazione una colonna infame.


Dicevamo che Manzoni si appassionò così tanto a questa vicenda, che alla fine per non appesantire troppo il testo decise di dedicargli una trattazione a parte, una sorta di appendice saggistica al suo capolavoro. Storia della colonna infame, appunto

Con quel testo il grande romanziere voleva smascherare un meccanismo mentale: quello dell'isteria collettiva che diventa giustizia.


Manzoni non era un illuso: sapeva che già centinaia di migliaia di persone prima di lui e dell'episodio raccontato, erano morti atrocemente, sotto gli occhi soddisfatti e bestiali dei propri simili. Il suo intento era distruggere i falsi alibi, cosciente che nemmeno dopo di lui sarebbe cambiato granché.


Ne danno brutale prova alcune reazioni all'ingiustificato attacco Statunitense alla repubblica islamica dell'Iran. Già, quanto meno per mio conto, quello che mi fa più impressione in queste ore non è l'attacco israeliano-statunitense di per sé. In un'ottica di potenza, benché la decisione del presidente americano non mi pare saggia, e comunque comprensibile. Anche la brutalità dell'attacco è un qualcosa a cui gli Stati Uniti ci hanno abituati, e così bene che tutti gli indignati per i poveri ucraini nemmeno ci stanno facendo caso.



Quello che mi fa veramente schifo sono i vari commenti degli imbecilli nostrani, che alle notizie di morte che arrivano da quel paese, festeggiano sui social. Gente che l'Iran non saprebbe trovarlo nemmeno sulla cartina geografica (ma forse nemmeno la propria nazione) che blatera di democrazia, cultura superiore, e altre fregnacce che gli sono state inculcate, tramite giornali e tv. 


Sono i discendenti di coloro che gridavano festanti quando si giustiziavano gli untori, la stessa ignoranza, la stessa infondata opinione di saperla lunga. La stessa immonda bramosia di veder versare il sangue di coloro che nel bene o nel male si discostano troppo dalla loro limitata comprensione del mondo. 

Faccio fatica a immaginare se questa mossa di Trump potrà aiutarlo a conservare la primazia occidentale o meno. Quello che invece mi chiedo è se davvero imbecilli simili si meritano il benessere di cui godono.

martedì 24 febbraio 2026

Referendum le ragioni del forse



Sta per arrivare marzo e con esso si avvicina il referendum sulla giustizia. Come di solito accade per questo genere di cose, il clima è quello da derby: è normale, l'argomento è complicato e molti preferiscono affidarsi ai propri opinion leader di riferimento. 


Però non so fino a che punto tale strategia possa essere una scelta saggia; sia da una parte che dall'altra, questa categoria spesso sembra privilegiare le ragioni della fazione piuttosto che fare considerazioni di merito.

Adesso, non voglio entrare nei tecnicismi della legge né analizzarla nei dettagli, ci hanno già provato stimati professori, portando a casa figure barbine. Penso però che abbiano visto giusto quelli che dicono che con questa manovra il governo vuole togliere potere alla magistratura. Ma francamente non capisco dove sia il problema; avendo in passato militato nella sinistra, ricordo che ai tempi eravamo i primi a sostenere che bisognava "tagliare le unghie ai magistrati". 

In realtà, capisco benissimo quale sia il punto: adesso una parte della magistratura appare ben disposta con quella parte politica, e a molti non piace l'idea che la destra la limiti. Personalmente ritengo lo stesso che queste non siano delle buone ragioni per cambiare idea, anche perché, secondo me, tale buona disposizione non è dovuta al fatto che i giudici siano diventati tutti comunisti come diceva Berlusconi, con tutta probabilità deve esserci qualche altra spiegazione.

Anche le ragioni del "no" al sorteggio mi convincono poco e per lo stesso identico motivo: molti di quelli che oggi criticano questo metodo, fino a qualche anno fa lo auspicavano (internet ha la memoria lunga) come soluzione per stroncare il fenomeno delle correnti. La paura che vengano estratte persone non idonee mi pare un non problema: nel caso, faranno parte di un organo collegiale, non servono dei leader; se queste figure sono state ritenute adatte a insegnare, patrocinare cause e giudicare i cittadini, mi paiono adatte anche a fare tutto il resto. In caso contrario il problema è altrove.

