lunedì 17 agosto 2026

Il falò delle vanità

Avviso: il testo contiene possibili spoiler, se siete nati dopo il duemila e continuate a leggere, poi non venite a rompermi il cazzo che vi ho rovinato la trama. Che poi se uno legge solo per quello, era meglio continuare con Paperino.



Ripresolo in mano per una citazione che mi serviva per un mio scrittino, alla fine ho riletto per intero il falò delle vanità di Tom Wolfe. Un libro che, come il buon vino, migliora col tempo, e che perciò, a distanza di quasi quarant'anni da quando fu scritto, possiamo ormai definire un classico a tutti gli effetti. Non solo perché la satira di Wolfe ci regala uno dei ritratti più lucidi e veritieri di quel mondo e di quegli anni, ma anche e soprattutto perché, pur con tutto il suo humour, è riuscito a intuire dove quella visione del mondo ci avrebbe condotto nei decenni successivi. 


Qualcuno ha detto che i classici sono quei libri che, nonostante il passare del tempo, hanno sempre qualcosa da insegnare, e l'opera di Wolfe di cose da insegnare ne ha parecchie, per esempio, a un primo livello di lettura, ci mostra sul nascere molti tic dell'attuale società, il politicamente corretto, la questione razziale, certe rivendicazioni progressiste eccetera. Mostra tali fenomeni, quando non erano ancora diventati una nevrosi collettiva, e perciò prendendoli sul serio quanto basta, ovvero ridicolarizandone le degenerazioni.
Memorabile, in tal senso, è verso la conclusione del libro lo sfogo del portavoce del reverendo Bacon, dove l'accusa di razzismo viene usata come clava dialettica di delegittimazione:  "Buck Jones, portavoce della Solidarietà per tutta la gente del reverendo signor Bacon, ha liquidato l'accusa dell'avvocato Killian come "il solito linguaggio razzista senza senso di un lacchè di un ben noto capitalista razzista" che cerca di "evitare di pagare quel che deve per la distruzione razzista di un ottimo giovane".  Pare di ascoltare certi discorsi nonsense in cui è degenerato il movimento Black Lives Matter, o per restare a casa nostra, una certa sinistra, se solo sostituissimo la parola "razzista" con "fascista".


Non potendo riportare tutto il libro, in questo breve testo, sia per gusto personale, sia per rendere omaggio al fatto che Wolfe, si dice, sia l'inventore del termine radical-chic, ho preferito portare ad esempio quel mondo. Non mancano però passi succosi che smascherano e ridicolizzano anche tutte le altre classi e fazioni della nostra società, a cominciare da quella agiata del protagonista, ma non risparmiando nemmeno l'ambiente dell'autore, ovvero il giornalismo. 



Però, detto questo, se dovessi spiegare la vera anima del libro, il filo conduttore profondo di tutta la vicenda, io personalmente la definirei con tre parole: 



La prima parola è codici. Sì, perché il libro di Wolfe è soprattutto una perfetta parabola che spiega quanto siano importanti i codici. Viviamo in un mondo dove puoi anche essere un signore dell'universo a Wall Street, ma se ti ritrovi di notte nel Bronx e non conosci i codici, il linguaggio di quell'ambiente, finirai divorato. Perché se mentre stai risalendo una rampa autostradale, all'improvviso ti si presenta un ostacolo e quando scendi per rimuoverlo, vedi due tizi avvicinarsi,  non sai, non riesci a capire se quei due ti si stanno avvicinando per darti una mano oppure rapinarti. 

Perciò non importa più se la prossima azione che farai è quella giusta oppure sbagliata, perché sei entrato in un mondo dove si parla una lingua che non conosci: allora chi sei e tutto ciò che fai diventano irrilevanti. 

È un libro che mostra come la  conoscenza dei codici, l'abbiamo visto, sia fondamentale per leggere una situazione. ma ci spiega anche come quegli stessi codici servano a esibire uno status, a dichiarare un'appartenenza, e come tutto ciò sia sufficiente, per salvare o condannare, la vita di un uomo. 



La seconda parola per spiegare il libro è potere. si parla di potere, di come ci si illuda che esso derivi solo da sé stessi, dalla propria forza. Questo è un libro che parla di gente che non si rende conto di come il potere in realtà è sempre un fenomeno sociale, fatto di relazioni. Da ciò deriva che, più potere si possiede, più ci saranno altri che cercheranno in qualche modo di sfruttarlo per accrescere il proprio. Gli antichi dicevano che il potere è sempre sotto assedio. Sherman evidentemente non conosceva questo detto, perciò non si rese conto che ciò che gli era successo realmente quella notte nel Bronx non contava poi molto. Quello che davvero importava agli altri protagonisti della vicenda era il suo status, da sfruttare per accrescere il proprio.


Infine, l'ultima parola è controllo. Questa è forse la parola più importante. Perché quello che abbiamo in mano è soprattutto un libro che parla di controllo, o meglio dell'illusione di poter controllare il nostro mondo. Sherman McCoy si illude di poter controllare la sua vita, il suo destino, di essere "un signore dell'universo". Fallow si illude di poter controllare la rappresentazione pubblica della realtà; Kramer la giustizia, Weiss la politica, Bacon la sua comunità e così via. In realtà tutti sono incastrati in un meccanismo più grande e complesso, che altro non è se non la società stessa. Un mondo che, visto nel suo insieme, li rivela per ciò che realmente sono: piccoli personaggi che contribuiscono ad alimentare quel meccanismo con il proprio ego.



C'è in ultimo da dire che questo è un libro dannatamente divertente, e ciò, se permettete, già di per sé lo rende meritevole di esser letto.


domenica 16 agosto 2026

Progresso

L'ascidia è un simpatico animaletto marino con una caratteristica davvero interessante: alla nascita è fornito di un rudimentale sistema nervoso che gli serve per spostarsi e trovare un luogo dove stabilirsi. Però, progredendo nello sviluppo e raggiungendo lo stadio adulto, una volta fatto tutto ciò, prende il suo bel sistema nervoso e lo elimina, per così dire, lo "digerisce" in larga parte, perché non gli serve più. 



Sono emigrato dal mio paese d'origine ormai più di trent'anni fa. Ai tempi il mio paesino era una cittadina dalle dimensioni medie, grossomodo diecimila abitanti. Ricordo che quando ancora vi abitavo, il paese era fornito di tutto, cartolerie, ferramenta, supermercati, fruttivendoli, negozi di ogni tipo, persino alcuni di giocattoli. 

Questa vivacità commerciale, che nel nostro caso specifico si presentava forse in una forma particolarmente ricca, per l’epoca era comunque abbastanza comune in tutti i posti simili al nostro. Produceva un effetto collaterale tutt'altro che banale, perché rendeva la cittadina molto viva e socialmente attiva. C'era gente che andava a fare la spesa, altra che semplicemente usciva per guardare le novità alle vetrine, altra ancora veniva dai paesi limitrofi per sbrigare commissioni e così via. Il fatto è che tutta questa gente non sbrigava solamente il proprio daffare e poi via, ma sfruttava l'occasione soprattutto per incontrarsi, chiacchierare, organizzare cose e cose del genere, rendendo, appunto, ricca la vita sociale del borgo. 


Come dicevo, sono più di trent'anni ormai che manco e, ogni volta che mi capita di ritornare, mi rendo conto di come siano pian piano scomparse molte di quelle attività che permettevano l'esistenza di quella rete di relazioni sociali di cui spiegavo prima. Di fatto, a ogni mio ritorno, girando per il paese nei giorni normali, mi sono reso conto che quel brulicare di umanità che ricordavo si andava sempre più assottigliando, fino a diventare impercettibile per me, che sono "forestiero", e tanti negozi sono ormai chiusi. 

Fino a non molto tempo fa, ho sempre attribuito la colpa principale di tutto ciò al fatto di trovarci nel Meridione, lo spopolamento del Sud e cose del genere. Può darsi che in larga misura sia effettivamente così. Ma alcune dinamiche attive nella città in cui risiedo mi avevano già persuaso che in ogni caso, il male fosse più profondo. Oggi ho realizzato definitivamente che in effetti non era solo quello il problema. 


Stamattina presto, per questioni che non starò a dire, ho accompagnato mia moglie a prendere il treno alla stazione di Fidenza. Essendo molto presto e non avendo per la giornata granché da fare, ho pensato di approfittarne e fare, una volta partita la moglie, un giro per il borgo dove ho passato molti pomeriggi e tante domeniche della mia adolescenza. 

Adesso, dovete sapere che abitando io a Cremona, non mi capitano molte occasioni di andare a bighellonare a Fidenza, perciò, se non erano vent'anni, saranno stati almeno una quindicina d'anni che non facevo un giretto con calma per il centro della città.

Capiamoci, non è che in tutto questo tempo non ci avessi più messo piede,  però, sì, prendi una volta il treno alla stazione e ti accorgi che hanno rifatto tutta la piazza circostante e sono sorti dei modernissimi palazzi e tutto appare più bello e moderno. Sì, un'altra volta vai all'ospedale nuovo e vedi come è più comodo e bello rispetto al vecchio (per chi ha la macchina). Ancora, sì, un'ennesima volta  vai all'outlet e ti accorgi di tutto quello che gli hanno costruito attorno, così pensi che ormai il vecchio Borgo San Donnino sia sempre più una cittadina con tutti i crismi. Però, appunto, un giro vero e proprio per il centro della città erano minimo quindici anni che non lo facevo. 

L'ho fatto oggi e mi è morto il cuore. Quasi tutti i negozi "storici" sono spariti, quelli che ne hanno preso il posto mi sono parsi scialbi, sicuramente meno curati, meno da "centro". Comunque anche questi non erano molti, dove i locali non erano vuoti, una sovrabbondanza di negozi etnici (ma quanti kebab mangia la gente?), self-service e negozietti che riparano cellulari.

Capiamoci, non è che abbia qualcosa in particolare contro queste attività: il problema sarebbe esattamente lo stesso se al posto dei dieci kebab ci fossero dieci negozi di würstel bavaresi. Ma, a parte descrivere un dato di fatto, queste attività mi paiono semplicemente il segno più evidente del cambiamento. Quando al posto di decine di attività diverse, ciascuna con la propria clientela e la propria funzione, trovi sempre più spesso le stesse tipologie di negozio, le stesse che trovi in mille altri centri, il luogo perde inevitabilmente parte della propria identità.
 

Ho passato l'adolescenza a Busseto, che era ed è un gran bel paesone, ma per noi ragazzini dell'epoca, sul finire delle medie, Fidenza era un'altra cosa, quasi una città, un posto dove per quelli della nostra età si poteva trovare tutto ciò che poteva interessarci, musica, fumetti, videogame e un bel corso dove provare qualche approccio maldestro con le ragazze, lontano da occhi indiscreti di amici e conoscenti vari. Oggi mi sono reso conto che quella Fidenza non c'è più. E no, non è questione di nostalgia, non sto parlando di quello. Quello è un fenomeno normale e non starei qui a scriverne, ho provato a spiegarlo con l'esempio del mio paese: è lo scadimento della qualità della vita in quel luogo, quello di cui sto parlando; l'impoverimento del tessuto sociale.

