lunedì 29 giugno 2026

Cani

Si dice che esiste un modo infallibile per sgridare un cane e fargli capire immediatamente che ha sbagliato. A patto naturalmente che si tratta di una vera marachella dell'animale e non di una nostra dimenticanza. no, se fatto in maniera appropriata, non è un procedimento particolarmente violento, né complicato, beh naturalmente bisogna usare un po' di cognizione, se siete di quelli che quando avete appreso che i ragazzini discoli vanno tirati su per le orecchie, e nel mettere in pratica il consiglio, vi è rimasto un pezzo cartilaginoso in mano, è meglio che lasciate perdere. Comunque il metodo consiste nell'afferrare la bestia per la collottola, sollevare la pelle per quel che si può è nel mentre sgridarlo. 

A quanto pare, dopo questo trattamento il cane ci penserà due volte prima di compiere ancora la stessa azione. 

Non pensate però con questo sistema che  andrebbe usato il giusto, ovvero per cose effettivamente gravi, di aver acquistato ulteriore autorità verso l'essere. In realtà questo metodo è così efficace perché era così che ai tempi lo sgridava la sua mamma.

Mi ha sempre fatto tenerezza pensare a questa cosa; vedere cani grandi e grossi, spesso testardi, ridimensionati immediatamente nel loro ruolo. Gli esperti spiegheranno che il tutto è dovuto ad un riflesso, l'animale si sentirà umiliato, che questo sistema non farà altro che provocare paura e stress nell'animale. Non contesto, d'altronde a cos'altro possono essere serviti i miliardi di anni di evoluzione, se non a far si che le specie viventi, i predatori in particolare  in quest'anno del Signore duemilaventisei, si sentano impauriti e stressati al più piccolo trauma. 

Però resta un lato di me a cui piace pensare che il vero motivo di questo comportamento nei cani sia nel vedesi, loro grandi e grossi, ridimensionati al ruolo di cuccioli. Non sono un'addestratore, ma mi piace credere che in quei momenti, anche nei cani più feroci, scaturisca un effetto Madeleine che li riporti all'infanzia, a quei giorni che secondo l'etologia moderna, se portati correttamente a termine dovrebbero essere ormai chiusi. Ma chissà se è veramente così, o invece anche loro non provino un po' di nostalgia per la loro mamma. 

ps
Nessun cane è stato afferrato per la collottola, per scrivere questo post, ne tantomeno per scattare le immagini ad esso allegate.

domenica 21 giugno 2026

Di corna ed altro

Primo episodio: conversazione con dei ragazzini, anzi con giovani uomini, visto che sono universitari, si parlava di cittadinanza e cose così. Ad un certo punto, per metterli alle strette, gli domando: "ma scusate, secondo voi, se domani a un'eschimese gli salta il grillo e sentendosi tedesco si trasferisce a Berlino, il governo tedesco dovrebbe dargli la cittadinanza, senza metterlo alla prova? "

Risposta corale: "certo, se uno si sente di quel paese, vive e paga le tasse li, è giusto che lo stato gli dia la cittadinanza."

Ascoltato ciò ribatto: "avete un concetto strano di cittadinanza, ma scusate, sempre secondo voi, un cittadino tedesco di questo genere, che non conosce ne la cultura ne la storia di quel paese, e probabilmente non ne condivide nemmeno le usanze. In caso scoppi una guerra, pensate che uno così, sia disposto a partire e rischiare la vita per quel paese, oppure non ci pensa nemmeno e se ne va da un'altra parte?"

Il più sveglio mi risponde: "che c'entra il combattere e morire. Normale che se scoppia una guerra faccia bene ad andarsene. Comunque per quello ci sono i militari."

Mi pare ci sia poco da commentare, è ovvio che per questi ragazzi, lo stato, la comunità, il popolo di cui "si fa parte", sono istituzioni alla stregua di una banca, un azienda di cui si usano i servizi finché conviene, quando non conviene più, si cambia fornitore del servizio e via. 

Secondo episodio: Leggo in rete, una storia con molta probabilità inventata: racconta di una donna che tradisce il marito e gode proprio nel fatto di tradirlo, al punto che durante  l'amplesso lo chiama al telefono. Un incauto lettore commenta: sono episodi del genere che spesso scatenano certi delitti passionali.

Naturalmente lo hanno massacrato.  D'altronde cos'altro c'era da aspettarsi?  In una società zoologica, a differenza della pratica, sono davvero eccezionali i motivi, per cui secondo i suoi membri valga la pena uccidere o morire. Tanto più che con buona probabilità, molti degli uomini e delle donne che hanno commentato, non sono così diversi dalla fedifraga, quindi per ogni evenienza - avranno pensato - meglio tutelarsi.

Fra i tanti, il commento che mi ha colpito di più è il seguente: " lei giustifica il femminicidio, si vergogni, esiste il divorzio", Non ce l'ho fatta e ho risposto: "il divorzio, esisteva anche per la suina", beh, forse sto riportando la citazione in maniera meno colorita rispetto l'originale. Comunque dubito lo stesso che avrebbero capito il senso della battuta; si chiederanno perché doveva essere la donna a divorziare, di fatto mica era lei che stava rimettendoci. Alla fine concluderànno che giustifico l'idea del delitto. Non c'è da biasimarli, Per capire perché doveva essere lei a divorziare, dovrebbero poter scorgere il nulla che è rimasto al posto di certi gesti estremi, dovrebbero capire che il matrimonio non è solo questione di istinti da soddisfare dopo aver stipulato un contratto fra le parti, che ancora più importanti sono i doveri reciproci, soprattutto i doveri morali.



Non vorrei spingermi così oltre da prendere una breve chiacchierata e dei commenti letti su internet (per quanto significativi) e assurgerli a paradigma del disfacimento della nostra civiltà. Ma certamente mi paiono utili per aiutarci a intuire il disastro esistenziale di questa epoca. concetti come la fiducia, l'onore, il dovere. Con il pretesto della sacralità della vita, sono stati marginalizzati, a tal punto che alcuni di questi concetti, oggi sono diventati socialmente sospetti, quando non addirittura disdicevoli. Ma avendo fatto ciò, svuotando di significato sociale i rapporti tra le persone, e in alcuni casi addirittura con sé stessi, stiamo privando la società stessa di significato riducendo la vita stessa in un qualcosa di non umano, istintivo, in ultima  analisi, in qualcosa di puramente animale, dove la sopravvivenza e la convenienza, prevalgono su quasi tutto. Per il resto, c'è il divorzio, non inteso come alternativa civile con cui terminare un rapporto, extrema ratio per gestire un fallimento nel modo meno distruttivo possibile, rispettando la dignità dell’altro.  Ma solo comodo strumento, con la quale la parte che si ritiene svantaggiata può scindere l'accordo.


Poco mi convince chi dice che il paradigma è cambiato perché finalmente abbiamo capito l'importanza, la sacralità, della vita umana. Che tale cambio di vedute è stato un progresso, perché con i vecchi valori la società tendeva a generare faide e arbitri emotivi. le faide, le vendette private, "la giustizia fai da te", non Sono il frutto di qualche ordine sociale tarato. Sono il risultato dell'incapacità della società, e in ultima analisi dello stato, di garantire adeguata soddisfazione alle parti lese. Tali generi di argomentazioni, sono soltanto la scusa con la quale, invece di attualizzare i valori si è preferito assassinarli.


No, non abbiamo finalmente capito la sacralità della vita umana, se non forse la nostra, quella dei più intimi, se altruisti. Abbiamo semplicemente dimenticato la sacralità di tutto il resto.
Ripeto: tutta questa voglia di buttare acqua sul fuoco, dipende solo dal desiderio di preservare uno status quo che appare comodo, Senza troppe turbolenze, 


La verità è che a spingere verso questo cambio di paradigma, non è stata una maggiore consapevolezza di quanto sia importante la vita umana. Ma l'iper-individualismo, alimentato dalla convinzione che non c'è null'altro al di fuori di quello che possiamo sperimentare con i nostri sensi o i nostri strumenti.
se questo genere di persone avessero la garanzia dell'impunibilità, non oso immaginare cosa farebbero per difendere i propri interessi. 

Un esempio per smascherare l'ipocrisia? Le belle parole di questi progressisti sugli immigrati; finché pagava lo stato, professavano l'accoglienza illimitata, quando il comune di Roma, in perenne ristrettezze, ha indetto un bando per fare ospitare i migranti, gratuitamente a chi avesse spazio, in tutto il territorio della metropoli, hanno aderito solo in quattro. 


Se davvero si auspica ad una rinascita della civiltà, Prima di tutto è  necessario auspicare la rinascita di un senso, di una ragione che ci ancori al mondo, non solo come passeggeri casuali. Ma questa ragione non può ne spuntare dal nulla, ne essere imposta per legge. Può solo essere testimoniata, vissuta, insegnata.
Perché in una società dove non c'è nulla per cui vale la pena mettersi in gioco se non addirittura morire, cosa ci darà la forza con cui continuare a vivere? 

giovedì 11 giugno 2026

Sui fatti di Belfast

Sto seguendo con interesse i fatti che stanno capitando nell'Irlanda del Nord, dove qualcuno ha intravisto addirittura un risveglio dell'identità europea. Sarà, ma personalmente quel che sta succedendo, mi pare solo un ottimo esempio del perché le masse, senza una elite in grado di indirizzarla, sono solo un'animale folle, in balia del primo Masaniello capace di eccitarla. Il mito del popolo oppresso, che si redime da sé, facendo pagare tutti i torti agli oppressori, è duro a morire, ma prima o poi, confido che riusciremo a liberarcene.


Intendiamoci, io non condanno le violenze in sé: i paesi seri hanno in costituzione il diritto dei cittadini ad abbattere il tiranno con qualsiasi mezzo reputino opportuno. solo un paese come il nostro, che pur di suo ha come mito fondativo quello della resistenza, ma che in fondo in fondo considera i propri cittadini come dei servi. Non Ha ritenuto opportuno fare cenno a questa possibilità dentro la sua costituzione. Quindi dicevamo non è la violenza in sé il problema, è la violenza insensata che fa orrore.


Prendiamo questo caso specifico: succede che un emigrato squilibrato, senza motivo, tenta di decapitare un passante, e la gente giustamente si incazza. Ma con chi se la prende? Con altra gente ancora più disgraziata di loro: gli emigrati.


Ma dico io, avete voglia di alzare le mani, di cambiare questo stato di cose, di fare casino? Ma prendetevela con i veri responsabili di quello che succede: la classe dirigente. Contro le sedi del potere  dovevate prendervela, mica contro le case di poveri disgraziati.


Così come stanno agendo, gli unici risultati che otterranno, sarà quello di suscitare lo sdegno da parte della popolazione moderata, e seminare ancora più odio tra le vittime di questi pogrom. Mentre invece materialmente, per quanto riguarda la gestione del fenomeno emigrazione, non cambiera una cippa di niente. 


Quella che si sta instaurando è la logica degli animali da combattimento, che una volta liberati nell'arena invece di scagliarsi contro i loro  aguzzini, si avventano l'uno sull'altro.