La difesa della costituzione e la prevenzione della deriva autoritaria poi, francamente più che argomenti mi paiono dei pretesti: visto il  passato fascista, non dico che questi non siano argomenti importanti, ma mi sarebbe piaciuto vedere invece che dei muri, delle proposte alternative. Trattare queste cose come se ci trovassimo davanti a testi sacri e dogmi religiosi mi sembra invece una posizione ideologica e polarizzante.  



A ogni modo questi sono principalmente problemi di natura politica, per la gente comune la questione veramente importante è un'altra. Quando una persona normale pensa ai tribunali, li percepisce come qualcosa di lontano con cui si avrà a che fare al massimo per un contenzioso su un debito non saldato, o perche finalmente ci si è decisi a portarvi il fastidioso vicino. In verità però finire trascinati in qualcosa di ben più grave è questione di un attimo: basta una svista per essere coinvolti in un incidente stradale e solo un po' di sfortuna per passare nel posto sbagliato al momento sbagliato. 

Ad esempio così, per curiosità ho fatto una piccola ricerca, dove ho scoperto che in carcere ci sono decine di persone che prese dalla rabbia o dal panico hanno abusato del diritto alla legittima difesa. Non sto difendendo a prescindere queste persone, sto solo ammettendo che francamente in un'eventuale situazione simile faccio fatica a immaginare come potrei comportarmi. 
Quello che so di certo, è che in un ipotetico strascico giudiziario, mi sentirei alquanto turbato, nel ritrovarmi in un processo dove il magistrato che mi deve giudicare potrebbe dipendere per l'avanzamento di carriera, dal voto del pm che mi sta accusando. Non dubito siano degnissime persone, ma in certe realtà, anche a tutela dell'onorabilità dell'ordinamento dovrebbe valere il principio di precauzione. 


Infine, sono proprio alcune delle argomentazioni di chi difende l'attuale sistema di cose che mi convincono più di tutto che invece si farebbe bene a cambiarle: infatti dicono questi ultimi, che con l'attuale ordinamento il pubblico ministero ha una formazione da giudice, ovvero sia più interessato a scoprire la verità piuttosto che a portare a casa un colpevole. Non dubito che nella maggior parte dei casi sia effettivamente così. Ma può essere possibile che la categoria dei giudici sia l'unico gruppo umano dove l'amore della verità prevalga sempre sull'interesse personale? E se, proprio nell'unico caso in cui ci sia un pm egoista, il magistrato giudicante si trovasse a fare un ragionamento simile? Potrebbe, magari a livello inconscio, dare più peso alle ragioni del collega rispetto a quelle dell'avvocato difensore.

Un rischio che il giorno dopo la fine di una dittatura, magari valeva la pena correre, per evitare pericoli ben più gravi a livello generale. Ottant'anni dopo mi pare francamente eccessivo.

lunedì 23 febbraio 2026

La lotteria dell'evoluzione culturale: tra complottismo e determinismo.

La criticità principale dei cosiddetti dietrologi, consiste nell'ostinarsi ad aggiungere livelli di complessità per spiegare eventi e circostanze per cui la spiegazione ufficiale risulta fumosa o comunque poco credibile. Naturalmente esistono anche (e sono la maggioranza) chi inciampa nell'errore opposto: la semplificazione, vedendo ogni cambiamento come un naturale progresso della nostra civiltà, come se tutto ciò che accade fosse inevitabile e spontaneo.

Ad esempio, leggevo ieri una discussione dove si parlava del rilassamento dei costumi e di fenomeni quali OnlyFans: i dietrologi attribuivano tutto questo a un non meglio precisato piano di contenimento della popolazione, anche attraverso la destabilizzazione dei rapporti di coppia. 

Probabilmente non è da escludere che a un qualche gruppo di potere, effettivamente tale effetto non dispiaccia. Anzi, con discreta probabilità farà quanto è nelle sue possibilità per favorire certe dinamiche. Ma il pensare che esista addirittura un progetto studiato a tavolino per ottenere questo risultato è qualcosa che non regge, né al principio di Occam, né alla realtà: infatti se il piano fosse davvero quello di far diminuire la popolazione, avrebbe poco senso concentrarsi proprio sugli occidentali, mentre ci sono altre civiltà che stanno crescendo molto più di noi. 