E no, non vale che oggi era l'indomani di ferragosto, non so come spiegarlo, ma uno lo percepisce a pelle se qualcosa è legato al contesto o invece è qualcosa di più sistemico. Si nota l'abbandono, capisci se un luogo è meno frequentato di quando ci andavi tu, specie se appunto non lo vivi tutti i giorni. 

Ecco, qualcuno adesso dirà che è colpa dei centri commerciali, qualcun altro del commercio online, altri ancora faranno la colpa alle amministrazioni, che per eccesso di buonismo, hanno rinunciato a una politica di selezione e valorizzazione delle attività commerciali del centro, finendo così per consentire l’apertura di esercizi senza una vera valutazione della loro utilità per il tessuto commerciale e della loro capacità di contribuire alla vita del paese. 

Altri ancora diranno che questo è semplicemente il progresso e perciò bisogna adattarvisi, perché è così che vanno le cose. Ecco, io mi rivolgo proprio a questi. Ricordatevi dell'ascidia. Non tutto quello che è progresso è positivo per esseri pensanti. 


lunedì 3 agosto 2026

Gita a Pavia



 

Oggi ritorno a Pavia e, visto che gli impegni erano pochi, con mia figlia ne abbiamo approfittato per completare il tour della città interrotto a gennaio.

Se la volta scorsa, anche perché fuori programma, abbiamo preferito limitarci a fare un giro per il centro storico senza tappe specifiche, questa volta, evitando volutamente di soffermarci su quella che considero una ferita ancora sanguinante della città, il vuoto lasciato dalla torre civica, a mio avviso ricostruibilissima, in piazza del Duomo, ci siamo concentrati su due dei luoghi tra i più significativi dell'ex capitale longobarda, almeno secondo me: San Pietro in Ciel d'Oro e San Michele Maggiore.

Di San Michele, che dire?  Per me personalmente, l'arte, quantomeno in ambito religioso, poteva benissimo fermarsi col romanico e il gotico che ne sarei stato ben contento. Quelle mura massicce e austere che, nel gotico, grazie all'introduzione dell'arco a sesto acuto si fanno leggere, il chiaroscuro, l'uso sapiente della pietra. Lo ripeto: questi stili sono la quintessenza dell'architettura, e San Michele Maggiore è la quintessenza del romanico lombardo.

San Pietro in Ciel d'Oro invece, oltre ad essere uno straordinario edificio già di per sé, è il luogo che custodisce le spoglie mortali di Sant'Agostino, un gran santo, nonché uno dei miei idoli intellettuali. Un gigante senza tempo.

Ed è proprio mentre spiegavo queste cose a mia figlia che mi sono accorto di come il pensiero, in apparenza così etereo, se ben fondato è più durevole della pietra stessa: l'attuale San Michele risale circa al millecento, ovvero Nove secoli fa, e anche se ancora bellissima anzi forse lo è diventata di più, i suoi anni si notano tutti, a cominciare dalla facciata con i suoi bassorilievi tornati allo stato di abbozzi. È il tempo capriccioso che sulla pelle dell'uomo si impegna nello scolpire e nell'intagliare quasi fossimo pietra, mentre con quest'ultima si diverte a levigare, lisciare e arrotondare, cancellando così i segni lasciati dalla mano dell'uomo, quasi volesse restituirle una nuova giovinezza.

Il pensiero di Sant'Agostino invece no, benché con molta probabilità le pietre consumate che oggi costituiscono la basilica ai suoi tempi fossero ancora attaccate alla roccia madre, le sue parole restano ancora fresche e vive, taglienti e profonde come la prima volta che furono pronunciate. Fatte salve le conoscenze scientifiche e materiali, davvero pochissimo altro di ciò che ha scritto nelle sue lettere o nelle confessioni può considerarsi superato. Agostino è passato indenne al crollo del suo mondo e, con ogni probabilità, sopravviverà anche al nostro così che quando dei nostri bei monumenti non resteranno che ruderi, il suo pensiero si continuerà ancora a studiare con lo stesso immutato interesse.






mercoledì 29 luglio 2026

No, no e ancora no; un Paese in guerra col futuro

Nel mio comune d'origine, durante la pandemia di COVID-19 il sindaco ha emesso un'ordinanza per bloccare l'installazione delle antenne 5G. Sì, proprio così, avete letto benissimo, l'allora primo cittadino ha dato credito alle frange più estreme e rozze del complottismo.

vabbè! Pensai allora:  siamo in Sicilia, una spiegazione del perché la mia terra sta scivolando nel terzo mondo doveva pur esserci. A essere onesti, per migliorare la mia autostima di siciliano, subito dopo pensai che l'allora sindaco non poteva davvero essere così capra da credere veramente in queste cose, probabilmente ha scelto questa castrazione tecnologica per motivi di bieca politica.


Nel piccolo comune dove abito adesso, qui in Lombardia, una multinazionale ha espresso interesse per comprare nelle campagne circostanti l'area di un insediamento produttivo ormai dismesso, per trasformarlo, ampliandolo, in un immenso data center. Leggo oggi che il comune ha espresso parere sfavorevole. Con le scuole intercomunali costruite "a soli" un paio di km di distanza è un progetto troppo rischioso, per non parlare del consumo di tutto quel suolo, adesso ecologicamente impiegato nella produzione intensiva di grano turco.

Cos'altro posso dire: siamo un paese in guerra senza quartiere col futuro, convinto di tirare avanti mettendola nel culo al prossimo. Adesso, potrei fare un discorso sulla competenza, di come, oggigiorno, anche per gestire un paesino nel culo del mondo servono delle nozioni minime. Ma in realtà non è davvero questo il male, la competenza chi la vuole se la crea, non si chiede che siano i burocrati a progettare queste strutture, basta che siano in grado di valutarne il rapporto costi/benefici (ritorni elettorali esclusi).

Il fatto vero è che la nostra nazione odia il futuro, che questo sia rappresentato dalle nuove generazioni, ed infatti siamo il paese con le percentuali di natalità tra le più basse al mondo, o dalle tecnologie, poco cambia. La riprova: sempre nel paese dove vivo adesso, qualche decina di anni fa, una precedente amministrazione ha consentito un impianto di trattamento liquami senza problemi. Ok, si parla di un'altra amministrazione, di altro colore politico per giunta, ma cristo di Dio, siamo mille e trecento anime, l'umore generale è quello. La merda sì, i dati no.


Non voglio fare l'idiota entusiasta, né atteggiarmi a quello che la sa più lunga, so benissimo che dietro quei no ci sono anche delle problematicità reali, l'inquinamento elettromagnetico, il consumo di suolo, l'energia, eccetera. Però, il fatto è che il lavoro fa schifo, le industrie inquinano, deprimono e tutto quel mondo sporca. Non Stiamo parlando di costruire giardini o aree protette e perciò, sarebbe bello che queste cose venissero costruite distanti da noi. 


Ma come dicevano i latini: “Navigare necesse est, vivere non est necesse.”  noi siamo diventati il paese dei no:
No al nucleare,
No agli inceneritori,
No alle pale eoliche,
No all'alta velocità,
No alle acciaierie,
E adesso, no ai data center. E questo circolo vizioso non è un problema di classe dirigente, i due no ai referendum sul nucleare, e i vari comitati no-qualcosa, dimostrano chiaramente che il popolo in questa lotta contro la modernità è perfettamente allineato a chi lo rappresenta.



Nel mentre ci si lamenta che le condizioni di vita peggiorano, gli stipendi non aumentano, tutto si fa più duro. Ma per cosa pretendete che vi paghino? Per le vostre brutte facce? 

Un paese di santi, di poeti, di navigatori, di notai, commercialisti e sindaci, ai quali, forse troppo sazi, importa poco di tenere il passo,  pretendendo o illudendosi che a pagare loro le pensioni e a mantenerli nell'attuale stile di vita, saranno gli immigrati clandestini pagati tre euro l'ora per raccogliere pomodori.

domenica 19 luglio 2026

Gioielliere di Cuneo III post finale

Dopo i due precedenti post su Roggero, alcuni figuri, mi hanno scritto privatamente accusandomi che, prendendo le difese del gioielliere, "picchiatore di ex fidanzati delle figlie", ho mancato di pietà cristiana. Perciò ci tenevano a farmi sapere che non volevano più avere niente a che fare con un tipo come me. Mandare tal genere di messaggi all'altra gente, può capitare quando uno è soltanto un povero fesso, ma possiede un ego buono a gonfiare un dirigibile intero.

Allora, precisato che questo è uno spazio personale, quindi ciò che ci metto sopra è solo affar mio, e non implica minimamente che chi lo legga deve sempre essere d'accordo, che anzi, personalmente trovo stimolante leggere ciò che scrive chi la pensa diversamente, a patto che scriva di testa e non di pancia. Proviamo a rispondere. 


No, cari fessi, non ci siamo proprio; il cristiano è mite, non vigliacco: se un malintenzionato mi si avvicina con un coltello ed io ho con me una pistola, o comunque la possibilità di sopraffarlo, gli porgo il portafoglio per pietà, non per codardia.

Se invece il malintenzionato minaccia un mio caro, allora, col cazzo che gli porgo l'altra guancia, anzi lo metto in condizioni di non nuocere come meglio posso, e se ciò, in una persona non avvezza a tali situazioni, significa abbandonarsi all'istinto, come nel caso di Roggero, problemi di chi ha causato tale situazione: «Non est in potestate aggressoris moderari vim repulsam». A proposito, lo sapete che furono i fascisti in Italia a definire in maniera così rigida il concetto di proporzionalità nella legittima difesa (articolo 52 del codice penale Rocco)? Tornando ai cristiani, lo stesso Gesù reagì con durezza, nel constatare come fosse ridotto il tempio del Padre, non andò a lamentarsi con le autorità.

Ma tali persone, oltre a essere fessi, sono in aggiunta vigliacchi: infatti accusano il Roggero per una vecchia storia, dove, come ho riportato nel precedente post, avrebbe minacciato l'ex fidanzato della figlia e per questo avrebbe rimediato una condanna a due mesi di carcere. Insomma secondo loro quell'episodio dimostrerebbe che Roggero fosse un violento per natura. Si scopre oggi che il gentiluomo vittima di minaccia avrebbe malmenato la fidanzata, procurandole, sostengono alcune fonti, la rottura del timpano, per poi abbandonarla sul ciglio della strada.

Cioè, continuate a parlare di maschi tossici, e nel momento in cui un padre impartisce una sonora lezione a uno di questi elementi, voi ne prendete le difese?

Qual è il modello di padre che avete in mente, quello che dopo che un vigliaccone gli ha ammazzato la figlia, pretenderebbe che fossi io, solo perché maschio, anche se magari non ho mai fatto male a una mosca, a sentirmi in colpa, a chiedere scusa all'anima della ragazza. Ma andate a far ridere i polli. Vi è mai passato in mente l'ipotesi che la figlia del Ruggero sia uscita da quella relazione, senza altre conseguenze se non quelle di quella notte, proprio perché il padre è andato a dire il fatto suo all'ex fidanzato della ragazza?