Francamente non vedo nessuno risveglio delle coscienze: Senza una direzione politica o un obiettivo istituzionale, questa violenza della folla è  solo un'arma di distrazione di massa, un cortocircuito in cui gli ultimi se la prendono con i penultimi, lasciando i primi del tutto intonsi e, paradossalmente, più saldi sulle loro poltrone, liberi di perseguire i propri scopi.

lunedì 8 giugno 2026

Fiaba per l'8 giugno


Molto tempo fa, un giovane chiese a un saggio cosa fosse l'amore tra maschio e femmina. Il saggio rispose che l'amore fra maschio e femmina era trovare la donna che non invecchiasse mai. Così il giovane, affascinato dall'impresa, si incamminò per il mondo, alla ricerca di una donna che rimanesse sempre giovane. 

Il suo pellegrinare fu lungo e a volte aspro, ma un giorno conobbe una ragazza che gli parve bellissima. Così bella che smise di domandarsi se la sua bellezza fosse eterna oppure effimera. Per quella donna tanto fece e tanto disfece, che alla fine riusci a farsi voler bene.

Intanto, passavano gli anni e come tutti, il vecchio saggio morì. Nello stesso modo con cui seppe dispensare buoni consigli, seppe anche metterli in pratica, per questo era molto amato dalla sua gente. Proprio in virtù di questo amore, uno dei nipoti per onorarne la memoria, in segno di rispetto volle incontrarne tutti i discepoli ancora in vita. 


Questo nipote mise così tanto impegno per avverare il suo proposito che un giorno giunse alla casa, proprio di quel giovane che tanti anni prima domando cos'era l'amore al venerabile. 

Erano passati molti lustri, e per tale motivo ad accoglierlo trovo un vecchino e una donnina curva, intenti a quell'ora a sorseggiare una tazza di buon tè nel patio di casa.

Il giovane che era educato, si presento e spiego loro chi fosse e lo scopo del suo viaggio.

Il vecchio racconto all'ospite, la sua storia e il segreto che il venerabile gli aveva rivelato.  Dopo di che, stringendo la mano della moglie concluse: "alla fine smisi di cercare, perché ho trovato lei. Ma sono stato fortunato lo stesso, sai, dal giorno che l'ho conosciuta, mi pare che ancora non sia invecchiata".  "A volte sei proprio sciocco" replico lei con un sorriso, "per forza non sono invecchiata: è passato così poco tempo da quando ci siamo incontrati".


sabato 6 giugno 2026

Imigrazione si, immigrazione no

Visto che la campagna elettorale si avvicina, è ricomparso nei radar il tema dell'immigrazione. Dopo i fatti di Modena non mi stupisce che la discussione è  degenerata nel surreale. Anzi, mi aspetto, fra poco, che il governo accusi se stesso di non aver fatto abbastanza per contrastare il fenomeno. Nel mentre l'opposizione ci spiega che in fondo è bello finire amputati delle gambe. Tutta colpa del nostro intrinseco abilismo se guardiamo certe cose con pregiudizio. 


Intanto, le tifoserie animano gli stadi. Nel mio piccolo, ricordo una conferenza di una quindicina d'anni fa, se non sbaglio a Sarzana in occasione del festival della mente. Lì il professor Luca Cavalli-Sforza  spiegava come si era osservato che per un paese sano fosse del tutto normale avere un flusso migratorio attorno al 3% della popolazione, superato il 5%, continuava,  iniziano i primi malumori, noi siamo all'8%, e per adesso non è successo ancora niente di eclatante, probabilmente perché la nostra nazione fino a poco tempo fa, fu a sua volta terra di migrazione, concludeva.

Oggi abbiamo superato il 10%. E, a dire la verità, in certi contesti qualche problemino si comincia ad avvertire. Ma onestamente non capisco cosa ci sia da stupirsi, bastava guardare la Francia, o leggersi un volumetto di sociologia per prevederlo. 

Mi paiono illusi quelli che parlano di integrazione: per quanto due persone  siano entrambe degnissime, se uno mette al vertice della propria scala di valori una cosa e l'altro ne mette un'altra, e queste persone devono convivere dentro lo stesso ambiente, prima o poi queste divergenze finiranno per scontrarsi. Più percorribile mi pare sul piano storico la strada dell'assimilazione, che non vuol dire solo imporre, ma anche prendere ciò che gli altri di buono hanno da offrirci. Questo, da sempre, è stato il metodo con cui genti diverse si sono fuse in una sola cosa. Tanto per dire i Romani (civis romanus sum), hanno praticato tale sistema per un millennio buono e non mi sembra abbiano lasciato cattivi ricordi. Ma gli occidentali ormai pare abbiano acquisito come tratto distintivo l'odio di sé, guai a dire che a casa nostra vigono le nostre regole. In Italia poi, ne ha parlato Vannacci, chi di dovere ha già provveduto a trasformare un termine tecnico in una parola razzista e xenofoba. 


Quindi ci terremo l'integrazione.  Però, permettetemi di continuare a dubitare di tale soluzione: in Europa gli ebrei e gli zingari sono più di qualche secolo che ci provano di vivere integrati, tutto bene, se non fosse che ogni tanto scoppia qualche pogrom e più raramente un olocausto. Magari, come qualcuno suggerisce, questi tentativi sono falliti perché noi "bianchi" siamo particolarmente cattivi.  Ma se si guarda a casa d'altri la situazione è ancora più emblematica; la popolazione armena era una comunità rispettata e stimata dentro l'impero turco fino a pochi decenni prima del genocidio. Se si prendono le popolazioni africane, la situazione è ancora peggiore; lì le divisioni etniche sono nell'ordine di da villaggio a villaggio ed infatti è su questa scala che avvengono i massacri. 


Che altro dire? Resterebbe da vedere se in termini culturali e razziali sia meglio il melting pot che la globalizzazione dell'impero americano sta tentando di imporci, oppure conservare le diversità. Personalmente, sul piano culturale, non ho dubbi: la diversità è un patrimonio da conservare, il progresso umano è una staffetta che si è sostenuta grazie alle gambe di diversi corridori. stateci voi in un mondo dove tutti vestono in jeans e mangiano hamburger.

Su quello etnico-razziale la faccenda è più complessa e ad aumentare tale complessità pesa il passato europeo con le sue colpe. Francamente non saprei esprimermi. Il mio lato conservatore mi fa dire che anche le differenze etniche o razziali che dir si voglia, sono un patrimonio da proteggere. La stessa madre natura non par fare altro che gridare che diverso è bello. Quello di stampo umanista-progressista invece, mi suggerisce che finalmente, grazie alla tecnologia che ha annullato le distanze  possiamo cancellare tutte le derive genetiche che quella natura matrigna aveva via via accumulato sulla nostra specie. 

Detto ciò, in tutta onestà faccio fatica a pensare a qualcos'altro di interessante da dire sull'argomento, anche perché a dilungarmi ancora, temo di vedermi, mio malgrado, finire trascinato sugli spalti a fare parte del coro dell'una, o dell'altra tifoseria.



Piuttosto, mi sembra più utile, allontanarci un poco dal tema in sé per portare l'attenzione sull'operazione che, specie col precedente pontefice, alcuni hanno opportunisticamente  tentato di fare di trascinare la stessa Chiesa, sopra quegli spalti. Con la fazione avversa che, naturalmente ha già iniziato a intonare cori contro i papi e la gerarchia, complici della sostituzione in atto. Considerando la bella prova che stanno dando di loro potremmo chiudere la questione definendoli per ciò che appaiono: ignoranti come capre. Dunque pare del tutto ovvio che non riescano a capire che la chiesa ha prospettive altre. 

Per tentare di spiegare quali prospettive voglio prenderla lunga. Uno dei motivi di attrito più spinosi tra la Santa Sede e la Francia napoleonica, fu l'accelerazione, data da quest'ultima, alla sistematizzazione della coscrizione obbligatoria per tutti i cittadini. Da sempre questo fatto viene rimproverato alla Chiesa ed è preso a esempio del suo presunto oscurantismo a favore dei potenti. Ciò perché, nulla contribuì quanto la leva di massa a quel processo di trasformazione delle popolazioni da sudditi a cittadini, che ha contraddistinto l'età moderna.



Specifichiamolo: forme di coscrizione a livello locale erano esistite da sempre, basta pensare alla Prussia e ad altri esempi simili. Anche sul concetto di guerra, la Chiesa, già con Sant’Agostino, aveva grossomodo accettato l’idea di questo flagello, quantomeno come male non estirpabile e, in alcuni casi, necessario. Quello che Roma non poteva tollerare era appunto la sua trasformazione in strumento di mobilitazione nazionale di massa all’interno di Stati centralizzati.
Prima di questi sconvolgimenti, le guerre in Europa potevano essere lette quasi come contese tra signorotti più o meno potenti; sì, uno si sentiva più francese o più italiano, ma il sentimento dominante era quello di appartenere a un’unica civiltà. Dopo le rivoluzioni del primo ottocento, le guerre in Europa, tornarono a essere conflitti tra popoli, tra entità percepite come etnicamente e culturalmente distinte, la più grande frammentazione delle genti europee dopo la Riforma. La Prima guerra mondiale, qualche tempo dopo, mostrerà bene con quali esiti.

Insomma per la Chiesa il male di aver diviso un gregge che essa considerava  unico fu maggiore, del beneficio di averlo emancipato.

Sull'immigrazione la posizione della Chiesa tende a non essere dissimilecome l'autorità ecclesiastica avversava la coscrizione di massa perché divideva un gregge che essa considerava unico, così oggi non può accettare distinzioni etniche o culturali che spezzano l’unità dei fedeli. Naturalmente, dentro questa prospettiva si possono avanzare obiezioni su valutazioni di opportunità legate a contesto, capacità di integrazione, bene comune dello Stato ospitante, eccetera. Ma se un'istituzione  si definisce cattolica non può fondare le proprie distinzioni su base etnica o su criteri analoghi. D'altronde travalicare il particolare per rendere il proprio messaggio universale è la logica degli imperi, La Chiesa, seppure sui generis, può essere letta anche in questa chiave.



mercoledì 3 giugno 2026

Liberati dal pudore

Finalmente, una volta passato il 2 giugno, passa anche tutta la pomposità retorica che ogni anno ci dobbiamo sorbire a partire dal 25 aprile, e che sempre più sta svuotando queste date di un significato condiviso, per trasformarle in utili strumenti di scontro ideologico. 


Agli italiani piace raccontarsi che non hanno perso la seconda guerra mondiale, ma l'hanno passata combattendo per scrollarsi di dosso un regime opprimente e il suo malvagio alleato. Cosa in cui riuscirono, dicono, grazie all'aiuto degli alleati. 

La verità è che, salvo i pochi veri coraggiosi che formarono l'ossatura del movimento di resistenza, ai molti, quel regime cominciò a dare fastidio, solo quando si capì come sarebbe finita la guerra , e i più prudenti aspettarono il 45 inoltrato!  Francamente, sono anni ormai che non festeggio il 25 aprile, da quando mi sono reso conto che il significato di questa ricorrenza si sta distaccando sempre più da quello originale. Troppo spesso, parlando di questi argomenti, mi appare chiaro che anche se nessuno lo ammetterebbe apertamente, il frame implicito è diventato che tale conflitto fosse una guerra Monarco-fascista, che gli italiani non la volevano (abbastanza vero), e se l'abbiamo persa, è perché sentivamo di essere dalla parte del torto, ma poi, con i partigiani, abbiamo saputo pienamente riscattarci, tranne gli infami repubblichini, nonni di tutti i fascisti attuali, naturalmente. 