Effettivamente esistono spiegazioni meno cervellotiche. Senza per questo cadere nella trappola opposta: pensare che certe cose siano del tutto spontanee e si basano sul naturale progresso culturale della nostra civiltà. Insomma anche chi pensa che mostrare le chiappe in rete, magari a pagamento, sia un segno di progresso e di apertura mentale è al quanto fuori strada.


Qualcuno forse ricorderà le vicende di Madameweb, un'insegnante di Pordenone, che ormai vent'anni fa, salì agli onori della cronaca per la sua passione per il sesso, specialmente se disinibito. Nonostante le sue avventure ai tempi riempissero i rotocalchi, adesso è pressoché dimenticata. A riprova di ciò, se si prova a fare una ricerca impostando come parametro di ricerca soltanto il suo nickname, senza aggiungere altri dettagli specifici, l'onnisciente Google ci mostrerà come risultati rilevanti solamente pagine riguardanti l'ennesimo film americano di supereroi. Non è colpa sua, la poverina ha mancato di tempismo.

Adesso, in tempi più maturi per influencer e OnlyFancer, probabilmente avrebbe potuto mettere da parte un piccolo gruzzoletto. Già. Ma senza personaggi come Madameweb, cose come Onlyfans oggi sarebbero tollerate?

Probabilmente sì, lei era solo un granello piuttosto piccolo di un meccanismo assai complesso. Ma senza le centinaia di Madameweb che si sono susseguite, e soprattutto senza gli sforzi dei vari opinion leader, nonché dei poli mediatici per normalizzare prima, e promuovere poi il cambio di costume. Con tutta probabilità no.

Avete presente la teoria dell'evoluzione? Detta in maniera molto, terra-terra: una popolazione X è composta da vari individui con particolari caratteristiche che alle condizioni di partenza, sono neutrali o comunque poco rilevanti per la sopravvivenza quotidiana. Per esempio una popolazione di lupi, oltre agli individui con un pelo per così dire normale, è composta da soggetti con un pelo che tende ad essere più lanoso, caratteristica utilissima in caso il clima diventi più rigido. Mentre altri, sono provvisti di un pelo più leggero, ottimo per i climi caldi. Nel caso in cui le condizioni climatiche diventassero davvero più calde o più fredde, i soggetti con il pelo più adatto alla nuova situazione si troveranno ad essere avvantaggiati, quindi il loro numero tenderà ad aumentare fino a diventare dominante. In tutto questo, il concetto fondamentale è che dietro a quanto descritto non c'è nessuna programmazione: nessuno ha convinto certi lupi a dotarsi di una pelliccia più o meno folta, loro se la sono ritrovata addosso per caso, semplicemente la fortuna ha fatto sì che quella determinata caratteristica, fino a ieri ininfluente, oggi diventasse vantaggiosa.


Come ha intuito tra gli altri, il biologo Richard Dawkins, anche la diffusione delle idee avviene in modo analogo. Perciò quando si spalanca una finestra di Overton, non dobbiamo immaginare grandi vecchi che elaborano piani mefistofelici per mutare questo o quell'altro paradigma, ma correnti di potere, fatte da industrie, politici, scienziati, eccetera, spesso non coordinati tra loro, che per un motivo o per l'altro hanno interesse che certi comportamenti diventino leciti e accettati in società. Per fare ciò si adoperano affinché vengano "premiate", rendendole pop e rappresentate in maniera via via sempre più positiva, persone che per loro indole (ma a volte anche per calcolo, per essere riusciti a fiutare i tempi) attuano già certi comportamenti, senza bisogno di nessuna cooptazione esplicita.


Come ho già detto, con molta probabilità, dentro le correnti di potere che rendono possibili molti di questi cambi di paradigma, ci sono davvero anche gruppi di pensiero che vedono di buon occhio ciò che sta avvenendo, ma il maggior contributo che questi gruppi danno al fenomeno, oltre a qualche finanziamento come nel caso delle fondazioni Soros ad esempio, e quello di fornire un apparato etico-filosofico su cui poggiarsi. Non hanno creato una situazione, hanno sfruttato un'occasione, così come il viticultore piemontese non ha creato la vite di Nebbiolo: lui si è limitato a proteggerlo e favorirne la diffusione. 