Cosa mi dite? Che spetta sempre allo Stato far giustizia, che altrimenti sarebbe il far west? Davvero?

Mi dispiace per voi, ma con questa affermazione, non state proclamando chissà quale vetta del diritto, state soltanto dimostrando che oltre a essere malevoli e vigliacchi, siete anche delle neotenie, incapaci, quando le situazioni lo richiedono, di assumersi la minima responsabilità di quello che dicono. Gente che non ha gli attributi nemmeno per difendere la propria famiglia, e si nasconde dietro le sottane dello Stato



Lasciatevi spiegare una cosa: il diritto giuridico si sovrappone al diritto naturale, dal quale trae origine. Nel diritto naturale, l'uomo (e la donna naturalmente) è il solo padrone di sé stesso. Se questo si piega al diritto giuridico, rinunciando alle sue prerogative e riconoscendo che lo Stato è il solo autorizzato a fare uso della forza, lo fa nella convinzione che lo Stato la userà per proteggere chi gli ha conferito tale delega. Se lo Stato, specie in situazioni di emergenza, si dimostra sistematicamente incapace di esercitare tale potere per tutelarlo, allora il cittadino ha tutto il diritto di tornare alla legge di natura e proteggersi da solo.

È proprio qui, dove sostengo che Ruggero ha sbagliato. Dopo essere rientrato nella legge di natura, ha voluto subito tornare nel diritto giuridico, sperando che lo Stato, colto in fallo, riconoscesse che il gioielliere fosse tornato al diritto di natura, non per contrapporsi allo Stato, ma proprio a causa della sua assenza. Ho già spiegato perché secondo il mio punto di vista ciò era impossibile, perciò invece di perdere tutto dietro ai processi, avrebbe fatto meglio a mettersi al sicuro, in un paese più civile.

venerdì 17 luglio 2026

Gioielliere di Cuneo parte II

Non gli era però sfuggita la differenza strabiliante fra il comportamento dei detenuti membri del Partito e quello degli altri. I primi erano tutti, senza eccezione, silenziosi e terrorizzati, mentre i delinquenti comuni parevano ostentare la più totale indifferenza. Insultavano a gran voce le guardie, si dibattevano ferocemente quando gli sequestravano gli oggetti personali, scrivevano parole oscene sui muri, mangiavano di contrabbando cibo che tiravano fuori da misteriosi nascondigli nei vestiti, e arrivavano perfino a zittire con le loro urla il teleschermo quando tentava di impartire ordini. Altri, invece, sembravano andare d’accordo con le guardie, si rivolgevano a loro con soprannomi, le blandivano per farsi passare qualche sigaretta attraverso lo spioncino della porta. Dal canto loro le guardie, perfino quando erano costrette a usare modi bruschi, trattavano i criminali comuni con una certa tolleranza...
                                             G. Orwell 1984




Mi pare che il mio post di ieri su Roggero non sia stato compreso appieno, ed è stato letto dai più come una difesa ad oltranza del gioielliere pistolero.

Ma io in realtà non ho mai detto che Roggero fosse da assolvere, anzi ho ben specificato che è colpevole sia da un punto di vista morale, sia tecnico. Per tali motivi, anche secondo me era giusto infliggergli una qualche sorta di pena.

Quello che mi interessava in realtà era tentare di far capire come in questo caso vi fossero ottimi motivi per condannarlo a una pena meno drastica, perché quando a un uomo di quella età gli butti sulle spalle quattordici anni di carcere e il risarcimento di tre milioni di euro, non hai soltanto condannato lui definitivamente, ma hai rovinato un'intera famiglia. 

Allora c'è da chiedersi perché, una giustizia spesso accusata di essere troppo tenera con i malfattori, questa volta ha voluto essere inflessibile. La risposta che mi sono dato ed ho tentato di esporre è che il potere costituito può permettere tutto, tranne che il cittadino, specie di classe media abbandoni il suo stato di rassegnazione e provi a ribellarsi. Chi ci prova, se innocente verrà comunque perseguito fino all'ultimo grado di giudizio. Se colpevole, sarà punito con una pena esemplare.

Sono puttanate le affermazioni di chi sostiene che la pena edittale per un solo omicidio volontario in Italia è 21 anni di reclusione, e il Roggero ne avrebbe ammazzati addirittura tre. Lo ripeto l'uomo ha 71 anni, sarebbero bastati anche meno anni di carcere per condannarlo a vita, e con tre milioni di euro di risarcimento, sommando anche le spese sostenute in questi anni per i processi, la famiglia e bella e rovinata. Chi dice che volendo si poteva essere più severi, sta praticamente affermando che si poteva infierire sui cadaveri.

Ciò mi porta a credere che, evidentemente, l'obiettivo principale della classe dirigente di questo paese è quello di preservare lo status quo: un balordo o un criminale, nel compiere i propri misfatti si autoesclude dalla società, un gioielliere che stanco dell'ennesima rapina decide di farsi giustizia da solo no. Per questo con i primi si può essere anche lassisti mentre con il secondo assolutamente no. Con i dovuti distinguo, stiamo assistendo alla stessa logica del perché a una famiglia problematica, che fa vivere i figli in situazioni di degrado, nessuno dice niente, mentre a una famigliola che decide di vivere in mezzo al bosco, gli sono stati portati via.

Questa vicenda come ho già scritto, serve a istruire la gente che alla fine a sopportare in silenzio, a farsi i fatti propri, ci si perde di meno. E non serve a nulla la rabbia che sta montando in queste ore, stanno già procedendo a incanalarla, ci stanno pensando Salvini e Vannacci.  Allo stesso modo in cui il movimento cinque stelle, ai tempi incanalò la rabbia e lo scontento per la crisi economica e il governo Monti. 

Mi dispiace per gli amici del movimento, il quale magari inizialmente sarà nato davvero come partito antisistema, ma dopo che in una sola legislatura per governare si è seduto assieme a tutti i partiti dell'arco costituzionale, se pensate veramente che lo sia rimasto, dovreste forse farvi qualche domanda.


Ma in fin dei conti come concludevo anche nel precedente post, è giusto così, lo penso ancora di più oggi, dopo aver visto le reazioni dei colpevolisti: appena l'apparato ha tirato fuori una vecchia storia di Roggero, dove questo non si capisce bene se malmena o minaccia con un'arma, non si capisce ancora, se l'allora fidanzato o l'ex fidanzato della figlia. È partito un coro di ossessi che riportando tale storia già diagnosticano pregresse tare criminali al gioielliere. Ricordiamolo: stiamo parlando di gente che per lo più vorrebbero far passare l'idea che ogni uomo etero è un potenziale femminicida o, minimo uno stalker. Ma in questo caso no! Il fidanzato o l'ex fidanzato, ripeto le fonti sono confuse, non si capisce niente, minacciato da Roggero era sicuramente un bravo ragazzo. 

Allora cosa volete che vi dica: siamo in democrazia, se questo sistema continua a esistere, è perché evidentemente gode di un consenso molto più ampio di quanto molti siano disposti ad ammettere. Roggero è stato un imbecille dopo aver fatto quello che ha fatto ad affidarsi alla giustizia italiana; la sua linea difensiva faceva acqua da tutte le parti, ma anche se si fosse semplicemente appellato alla clemenza della corte, il suo destino era comunque segnato. 

giovedì 16 luglio 2026

Gioielliere di Cuneo

Così, alla fine, la vicenda del settantunenne gioielliere cuneese si è conclusa nel modo più prevedibile possibile, ovvero con la sua condanna al carcere e il conseguente risarcimento milionario ai parenti delle "vittime". Tecnicamente nulla di sbagliato, per carità. Non si può negare che ha rincorso e ammazzato due persone mentre scappavano, mica robetta.


Vedete, per un periodo ho avuto la passione per gli orologi vintage, non roba costosa, magari! Solo orologi vecchi, quelli da mercatino delle pulci per capirci. Ciò mi ha fatto entrare in confidenza con una coppia di anziani gioiellieri-orologiai, ormai defunti entrambi, del paese dove risiedevo prima, Busseto per essere precisi. E questi signori, si dà il caso, anni prima hanno subìto una rapina e, quando siamo entrati appunto in confidenza, tra le altre cose mi hanno raccontato anche tale esperienza.


Chiariamolo subito, non è roba da film. Intanto l'azione è terribilmente lenta, quei minuti non passano mai, l'adrenalina non accelera, rallenta. Poi i rapinatori non sono gentiluomini, ma menano, e menano forte. Menano ancora di più se hanno il sospetto che stai nascondendo i gioielli più preziosi, spoiler: lo sospettano sempre. Nel menare, l'adrenalina scatta anche in loro, e questo ne aumenta il sadismo, tu piangi terrorizzato e loro menano più forte.


Se poi dovesse capitare la sfortuna che il bottino sia sotto le aspettative, questi qua non è che vengano colti da un po' di empatia e magari dicano: «Stiamo rapinando un disgraziato come noi», tanto più che è una gioielleria di paese, mica Montenapoleone, ma si incazzano ancora di più e menano più forte, Intanto oltre a non saper se ne uscirai vivo, assisti impotente allo stesso trattamento rivolto a chi vuoi bene.


Anche in virtù di questa esperienza, il fatto, secondo la mia modesta opinione, è che la giustizia non può essere solo tecnica. In questo caso, ad esempio, quantomeno bisognava tenere un po' più in conto che Roggero non è andato a cercare rogne, ma sono le rogne che sono andate a cercare l'uomo.

C'è poi il fatto che il tizio in questione fosse alla sua quarta rapina, come vittima, intendo, dovrebbe significare qualcosa, non credete?  Perché magari, dopo esperienze del genere, per giunta ripetute, nonostante quello che dice gente che invece considera un trauma tremendo l'essere chiamato con un pronome sbagliato, mi pare tutto sommato comprensibile che, arrivati a un certo limite, possa partire lo schizzo.


Ma poi mi ricordo che siamo in Italia e allora, proprio per il fatto che il Roggero si sia ritrovato così spesso in situazioni del genere e non abbia imparato nulla, se devo essere sincero, mi fa pensare che in fin dei conti gli stia bene, che si è meritato la pena che gli è stata inflitta.


Lo dico perché penso che, se uno è minimamente sveglio, dopo quattro rapine poteva anche arrivare a capire che forse l'apparato repressivo in Italia non serve a proteggere il cittadino, ma a ricordargli invece che esso è un suddito: perciò, in quanto tale, egli deve solo ubbidire e non rompere il cazzo. Ormai i casi sono centinaia, anzi, che dico, sono migliaia, troppi, per non comprendere che questo sistema conta sul fatto che il bravo residente ha troppo da perdere per ribellarsi. La morale che deve passare da questa storia, come altre simili, in fin dei conti è una e una sola: e cioè che, a Roggero, così come a chiunque altro al suo posto, sarebbe convenuto tacere e subire passivamente il torto, perché in tal modo avrebbe perso di meno.