Palle, sostenute da un uso opportunistico del metodo storico: vedete, per lo storico fazioso, se voi dite che fino al '39 gli antifascisti in Italia erano quattro gatti. Viene facile smentirvi: sosterrà in piena legittimità che avete detto una cosa non vera. Perché già dal '25 a Brembate di traverso, c'era un tale Peppino Quattronasi, che si dichiarava apertamente antifascista. Dopodiché seguirà il pippone su quanto la realtà storica sia più complessa, che certe semplificazioni vanno bene per un certo tipo di analisi, ma non per altre, e così via. Tutte cose giustissime per carità.


Concordo pienamente che a livello di metodo, quando si parla di diplomazia, guerra, decisioni statali, trattati, allora “Italia” è un soggetto reale e operativo: e la generalizzazione è appropriata perchè si parla di un'istituzione nel suo insieme.
Mentre quando si tenta di spiegare motivazioni, consenso, convinzioni, “gli italiani pensavano” diventa una semplificazione linguistica. Quello che questi signori tacciono è che con questa semplificazione, fatta in un certo modo, non si stanno riassumendo dati, come vorrebbero far sottintendere loro, ma si sta esplicitando uno Zeitgeist, lo spirito del tempo. Per esempio, è vero che l'Italia della guerra fredda ospitava il più importante partito comunista di tutto l'Occidente, ma ciò non toglie che dire che gli italiani del periodo fossero nel complesso convintamente fedeli all'Alleanza Atlantica, sia una sintesi abbastanza esatta della mentalità dell'epoca, tra le stesse file comuniste erano in realtà assai pochi quelli che, isolati, avrebbero scelto volentieri di passare sotto l'influenza di Mosca. Fattualmente abbiamo fatto una scorrettezza, ma utilissima per capire in poche battute, per quanto possibile, la mentalità del periodo.


Allo stesso modo, la verità sulla guerra è che noi abbiamo combattuto e perso contro gli alleati, non per supposte ragioni morali, ma per problemi organizzativi e risorse materiali. Analogamente, trovandoci al posto di questi, avremmo perso contro i cattivi tedeschi, cosa provata dalla relativa facilità con cui i nazisti riuscirono a prendersi tutta l'Italia non ancora in mano alle forze anglo-americane.

Il resto sono solo giustificazioni a posteriori che gran parte degli italiani si danno per salvarsi la faccia. l'Italia, salvo qualche eccezione non ha mai avuto una grande tradizione militare. Così come il Risorgimento prima, il movimento partigiano poi, furono dei fenomeni significativi, ma non plebiscitari, come adesso si vorrebbe far passare. E per finire, i Savoia non furono una dinastia così indegna come qualcuno oggi racconta; in fin dei conti Umberto II sarebbe stato un buon Re; se il voto fosse stato un po' più cristallino e, con forse un esito diverso, non staremmo qui a rimpiangere la repubblica. La verità è che, dopo tutto, nonostante le pessime scelte, siamo fortunati.
W il Re! W la Repubblica!

domenica 24 maggio 2026

Immobile scorre il tempo

Giornata calma, mi imbatto in un'immagine del vicoletto in cui passai l'infanzia.
Pigro, pare non sia cambiato nulla; pietre stanche, stesso verde, stesse tinte attorno.

Il balcone di mia nonna tra le case sullo sfondo. L'edera che ricopre la rete di ferro che cinge il giardino, da sempre logora, basteranno i fiori che regalerà l'estate a donargli una grazia quasi sfarzosa.

Mi sono fermato per qualche attimo a contemplare il tutto. Capricci della mente, mi aspettavo di veder spuntare ad un tratto me bambino, scendere, correndo veloce per la discesa.

Eppure è solo malinconia; quell'albero che nasconde la scalinata, non c'era allora, e le macchine lassù in alto son diverse, altro gusto, altre velocità, rispetto ai tempi andati. Così come andato sono pure io. Sperso per il mondo.

venerdì 22 maggio 2026

Informazione

Nella seconda metà dello scorso secolo, l'Italia è stata un paese fortunato sotto molti aspetti, non ultima la qualità della sua stampa. Tale fatto però, non era dovuto alla bravura dei nostri giornalisti, benché giornalisti di valore ai tempi non mancassero, ma alle contingenze storiche che avevano fatto sì che il blocco avversario a quello di cui facevamo parte godesse anche da noi, di una discreta influenza. Ciò permise che potessimo godere sui vari mezzi di informazione una pluralità di vedute come mai prima di allora. 


Non che i giornali fortemente polarizzati e la propaganda non esistessero già a quei tempi, ma destreggiandosi tra un giornale e l'altro, grosso modo, uno, se voleva, riusciva a farsi un'idea abbastanza aderente alla realtà di come andassero le cose. 


Oggi, con la fine della divisione del mondo in blocchi e un grado sempre maggiore di omogeneizzazione delle élite, comprese quelle culturali, tutto questo non c'è più. Benché all'apparenza certe dinamiche sembrino essere ancora valide, in realtà in un po' tutto l'Occidente, adesso il confronto avviene dentro lo stesso blocco egemonico: quello uscito vincitore dalla guerra fredda. Qui da noi nessuno propone più alternative al quadro ideologico in essere, la discussione, per così dire, si è spostata sulla "sintonia fine" del sistema; le differenze tra le varie correnti riguardano sfumature interne a questo paradigma, qualcuno vorrebbe spingere più su una direzione, qualcun altro invece verso l'altra. Ma i punti cardinali ormai sono stati definiti. Ciò fa sì che la prospettiva che viene offerta sul mondo esterno resti sempre la stessa. 

Nel mio piccolo mi sono reso conto di ciò leggendo le opinioni di persone che conosco e stimo, e sulla cui preparazione non nutro dubbi, su argomenti come la Russia, la guerra in Ucraina, la globalizzazione o altre tematiche simili. Benché appunto le opinioni di queste persone, fossero comunque intelligenti e talvolta brillanti, mi davano tutte l'impressione che partissero da premesse sbagliate, o di parte, ma trattate in quei pezzi, come verità acclarate. 


La cosa più frustrante in queste situazioni è che, per poter smontare tali premesse, ho capito di avere solo due possibilità. La prima: citare fonti meno autorevoli, quando non considerate addirittura faziose o complottiste. La seconda: introdurre chiavi di lettura, che l'interlocutore non possiede, e senza le quali i fatti che cito rischiano di apparire sconnessi o irrilevanti. Con la concreta possibilità di suscitare dall'altra parte un atteggiamento di chiusura: ciò, perché non padroneggiando i concetti introdotti, la tentazione è quella di percepirli o come inutili tecnicismi, o come espedienti retorici per sviare dai fatti nudi e crudi.


Per tentare di spiegarmi meglio, proverò a fare qualche esempio reale restando dentro l'ambito della geopolitica, un argomento che, specifico, non esaurisce la discussione, e che ho scelto perché ritengo di conoscere abbastanza bene: con i pochi mezzi di informazione a mio supporto, faccio fatica a ribattere, se non a livello logico argomentativo a chi parla di disfatta russa, citando le stime di un milione e mezzo tra morti e feriti per la Russia contro il mezzo milione di cui "solo" centomila uccisi per l'Ucraina. Posso ben rispondere che per quello che il campo di battaglia lascia trapelare, e soprattutto analizzando gli scambi di prigionieri e cadaveri, i numeri dichiarati, appaiono al quanto irrealistici, che in questo genere di cose la nebbia della guerra e la propaganda di ambo i lati rendano scientificamente inattendibile qualsiasi cifra attuale. Ma al momento in cui, come hanno fatto loro, mi si chiederà una qualche fonte autorevole a suffraggio della mia tesi, possibilmente occidentale, ho dalla mia parte davvero poche cartucce da sparare.




Un altro esempio lampante di questo stato di cose, è la narrazione che si è data qui da noi, dei viaggi diplomatici in Cina,  rispettivamente del presidente statunitense e del suo omologo Russo, che si sono svolti in questi giorni. La visita di Trump in oriente considerando soprattutto la quantità di accordi raggiunti è stata per molti versi deludente. In ciò, un po' tutti i media, chi più, chi meno, sono stati fondamentalmente onesti nel riportare l'esito dell'incontro. 

Per contro però, subito dopo Trump e stata la volta di Putin di visitare la Cina, e stavolta i mezzi di informazione hanno saputo offrire il peggio di sé. Leggevo un giornalista su X, che definiva questo incontro addirittura un atto di vassallaggio da parte dei russi. La maggior parte degli articoli, per compensare il magro bottino americano, si concentrava sul fatto che non ci sono ancora accordi definitivi per la realizzazione del Power of Siberia 2.


Stranamente nessuno di questi organi di informazione si è domandato cosa diavolo sia andato a fare Putin in Cina, portandosi dietro mezzo governo, con un colpo di stato imminente. Era questa la notizia che un po' tutti i giornali a inizio maggio, davano per certa, ricordate? 


Intanto però mentre qui da noi si parla di sudditanza russa, io vedo che il documento fondamentale che regola i rapporti sino-russi, il Trattato di buon vicinato e cooperazione amichevole, è stato rinnovato senza modificare nemmeno una virgola, rispetto al 2001, l'anno in cui fu stipulato per la prima volta. Possibile che i cinesi che a quanto si dice ormai, fanno il bello e cattivo tempo a Mosca, non abbiano sentito l'esigenza di modificare nulla a loro vantaggio?  Forse già all'epoca della prima stipula, i russi si erano avvassallati alla Cina, e quindi il documento era già perfetto così? 

Qualche esperto potrebbe obiettare che i trattati quadro hanno un linguaggio volutamente generico e paritario, per non umiliare a livello internazionale il partner di minoranza. Mentre le asimmetrie e le disparità tra gli stati, si vedono nei singoli trattati bilaterali. Ma se è  così, il fatto che la Russia abbia ancora una certa libertà decisionale, lo provano proprio tutte le lungaggini e le difficoltà di un accordo per il Power of Siberia 2.

Anche riguardo al protocollo della visita, alcuni fanno notare che per molti versi a Trump è stato riservato un trattamento migliore rispetto a quello riservato al collega Russo. Per esempio ad accogliere il presidente Trump c'era il vicepresidente cinese Han Zheng, mentre ad aspettare Putin c'era ""soltanto" il ministro degli esteri. In realtà queste differenze sono giustificate dalla natura delle due visite di stato: più istituzionale e burocratica, quella americana, più di coordinamento politico, quella russa.  Ma senza addentrarci in aspetti tecnici, per capire la pretestuosità di queste argomentazioni, basta sapere che nonostante il ruolo istituzionale che ricopre, Han Zheng oggi in Cina è solo un personaggio di rappresentanza, senza un vero peso politico. Mentre il ministro degli esteri Wang Yi, nonostante l'apparente ruolo minore è in realtà uno degli uomini forti di Pechino. 



Lo stesso meccanismo fin qui descritto lo vediamo nella copertura su Iran, Turchia, Cina interna, e potremmo continuare. Ma il punto non è accumulare esempi, il punto è un altro: in un sistema dove il paradigma ideologico è unico e la sua messa in discussione marginale, l'autorevolezza delle fonti o la diversificazione delle stesse, di per sé non garantisce la correttezza di ciò che si apprende, possiamo leggere anche dieci testate diverse ma se tutte partono dalle stesse premesse, tutte ci indirizzeranno verso le stesse conclusioni.