Ecco perché l'esempio che più si avvicina a ciò che avviene nei cambiamenti culturali è quello della selezione artificiale: dove ad esempio migliaia di pastori, lavorando indipendentemente con scambi minimi fra di loro,  seguendo il proprio interesse, giungono grazie a pressioni selettive intenzionali ma non coordinate a un risultato comune: la nascita di una sottospecie di pecora adatta ai loro scopi (più latte, più carne, più lana, maggiore resistenza al territorio). 

mercoledì 18 febbraio 2026

Narrazioni 2: denudiamo la Tina

Approfitto delle osservazioni che mi sono state rivolte riguardo il precedente post, per provare a chiarire alcuni punti. Prima, però, una precisazione: nello scrivere quel testo non volevo fare un elogio dei bei tempi andati, di cui anzi riconosco limiti e criticità, piuttosto mi interessava far notare come queste criticità siano state trasformate in veri e propri dogmi narrativi ("non c'era alternativa") per giustificare e creare consenso intorno a un cambio di paradigma economico che fu politico, non tecnico. 


Scrivendo quel post, il mio scopo principale era e rimane mostrare quanto sia facile manipolare la percezione pubblica. Nel fare ciò, ho dato per scontato che quei dogmi fossero, non dico rigettati dalla popolazione, ma quantomeno ridimensionati. Mi sono invece accorto che, per ribattere all'esempio della mia tesi, sono stati usati gli stessi slogan che, sia allora sia in seguito, servirono a giustificare quanto era stato fatto. Insomma, la manipolazione ha funzionato così bene che la prova stessa che dovrebbe smascherarla, ancora oggi viene considerata una narrazione credibile dei fatti. 

Per tale motivo, in questo post, quasi a puntellamento dell'altro, vorrei provare a minare alcuni dei mantra ordoliberisti. 

In particolare vorrei concentrarmi su tre argomenti che mi sono stati realmente citati d'esempio come dimostrazione che: There is no alternative.

Sono argomenti che, benché tirati in ballo da persone diverse, funzionano su più livelli, ovvero hanno una progressione, perciò le tratterò in un certo ordine.

La prima obiezione mi ricorda di come l'Italia del periodo fosse preda del malaffare, dell'inflazione galoppante e vedesse crescere il debito pubblico in maniera esponenziale. Non c'è dubbio che queste criticità fossero tutte presenti. Il problema, ricordiamolo, non consiste nel fatto che queste debolezze del paese fossero in realtà inesistenti, ma nel loro uso come martello ideologico, spesso aggravando gli effetti che ne sarebbero conseguiti. Questo per convincerci che per salvarsi vi fosse un'unica soluzione. Se prendiamo l'inflazione, ad esempio, non c'è dubbio che l'Italia soffrisse di un problema di inflazione galoppante, alimentata dalla spesa pubblica e da certi ammortizzatori sociali come la scala mobile. Ma per dipingere la situazione ancora più nera ci si appella alla famosa inflazione a due cifre, che fu un problema anch'esso reale, ma che interessò principalmente gli anni settanta e i primissimi anni ottanta, e fu per lo più conseguenza di una serie di shock mondiali che si verificarono in quegli anni. Altro aspetto non secondario è il fatto che, sebbene alimentassero il fenomeno stesso, gli ammortizzatori sociali mitigavano non poco gli effetti dell'inflazione sulla popolazione. Ma soprattutto dobbiamo ricordare che la ricchezza reale era in aumento, fatto che di per sé non rendeva l'inflazione meno problematica, ma dimostrava che il paese disponeva ancora di risorse sufficienti, per intervenire sulle rigidità del sistema, compreso il superamento della scala mobile, con interventi meno drastici. 

Anche l'aumento considerevole del debito pubblico di quegli anni, in realtà non era solo colpa del malaffare come spesso ripetono certi slogan: per prima cosa ricordiamo che il debito diventò sempre più ingestibile a seguito del famoso divorzio tra tesoro e banca d'Italia (l'indipendenza delle banche centrali, uno dei Princìpi cardini dell'economia liberista) tale divorzio voluto da Ciampi e Andreatta (onore al merito), aveva lo scopo di ridurre l'inflazione (che come ho detto prima quantomeno nelle fasi più acute era in realtà legata a contingenze internazionali) e rendersi più credibili agli occhi dei mercati adottando il modello tedesco in prospettiva della futura integrazione europea. Il punto che forse questi illustri economisti non avevano considerato è che prima di "voler fare come la Germania", sarebbe stato il caso di escogitare un modo affinché il paese reale gli somigliasse un po' di più, e magari verificare che si disponesse delle stesse risorse di cui disponevano i tedeschi.