Io non so come mi sarei comportato al posto di Roggero in una situazione simile. A essere completamente sincero, penso ancora che non sarebbe stato giusto che se la cavasse con un'assoluzione piena dopo due omicidi a "sangue tiepido"; considerata anche l'età, un affidamento ai servizi sociali o qualcosa del genere sarebbe stato opportuno e giusto. Ma so per certo che, la condanna che gli è stata inflitta è una condanna educativa verso i molti che per un motivo o per l'altro "si fanno idee strane". 


Perciò dico che personalmente se mi fossi trovato al suo posto dopo una vicenda del genere, non avrei perso tempo con la giustizia e i tribunali. Avrei cercato di disfarmi di tutto e presa la mia famiglia, me ne sarei andato lontano dall'Italia. È così che funziona il sistema ormai, e non si può più riformare, c'è solo da augurarsi che crolli su se stesso.




lunedì 13 luglio 2026

Pestaggi

Sta facendo scalpore in queste ore un video di un tesserato di futuro nazionale, che dopo aver invitato a liberare la strada che stava bloccando, avendo invece ricevuto insulti, malmena una persona di nazionalità straniera in evidente stato di confusione mentale.

Sì vabbè, non bisogna essere particolarmente intelligenti per capire che tutta l'operazione è un'evidente montatura mediatica, utile a suggerire a chi legge che per qualche non meglio specificata proprietà transitiva, se un tesserato del partito di Vannacci è così, lo sono anche tutti gli altri.

Infatti preferisco non commentare la vicenda in sé. Basta rivedere la scena per avvertirne tutto lo squallore. Quello che mi fa specie invece, sono certi commenti dei progressisti che si dichiarano e sono sinceramente scioccati dalla violenza di quanto accaduto. Il fatto è che questi sono spesso le stesse persone che sostengono che bisogna riarmarsi e "riscoprire le doti guerriere della nostra civiltà". Mi perdonerete se non sono riuscito a trovare di meglio che la citazione di certo Scurati, quale esempio esplicativo di tale linea di pensiero. Poi però, gli stessi, rimangono sconvolti nel vedere la violenza rientrare nel quotidiano. Ma cosa pensano? Che per difendersi dalle “autocrazie” basti organizzare un Pride sui campi di battaglia? Magari tracciando preventivamente un segno sui confini con gessetti rigorosamente colorati?

Se davvero si vuole riportare una cultura militare di massa in Europa, dovremmo tutti ricordarci che la guerra non è fatta da eroi tipo Hollywood: queste sono appunto eccezioni, ed è per tale motivo che li ricordiamo, eclissandone per giunta i molti lati oscuri. La guerra, il militarismo, quello serio, si nutrono di persone dure, violente e moralmente riprovevoli, perché sono proprio individui di questo tipo che hanno i requisiti necessari per affrontare la brutalità del combattimento. È gente così che alimenta le trincee.

Il difensore della democrazia, il soldato gentiluomo, l'eroe omerico. Sono solo delle idealizzazioni romantiche e false: in realtà Achille era uno stupratore, Agamennone un figlicida, Alessandro un ubriacone sporco del sangue dell'amico, Napoleone un macellaio, e tutti gli altri delle canaglie anche peggiori di quelli che ho nominato. la cavalleria quella vera, quella che ha plasmato l'Europa, fu un privilegio di pochi e per poco tempo. Per giunta non di rado nella vita dello stesso cavaliere fu un ideale appena intravisto, piuttosto che uno stato pienamente raggiunto. le Giovanna d'Arco, i Luigi IX, furono casi davvero eccezionali, e comunque a loro fianco combattevano i Gilles de Rais.

se davvero sperate che l'Europa faccia ancora propria la cultura della guerra, non fatevi illusioni è questo il mondo che vi aspetta.




giovedì 9 luglio 2026

Terrone!

Mi è stato fatto (poco) gentilmente notare che essendo io meridionale emigrato al nord, sono solo uno stupido ipocrita a parlare con disprezzo dei migranti. Che ai tempi della grande diaspora meridionale, noi siamo stati accolti con lo stesso odio e d'altronde, ne abbiamo combinate di peggiori, e bla bla bla; Insomma, sarei il classico asino che da del cornuto al bue, uno di quelli che dopo aver tratto vantaggio dal fatto di essere emigrato, vorrebbe negare questa possibilità agli altri. 


Allora cerchiamo di chiarire due o tre cose:
Punto primo, non mi pare di aver scritto nulla di offensivo o razzista contro i migranti o qualche gruppo etnico in particolare. A dire il vero non ho mai parlato male nemmeno dell'immigrazione in sé, che entro certi margini considero un fenomeno fisiologico e positivo, in quanto occasione di scambio culturale. Semmai ho parlato male dell'immigrazione di massa. Comunque sempre da un punto di vista sociologico. Inoltre, riguardo "alle peggiori" causate dai meridionali, non sono certo io a volerle nasconderle, anzi mi pare di averle usate come uno degli esempi quando ho scritto di seconde generazioni. Non sono mica un Saviano qualsiasi quando accusava i lombardi che anche qui c'è la criminalità organizzata, scordandosi però di spiegare che si tratta di un prodotto di importazione. 



Detto questo, sarebbe facile vincere la disputa in maniera retorica, ricordando che in paesi di ben altre dimensioni, come ad esempio gli Stati Uniti, nemmeno per gli spostamenti da uno stato all'altro, si parla di migrazione, semmai di trasferimento. Ma non sarebbe giusto fino in fondo usare tale argomento nel caso italiano, perché effettivamente la migrazione meridionale di quegli anni, aveva gli stessi scopi dell'immigrazione estera attuale: rifornire il mercato di manodopera poco qualificata e a buon prezzo. 



Eh si, a certi livelli vedo di cattivo occhio anche la migrazione interna, in particolare proprio quella che nel dopoguerra portò tanti meridionali a trasferirsi in Alta Italia. Sebbene per le singole famiglie l'essersi 
spostati al nord ebbe sicuramente effetti molto positivi, una emigrazione così massiccia, positiva non lo fu per il sud nel suo insieme. Detta come va detta considero questo fenomeno una delle concause dell'arretratezza del nostro meridione. Non è un caso se prima ho usato il termine "diaspora". Allo stesso modo anche per il nord, questo afflusso immenso di persone significò assistere a una traumatica trasformazione delle città, con un colossale processo di cementificazione e una crescita urbana disordinata, accompagnata da fenomeni di degrado e tensioni sociali, di cui ancora oggi sono afflitte certe periferie. Inoltre, paradossalmente uno sviluppo più equilibrato del sistema industriale su tutto il territorio nazionale, nel lungo periodo avrebbe evitato al nord quella perenne "fame di manodopera" che è uno dei cavalli di battaglia di chi sostiene questa immigrazione caotica. 



Insomma, fu un processo che magari produsse benefici individuali enormi, ma soprattutto costi collettivi che ancora oggi paghiamo. Perciò non un modello da ripetere su scala globale, con in più un'aggravante: oggi, non stiamo importando solo esseri umani, ma interi modelli culturali con le proprie radici storiche.


Ed è proprio quest'ultimo fatto che riduce a nulla la stupida obiezione che mi è stata mossa: benché  qualcuno faccia fatica a capacitarsene, noi fottuti terroni siamo comunque italiani. PER QUANTO RIGUARDA LA CULTURA ALTA, FEDERICO II, DANTE E SANT'AMBROGIO SONO PERSONAGGI CHE SENTIAMO NOSTRI, ESATTAMENTE COME LI SENTE PROPRI UN FIORENTINO O UN MILANESE. Le differenze tra un italiano del nord e uno del sud, parimenti istruiti sono appunto, differenze regionali.  



Per quanto riguarda la cultura bassa, quella più coinvolta nei fenomeni migratori di questo tipo, è vero, avere a che fare con i meridionali di allora, per gli italiani del nord, fu un vero e proprio shock. Per certi versi la diversità culturale che li turbava non era meno profonda di quella che oggi imputiamo agli immigrati. Ma quelle differenze, per quanto estranee a un torinese, erano già dentro i confini della nostra storia comune. Così come i vari, San Carlo Borromeo, il panettone o la FIAT, anche i San Gennaro, la tarantella e la salsa di pomodoro, portati al nord dagli immigrati, hanno diritto di esistere dentro il perimetro nazionale: così come per le scelte buone, sia che per quelle cattive, che ha compiuto questa nazione dall'anno della sua nascita ad oggi, il meridione d'Italia, ha pagato o goduto, allo stesso modo di tutti gli altri; per l'unità del paese abbiamo rinunciato al nostro sovrano e accettato il re Piemontese. Quando questo ce l'ha ordinato abbiamo versato il nostro sangue per difendere il Piave e più avanti  ci siamo presi sulla testa le bombe alleate prima e durante lo sbarco in Sicilia. Dunque le nostre tradizioni sono patrimonio culturale di questo paese, un pezzo diverso del puzzle che lo compone, non delle stranezze da sopportare per puro spirito tolleranza. 



Perciò cari amici progressisti che mi rammentate che proprio io, in quanto meridionale che vivo a nord, non ho diritto di parlare d'emigrazione. Come se il meridionale fosse per sempre marchiato come “migrante”  e non come cittadino italiano a pieno titolo, una specie di ospite perenne a cui è negato il diritto di parola su un tema nazionale, che dovrebbe tacere e mostrare gratitudine. Sappiatelo non avete trovato una buona argomentazione per ribattere, avete semplicemente dato l'ennesima conferma  dei vostri pregiudizi. 


Quindi, Invece di pensare a espedienti per limitare la libertà d'opinione, sarebbe opportuno, avere l'apertura mentale per accettare anche i punti di vista più diversi. Perché nel nostro paese non solo la storia condivisa, di cui ho parlato nel post, ma anche la biografia personale, proprio quello che si voleva usare a pretesto per limitarla, vale a darci il pieno titolo per partecipare al dibattito. Come nel caso di quei cittadini, che non per nascita, ma per scelta consapevole hanno deciso di rinunciare alla propria cultura d'origine e abbracciare la nostra. Perché l'appartenenza può avere anche radici diverse, ma quel che importa alla fine e che nutrano tutti il medesimo albero.

domenica 5 luglio 2026

La distinzione: critica sociale delle idee


...«Be', mi sembra davvero disgustoso. La gente di colore ignora tutti i vantaggi che ha avuto in questo paese. Ve lo assicuro. In Inghilterra non ci sono molti uomini di colore in uniforme di poliziotto, e molti meno diventano importanti funzionari dello stato, come qui. Insomma, ho letto un articolo l'altro giorno. Ci sono più di duecento sindaci di colore in questo paese. E quelli lì maltrattano il sindaco di New York. Certa gente non sa quanto sta bene, ve lo dico io.»
 Scosse la testa con rabbia.
 Kramer e sua moglie si guardarono. Lui era certo che Rhoda stesse pensando la stessa cosa.
 Grazie a Dio! Che sollievo! Ora potevano respirare liberamente. Miss Efficienza era faziosa, intollerante. Di questi tempi la faziosità era assai disprezzata. Era segno di un'origine modesta, di casa popolare, di classe sociale inferiore, o dì cattivo gusto. Perciò essi erano superiori alla loro bambinaia inglese, dopotutto. Che grandissimo sollievo!
    