Perciò sviluppare un ragionamento, dando per scontato che le informazioni di partenza siano neutrali perché le fonti di provenienza sono il Corriere della sera o il New York Times, non farà altro che recintare quel ragionamento dentro un quadro ideologico stabilito, dove tutte le mosse di Putin saranno gravi errori tattici o strategici, che avvicinano ogni giorno di più la Russia al disastro e al completo asservimento alla Cina. La Cina a sua volta, un paese autoritario e dispotico che limita ogni giorno di più le libertà dei suoi cittadini eccetera. 



sabato 16 maggio 2026

Di Tucidide in Cina

È divertente leggere sui giornali, così come nelle pagine personali, i giudizi impietosi sul confronto tra il presidente Trump e il suo omologo cinese. Non prendetela col povero Trump: che il presidente Xi fosse un uomo di discreta erudizione, ne aveva già dato dimostrazione in una visita di Stato proprio qui in Italia. Anche allora se ne uscì con una citazione di un autore classico, dando così prova di conoscere bene la nostra cultura. Per gli americani invece, beh, io ricorderò sempre la visita degli Obama al cenacolo vinciano: era da poco scaduto il suo mandato presidenziale ed era venuto a Milano insieme alla sua famiglia per l'occasione di una conferenza. Visto il calibro del personaggio, l'amministrazione pensò bene di organizzare per gli ospiti una visita privata a Santa Maria delle Grazie. Naturalmente, quando l'ex presidente terminò la visita, i giornalisti si precipitarono sia per le consuete foto di rito, sia per cogliere l'occasione per porre qualche domanda. Fu così che quando un giornalista gli chiese cosa pensasse dell'immortale opera di Leonardo, il presidente rispose con un conciso "Beautiful".



Sarebbe semplice adesso partire da questi aneddoti e uscirsene con un pistolotto su come è facile far sembrare colto uno e superficiale un altro con due episodi scelti ad arte, non sarebbe in fin dei conti un discorso del tutto sbagliato, perché è indubbio che uno dei mali peggiori della nostra epoca sia proprio il fatto che i leader si scelgano per l'immagine e non per la sostanza. 

Però sono cose trite e ritrite, piuttosto mi è parso interessante tentare di capire i motivi del perché in questa occasione sia stato proprio tale episodio quello che ha indignato di più i molti. Bene, secondo me il motivo è che ci siamo sentiti defraudati da parte di Xi, il quale si è permesso di citare autori greci con davanti un Trump incapace di rivendicarne l'eredità. Insomma, Trump, non solo non è stato capace di ribattere, menzionando a sua volta un autore della tradizione classica cinese, ma nemmeno di riprendere la citazione di Xi e ampliarla rivendicandola così alla nostra tradizione.


Eppure ci sarebbe poco per cui agitarsi, dato che noi della civiltà greco-romana, in realtà siamo gli usurpatori non i figli. In un certo senso forse i cinesi hanno più diritto di noi a citare Tucidide, loro almeno lo hanno conosciuto. Ma in verità non sarebbe corretto nemmeno questo quadro interpretativo, se noi, discendendo dai barbari, abbiamo "rubato" qualcosa, lo abbiamo fatto a casa dei "ladri" e chiamo come mio testimone Orazio. 

Non è cosa rara che un popolo nuovo si appropri di una cultura altra o parte di essa, anzi è un fenomeno abbastanza ricorrente nella storia. Ma solo la cultura che, per comodità, possiamo chiamare "occidentale" ha sviluppato una particolare capacità di sistematizzare e istituzionalizzare queste eredità, garantendosi una continuità storica che supera di molto le civiltà che vi hanno contribuito. Tutto ciò a cominciare dalla sua espressione spirituale poi importante, che si definisce appunto cattolica.


Ma stando così le cose, allora forse irritarsi con i cinesi per l'appropriazione culturale non è lo spirito giusto con cui affrontare la questione, tanto più che di questa eredità, oramai non sappiamo fare altro che incolparla di tutti i mali di cui soffre questo vecchio mondo. Proviamo invece a ribaltare la prospettiva, facciamo quello che non ha saputo fare il presidente americano e leggiamo la citazione di Xi come un ulteriore conferma di quell'universalità che da sempre è il vanto della nostra cultura. 



Operazione questa a mia opinione quanto mai urgente, non tanto per i cinesi, che citando gli antichi volevano forse solo ricordare quanto fosse giovane (e passeggera) l'America. Ma per noi stessi, che consapevoli o meno, così come i romani prima di noi, con le emigrazioni di massa e il crollo demografico, abbiamo scelto di passare il testimone di questa cultura ad altre genti. Qui non voglio questionare se questa strada sia giusta o sbagliata. Ma visto che la stiamo percorrendo, quantomeno cerchiamo di farlo con lo spirito giusto. 


venerdì 8 maggio 2026

Il cattivo giornalismo uccide

Prima di addentrarmi nel cuore del discorso sarà meglio esplicitare i miei bias, anche perché, rileggendomi, mi rendo conto che, fatto ciò, il senso del post vien fuori da sé senza bisogno di dilungarsi troppo: io sono un cosiddetto danneggiato da vaccino; la seconda dose mi ha procurato una fibrillazione atriale che, a sua volta, mi ha causato un severo scompenso cardiaco al ventricolo sinistro. Patologia alquanto sgradevole che, oltre a qualche settimana in terapia intensiva, mi ha quasi mandato all'altro mondo. Per fortuna, visto che il mio cuore è fondamentalmente sano, grazie alle giuste terapie adesso si è ripreso completamente.


Non ne faccio un dramma, a differenza di qualcuno che ancora oggi sostiene che i vaccini sono solo acqua di rose: sapevo che avevano delle controindicazioni; prima della messa in commercio, con una vaccinazione a tappeto, per un paese come l'Italia, alcuni esperti chiamati in causa stimavano circa settecento morti e varie migliaia di soggetti a rischio effetti collaterali gravi. In realtà, nonostante, come ci spiegano i giornali, "prestigiosi studi scientifici dimostrino che questo vaccino sia il primo della storia non solo privo di effetti collaterali, ma addirittura ad apportare benefici inaspettati sui soggetti vaccinati", solo chi ha le fette di prosciutto sugli occhi non si è reso conto che le aspettative complessive sulla sicurezza e sugli effetti collaterali si sono rivelate sin da subito piuttosto ottimistiche.


Comunque, dicevo, a differenza di molti, quando ho scelto di vaccinarmi sapevo grosso modo i rischi che correvo.


Sul piano geopolitico invece è diverso: intanto ho criticato, davanti al numero di morti sull'ordine delle centinaia giornaliere, il tergiversare dei politici europei sul vaccino russo, in attesa che fossero disponibili, anche per i cittadini di seconda categoria, i vaccini prodotti in Occidente. Una vergogna di cui ci si giustifica con la menzogna che lo Sputnik fosse in realtà inefficace, cosa falsa: dopo cinque anni possiamo ben dire che i dati successivi non hanno mostrato scostamenti clamorosi rispetto all’efficacia dichiarata; semmai meno efficace era il vaccino cinese, ma questa è un’altra storia. Ma soprattutto, a disponibilità ottenuta, fin da subito ho giudicato il cosiddetto green pass uno strumento di coercizione indegno e vergognoso.


Non starò qui a riaprire vecchie questioni: ciò che voglio dire, in sintesi, è che non mi considero un negazionista, ma nemmeno un entusiasta della gestione della crisi precedente. Parliamoci chiaro: reputo scontato che in tutto ciò che è successo ci siano finiti in mezzo esperimenti sociali e che gli attori coinvolti abbiano cercato di approfittarsi, come meglio potevano, della situazione, ma questo è insito nella nostra specie, non serve immaginare piani ben studiati e grandi vecchi per giustificare questo tipo di dinamiche: se non fosse così, staremmo ancora sugli alberi, non mi interessa il giudizio morale. 


Ma con la stessa franchezza devo dire che, l'eccessivo accanimento verso i non vaccinati con tutti i costi sociali che questo atteggiamento ha comportato mi ha fatto nascere più di un dubbio. In particolare il sospetto che il virus possa essere stato ingegnerizzato; faccio fatica ad accettare che tutto quell’odio e quella discriminazione diretta verso i non vaccinati siano dovuti solo alla volontà di ripristinare più velocemente possibile il sistema economico. Però, ripeto, non sono un biologo il mio è solo un sospetto nato dall'osservare la rigidità dei governi verso una minoranza di popolazione tutto sommato esigua, e dal domandarmi quale tipo di scenario potesse giustificare una gestione così severa.


La cosa su cui invece non ho dubbi è la vergognosa gestione di questa crisi da parte degli organi di informazione. Un’incompetenza e una faciloneria che mi hanno lasciato allibito e di cui ho avuto riprova a seguito dell’inasprimento del conflitto in Ucraina nel 2022. Onestamente prima di allora non mi ero mai occupato di informazione o propaganda, ma, essendo per natura un tipo curioso, ho cercato di capire se quello che per ben due volte si era svolto sotto i miei occhi fosse una prassi comune o una peculiarità dei nostri tempi. Nemmeno qui voglio esprimere giudizi netti; per i più curiosi come me, consiglio di partire da due romanzi: Bel’Ami di Maupassant e Illusioni perdute di Balzac. Se siete svegli non penso vi servirà altro.


Comunque, per farla breve, il fatto è che il mondo dell’informazione è fatto di perfette nullità, capaci a volte sì di usare la penna, ma quasi mai il cervello; detto in altri modi, hanno poca dimestichezza con l'argomento di cui si occupano, e poco gli interessa acquisirne. Il loro pregio è di scrivere bene e il loro unico scopo è quello di mantenere la posizione che hanno raggiunto, difendendo chi può assicurargliela e screditando tutti gli altri.


Siccome alla fine della fiera noi esseri umani siamo delle scimmie autoaddomesticate, uno dei metodi più facili per raggiungere tale scopo con il minimo sforzo, è quello di creare gruppi, noi contro loro per capirci: ecco spiegati, semplificando il giusto, gli scontri tra vaccinati e no vax, tra i filoucraini e i putiniani e tutte le altre polarizzazioni di questi nostri tempi.


Non è difficile capire che una stampa che si è strutturata in questo modo è il sogno proibito di ogni sistema di potere, fosse pure il più giusto del mondo; purtroppo però tale modello di informazione genera sfiducia e la sfiducia, in tempi di trasporti veloci, alta densità di popolazione e democrazia, è una spada di Damocle che pende sulla testa di tutti.


Nella gestione della precedente crisi pandemica, sono confluiti le rivalità geopolitiche delle tre grandi potenze mondiali oltre allo scontro tra l'establishment americano e l'amministrazione Trump. Ciò se restiamo al livello macro dell'osservazione, se invece scendiamo nei dettagli a tutto questo dobbiamo sommare anche le beghe e le rivalità locali. Per fare qualche esempio alcuni forse ricorderanno di come negli Stati uniti i grandi media democratici lodassero la gestione pandemica Italiana, solo perché il governo aveva scelto una strategia agli antipodi da quella scelta da Donald Trump. Da noi vi furono le girovolte della lega sulla necessità o meno dei lockdown. O ancora, le manovre di Renzi per fare saltare il governo Conte.  Nel raccontare tutto ciò i media hanno sviato dai retroscena, allineandosi pedissequamente alle versioni ufficiali che il potere forniva loro.  Per riuscirci hanno concentrato tutta l'attenzione su fenomeni che, almeno inizialmente, erano assolutamente marginali, come i negazionisti e i no vax.  mi dispiace dirlo ma anche gli esperti non fanno una migliore figura, visto come si sono prestati per un briciolo di notorietà, al ruolo di capi popolo rabbiosi e urlanti. 