Tornando al tema della corruzione, nessuno nega che il paese fosse preda di malaffare diffuso; perciò molte spese di bilancio seguivano logiche clientelari non l'interesse pubblico, come d'altronde dimostrerà lo scandalo di tangentopoli. Ma per quanto odiosa come pratica, in un contesto macroeconomico, si parla di cifre tutto sommato basse nel bilancio dello stato: alcuni punti di PIL. Ci si dimentica invece, che un'altra parte di quel debito venne contratto per una serie di investimenti pensati in un contesto di tassi bassi e politica industriale attiva, il nuovo paradigma economico cambiando le carte in tavola, non solo impedì molti investimenti futuri, ma riuscì a rendere insostenibili anche le spese già fatte, trasformandole in merezm passività. Ma al di là di tutto, la considerazione da fare è una sola: per contenere il malaffare politico, ha senso ridurre la capacità dello Stato di intervenire nell'economia e di far fronte alle difficoltà che si presentano. Oppure c'erano altre soluzioni meno drastiche?

A questo punto, gli economisti liberisti potrebbero ribattere che in realtà il divorzio ha solo messo a nudo l'insostenibilità di quel modello, basato sulla stampa di moneta per garantirsi una copertura finanziaria. In realtà, anche qui, non voglio negare un problema ma cercare di inquadrarlo in un contesto più ampio. Dentro questo contesto, l'idea che la spesa pubblica italiana fosse insostenibile diventa un'affermazione non del tutto dimostrata dai fatti, al contrario i dati ci dicono che al netto degli interessi la spesa pubblica era in linea con la media OCSE, come mostrano i dati comparativi europei. Semmai fu la spesa per interessi che in Italia passò dall'8% del Pil nel 1984 all'11,4% nel 1994, mentre in Europa restava intorno al 4%.
Tutto ciò per dire che il vero problema del nostro debito, come si è dimostrato in seguito, era che una parte considerevole di esso serviva per coprire le spese ordinarie. Ma ciò vuol dire che più che un problema del sistema in sé, c'era un problema di disciplina economica in chi era chiamato a gestire quel sistema. Certamente è chiaro a tutti che fosse necessario introdurre delle regole che garantissero un po' di disciplina. Ma noi abbiamo fatto un po' come quel marito che per evitare che la moglie (il Tesoro) spendesse tanto, gli ha proibito di ritirare soldi in banca (il divorzio banca d'Italia-Tesoro) per poi consigliargli di rivolgersi a uno strozzino (i mercati), sperando che gli interessi abnormi la scoraggiassero ad esagerare nelle spese.


La seconda obiezione fa leva sul famoso attacco alla lira, evidenziando di come quell'attacco finanziario fu un avvertimento che se non si correva presto ai ripari i nodi ormai erano giunti pericolosamente al pettine. In realtà le cose non andarono esattamente così, premesso che a livello personale considero questo episodio un vero e proprio atto di pirateria finanziaria, per cui sarebbe stato più opportuno far rispondere dal ministero della difesa che da quello del tesoro. A ogni modo, mi pare fondamentale ricordare che tutta l'operazione prende avvio in un contesto internazionale, l'Italia non era il bersaglio specifico dell'attacco. Se noi fummo particolarmente colpiti, fu proprio perché il paese era già instradato verso il nuovo indirizzo economico che si era scelto di percorrere, l'Italia del periodo, come abbiamo visto, aveva già aderito ad alcuni dei famigerati vincoli esterni (indipendenza banca centrale, adesione allo sme, stabilità monetaria, eccetera) ma senza preoccuparsi di possedere i parametri economici adatti a sostenerli. In tale modo la nazione, quando si ritrovò preda degli attacchi degli speculatori, era da un lato gravata delle fragilità del vecchio sistema, e dall'altro impossibilitata a utilizzare gli strumenti utili a difendersi a causa degli impegni internazionali assunti. Per tentare di salvare il salvabile l'allora ministro Ciampi (sempre lui) commise una serie di errori che ancora oggi vengono citati come casi di studio: alzò i tassi, bruciò riserve. Ma furono manovre disperate che come molte analisi economiche riconoscono finirono per aggravare la recessione senza salvare la moneta. Alla fine la lira fu costretta ad uscire dallo SME e si svalutò comunque, ma con un'economia già indebolita. Come beffa finale, negli anni successivi Ciampi e gli altri artefici di quelle scelte, presero a indicare ciò che era successo appunto come prova delle fragilità italiane e dell'inevitabilità delle riforme.