                       Tom Wolfe il falò delle vanità 




Ieri sera con mia moglie stavamo guardando su una tv locale un servizio che parlava di come, non più solo le grandi metropoli, ma anche le strade di certe cittadine di provincia, si erano riempite di accampamenti di immigrati. Condizioni di vita di un tale degrado e squallore che francamente farebbero pena anche se si parlasse di animali, figuriamoci per gli esseri umani. Finito il servizio, si torna in studio per discutere di remigrazione. A un certo punto del dibattito, il politico progressista ha invitato quello di destra, visto che non voleva gli immigrati, a mandare i propri figli a raccogliere pomodori sotto il sole per tre euro l’ora.

Al che mia moglie sbotta ed esclama: “le cose sono due: o questo qui è un cretino e, oltre a non vedere le condizioni di vita di questa gente, non si rende neanche conto del significato delle parole che gli escono di bocca. Oppure in realtà degli immigrati non gli interessa nulla.” “La seconda che hai detto”, rispondo io, “ma in un senso particolare, di cui probabilmente non si rende neanche conto. Per me il suo ragionamento è questo: premesso che si tratta di un politico di piccolo cabotaggio, lui è di sinistra, sa che le élite progressiste, dominanti nel suo ambiente politico, sono per l’accoglienza. Personalmente in realtà non è che abbia studiato la questione, ma accogliere suona positivo e, poi, è vero che in Italia c’è carenza di manodopera, perciò, per emergere, non farà fatica ad aderire allo slogan: ‘accogliamoli tutti’”.

Ed è così che questioni come l’emigrazione, il globalismo eccetera diventano simboli di appartenenza. Non è un problema moderno: i temi cambiano ma gli ingranaggi sono sempre gli stessi.

Generalmente il processo funziona così: ci sono le idee e con questo termine possiamo includere quasi tutto, dalle mode alle ideologie fino alle religioni. Queste idee si affermano e diventano patrimonio comune. Dopodiché alcuni eccentrici, i creativi, propongono “deviazioni sul tema”; generalmente queste deviazioni vengono riassorbite e diventano curiosità storiche. Alcune di esse però, a volte per pura casualità, a volte perché permettono di distinguersi, vengono adottate dalle classi dominanti che le trasformano in un carattere distintivo, un segno di appartenenza, rendendole così dominanti all’interno del proprio gruppo. Infine ci sono gli emulatori, quella categoria di persone che ambisce a diventare élite ma non lo è ancora, che le adottano, una volta validate, per segnalare il desiderio o l’ambizione di appartenere a quel gruppo, facendo diventare queste idee un fenomeno di massa.

Il discorso sull’immigrazione, a mio avviso, può perfettamente essere fatto rientrare dentro queste dinamiche. Naturalmente con ciò non possiamo concludere il discorso: non si può parlare di immigrazione senza tenere in considerazione, magari epurandolo da quella intenzionalità che gli viene attribuita dal filosofo, il concetto di “esercito industriale di riserva” formulato da Marx.

Però, appunto, tenendo in considerazione tutto ciò, personalmente a me appare chiarissimo che l’immigrazione è diventata un tema distintivo delle élite progressiste e non lo è diventato per motivi umanitari, ma per l’esatto contrario: la sua esclusività. L’arrivo di persone con culture significativamente differenti, superata la capacità di assimilazione, diventa un processo dannoso per la società che la subisce, una verità storica così autoevidente che il solo contestarla mi pare indice di faziosità. Non è un caso che, superata una certa soglia, i posteri parleranno di invasione; non penserete forse che quei disgraziati Goti, che sfuggivano dagli Unni, volessero davvero sfidare l’impero romano, vero?  In tal senso appare del tutto superflua l'argomentazione di chi sostiene che le genti nuove possono apportare nuove energie; è vero grazie ai barbari l'espansionismo occidentale ebbe nuovo slancio edè arrivato a conquistare il mondo, ma fu l'Europa a compiere l'impresa, non più Roma. Così come non credo che la consapevolezza che gli Stati Uniti d'America siano il primo paese del mondo, consola i nativi americani di quello che hanno perduto.

Perciò, dicevo, Il continuare a sostenere certe politiche migratorie superate determinate soglie, comunica che chi l’appoggia è al di sopra di certe dinamiche, allo stesso modo di un aeroplano che sorvola un incendio senza rischiare di esserne coinvolto. Nemmeno se si mettesse a spargere benzina sotto. 


Arrivati a questo punto, si potrebbe anche parlare di come il principale scopo del potere sia quello di conservare se stesso, anche a discapito della società che gli permette di essere. Ciò è dovuto proprio al fatto che spesso certe scelte, certe ideologie, entrano nelle agende delle élite per vie traverse ed hanno effetti dannosi sulla società nel suo insieme. Ma una volta diventati dominanti, costringono le élite stesse a scegliere se ripudiarli, col rischio di emarginarsi, oppure aderirvi, finendo trascinate in un circolo vizioso che rischia di distruggere le fondamenta stesse su cui il potere si basa.



Bibliografia minima:
Tom Wolfe: Il falò delle vanità
Pierre Bourdieu: La distinzione. Critica sociale del gusto
C. Wright Mills: L’élite del potere
Mancur Olson: La logica dell’azione collettiva


lunedì 29 giugno 2026

Cani

Si dice che esiste un modo infallibile per sgridare un cane e fargli capire immediatamente che ha sbagliato. A patto naturalmente che si tratta di una vera marachella dell'animale e non di una nostra dimenticanza. no, se fatto in maniera appropriata, non è un procedimento particolarmente violento, né complicato, beh naturalmente bisogna usare un po' di cognizione, se siete di quelli che quando avete appreso che i ragazzini discoli vanno tirati su per le orecchie, e nel mettere in pratica il consiglio, vi è rimasto un pezzo cartilaginoso in mano, è meglio che lasciate perdere. Comunque il metodo consiste nell'afferrare la bestia per la collottola, sollevare la pelle per quel che si può è nel mentre sgridarlo. 

A quanto pare, dopo questo trattamento il cane ci penserà due volte prima di compiere ancora la stessa azione. 

Non pensate però con questo sistema che  andrebbe usato il giusto, ovvero per cose effettivamente gravi, di aver acquistato ulteriore autorità verso l'essere. In realtà questo metodo è così efficace perché era così che ai tempi lo sgridava la sua mamma.

Mi ha sempre fatto tenerezza pensare a questa cosa; vedere cani grandi e grossi, spesso testardi, ridimensionati immediatamente nel loro ruolo. Gli esperti spiegheranno che il tutto è dovuto ad un riflesso, l'animale si sentirà umiliato, che questo sistema non farà altro che provocare paura e stress nell'animale. Non contesto, d'altronde a cos'altro possono essere serviti i miliardi di anni di evoluzione, se non a far si che le specie viventi, i predatori in particolare  in quest'anno del Signore duemilaventisei, si sentano impauriti e stressati al più piccolo trauma. 

Però resta un lato di me a cui piace pensare che il vero motivo di questo comportamento nei cani sia nel vedesi, loro grandi e grossi, ridimensionati al ruolo di cuccioli. Non sono un'addestratore, ma mi piace credere che in quei momenti, anche nei cani più feroci, scaturisca un effetto Madeleine che li riporti all'infanzia, a quei giorni che secondo l'etologia moderna, se portati correttamente a termine dovrebbero essere ormai chiusi. Ma chissà se è veramente così, o invece anche loro non provino un po' di nostalgia per la loro mamma. 

ps
Nessun cane è stato afferrato per la collottola, per scrivere questo post, ne tantomeno per scattare le immagini ad esso allegate.

domenica 21 giugno 2026

Di corna ed altro

Primo episodio: conversazione con dei ragazzini, anzi con giovani uomini, visto che sono universitari, si parlava di cittadinanza e cose così. Ad un certo punto, per metterli alle strette, gli domando: "ma scusate, secondo voi, se domani a un'eschimese gli salta il grillo e sentendosi tedesco si trasferisce a Berlino, il governo tedesco dovrebbe dargli la cittadinanza, senza metterlo alla prova? "

Risposta corale: "certo, se uno si sente di quel paese, vive e paga le tasse li, è giusto che lo stato gli dia la cittadinanza."

Ascoltato ciò ribatto: "avete un concetto strano di cittadinanza, ma scusate, sempre secondo voi, un cittadino tedesco di questo genere, che non conosce ne la cultura ne la storia di quel paese, e probabilmente non ne condivide nemmeno le usanze. In caso scoppi una guerra, pensate che uno così, sia disposto a partire e rischiare la vita per quel paese, oppure non ci pensa nemmeno e se ne va da un'altra parte?"

Il più sveglio mi risponde: "che c'entra il combattere e morire. Normale che se scoppia una guerra faccia bene ad andarsene. Comunque per quello ci sono i militari."

Mi pare ci sia poco da commentare, è ovvio che per questi ragazzi, lo stato, la comunità, il popolo di cui "si fa parte", sono istituzioni alla stregua di una banca, un azienda di cui si usano i servizi finché conviene, quando non conviene più, si cambia fornitore del servizio e via. 

Secondo episodio: Leggo in rete, una storia con molta probabilità inventata: racconta di una donna che tradisce il marito e gode proprio nel fatto di tradirlo, al punto che durante  l'amplesso lo chiama al telefono. Un incauto lettore commenta: sono episodi del genere che spesso scatenano certi delitti passionali.

Naturalmente lo hanno massacrato.  D'altronde cos'altro c'era da aspettarsi?  In una società zoologica, a differenza della pratica, sono davvero eccezionali i motivi, per cui secondo i suoi membri valga la pena uccidere o morire. Tanto più che con buona probabilità, molti degli uomini e delle donne che hanno commentato, non sono così diversi dalla fedifraga, quindi per ogni evenienza - avranno pensato - meglio tutelarsi.

Fra i tanti, il commento che mi ha colpito di più è il seguente: " lei giustifica il femminicidio, si vergogni, esiste il divorzio", Non ce l'ho fatta e ho risposto: "il divorzio, esisteva anche per la suina", beh, forse sto riportando la citazione in maniera meno colorita rispetto l'originale. Comunque dubito lo stesso che avrebbero capito il senso della battuta; si chiederanno perché doveva essere la donna a divorziare, di fatto mica era lei che stava rimettendoci. Alla fine concluderànno che giustifico l'idea del delitto. Non c'è da biasimarli, Per capire perché doveva essere lei a divorziare, dovrebbero poter scorgere il nulla che è rimasto al posto di certi gesti estremi, dovrebbero capire che il matrimonio non è solo questione di istinti da soddisfare dopo aver stipulato un contratto fra le parti, che ancora più importanti sono i doveri reciproci, soprattutto i doveri morali.