Quanto finora descritto, ha contribuito a creare un clima di diffidenza e sfiducia, che ancora oggi cova sotto la cenere. Adesso capita che si prospetta il rischio di una nuova epidemia zoonotica. Stavolta il virus è conosciuto e considerato anche le modalità di trasmissione, difficilmente l'epidemia potrà evolvere in una pandemia. Però ha un tasso di mortalità estremamente alto, altri ordini di grandezza rispetto al COVID-19. Nel malaugurato caso che la minaccia dovesse concretizzarsi, faccio gli auguri a chiunque sarà chiamato a gestirla.



In realtà, secondo gli esperti, il vero pericolo di questo virus non è una nuova pandemia, quanto che diventi endemico. Probabilmente, considerato Il tipo di virus, le circostanze di diffusione, nonché tutto il resto, alla fin fine la questione, con tutto il rispetto per i morti, si risolverà in un non nulla. Però, lo ammetto senza remore, personalmente, visto i precedenti, considerato il disastro energetico che incombe sulle nostre società dopo la sciagurata aggressione statunitense all'Iran, il sospetto che tutta la storia, sia solo un pretesto per una serrata generale che imponga una restrizione ai consumi energetici, non mi è parsa un'idea così fantascientifica. Il fatto, tuttavia è che le zoonosi esistono e ogni tanto ci colpiscono, l'influenza spagnola è lì a dimostrarlo. Con il supporto delle moderne tecnologie, in caso di decisioni o comportamenti sbagliati presi grazie al clima che si è instaurato, il disastro ci aspetta lì, dietro l'angolo.

mercoledì 22 aprile 2026

L'ennesima emergenza del cazzo

"Emergenza giovani!", scrivono i giornali, intervistando professoroni e psicologi di grido. Si riferiscono naturalmente ai sempre più frequenti casi di violenza giovanile che stanno affligendo il Bel Paese.

Ecco allora che partono le grandi inchieste dei quotidiani e dei programmi TV. Gli specialisti interpellati parlano e spiegano, attribuendo la responsabilità ora a questo ora a quello. Alla fine quando si tirano le somme, concludono che è tutta colpa di un generico disagio giovanile. Disagio di cosa non si capisce bene, essendo queste le generazioni più privilegiate che la storia ricordi. 

Vero, io stesso denuncio che la nostra società sta vivendo un preoccupante declino. Adesso il futuro che ci si prospetta, sembra molto più minaccioso rispetto a come appariva solamente alcuni decenni fa. Ma bisogna anche contestualizzare. Ammesso e concesso che sia veramente così, perché lo è, comunque parliamo di standard di vita incommensurabilmente più agiati, di quelli in cui si viveva solo ottant'anni fa. 


È innegabile, ci avevano promesso un castello e ci ritroviamo in una villetta a schiera. Ma i nostri bisnonni vivevano sotto i ponti. C'è da arrabbiarsi, sicuro. Ma anche per il tipo di violenza che si sta manifestando non venite a parlarmi del disagio che questi esperti lasciano sotto intendere, anche perché basta fare una rapida ricerca per scoprire che la maggioranza di queste violenze viene commessa da immigrati di seconda generazione. 

E qui casca l'asino, direbbe Totò. Perché vedete, dinamiche analoghe si sono già verificate in Francia e nei paesi del Nord Europa, per esempio, ma in misura minore anche qui da noi, nel Nord Italia con l'emigrazione meridionale. Esattamente con gli stessi protagonisti: giovani immigrati di seconda generazione, e in questi casi le violenze si sono verificate in periodi e contesti dove le generali condizioni di vita erano in continuo miglioramento. 



Per tali ragioni, io mi ritrovo più in sintonia con quelli che spiegano questo fenomeno, attribuendo il nascere della violenza, al senso di rivalsa di questi giovani, che a differenza dei genitori stanno abbastanza bene e non conoscono le condizioni di vita dei luoghi d'origine, ma nel contempo si rendono conto che per la maggioranza di loro sono precluse le opportunità di vita riservate ai nativi.  

Capiamoci non è questione di razzismo, non solo perlomeno. sono dinamiche sociali difficilmente corregibili. sia per disponibilità economica, sia per differenze culturali, il fatto stesso di essere figli di emigranti è un fattore che favorisce l'emarginazione e la tendenza a ritrovarsi tra persone in condizioni simili o comunque altri emarginati. 


Sfatiamo subito le obiezioni più comuni; sì, finché nella comunità c'è solo Alì, magari si può fare una colletta e mandarlo in piscina tutte le domeniche insieme agli altri bimbi, ma se gli Alì diventano una decina...  Discorso simile per la questione culturale, se la famiglia d'origine ha già di suo una buona cultura e una certa elasticità mentale, il figlio sarà più avvantaggiato nell'integrarsi nel nuovo ambiente. Purtroppo di solito queste non sono quasi mai le caratteristiche delle famiglie che emigrano.

A questo punto gli obiettori di prima potrebbero ribattere che non le comunità, ma lo Stato dovrebbe occuparsi di risolvere la questione attraverso la scuola e i sussidi. Naturalmente non funziona così, per quanto specialmente negli ambienti di sinistra, si tende a considerare lo Stato quasi come un Deus ex machina. La verità è che lo Stato può mitigare certi fenomeni, ma non può eliminarli, prova ne è, che se fosse così semplice correggere certe dinamiche sociali, l'avremmo già fatto per alcuni tristemente famosi, quartieri di Napoli, di Palermo o di Bari vecchia. Ma per amor di speculazione, ammettendo che sia possibile correggere questi fenomeni aumentando la spesa nella scuola e nel sociale, forse lo si potrebbe fare con dei tassi di immigrazione fisiologici, ma con una popolazione straniera che oggi ha raggiunto il 10% del totale, è un'opzione sia politicamente sia economicamente insostenibile. 


Inoltre, come se i problemi culturali ed economici già di per sé non bastassero ad alimentare questi fenomeni di ghettizzazione e la conseguente nascita di gang tribali, ci sono poi le differenze etniche a favorire tali processi, Dal lato esterno alimentando i pregiudizi, dall'interno invece favorendo il senso di appartenenza e l'instaurazione di norme, reti e pratiche condivise. Anche qui non è una questione di pregiudizi razziali, ma antropologica, già i romani ebbero problemi di integrazione nonostante la classe dirigente del tempo, poco si curava di cosa pensassero i locali, e i loro migranti fossero alti e biondi. Solo il tempo e il bisogno di fare fronte comune contro nuove invasioni, ha permesso alle diverse popolazioni difondersi per diventare un tutt'uno. Ma fino a che il tempo non avrà fatto il suo corso le differenze fisiche restano.


Il problema non sono gli immigrati in sé, gli islamici, gli albanesi, i Rumeni, non sono portatori di particolari tare. Prima abbiamo fatto cenno al fatto che dinamiche simili anche se più limitati, si svilupparono anche ai tempi della grande migrazione interna, ma ancora gli italiani, assieme agli Irlandesi, agli ebrei, eccetera si sono fatti notare ai tempi delle grandi migrazioni verso gli Stati Uniti. La gravità di questi fenomeni e in verità, principalmente una  questione di numeri e gestione del problema. 



Di numeri perché appunto più aumentano gli immigrati, meno saranno le risorse disponibili per integrarli, più fatica faranno i cittadini stessi ad accoglierli in seno nelle comunità, e ancora gli immigrati stessi saranno più propensi a ghettizzarsi con i propri connazionali.

Di gestione perché passare da periodi dove: "accogliamoli tutti!" A periodi dove: "dagli allo straniero", non e proprio il sistema giusto ne per una politica migratoria coerente ne per infondere nella popolazione la giusta disposizione d'animo, qualsiasi cosa si voglia fare.

Ma queste sono cose sapute e risapute, di cui non si vuole parlare seriamente perché come gestire il fenomeno immigrazione è  una decisione già presa e non si intende tornare indietro. Perciò non si farà altro che gridare all'ennesima emergenza del cazzo, a cui rispondere con provvedimenti del cazzo. 

Ricordo una quindicina di anni fa', forse qualcuno in più che l'emergenza erano gli incidenti stradali. I numeri dell'emigrazione di massa, aveva raggiunto una dimensione tale da cominciare a fare massa critica, insomma iniziavano a farsi notare. Si sa che l'alcol è storicamente lo strumento più usato dai poveri e dagli emarginati per consolarsi dalle loro pene, in più spesso queste persone erano di cultura islamica dove l'alcol è vietato, perciò con una limitata tolleranza verso lo stesso. Ciò comportò un considerevole aumento di gravi incidenti stradali dove erano coinvolti stranieri.



Precisiamolo, non erano solo gli stranieri a causare incidenti, noi siamo storicamente un paese indisciplinato alla guida, nell'italia di allora si contavano circa tremila morti l'anno. Ma Siccome gli incidenti dove erano coinvolti emigrati suscitavano indignazione ed effettivamente erano in aumento, i giornali martellavano su quelli. 


Dato che in democrazia le leggi devono essere uguali per tutti, il governo di allora che era dello stesso colore di quello di adesso, rispose con una riforma del codice della strada e una revisione del limite alcolemico consentito. Ciò scatenò il panico tra gli avventori e mise in grave difficoltà i piccoli ristoratori. Infatti questa norma contribui a cambiare le abitudini a tavola degli italiani che da sempre oltre al cibo in queste occasioni cercavano il piacere della convivialità e del bere in compagnia. 

Può darsi che mi sbaglio ma secondo la mia opinione l'inizio dei problemi di molte trattorie e il boom degli all you can eat, andrebbe ricercato lì. Non che la moda di questa tipologia di locali non avrebbe preso piede anche qui, ma essendo il nostro, un paese con una forte tradizione culinaria, con molta probabilità anche questo processo avrebbe avuto sviluppi simili a quelli che si sono registrati in paesi come la Francia. Invece la stretta sul alcol contribuì in maniera determinante alla trasformazione delle abitudini e nel modo di approcciarsi alla ristorazione degli italiani, il COVID ha fatto il resto.


Siccome alle destre evidentemente le norme punitive piacciono anche a questa nuova emergenza hanno risposto allo stesso modo: con una serie di norme che limitano enormemente la portabilità degli strumenti da taglio. Avevo quattordici anni quando iniziai a portare sempre con me il mio fidato Victorinox. Ne avevo venti invece, quando girando per controllare i vari palazzi gestiti della mia impresa, gli anziani che vi abitavano cominciarono a chiedermi qualche favore: cambiare una lampadina, svitare una mensola, eccetera. Da adesso in poi quando qualcuno mi chiederà qualche favore del genere gli dirò di rivolgersi a Salvini o alla Meloni. Per le escursioni nei boschi invece vedrò di organizzarmi a modo di trafficante d'armi. Così siamo ridotti.


Ma agli italiani evidentemente le norme restrittive indipendentemente dalla loro utilità, piacciono. Stavo guardando infatti su internet, una videorecensione di un coltello da bushcraft. Roba da appassionati di escursioni come me. Non vi dico il numero di commenti di rimprovero rivolti all'autore del video, che a detta dei commentatori pubblicizzava un'arma vietata dalla legge. Inutile ribattere che con giustificato motivo certe armi si possono ancora portare con sé. Questi amanti della libertà, replicavano proponendo di portarsi dietro gli utensili più improbabili per sostituire la pericolosa lama. 