L'ultima argomentazione che suona a mo' di profezia, richiama in causa il default argentino, sostenendo che se noi avessimo continuato nell'andazzo precedente, avremmo fatto la stessa fine. Vero, così come se in macchina continuassimo ad andare dritto alla prossima curva finiremo fuori strada, chissà perché per evitare il sinistro, invece che spegnere la macchina e proseguire con altro mezzo, tutti preferiscono intervenire sul volante e correggere la traiettoria. Intanto come già ho cercato di chiarire nello scorso post, l'economia non è una scienza esatta, anche se l'Italia pre-92 e l'Argentina del default avessero avuto realmente condizioni simili, non è affatto detto che avremmo seguito la stessa dinamica economica. In ogni caso, la verità è che in realtà i paesi si trovavano in condizioni molto diverse. Per cominciare l'Argentina proveniva da un recente passato fatto da instabilità politica e di regimi autoritari. L'Italia, invece, passata l'esperienza fascista, aveva alle spalle quasi mezzo secolo di relativa calma. Ma soprattutto, il paese di allora era una nazione industrialmente avanzata, addirittura tra le prime al mondo, le famiglie contavano su un risparmio privato da fare invidia e il debito pubblico era prevalentemente in mani interne. Così come l'Argentina le esportazioni avevano un peso significativo sulle nostre entrate, ma le nostre esportazioni erano estremamente diversificate. L'economia argentina invece, era legata all'esportazione di materie prime e fortemente indebitata con l'estero. Ma ancora più importante, fatto su cui si preferisce sorvolare è che uno dei principali motivi per cui l'Argentina fu costretta a dichiarare default, fu proprio perché anche quel paese decise di legarsi a un vincolo esterno. Precisamente legò il valore del pesos a 1:1 rispetto al dollaro,  che è un po' quello che abbiamo fatto noi con l'euro, e lo fece per gli stessi motivi: riduzione dell'inflazione eccetera. Qualcuno potrebbe obiettare che in realtà l'euro non è currency board, vero, non c'è un tasso fisso con una moneta estera, ma una moneta unica con una banca centrale comune. Ma a fini pratici, per quello che conta in un paese in difficoltà il meccanismo è lo stesso: se si perde competitività non si può più svalutare per ritrovarla. Sappiamo tutti come è andata a finire.

lunedì 9 febbraio 2026

Narrazioni


Qualche post fa, scrissi che i social sono un ottimo posto per osservare certe dinamiche sociali. Proprio in questi giorni mi è capitata una cosa curiosa: in una pagina dove si parla di anni Ottanta, il gestore ha fatto un post un po' malinconico ricordando le vecchie lire. Non vi dico gli insulti della gente.

Prendo spunto da questo episodio, perché mi sembra perfetto per mostrare come una narrazione collettiva, se portata avanti da media e istituzioni in modo organizzato, possa diventare più forte della realtà stessa. Non è la prima volta che mi imbatto in questo tipo di fenomeno, ne ebbi esperienza già ai tempi del COVID, quando notai che chi dava retta ai vari giornali e telegiornali, iniziò a comportarsi come se ci trovassimo davanti a una nuova peste nera, mentre all'opposto, coloro che seguivano i siti per così dire complottisti, addirittura negavano del tutto il fenomeno, con bella pace della realtà in entrambi i casi. 

Tornando all'episodio di prima, la narrazione economica ancora dominante, evidentemente a differenza di quella pandemica, fu fatta in un periodo in cui giornali e istituzioni erano reputati più affidabili. Infatti, in questo caso le critiche al post andavano tutte in una direzione: quella ordoliberista.