Non vorrei spingermi così oltre da prendere una breve chiacchierata e dei commenti letti su internet (per quanto significativi) e assurgerli a paradigma del disfacimento della nostra civiltà. Ma certamente mi paiono utili per aiutarci a intuire il disastro esistenziale di questa epoca. concetti come la fiducia, l'onore, il dovere. Con il pretesto della sacralità della vita, sono stati marginalizzati, a tal punto che alcuni di questi concetti, oggi sono diventati socialmente sospetti, quando non addirittura disdicevoli. Ma avendo fatto ciò, svuotando di significato sociale i rapporti tra le persone, e in alcuni casi addirittura con sé stessi, stiamo privando la società stessa di significato riducendo la vita stessa in un qualcosa di non umano, istintivo, in ultima  analisi, in qualcosa di puramente animale, dove la sopravvivenza e la convenienza, prevalgono su quasi tutto. Per il resto, c'è il divorzio, non inteso come alternativa civile con cui terminare un rapporto, extrema ratio per gestire un fallimento nel modo meno distruttivo possibile, rispettando la dignità dell’altro.  Ma solo comodo strumento, con la quale la parte che si ritiene svantaggiata può scindere l'accordo.


Poco mi convince chi dice che il paradigma è cambiato perché finalmente abbiamo capito l'importanza, la sacralità, della vita umana. Che tale cambio di vedute è stato un progresso, perché con i vecchi valori la società tendeva a generare faide e arbitri emotivi. le faide, le vendette private, "la giustizia fai da te", non Sono il frutto di qualche ordine sociale tarato. Sono il risultato dell'incapacità della società, e in ultima analisi dello stato, di garantire adeguata soddisfazione alle parti lese. Tali generi di argomentazioni, sono soltanto la scusa con la quale, invece di attualizzare i valori si è preferito assassinarli.


No, non abbiamo finalmente capito la sacralità della vita umana, se non forse la nostra, quella dei più intimi, se altruisti. Abbiamo semplicemente dimenticato la sacralità di tutto il resto.
Ripeto: tutta questa voglia di buttare acqua sul fuoco, dipende solo dal desiderio di preservare uno status quo che appare comodo, Senza troppe turbolenze, 


La verità è che a spingere verso questo cambio di paradigma, non è stata una maggiore consapevolezza di quanto sia importante la vita umana. Ma l'iper-individualismo, alimentato dalla convinzione che non c'è null'altro al di fuori di quello che possiamo sperimentare con i nostri sensi o i nostri strumenti.
se questo genere di persone avessero la garanzia dell'impunibilità, non oso immaginare cosa farebbero per difendere i propri interessi. 

Un esempio per smascherare l'ipocrisia? Le belle parole di questi progressisti sugli immigrati; finché pagava lo stato, professavano l'accoglienza illimitata, quando il comune di Roma, in perenne ristrettezze, ha indetto un bando per fare ospitare i migranti, gratuitamente a chi avesse spazio, in tutto il territorio della metropoli, hanno aderito solo in quattro. 


Se davvero si auspica ad una rinascita della civiltà, Prima di tutto è  necessario auspicare la rinascita di un senso, di una ragione che ci ancori al mondo, non solo come passeggeri casuali. Ma questa ragione non può ne spuntare dal nulla, ne essere imposta per legge. Può solo essere testimoniata, vissuta, insegnata.
Perché in una società dove non c'è nulla per cui vale la pena mettersi in gioco se non addirittura morire, cosa ci darà la forza con cui continuare a vivere? 

giovedì 11 giugno 2026

Sui fatti di Belfast

Sto seguendo con interesse i fatti che stanno capitando nell'Irlanda del Nord, dove qualcuno ha intravisto addirittura un risveglio dell'identità europea. Sarà, ma personalmente quel che sta succedendo, mi pare solo un ottimo esempio del perché le masse, senza una elite in grado di indirizzarla, sono solo un'animale folle, in balia del primo Masaniello capace di eccitarla. Il mito del popolo oppresso, che si redime da sé, facendo pagare tutti i torti agli oppressori, è duro a morire, ma prima o poi, confido che riusciremo a liberarcene.


Intendiamoci, io non condanno le violenze in sé: i paesi seri hanno in costituzione il diritto dei cittadini ad abbattere il tiranno con qualsiasi mezzo reputino opportuno. solo un paese come il nostro, che pur di suo ha come mito fondativo quello della resistenza, ma che in fondo in fondo considera i propri cittadini come dei servi. Non Ha ritenuto opportuno fare cenno a questa possibilità dentro la sua costituzione. Quindi dicevamo non è la violenza in sé il problema, è la violenza insensata che fa orrore.


Prendiamo questo caso specifico: succede che un emigrato squilibrato, senza motivo, tenta di decapitare un passante, e la gente giustamente si incazza. Ma con chi se la prende? Con altra gente ancora più disgraziata di loro: gli emigrati.


Ma dico io, avete voglia di alzare le mani, di cambiare questo stato di cose, di fare casino? Ma prendetevela con i veri responsabili di quello che succede: la classe dirigente. Contro le sedi del potere  dovevate prendervela, mica contro le case di poveri disgraziati.


Così come stanno agendo, gli unici risultati che otterranno, sarà quello di suscitare lo sdegno da parte della popolazione moderata, e seminare ancora più odio tra le vittime di questi pogrom. Mentre invece materialmente, per quanto riguarda la gestione del fenomeno emigrazione, non cambiera una cippa di niente. 


Quella che si sta instaurando è la logica degli animali da combattimento, che una volta liberati nell'arena invece di scagliarsi contro i loro  aguzzini, si avventano l'uno sull'altro.


Francamente non vedo nessuno risveglio delle coscienze: Senza una direzione politica o un obiettivo istituzionale, questa violenza della folla è  solo un'arma di distrazione di massa, un cortocircuito in cui gli ultimi se la prendono con i penultimi, lasciando i primi del tutto intonsi e, paradossalmente, più saldi sulle loro poltrone, liberi di perseguire i propri scopi.

lunedì 8 giugno 2026

Fiaba per l'8 giugno


Molto tempo fa, un giovane chiese a un saggio cosa fosse l'amore tra maschio e femmina. Il saggio rispose che l'amore fra maschio e femmina era trovare la donna che non invecchiasse mai. Così il giovane, affascinato dall'impresa, si incamminò per il mondo, alla ricerca di una donna che rimanesse sempre giovane. 

Il suo pellegrinare fu lungo e a volte aspro, ma un giorno conobbe una ragazza che gli parve bellissima. Così bella che smise di domandarsi se la sua bellezza fosse eterna oppure effimera. Per quella donna tanto fece e tanto disfece, che alla fine riusci a farsi voler bene.

Intanto, passavano gli anni e come tutti, il vecchio saggio morì. Nello stesso modo con cui seppe dispensare buoni consigli, seppe anche metterli in pratica, per questo era molto amato dalla sua gente. Proprio in virtù di questo amore, uno dei nipoti per onorarne la memoria, in segno di rispetto volle incontrarne tutti i discepoli ancora in vita. 


Questo nipote mise così tanto impegno per avverare il suo proposito che un giorno giunse alla casa, proprio di quel giovane che tanti anni prima domando cos'era l'amore al venerabile. 

Erano passati molti lustri, e per tale motivo ad accoglierlo trovo un vecchino e una donnina curva, intenti a quell'ora a sorseggiare una tazza di buon tè nel patio di casa.

Il giovane che era educato, si presento e spiego loro chi fosse e lo scopo del suo viaggio.

Il vecchio racconto all'ospite, la sua storia e il segreto che il venerabile gli aveva rivelato.  Dopo di che, stringendo la mano della moglie concluse: "alla fine smisi di cercare, perché ho trovato lei. Ma sono stato fortunato lo stesso, sai, dal giorno che l'ho conosciuta, mi pare che ancora non sia invecchiata".  "A volte sei proprio sciocco" replico lei con un sorriso, "per forza non sono invecchiata: è passato così poco tempo da quando ci siamo incontrati".


sabato 6 giugno 2026

Imigrazione si, immigrazione no

Visto che la campagna elettorale si avvicina, è ricomparso nei radar il tema dell'immigrazione. Dopo i fatti di Modena non mi stupisce che la discussione è  degenerata nel surreale. Anzi, mi aspetto, fra poco, che il governo accusi se stesso di non aver fatto abbastanza per contrastare il fenomeno. Nel mentre l'opposizione ci spiega che in fondo è bello finire amputati delle gambe. Tutta colpa del nostro intrinseco abilismo se guardiamo certe cose con pregiudizio. 


Intanto, le tifoserie animano gli stadi. Nel mio piccolo, ricordo una conferenza di una quindicina d'anni fa, se non sbaglio a Sarzana in occasione del festival della mente. Lì il professor Luca Cavalli-Sforza  spiegava come si era osservato che per un paese sano fosse del tutto normale avere un flusso migratorio attorno al 3% della popolazione, superato il 5%, continuava,  iniziano i primi malumori, noi siamo all'8%, e per adesso non è successo ancora niente di eclatante, probabilmente perché la nostra nazione fino a poco tempo fa, fu a sua volta terra di migrazione, concludeva.

Oggi abbiamo superato il 10%. E, a dire la verità, in certi contesti qualche problemino si comincia ad avvertire. Ma onestamente non capisco cosa ci sia da stupirsi, bastava guardare la Francia, o leggersi un volumetto di sociologia per prevederlo. 

Mi paiono illusi quelli che parlano di integrazione: per quanto due persone  siano entrambe degnissime, se uno mette al vertice della propria scala di valori una cosa e l'altro ne mette un'altra, e queste persone devono convivere dentro lo stesso ambiente, prima o poi queste divergenze finiranno per scontrarsi. Più percorribile mi pare sul piano storico la strada dell'assimilazione, che non vuol dire solo imporre, ma anche prendere ciò che gli altri di buono hanno da offrirci. Questo, da sempre, è stato il metodo con cui genti diverse si sono fuse in una sola cosa. Tanto per dire i Romani (civis romanus sum), hanno praticato tale sistema per un millennio buono e non mi sembra abbiano lasciato cattivi ricordi. Ma gli occidentali ormai pare abbiano acquisito come tratto distintivo l'odio di sé, guai a dire che a casa nostra vigono le nostre regole. In Italia poi, ne ha parlato Vannacci, chi di dovere ha già provveduto a trasformare un termine tecnico in una parola razzista e xenofoba. 


Quindi ci terremo l'integrazione.  Però, permettetemi di continuare a dubitare di tale soluzione: in Europa gli ebrei e gli zingari sono più di qualche secolo che ci provano di vivere integrati, tutto bene, se non fosse che ogni tanto scoppia qualche pogrom e più raramente un olocausto. Magari, come qualcuno suggerisce, questi tentativi sono falliti perché noi "bianchi" siamo particolarmente cattivi.  Ma se si guarda a casa d'altri la situazione è ancora più emblematica; la popolazione armena era una comunità rispettata e stimata dentro l'impero turco fino a pochi decenni prima del genocidio. Se si prendono le popolazioni africane, la situazione è ancora peggiore; lì le divisioni etniche sono nell'ordine di da villaggio a villaggio ed infatti è su questa scala che avvengono i massacri. 