Fortuna vuole, che per la tranquillità di questi solerti commentatori, a differenza di noi escursionisti, i giovani problematici sono rispettosi delle leggi. Leggevo infatti proprio l'altro giorno, che l'ennesima aggressione in cui ci è scappato il morto, è stata portata a termine con un cacciavite.

domenica 12 aprile 2026

Non di solo elettrico vive l'uomo

Mi è capitato oggi di leggere un post rigurgitante d'odio contro i nemici dell'elettrico, responsabili, a detta dell'autore del post in oggetto, di aver contribuito con il loro ostracismo a trascinarci verso un disastro energetico globale in caso la crisi dello stretto di Hormuz non si risolva rapidamente.

Sorvolando sul fatto che difficilmente le persone che si lamentano sui social e nei bar, possano influire in maniera significativa sulle scelte energetiche di un intero continente. Se proprio si vuole cercare un colpevole, sarebbe più giusto individuarlo nello stesso modello elettrico che, nonostante sia stato iper-pompato a livello di propaganda, fa affidamento su alcune tecnologie ancora premature per consentirne una diffusione di massa. Sì, lo so che la Spagna bla bla bla, però signori, il pacchetto è completo: se pretendete il modello energetico spagnolo, vi prendete anche il suo sistema industriale, perché con quel modello lì, di alimentare adeguatamente un sistema energivoro come l'apparato industriale italiano, potete scordarvelo. 


In realtà però, incolpare la riconversione "verde", anche se con segno opposto, ci porta comunque nel cadere nella trappola della polarizzazione. La verità è che già ora molte soluzioni proposte da queste tecnologie sono efficienti. Semmai il vero problema  è l'ideologia che identifica questo tipo di tecnologie come una panacea che funzionino bene dapertutto. Invece si dovrebbe sapere che questo tipo di soluzioni danno il massimo lavorando in sinergia con altre tecnologie. D'altronde, benché tutti continuino a ripetere a mo' di mantra: elettrico, elettrico, ma si sorvola quando c'è  da chiarire da dove prenderemmo questa energia. Che io sappia non cresce sugli alberi e pensare che possa essere estratta esclusivamente da fonti verdi come il solare, è pura utopia. 

In proposito mi piacerebbe vedere cosa ha votato il signore del post, nello scorso referendum sul nucleare. A scanso di equivoci, non sono uno di quelli che pensano che col nucleare si risolva tutto, in un paese come il nostro ad esempio anche il geotermico potrebbe essere una buona soluzione. Ciò che conta, e gli esperti lo dicono chiaramente, è che per garantire il funzionamento della rete elettrica, le energie rinnovabili vanno benissimo, ma serve in aggiunta una fonte che garantisca un afflusso di energia modulabile secondo le esigenze, altrimenti salta tutto.

Allora forse il problema non è tanto di spingere su questo o quel modello, quanto appunto quello di diversificare, d'altronde è la stessa natura che ci insegna, e su questo, c'è poco da discutere: la chiave del successo è la diversificazione.


Di questa "legge" applicata al nostro contesto e proprio il mondo dell'elettrico a darcene ulteriore prova. Perché se i combustibili fossili sono suscettibili alle turbolenze geopolitiche, di cui l'autore del post da cui siamo partiti giustamente si lamentava. L'elettricità (che comunque ripeto, è un vettore per sfruttare l'energia, non per crearla) soffre di altri tipi di turbolenze addirittura più imprevedibili. Avete mai sentito parlare degli eventi di tipo Carrington?  


Sono delle tempeste solari di altissima densità capaci di distruggere una parte considerevole della rete elettrica del pianeta con non pochi rischi anche per le apparecchiature ad essa collegate, roba capace di riportare vaste zone del pianeta agli anni cinquanta del secolo scorso, con tutte le criticità che un evenienza simile comporterebbe. Non è argomento da complottisti, benché rari, non sono fenomeni eccezionali. nonostante i dati a disposizione siano incompleti, si stima che in media se ne verifichi uno dentro un range che va tra i 100 ai 500 anni a seconda dei modelli statistici. Fortuna vuole che queste tempeste non si propagano dal sole come delle bolle in espansione, ma più similmente a delle grosse nuvole modellate dall'energia solare. Dunque per investirci devono avere la giusta direzione, l'ultima che c'entrò la Terra fu appunto, quella studiata da Carrington. Visto il periodo in cui avvenne, non arrecò grandi danni , ma al giorno d'oggi? 



Sarebbe un disastro di proporzioni colossali. Su cui, mi pare, nonostante oggi  il mondo diventa sempre più elettronico e l'elettrificazione sia diventato il mantra di molte classi politiche, troppo poco si è fatto per proteggere le infrastrutture da evenienze di questo tipo. Pochi conoscono l'argomento e buona parte di quei pochi lo considerano roba da survivalisti e altri apocalittici della stessa specie. In realtà però come ben sanno coloro che studiano la questione,  benché questo genere di fenomeni restino rari, la faccenda è più seria di quanto si pensi. Infatti in verità abbiamo mandato varie sonde a sorvegliare il Sole, come la SOHO o la DSCOVR. 

Questi sistemi in teoria dovrebbero avvertirci in tempo, in modo da riuscire a ordinare lo shutdown di massa della rete, e salvare così i nostri manufatti elettronici o perlomeno  gran parte di essi. A patto però, di trovare qualcuno che si prenda la responsabilità di dare un simile ordine. Comprese tutte le conseguenze nel caso i calcoli dovessero rivelarsi sbagliati. A proposito di ciò, voglio solo ricordare che dopo cinque anni, parliamo ancora dei danni del lockdown pandemico, una situazione le cui conseguenze in confronto allo spegnimento generale necessario in caso di una tempesta magnetica di queste dimensioni, apparirebero irrilevanti. 



Non stiamo parlando di rischi remoti, tipo supervulcani o cose simili, per gli amanti delle coincidenze, ci siamo andati vicino nel 2012, quando la profezia dei maia sulla fine del mondo non si realizzò solo per un soffio; a parità delle altre caratteristiche, sarebbe bastato che l'eruzione solare si fosse verificata nove giorni prima, per fare sì che la tempesta magnetica che si verificò allora, investisse la Terra con la sua nuvola di particelle cariche. In teoria visto l'eruzione del 2012, possiamo dormire sonni tranquilli, almeno per un po' di tempo. In realtà però  che io sappia non esiste nessuna legge fisica che impedisca al sole di dare due, tre scariche in tempi ravvicinati. 


domenica 5 aprile 2026

Buona Pasqua

Oggi, finito di mangiare avevo voglia di rilassarmi un pochetto. Invece, le mie care pargolette hanno deciso che quello era il momento ideale per fare una bella litigata. Non so per quale gioco, né chi l'avesse tolto a chi. 

Stufo di urla e pianti, decido di fare un salto alla casa che stiamo ristrutturando e dove speriamo presto di trasferirci. Faccio qualche lavoretto in giardino, mi godo un po' le mie piante quando, da un giardino vicino, si sentono delle urla. 

Erano due fratelli (il paese è piccolo, li conosco) che, ritrovatisi insieme per il pranzo pasquale, ne hanno approfittato per tirare fuori vecchi rancori e concludere la festa con una scenata. 

Adesso io sono certo che i motivi di questi contrasti ai loro occhi siano importanti e serissimi. Non sono un curioso, perciò non ho indagato le cause della discussione. Sono pero certo che anch'io avrei la stessa reazione se mi ritrovassi in una situazione analoga. So tutto questo, ma vedendo la scena non ho potuto fare a meno di pensare al litigio di prima delle mie figlie piccole. Anche per loro il motivo della lite era serissimo, importantissimo eccetera, ma io non posso fare a meno di guardare ai loro diverbi come alle monellerie di due discole. 

Chissà se qualcuno, lassù, guardando le liti, le faide, le guerre e tutte le altre brutture di cui siamo capaci, ritirandosi un po' contrariato, sospiri, nella sua infinita saggezza: «che monelli».


Buona Pasqua a tutti.

sabato 4 aprile 2026

Arrivederla Vittorio

Risveglio triste quello di stamane. Come al solito, intanto che aspettavo la moka, stavo spulciando le ultime novità attraverso il cellulare. Così apprendo della scomparsa di Vittorio Messori.


Messori, per me, è una figura importante, direi fondamentale per il mio percorso di conversione. Ai tempi, avevo da poco scoperto che la religione non era solo materia per Beghine, ma racchiudeva in sé anche una dimensione virile, fatto che mi spinse ad aprirmi all'argomento. Poi venne una gita (di piacere) a Siena: la chiesa di San Domenico, con la testa di santa Caterina lì bell'esposta, e il disagio per una religione che, sebbene, da un lato mi attraesse, dall'altro mi scandalizzava. Quel suo ostinato attaccamento ai feticci, alla materia, mi pareva concedesse troppo se non alla dimensione magica, superstiziosa, quantomeno a quella popolare. Fu poco tempo dopo che trovai, in un mercatino, per pochi euro, l'ennesima ristampa del suo libro "Ipotesi su Gesù". Una rivoluzione: attraverso quel libro compresi che la fede poteva essere affrontata anche partendo da basi razionali.

Non mi fermai lì; dopo passai alla serie vivaio, proprio allora la Sugarco li stava rieditando arricchendo l'opera di un nuovo volume. Dopo quelli, lessi tutto il resto. Naturalmente, tutto ciò non fu un percorso lineare e spontaneo. Così come Vittorio non fu il solo autore che lessi. Ma fu sempre Messori a fornirmi la mappa per quel mondo, per me così nuovo: fu lui, infatti, attraverso i suoi libri, a svelarmi quella logica dell'et et, del questo e quello, senza la quale certe dinamiche del cattolicesimo rischiano di sembrare folli.


Mi sarebbe piaciuto conoscerlo di persona. Sono stato anche diverse volte a Maguzzano, però, un po’ per contingenze, un po’ per altro, mi sono trattenuto. Non per timidezza, figurarsi, ma per rispetto: se c'è una cosa che traspare dai suoi libri, oltre alla fede naturalmente, è l'invito, spesso fermo, a concentrarsi sul tema, non su chi lo propone. Francamente, a parte i soliti convenevoli, poco avrei potuto dirgli che non gli avessero già detto altri prima di me. Una foto di cortesia, qualche stretta di mano: davvero, queste cose avrebbero potuto giovare a uno di noi due?


Il libro che meno avevo compreso del suo percorso fu proprio l'ultimo, quel "Quando il cielo ci fa segno", che, probabilmente, anche per il clima del periodo in cui uscì, suscitò in me più di una perplessità: ma come, un divulgatore così serio della fede, proprio adesso, "a fine carriera", ricorre a certi espedienti? Si mette a parlare di segni e miracoli quotidiani?


Strano il destino, ma proprio in questo periodo sto affrontando con approccio diverso quel testo, che adesso, comprendendolo meglio, mi appare come la conclusione più coerente di un percorso rivendicato fin dagli esordi e racchiuso in quell'et et che Messori aveva fatto proprio, assieme a un motto del suo caro Pascal: "L'ultimo passo della ragione è riconoscere che c'è un'infinità di cose che la superano".

sabato 21 marzo 2026

Guerra all'Iran, perché è un suicidio.