Così eccoci a leggere gente anche di una certa età, vale a dire persone che hanno vissuto i fatti in prima persona, spiegare che l'andazzo era insostenibile, l'inflazione galoppante, il debito pubblico alle stelle, per non parlare della debolezza della lira e tutto il resto del ciarpame. Ciarpame che però, dimentichi dell'alto tasso di dinamismo economico e sociale dell'epoca, ha dato giustificazione affinché scelte squisitamente politiche, quali l'indipendenza delle banche centrali, il contenimento dell'inflazione, il vincolo esterno, potessero essere vendute come necessità tecniche, con un tocco di giustizia morale per giunta! (Ricordate lo slogan "stiamo vivendo sopra le nostre possibilità").

La verità è che l'economia non è una scienza, nel senso comunemente inteso di questo termine. Le sue conclusioni non indicano destini, in realtà, data una situazione iniziale, nessuno sa davvero come realmente si evolverà la situazione (vi ricordo solo che a un mese dalla crisi del 2008 c'erano ancora economisti di primo piano che prospettavano situazioni rosee per il futuro).

Intendiamoci, non è che queste cose fossero un bene, anzi, è assolutamente vero che l'Italia del periodo avesse una politica economica molto "garibaldina", per non dir peggio. Ma la scelta di cambiare paradigma economico per risolvere queste criticità fu squisitamente politica.

Eppure coloro che commentavano il post, nel dare del periodo e degli sbagli commessi una descrizione che rientra perfettamente nei canoni di una teoria economica, precisamente della teoria ordoliberista appunto, erano genuinamente convinti di illustrare un dato di fatto: niente più che la realtà.

Teoria economica, che per inciso, non solo ha regalato al nostro paese vent'anni di stagnazione economica con l'impoverimento delle classi medie e basse, ma che proprio in questo periodo sta mostrando tutti i suoi limiti anche nel suo paese natale: la Germania. 

Quello che mi fa più specie di tutta questa storia è il fatto che in questioni come il COVID, in fin dei conti certe dinamiche sono comprensibili: in fondo i virus sono esseri invisibili e finché uno non ne fa esperienza diretta, una persona normale fa fatica a quantificare se il pericolo sia reale o meno. Ma lo stravolgimento delle politiche economiche del paese, quello invece ha colpito tutti, il fatto che da un certo momento in poi i governi hanno preferito dare priorità alla stabilità monetaria, piuttosto che alla crescita, è qualcosa di talmente pervasivo che non può passare inosservato, qui bisogna proprio essere vittime di un lavaggio del cervello per non notare la differenza. 

Lavaggio che, in un certo senso, anche evitando di evocare scenari distopici, pare proprio essere avvenuto: solo per esempio, tra i commenti ne leggevo uno che ipotizzava che senza il passaggio dal vecchio paradigma al nuovo, saremmo finiti in una specie di medioevo tecnologico. Infatti continuava, ricordando quanto costavano i telefonini negli anni ottanta, e proseguiva concludendo che se oggi avessimo ancora la lira, questi gadget tecnologici sarebbero prodotti dai prezzi improponibili per il paese. Teoria ingenua, ma che ha suscitato una pioggia di like. Senza soffermarci sui motivi più astrusi del perché una conclusione simile sia come minimo rozza, l'idea che un paese come il nostro, fin da subito tra i più entusiasti nell'adottare questa tecnologia, adesso potrebbe vantare una propria industria nazionale, evidentemente a questi signori è completamente estranea.

Il punto non sta tanto nel difendere un modello rispetto ad un altro, euro vs Lira tanto per dire, visto il piano della discussione si può anche accettare l'ipotesi che l'adozione delle politiche ordoliberiste di cui l'euro è sigillo, fosse la scelta migliore per il paese. Quello che è profondamente sbagliato consiste nell'aver riscritto il passato, per far credere che questa fosse l'unica alternativa possibile, quello che mi appare profondamente insano e che una balla così colossale sia stata digerita da quasi tutti, per il solo fatto che tutti la ripetevano. Nonostante ancora adesso, qui e ora paghiamo il fatto che allora come oggi, questa fosse soltanto un'ipotesi.