Che altro dire? Resterebbe da vedere se in termini culturali e razziali sia meglio il melting pot che la globalizzazione dell'impero americano sta tentando di imporci, oppure conservare le diversità. Personalmente, sul piano culturale, non ho dubbi: la diversità è un patrimonio da conservare, il progresso umano è una staffetta che si è sostenuta grazie alle gambe di diversi corridori. stateci voi in un mondo dove tutti vestono in jeans e mangiano hamburger.

Su quello etnico-razziale la faccenda è più complessa e ad aumentare tale complessità pesa il passato europeo con le sue colpe. Francamente non saprei esprimermi. Il mio lato conservatore mi fa dire che anche le differenze etniche o razziali che dir si voglia, sono un patrimonio da proteggere. La stessa madre natura non par fare altro che gridare che diverso è bello. Quello di stampo umanista-progressista invece, mi suggerisce che finalmente, grazie alla tecnologia che ha annullato le distanze  possiamo cancellare tutte le derive genetiche che quella natura matrigna aveva via via accumulato sulla nostra specie. 

Detto ciò, in tutta onestà faccio fatica a pensare a qualcos'altro di interessante da dire sull'argomento, anche perché a dilungarmi ancora, temo di vedermi, mio malgrado, finire trascinato sugli spalti a fare parte del coro dell'una, o dell'altra tifoseria.



Piuttosto, mi sembra più utile, allontanarci un poco dal tema in sé per portare l'attenzione sull'operazione che, specie col precedente pontefice, alcuni hanno opportunisticamente  tentato di fare di trascinare la stessa Chiesa, sopra quegli spalti. Con la fazione avversa che, naturalmente ha già iniziato a intonare cori contro i papi e la gerarchia, complici della sostituzione in atto. Considerando la bella prova che stanno dando di loro potremmo chiudere la questione definendoli per ciò che appaiono: ignoranti come capre. Dunque pare del tutto ovvio che non riescano a capire che la chiesa ha prospettive altre. 

Per tentare di spiegare quali prospettive voglio prenderla lunga. Uno dei motivi di attrito più spinosi tra la Santa Sede e la Francia napoleonica, fu l'accelerazione, data da quest'ultima, alla sistematizzazione della coscrizione obbligatoria per tutti i cittadini. Da sempre questo fatto viene rimproverato alla Chiesa ed è preso a esempio del suo presunto oscurantismo a favore dei potenti. Ciò perché, nulla contribuì quanto la leva di massa a quel processo di trasformazione delle popolazioni da sudditi a cittadini, che ha contraddistinto l'età moderna.



Specifichiamolo: forme di coscrizione a livello locale erano esistite da sempre, basta pensare alla Prussia e ad altri esempi simili. Anche sul concetto di guerra, la Chiesa, già con Sant’Agostino, aveva grossomodo accettato l’idea di questo flagello, quantomeno come male non estirpabile e, in alcuni casi, necessario. Quello che Roma non poteva tollerare era appunto la sua trasformazione in strumento di mobilitazione nazionale di massa all’interno di Stati centralizzati.
Prima di questi sconvolgimenti, le guerre in Europa potevano essere lette quasi come contese tra signorotti più o meno potenti; sì, uno si sentiva più francese o più italiano, ma il sentimento dominante era quello di appartenere a un’unica civiltà. Dopo le rivoluzioni del primo ottocento, le guerre in Europa, tornarono a essere conflitti tra popoli, tra entità percepite come etnicamente e culturalmente distinte, la più grande frammentazione delle genti europee dopo la Riforma. La Prima guerra mondiale, qualche tempo dopo, mostrerà bene con quali esiti.

Insomma per la Chiesa il male di aver diviso un gregge che essa considerava  unico fu maggiore, del beneficio di averlo emancipato.

Sull'immigrazione la posizione della Chiesa tende a non essere dissimilecome l'autorità ecclesiastica avversava la coscrizione di massa perché divideva un gregge che essa considerava unico, così oggi non può accettare distinzioni etniche o culturali che spezzano l’unità dei fedeli. Naturalmente, dentro questa prospettiva si possono avanzare obiezioni su valutazioni di opportunità legate a contesto, capacità di integrazione, bene comune dello Stato ospitante, eccetera. Ma se un'istituzione  si definisce cattolica non può fondare le proprie distinzioni su base etnica o su criteri analoghi. D'altronde travalicare il particolare per rendere il proprio messaggio universale è la logica degli imperi, La Chiesa, seppure sui generis, può essere letta anche in questa chiave.



mercoledì 3 giugno 2026

Liberati dal pudore

Finalmente, una volta passato il 2 giugno, passa anche tutta la pomposità retorica che ogni anno ci dobbiamo sorbire a partire dal 25 aprile, e che sempre più sta svuotando queste date di un significato condiviso, per trasformarle in utili strumenti di scontro ideologico. 


Agli italiani piace raccontarsi che non hanno perso la seconda guerra mondiale, ma l'hanno passata combattendo per scrollarsi di dosso un regime opprimente e il suo malvagio alleato. Cosa in cui riuscirono, dicono, grazie all'aiuto degli alleati. 

La verità è che, salvo i pochi veri coraggiosi che formarono l'ossatura del movimento di resistenza, ai molti, quel regime cominciò a dare fastidio, solo quando si capì come sarebbe finita la guerra , e i più prudenti aspettarono il 45 inoltrato!  Francamente, sono anni ormai che non festeggio il 25 aprile, da quando mi sono reso conto che il significato di questa ricorrenza si sta distaccando sempre più da quello originale. Troppo spesso, parlando di questi argomenti, mi appare chiaro che anche se nessuno lo ammetterebbe apertamente, il frame implicito è diventato che tale conflitto fosse una guerra Monarco-fascista, che gli italiani non la volevano (abbastanza vero), e se l'abbiamo persa, è perché sentivamo di essere dalla parte del torto, ma poi, con i partigiani, abbiamo saputo pienamente riscattarci, tranne gli infami repubblichini, nonni di tutti i fascisti attuali, naturalmente. 

Palle, sostenute da un uso opportunistico del metodo storico: vedete, per lo storico fazioso, se voi dite che fino al '39 gli antifascisti in Italia erano quattro gatti. Viene facile smentirvi: sosterrà in piena legittimità che avete detto una cosa non vera. Perché già dal '25 a Brembate di traverso, c'era un tale Peppino Quattronasi, che si dichiarava apertamente antifascista. Dopodiché seguirà il pippone su quanto la realtà storica sia più complessa, che certe semplificazioni vanno bene per un certo tipo di analisi, ma non per altre, e così via. Tutte cose giustissime per carità.


Concordo pienamente che a livello di metodo, quando si parla di diplomazia, guerra, decisioni statali, trattati, allora “Italia” è un soggetto reale e operativo: e la generalizzazione è appropriata perchè si parla di un'istituzione nel suo insieme.
Mentre quando si tenta di spiegare motivazioni, consenso, convinzioni, “gli italiani pensavano” diventa una semplificazione linguistica. Quello che questi signori tacciono è che con questa semplificazione, fatta in un certo modo, non si stanno riassumendo dati, come vorrebbero far sottintendere loro, ma si sta esplicitando uno Zeitgeist, lo spirito del tempo. Per esempio, è vero che l'Italia della guerra fredda ospitava il più importante partito comunista di tutto l'Occidente, ma ciò non toglie che dire che gli italiani del periodo fossero nel complesso convintamente fedeli all'Alleanza Atlantica, sia una sintesi abbastanza esatta della mentalità dell'epoca, tra le stesse file comuniste erano in realtà assai pochi quelli che, isolati, avrebbero scelto volentieri di passare sotto l'influenza di Mosca. Fattualmente abbiamo fatto una scorrettezza, ma utilissima per capire in poche battute, per quanto possibile, la mentalità del periodo.


Allo stesso modo, la verità sulla guerra è che noi abbiamo combattuto e perso contro gli alleati, non per supposte ragioni morali, ma per problemi organizzativi e risorse materiali. Analogamente, trovandoci al posto di questi, avremmo perso contro i cattivi tedeschi, cosa provata dalla relativa facilità con cui i nazisti riuscirono a prendersi tutta l'Italia non ancora in mano alle forze anglo-americane.

Il resto sono solo giustificazioni a posteriori che gran parte degli italiani si danno per salvarsi la faccia. l'Italia, salvo qualche eccezione non ha mai avuto una grande tradizione militare. Così come il Risorgimento prima, il movimento partigiano poi, furono dei fenomeni significativi, ma non plebiscitari, come adesso si vorrebbe far passare. E per finire, i Savoia non furono una dinastia così indegna come qualcuno oggi racconta; in fin dei conti Umberto II sarebbe stato un buon Re; se il voto fosse stato un po' più cristallino e, con forse un esito diverso, non staremmo qui a rimpiangere la repubblica. La verità è che, dopo tutto, nonostante le pessime scelte, siamo fortunati.
W il Re! W la Repubblica!

domenica 24 maggio 2026

Immobile scorre il tempo

Giornata calma, mi imbatto in un'immagine del vicoletto in cui passai l'infanzia.
Pigro, pare non sia cambiato nulla; pietre stanche, stesso verde, stesse tinte attorno.

Il balcone di mia nonna tra le case sullo sfondo. L'edera che ricopre la rete di ferro che cinge il giardino, da sempre logora, basteranno i fiori che regalerà l'estate a donargli una grazia quasi sfarzosa.

Mi sono fermato per qualche attimo a contemplare il tutto. Capricci della mente, mi aspettavo di veder spuntare ad un tratto me bambino, scendere, correndo veloce per la discesa.

Eppure è solo malinconia; quell'albero che nasconde la scalinata, non c'era allora, e le macchine lassù in alto son diverse, altro gusto, altre velocità, rispetto ai tempi andati. Così come andato sono pure io. Sperso per il mondo.

venerdì 22 maggio 2026

Informazione

Nella seconda metà dello scorso secolo, l'Italia è stata un paese fortunato sotto molti aspetti, non ultima la qualità della sua stampa. Tale fatto però, non era dovuto alla bravura dei nostri giornalisti, benché giornalisti di valore ai tempi non mancassero, ma alle contingenze storiche che avevano fatto sì che il blocco avversario a quello di cui facevamo parte godesse anche da noi, di una discreta influenza. Ciò permise che potessimo godere sui vari mezzi di informazione una pluralità di vedute come mai prima di allora. 


Non che i giornali fortemente polarizzati e la propaganda non esistessero già a quei tempi, ma destreggiandosi tra un giornale e l'altro, grosso modo, uno, se voleva, riusciva a farsi un'idea abbastanza aderente alla realtà di come andassero le cose. 