Nel frattempo che i giornali ci informano dei devastanti attacchi che ogni giorno Israele e Stati Uniti infliggono all'Iran, cosa che da quanto vorrebbero fare intendere, sta minando sempre più le possibilità del regime di resistere. Probabilmente e questo fatto che ha convinto quegli stessi canali di informazione che non sia importante dare adeguato spazio alle notizie di senso contrario. Poi vai a sapere perché i prezzi al distributore continuano ad aumentare e la dirigenza americana comincia a perdere pezzi (https://www.open.online/2026/03/17/joe-kent-vs-trump-dimissioni-antiterrorismo-usa-guerra-iran-israele/).

Io sono stato accusato di assumere un comportamento partigiano, filorusso e antiamericano. Ciò perché nel caso della guerra in Ucraina, oltre che schierarmi per le ragioni di Mosca ho sempre detto che quel conflitto i russi non potessero perderlo. Mentre nel caso dell'intervento in Iran già il giorno dopo ho definito l'attacco americano un "suicidio".

Prima di entrare nel merito però, vorrei far notare una questione davvero curiosa che penso sia degna di attenzione: per documentarmi meglio, ho fatto anche un giro tra i forum e la sezione commenti dei giornali che riportano notizie sulla guerra e mi sono accorto di come la gente, onesta a differenza mia, lurido putiniano. "Tifi Stati Uniti" non per ragioni concrete, ma per il semplice fatto che è convinta che vinceranno, per citare un utente di quei forum, "sono troppo forti per non vincere". Mussolini una volta disse che il popolo è "puttana" penso che questo sia un ottimo esempio di quanto, perlomeno quella volta, avesse ragione. Torniamo a noi. 



Il fatto che mi pare molti non colgono è che le sorti di una guerra moderna non dipendono soltanto dalla forza bruta. Se fosse così effettivamente l'Iran non avrebbe scampo. Ma la questione è molto più complessa e per spiegarla voglio cominciare con una metafora; immaginate una sera mentre tornate a casa, vi si avvicina uno sbandato che vi minaccia con un coltello, quest'ultimo è completamente fatto, anche per questo non sarebbe un problema per voi, invece del portafoglio estrarre la pistola che avete in tasca e sparargli. Dico sparargli perché il tizio per come è combinato nel vedere l'arma non si lascerebbe dissuadere. Però, fatti i vostri calcoli nel portafoglio avete solamente pochi euro. Così decidete che alla fin fine conviene consegnarglielo, piuttosto che impelagarsi in una serie di strascichi giudiziari e rimorsi di coscienza. La verità è che in una situazione simile, mentre lo sbandato non ha nulla da perdere, voi rischiate di perdere tutto ciò che avete costruito. L'America in un certo senso, si trova in una condizione analoga: gli americani si sono cacciati in un conflitto dove per loro la vittoria sarebbe sì, un importante obiettivo strategico, ma dall'altro lato c'è un regime che lotta per la sua stessa esistenza. Se questo non bastasse, anche le condizioni di vittoria sono asimmetriche da un lato ci sono loro cui per vincere serve rovesciare il regime, o quantomeno trasformarlo in un governo accondiscendente. Dall'altra gli ayatollah, cui per vincere basta semplicemente rimanere al potere. 


In tale contesto, per riuscire a raggiungere i rispettivi obiettivi gli iraniani sono cinquant'anni che si preparano all'evenienza di un conflitto, e adesso godono anche dell'appoggio russo e cinese. Mentre per gli americani, l'Iran fino a poco prima delle ostilità era più che altro un fastidio, che si perdeva dentro questioni molto più importanti, gestibile tramite sanzioni e intelligence

Dissipiamo ogni dubbio: che gli americani siano arrivati poco preparati a questo conflitto non è solo un'ipotesi, ma qualcosa di già dimostrato: infatti considerate le varie dichiarazioni fatte sia da Washington che da Gerusalemme, tutto lascia pensare che il piano originale dell'amministrazione americana fosse quello di decapitare il regime e sostituirlo con una dirigenza più compiacente, magari grazie all'aiuto di una sollevazione popolare. Naturalmente, dopo la morte di Khamenei, non è successo niente di tutto ciò. Anche il fatto che gli americani non sappiano cosa fare adesso, se non continuare a bombardare e a tentare di far fuori altri pezzi grossi, è un fatto sotto gli occhi di tutti. Ma anche i bombardamenti a tappeto non mi pare stiano avendo molto successo, le principali città iraniane sono state duramente colpite, ma la popolazione, sarà perché memore della precedente dittatura filo americana, sarà per via della sua storia millenaria, non sta voltando le spalle ai suoi leader. Il regime resta saldo. Non si è attenuato nemmeno il lancio incessante di missili e droni contro obiettivi statunitensi, israeliani o verso i loro alleati nella zona. Cosa ancora più importante, i bombardamenti non hanno scalfito di un millimetro il controllo che gli iraniani mantengono sullo stretto di Hormuz. 


Insomma, dovrebbe apparire chiaro che la questione non è solo un fatto di potenza bruta ma di carico bellico sostenibile. E in questo contesto, per i motivi che abbiamo evidenziato prima, gli iraniani possono permettersi di sopportare di più, mentre gli USA, similmente all'onesto cittadino della metafora iniziale, ad alzare il livello dello scontro sono quelli che hanno più da perdere. 

Per cominciare nello scacchiere diplomatico: che diversi alleati degli americani non sono contenti di questa operazione è un fatto che non si riesce più a nascondere, nonostante le parole di circostanza, i politici non riescono piu a trattenere le preoccupazioni per lo shock energetico che l'Iran pare intenzionata a mettere in atto. Ci sono poi i paesi mediorientali che,  a causa del loro posizionamento, hanno assistito al danneggiamento delle proprie infrastrutture petrolifere e l'interruzione delle esportazioni di gas e greggio. Oltre alla perdita dei loro investimenti nel settore turistico e di hub internazionali, settori a cui stavano puntando fortemente.

Legato alla diplomazia, ma non solo c'è il soft Power, l'immagine che l'America vuole proiettare di sé, sia verso se stessa che verso il mondo. gli Stati Uniti si presentano come l'impero del bene, per quanto i media possano essere compiacenti e per quanto realmente ci si impegni a fare il minimo dei danni collaterali possibili, una guerra è pur sempre una guerra, ogni vittima innocente di questo conflitto non solo danneggia l'immagine che il mondo ha dell'America, ma indebolisce anche la volontà dell'opinione pubblica interna di proseguire. 

Poi ci sono i morti Americani: abbiamo già visto che il bombardamento dall'alto non sembra funzionare per destabilizzare il regime. L'uso dell'arma nucleare è pura fantascienza, il solo minacciare di usarla scatenerebbe un "liberi tutti" e una corsa alla bomba, che per l'America sarebbe addirittura meglio perdere male questa guerra che gestire simili conseguenze. 

Dunque se si vuole vincere non rimane che inviare delle truppe di terra, ma gli iraniani hanno già fatto capire che non aspettano altro per fargli vedere quanto cara hanno intenzione di vendere la loro pelle. Se non bastasse la determinazione degli iraniani, c'è inoltre la morfologia del territorio in prevalenza montuoso, con un'estensione  paragonabile a quella di tutta l'Europa occidentale ad assicurargli profondità strategica. Ho già scritto che un'operazione di questo genere farebbe apparire il conflitto Russo-Ucraino una scampagnata. Probabilmente alla fine gli USA riuscirebbero a portare a casa una vittoria simile a quelle raggiunte in Iraq o in Afghanistan, ma a costi umani, sociali e politici, altissimi. Costi che a differenza di russi e degli stessi iraniani, in un'operazione del genere non possono permettersi. 



Questa, rispetto alla guerra in Ucraina per i russi, non è una guerra esistenziale per gli Stati Uniti. Nemmeno il più bifolco dei bifolchi sperduto sui monti Appalachi, potrebbe credere che l'Iran possa mettere in discussione il ruolo degli Stati Uniti nel mondo. Al contrario lo scontro in Iran ha le giuste caratteristiche per trasformarsi nella madre di tutti i conflitti del tipo che Trump aveva promesso che mai più avrebbero interessato gli Stati Uniti: quelli incerti, lunghissimi, dispendiosi, e dalla portata strategica tutto sommato limitata.

Gli Iraniani in questi cinquant'anni non si sono organizzati per diventare una superpotenza militare, non ne erano in grado. Più saggiamente, si sono strutturati per rendere il costo della vittoria insostenibile per gli Stati Uniti. E se una superpotenza non può permettersi il costo della vittoria, allora la guerra è automaticamente persa. E nelle condizioni attuali una sconfitta per gli Stati Uniti, se non è un suicidio, poco ci manca.


Per comprendere ciò, non serve essere antiamericani: semplicemente smetterla di fare come gli utenti dei forum di cui parlavo all'inizio e cominciate a fare una lettura obiettiva dei fatti. Con questo post ho provato ad esporre la mia interpretazione.


venerdì 13 marzo 2026

Discorso sul (mio) metodo

A seguito del mio precedente post, ho ricevuto alcune critiche al mio approccio alle relazioni internazionali che trovo non solo sensate, ma addirittura stimolanti. Per tale motivo penso che sia giusto fare alcune precisazioni. Inizialmente avrei voluto fare una breve postilla sotto il post in questione, ma poi, considerando che le osservazioni che mi sono state mosse partivano sì da quel testo ma solo come esempio per criticare il mio metodo in generale, ho ritenuto più opportuno fare un nuovo post a sé, da tenere come riferimento se mi ritrovassi in circostanze analoghe.



In breve, mi si accusa, non di dire cose false o sbagliate di per sé, ma di sopravalutare la razionalità degli attori in gioco. I miei testi su questo genere di argomento, soffrono di una pulizia logica che non trova riscontro nel mondo reale. Nella realtà le decisioni geopolitiche di solito hanno una nascita molto più "confusa". Per restare all'articolo sulla guerra in Iran ad esempio, mi si rimprovera di non tenere in considerazione i problemi giudiziari di Netanyahu, o la megalomania di Trump, o ancora la rivalità tra le varie agenzie Usa e le correnti presenti in queste agenzie, eccetera. In breve la mia analisi pare quasi parlare di una mossa sbagliata dentro una partita a scacchi.


Tutto vero, ad esempio nell'articolo in questione ho evitato di dire che a mia opinione il motivo principale che ha spinto Trump ad attaccare l'Iran, fosse il fatto di essersi montato la testa dopo il successo dell'operazione venezuelana e, magari mal consigliato da qualcuno, ha pensato di poter replicare lo stesso schema in Iran.  Però il fatto è che le mie analisi lavorano su un livello diverso.


Per cominciare riconosco che partire dalle analisi dei retroscena che hanno portato a certe decisioni, può aiutare a capire quali sono i reali obiettivi che i soggetti vogliono perseguire. Ma un'analisi del genere sarebbe stata utile ad esempio nell'attacco all'Iran del giugno 2025. Allora ragionare sulla genesi degli eventi avrebbe potuto aiutare a capire se l'amministrazione Trump avesse agito in quel modo solo per permettere agli alleati israeliani di tirare il respiro, oppure per terminare  la questione ed avvertire che la sua presidenza non si sarebbe lasciata trascinare in un ennesimo conflitto. Ciò ci avrebbe permesso di prepararci meglio alle sfide attuali. Ma in questa situazione, la portata di quanto successo e così sistemica, che ormai gli obiettivi iniziali di Trump sono diventati solo una curiosità per gli storici del futuro. Non dico che non siano cose importanti, ma giunti a questo punto mi paiono più cose per addetti ai lavori.



Dedicandomi invece a un’analisi strutturale degli eventi geopolitici, penso, nel mio piccolo, di riuscire a dire qualcosa di interessante. Per capire come secondo me funzionano fenomeni di questo tipo, dovete immaginarvi migliaia di persone che sono chiamate a disegnare un singolo punto dentro una circonferenza delimitata. Ogni persona sceglierà dove disegnare il suo punto per ragioni proprie e spesso in maniera indipendente dalle scelte altrui, altre volte in contrasto e altre ancora in collaborazione. Insomma un caos totale. Ma quel caos se guardato da lontano rivelerà un disegno ben preciso. Le relazioni internazionali funzionano in maniera analoga perché, per quanto siano confuse o personali le cause che hanno messo in moto gli eventi, alla fine i giocatori in campo, saranno comunque costretti dall'ambiente in cui agiscono a muoversi secondo certe logiche di potere. 
È vero che ad un certo punto nel testo analizzo brevemente le ratio che l'America poteva avere nell'intraprendere questo conflitto. Ma me ne servo come di uno strumento retorico: un test logico che mi aiutava a spostare l'attenzione sugli effetti sistemici.


Riconosco le ragioni di politologi come Allison, penso anch'io che le decisioni di politica estera non derivano sempre da una strategia razionale dello Stato, ma spesso dal funzionamento interno delle organizzazioni e dalle lotte di potere tra persone e istituzioni che lo compongono. Considero il suo saggio Essence of Decision un testo illuminante per comprendere come la dietrologia che immagina piani segreti coerenti è spesso una forma di onanismo intellettuale.  Ma per quanto siano state bizzarre le cause che hanno portato Kennedy a autorizzare l'operazione baia dei porci, il conoscerle o meno non serve a farci intuire che il suo fallimento avrebbe avvicinato l'isola caraibica ai russi.


Sono convinto anch'io che la genesi di questo attacco è probabilmente dovuta a fattori contingenti come quelli che mi sono stati segnalati. Ma le conseguenze strutturali che descrivo: l'effetto su Russia, Cina, Europa, e la contraddizione con la dottrina America First, rimangono valide. Bisogna solo riconoscere (cosa che faccio ben volentieri), che anche le reazioni di questi attori a loro volta non saranno la controparte reale di un'elegante mossa scacchistica, ma il risultato della mediazione di un analogo caos decisionale.


Insomma non è per snobismo o faciloneria che generalmente non faccio quel tipo di analisi, semplicemente il mio interesse è concentrato su un altro livello e visto che scrivo per hobby non per lavoro, su quello mi concentro.

giovedì 5 marzo 2026

Parliamo di Trump: il paradosso Iraniano

La mia posizione su Trump è abbastanza chiara: non faccio parte né dei suoi detrattori né dei suoi supporters. Non lo considero chissà quale statista, tuttavia mi pare miope l'atteggiamento di chi lo rappresenta come una specie di bambinone ottuso, finito chissà come nella stanza dei bottoni. I metodi del personaggio sono certamente sui generis, ma poi le sue mosse seguono una certa ratio e chi, distratto dai primi, non valuta i secondi, sta sbagliando approccio. Inoltre, guardo con simpatia al suo movimento, perché sono convinto che nel bene o nel male con il suo America First può riuscire a rompere questo ordine internazionale. Cosa che considero positivissima; da quando è caduta l'Unione Sovietica il potere si è sempre più concentrato nelle mani di un solo paese e di una élite ancora più ristretta di individui, fatto che reputo nocivo sia nel senso materiale che in quello culturale.


Dentro questa logica considero il ridimensionamento del potere americano non solo positivo, ma addirittura inevitabile. Positivo per quanto detto sopra. Inevitabile perché come scrissi tempo addietro, nonostante qualche segnale contrario, di cui ho anche parlato, non reputo che gli Stati Uniti riusciranno a riprendersi dalla crisi esistenziale che li ha colpiti, e a tornare ciò che erano. Poco cambia se, solo per fare un esempio tra i tanti, adesso il woke è stato sostituito dal rambismo di Trump. Il male si è spostato da un estremo all'altro, ma in ogni caso il paese non sembra più capace di trovare un equilibrio.

Ma appunto, io auspicavo un ridimensionamento degli Stati Uniti che magari desse la possibilità alle altre nazioni occidentali di emergere. Non di certo un suicidio. In tal senso avevo giudicato positivamente il nuovo piano strategico statunitense, che faceva ben sperare che finalmente la dirigenza di quel paese avesse capito che la cosa più importante da fare, era ridurre la sovraesposizione evitando di lanciarsi in avventurismi pericolosi e cercando invece di rafforzare le proprie posizioni.
 
Poi però attaccano l'Iran, ed è inevitabile chiedersi com'è che quella nazione finisca sempre per commettere gli stessi errori.

Considerati i rischi, l'America, soprattutto quella di Trump, non aveva nessun buon motivo per attaccare quel paese: 
 

Per quanto riguarda il nucleare, non solo le agenzie internazionali, ma addirittura lo stesso Trump, l'indomani dell'attacco dello scorso giugno, ha affermato che l'Iran non rappresentava più un pericolo nucleare imminente. Poi, anche grazie all'operazione Maduro la dirigenza iraniana aveva fatto capire che era disposta a scendere a compromessi ragionevoli. Già con l'amministrazione Obama si era trovato un'accordo che soddisfava quasi tutte le parti in causa, eccetto Israele e la fazione più intransigente della dirigenza statunitense. Ricordiamo che quell'accordo è saltato per volontà americana.

Se parliamo di ristabilire la propria credibilità, sempre l'episodio venezuelano aveva ben chiarito come la proiezione di potenza statunitense sia ancora intatta. Semmai, azioni come queste, dal decorso tutt'altro che liniare, rischiano di minare la loro autorevolezza; in tal senso ricordo che gli Stati Uniti sono decenni che non vincono una guerra, nel senso comunemente inteso. In ogni caso, nulla farebbe bene alla reputazione americana quanto un presidente dagli umori meno ondulatori.

Se si voleva compattare il fronte interno, o esibire delle facili vittorie in occasione delle elezioni di questo autunno, escludendo Cuba, sarebbe stato più saggio e coerente continuare col riaffermare la propria egemonia sui paesi dell'America Latina. Interventi mediaticamente meno spettacolari rispetto all'operazione iraniana, ma infinitamente meno rischiosi. 


L'avvicinamento iraniano ai russi e ai cinesi si deve soprattutto alle minacce americane, piuttosto che a qualche affinità con quegli altri. Con molte probabilità se Stati Uniti e Israele avessero allentato la pressione, non dico che li avrebbero portati dalla loro parte, ma è probabile che i rapporti con le altre potenze si sarebbero raffreddati. A ogni modo gli americani hanno vinto la prima guerra fredda con l'Iran era ostile.

Gli statunitensi con comportamenti simili danno l'impressione di giocare la partita considerandosi gli unici seduti al banco, il rischio che le altre potenze  inizino a comportarsi allo stesso modo non è da sottovalutare. Di sicuro se l'obiettivo è dividere i paesi avversari, questa non è la giusta strategia.

È vero che la destabilizzazione dell'Iran indebolisce la Cina, che molto dipende da quel paese per i suoi approvvigionamenti energetici. Ma rinforza la Russia che adesso può trattare con la Cina da una posizione di forza: con un Iran destabilizzato, non è più solo Mosca che ha bisogno di Pechino per vendere le proprie risorse energetiche, ma è anche la Cina che diventa più dipendente da quelle risorse per continuare il suo sviluppo. 

Considerato tutto ciò, davvero era così importante per Trump sconfiggere il regime? Proprio lui che aveva fatto dello slogan "basta guerre inutili" uno dei suoi cavalli di battaglia? Trump ha dato a intendere ai suoi lettori che America First significava anche riduzione della sovraestensione imperiale, ma un’azione militare di tale intensità in Medio Oriente è incoerente con la sua stessa dottrina.


l'Iran è una realtà statuale molto più solida e organizzata rispetto ai precedenti avversari americani della regione. Inoltre, per quanto difficilmente rischieranno di esporsi più del dovuto, a differenza dell'Afghanistan o dell'Iraq, gode del supporto russo e cinese. Il regime negli ultimi tempi aveva perso popolarità. Ma abbiamo già visto come le ingerenze esterne al contrario lo rafforzino. Non riesco a vedere quali siano stati i fattori che hanno spinto Trump a non pensare che questa operazione potrebbe diventare l'ennesima infinita guerra americana divoratrice di risorse. Se l'intervento aereo non dovesse essere sufficiente per rovesciare il regime, Trump si vedrà costretto o ad ammettere la resa, oppure inviare truppe terrestri con il rischio che l'operazione militare speciale russa, in confronto sembri una scampagnata. Gli statunitensi con l'operazione in Ucraina volevano logorare la Russia; questa operazione offre una magnifica occasione a russi e cinesi di fare altrettanto.



Di sicuro, fin dai primi momenti, con la scelta di colpire le strutture americane in tutti i paesi dell'area, e il blocco dello stretto, gli iraniani hanno fatto capire che sono disposti a giocarsi il tutto per tutto.


Francamente, per quanto mi sforzi, gli unici soggetti che mi pare, indipendentemente dall'esito, possano trarre qualche vantaggio da questo attacco sono i sauditi, che, nonostante la mediazione cinese, continuano a considerare lo Stato sciita un rivale spirituale oltre che politico. E gli israeliani che, benché non sia dottrina ufficiale, per aumentare la propria sicurezza, da sempre operano per destabilizzare i grandi blocchi statali della regione su linee etnico/religiose. In tal senso, l'attacco all'Iran nell'immediato può avvantaggiarli, ma se io facessi parte della dirigenza turca, inizierei a preoccuparmi.



Per il resto, l'unico risultato che con questo attacco Trump ha portato sicuramente a casa è stato quello di avvicinare il mondo un po' di più alle barbarie: in senso letterale del termine, non si rapiscono e non si ammazzano i leader delle altre nazioni come in un volgare regolamento di conti tra bande. Gli americani da sempre si considerano un gradino superiore agli altri paesi, ma perlomeno, fino a non molto tempo fa cercavano di salvare le apparenze. Adesso invece, già l'operazione Maduro è stata alquanto discutibile. Ma la decapitazione della dirigenza iraniana ha dimostrato ancora più chiaramente che non rispettano nessun'altra autorità tranne la propria. Non è questione di diritto internazionale, ed è inutile parlare di buoni e cattivi per giustificare tale genere di operazioni; semplicemente partendo da queste premesse nessuno si fiderà a intavolare una trattativa, cose del genere rendono inutile la diplomazia.


E per quanto riguarda l'Europa? Che posizione ha l'Europa in tutto ciò?

Se mi permettete l'espressione, come al solito l'Europa ha il ruolo del "fesso" o della vittima se preferite: gli Stati Uniti hanno iniziato a rendere instabili le aree di rifornimento energetico europeo nel 2003 con l'invasione dell'Iraq, poi sono passati al Nord Africa e infine alla Russia. Con il conflitto in Iran, adesso, pare che abbiano ricominciato il giro. Se non c'è intenzione dietro, poco ci manca.