Oggi, con la fine della divisione del mondo in blocchi e un grado sempre maggiore di omogeneizzazione delle élite, comprese quelle culturali, tutto questo non c'è più. Benché all'apparenza certe dinamiche sembrino essere ancora valide, in realtà in un po' tutto l'Occidente, adesso il confronto avviene dentro lo stesso blocco egemonico: quello uscito vincitore dalla guerra fredda. Qui da noi nessuno propone più alternative al quadro ideologico in essere, la discussione, per così dire, si è spostata sulla "sintonia fine" del sistema; le differenze tra le varie correnti riguardano sfumature interne a questo paradigma, qualcuno vorrebbe spingere più su una direzione, qualcun altro invece verso l'altra. Ma i punti cardinali ormai sono stati definiti. Ciò fa sì che la prospettiva che viene offerta sul mondo esterno resti sempre la stessa. 

Nel mio piccolo mi sono reso conto di ciò leggendo le opinioni di persone che conosco e stimo, e sulla cui preparazione non nutro dubbi, su argomenti come la Russia, la guerra in Ucraina, la globalizzazione o altre tematiche simili. Benché appunto le opinioni di queste persone, fossero comunque intelligenti e talvolta brillanti, mi davano tutte l'impressione che partissero da premesse sbagliate, o di parte, ma trattate in quei pezzi, come verità acclarate. 


La cosa più frustrante in queste situazioni è che, per poter smontare tali premesse, ho capito di avere solo due possibilità. La prima: citare fonti meno autorevoli, quando non considerate addirittura faziose o complottiste. La seconda: introdurre chiavi di lettura, che l'interlocutore non possiede, e senza le quali i fatti che cito rischiano di apparire sconnessi o irrilevanti. Con la concreta possibilità di suscitare dall'altra parte un atteggiamento di chiusura: ciò, perché non padroneggiando i concetti introdotti, la tentazione è quella di percepirli o come inutili tecnicismi, o come espedienti retorici per sviare dai fatti nudi e crudi.


Per tentare di spiegarmi meglio, proverò a fare qualche esempio reale restando dentro l'ambito della geopolitica, un argomento che, specifico, non esaurisce la discussione, e che ho scelto perché ritengo di conoscere abbastanza bene: con i pochi mezzi di informazione a mio supporto, faccio fatica a ribattere, se non a livello logico argomentativo a chi parla di disfatta russa, citando le stime di un milione e mezzo tra morti e feriti per la Russia contro il mezzo milione di cui "solo" centomila uccisi per l'Ucraina. Posso ben rispondere che per quello che il campo di battaglia lascia trapelare, e soprattutto analizzando gli scambi di prigionieri e cadaveri, i numeri dichiarati, appaiono al quanto irrealistici, che in questo genere di cose la nebbia della guerra e la propaganda di ambo i lati rendano scientificamente inattendibile qualsiasi cifra attuale. Ma al momento in cui, come hanno fatto loro, mi si chiederà una qualche fonte autorevole a suffraggio della mia tesi, possibilmente occidentale, ho dalla mia parte davvero poche cartucce da sparare.




Un altro esempio lampante di questo stato di cose, è la narrazione che si è data qui da noi, dei viaggi diplomatici in Cina,  rispettivamente del presidente statunitense e del suo omologo Russo, che si sono svolti in questi giorni. La visita di Trump in oriente considerando soprattutto la quantità di accordi raggiunti è stata per molti versi deludente. In ciò, un po' tutti i media, chi più, chi meno, sono stati fondamentalmente onesti nel riportare l'esito dell'incontro. 

Per contro però, subito dopo Trump e stata la volta di Putin di visitare la Cina, e stavolta i mezzi di informazione hanno saputo offrire il peggio di sé. Leggevo un giornalista su X, che definiva questo incontro addirittura un atto di vassallaggio da parte dei russi. La maggior parte degli articoli, per compensare il magro bottino americano, si concentrava sul fatto che non ci sono ancora accordi definitivi per la realizzazione del Power of Siberia 2.


Stranamente nessuno di questi organi di informazione si è domandato cosa diavolo sia andato a fare Putin in Cina, portandosi dietro mezzo governo, con un colpo di stato imminente. Era questa la notizia che un po' tutti i giornali a inizio maggio, davano per certa, ricordate? 


Intanto però mentre qui da noi si parla di sudditanza russa, io vedo che il documento fondamentale che regola i rapporti sino-russi, il Trattato di buon vicinato e cooperazione amichevole, è stato rinnovato senza modificare nemmeno una virgola, rispetto al 2001, l'anno in cui fu stipulato per la prima volta. Possibile che i cinesi che a quanto si dice ormai, fanno il bello e cattivo tempo a Mosca, non abbiano sentito l'esigenza di modificare nulla a loro vantaggio?  Forse già all'epoca della prima stipula, i russi si erano avvassallati alla Cina, e quindi il documento era già perfetto così? 

Qualche esperto potrebbe obiettare che i trattati quadro hanno un linguaggio volutamente generico e paritario, per non umiliare a livello internazionale il partner di minoranza. Mentre le asimmetrie e le disparità tra gli stati, si vedono nei singoli trattati bilaterali. Ma se è  così, il fatto che la Russia abbia ancora una certa libertà decisionale, lo provano proprio tutte le lungaggini e le difficoltà di un accordo per il Power of Siberia 2.

Anche riguardo al protocollo della visita, alcuni fanno notare che per molti versi a Trump è stato riservato un trattamento migliore rispetto a quello riservato al collega Russo. Per esempio ad accogliere il presidente Trump c'era il vicepresidente cinese Han Zheng, mentre ad aspettare Putin c'era ""soltanto" il ministro degli esteri. In realtà queste differenze sono giustificate dalla natura delle due visite di stato: più istituzionale e burocratica, quella americana, più di coordinamento politico, quella russa.  Ma senza addentrarci in aspetti tecnici, per capire la pretestuosità di queste argomentazioni, basta sapere che nonostante il ruolo istituzionale che ricopre, Han Zheng oggi in Cina è solo un personaggio di rappresentanza, senza un vero peso politico. Mentre il ministro degli esteri Wang Yi, nonostante l'apparente ruolo minore è in realtà uno degli uomini forti di Pechino. 



Lo stesso meccanismo fin qui descritto lo vediamo nella copertura su Iran, Turchia, Cina interna, e potremmo continuare. Ma il punto non è accumulare esempi, il punto è un altro: in un sistema dove il paradigma ideologico è unico e la sua messa in discussione marginale, l'autorevolezza delle fonti o la diversificazione delle stesse, di per sé non garantisce la correttezza di ciò che si apprende, possiamo leggere anche dieci testate diverse ma se tutte partono dalle stesse premesse, tutte ci indirizzeranno verso le stesse conclusioni.


Perciò sviluppare un ragionamento, dando per scontato che le informazioni di partenza siano neutrali perché le fonti di provenienza sono il Corriere della sera o il New York Times, non farà altro che recintare quel ragionamento dentro un quadro ideologico stabilito, dove tutte le mosse di Putin saranno gravi errori tattici o strategici, che avvicinano ogni giorno di più la Russia al disastro e al completo asservimento alla Cina. La Cina a sua volta, un paese autoritario e dispotico che limita ogni giorno di più le libertà dei suoi cittadini eccetera. 



sabato 16 maggio 2026

Di Tucidide in Cina

È divertente leggere sui giornali, così come nelle pagine personali, i giudizi impietosi sul confronto tra il presidente Trump e il suo omologo cinese. Non prendetela col povero Trump: che il presidente Xi fosse un uomo di discreta erudizione, ne aveva già dato dimostrazione in una visita di Stato proprio qui in Italia. Anche allora se ne uscì con una citazione di un autore classico, dando così prova di conoscere bene la nostra cultura. Per gli americani invece, beh, io ricorderò sempre la visita degli Obama al cenacolo vinciano: era da poco scaduto il suo mandato presidenziale ed era venuto a Milano insieme alla sua famiglia per l'occasione di una conferenza. Visto il calibro del personaggio, l'amministrazione pensò bene di organizzare per gli ospiti una visita privata a Santa Maria delle Grazie. Naturalmente, quando l'ex presidente terminò la visita, i giornalisti si precipitarono sia per le consuete foto di rito, sia per cogliere l'occasione per porre qualche domanda. Fu così che quando un giornalista gli chiese cosa pensasse dell'immortale opera di Leonardo, il presidente rispose con un conciso "Beautiful".



Sarebbe semplice adesso partire da questi aneddoti e uscirsene con un pistolotto su come è facile far sembrare colto uno e superficiale un altro con due episodi scelti ad arte, non sarebbe in fin dei conti un discorso del tutto sbagliato, perché è indubbio che uno dei mali peggiori della nostra epoca sia proprio il fatto che i leader si scelgano per l'immagine e non per la sostanza. 

Però sono cose trite e ritrite, piuttosto mi è parso interessante tentare di capire i motivi del perché in questa occasione sia stato proprio tale episodio quello che ha indignato di più i molti. Bene, secondo me il motivo è che ci siamo sentiti defraudati da parte di Xi, il quale si è permesso di citare autori greci con davanti un Trump incapace di rivendicarne l'eredità. Insomma, Trump, non solo non è stato capace di ribattere, menzionando a sua volta un autore della tradizione classica cinese, ma nemmeno di riprendere la citazione di Xi e ampliarla rivendicandola così alla nostra tradizione.


Eppure ci sarebbe poco per cui agitarsi, dato che noi della civiltà greco-romana, in realtà siamo gli usurpatori non i figli. In un certo senso forse i cinesi hanno più diritto di noi a citare Tucidide, loro almeno lo hanno conosciuto. Ma in verità non sarebbe corretto nemmeno questo quadro interpretativo, se noi, discendendo dai barbari, abbiamo "rubato" qualcosa, lo abbiamo fatto a casa dei "ladri" e chiamo come mio testimone Orazio. 

Non è cosa rara che un popolo nuovo si appropri di una cultura altra o parte di essa, anzi è un fenomeno abbastanza ricorrente nella storia. Ma solo la cultura che, per comodità, possiamo chiamare "occidentale" ha sviluppato una particolare capacità di sistematizzare e istituzionalizzare queste eredità, garantendosi una continuità storica che supera di molto le civiltà che vi hanno contribuito. Tutto ciò a cominciare dalla sua espressione spirituale poi importante, che si definisce appunto cattolica.


Ma stando così le cose, allora forse irritarsi con i cinesi per l'appropriazione culturale non è lo spirito giusto con cui affrontare la questione, tanto più che di questa eredità, oramai non sappiamo fare altro che incolparla di tutti i mali di cui soffre questo vecchio mondo. Proviamo invece a ribaltare la prospettiva, facciamo quello che non ha saputo fare il presidente americano e leggiamo la citazione di Xi come un ulteriore conferma di quell'universalità che da sempre è il vanto della nostra cultura. 



Operazione questa a mia opinione quanto mai urgente, non tanto per i cinesi, che citando gli antichi volevano forse solo ricordare quanto fosse giovane (e passeggera) l'America. Ma per noi stessi, che consapevoli o meno, così come i romani prima di noi, con le emigrazioni di massa e il crollo demografico, abbiamo scelto di passare il testimone di questa cultura ad altre genti. Qui non voglio questionare se questa strada sia giusta o sbagliata. Ma visto che la stiamo percorrendo, quantomeno cerchiamo di farlo con lo spirito giusto.