lunedì 17 agosto 2026

Il falò delle vanità

Avviso: il testo contiene possibili spoiler, se siete nati dopo il duemila e continuate a leggere, poi non venite a rompermi il cazzo che vi ho rovinato la trama. Che poi se uno legge solo per quello, era meglio continuare con Paperino.



Ripresolo in mano per una citazione che mi serviva per un mio scrittino, alla fine ho riletto per intero il falò delle vanità di Tom Wolfe. Un libro che, come il buon vino, migliora col tempo, e che perciò, a distanza di quasi quarant'anni da quando fu scritto, possiamo ormai definire un classico a tutti gli effetti. Non solo perché la satira di Wolfe ci regala uno dei ritratti più lucidi e veritieri di quel mondo e di quegli anni, ma anche e soprattutto perché, pur con tutto il suo humour, è riuscito a intuire dove quella visione del mondo ci avrebbe condotto nei decenni successivi. 


Qualcuno ha detto che i classici sono quei libri che, nonostante il passare del tempo, hanno sempre qualcosa da insegnare, e l'opera di Wolfe di cose da insegnare ne ha parecchie, per esempio, a un primo livello di lettura, ci mostra sul nascere molti tic dell'attuale società, il politicamente corretto, la questione razziale, certe rivendicazioni progressiste eccetera. Mostra tali fenomeni, quando non erano ancora diventati una nevrosi collettiva, e perciò prendendoli sul serio quanto basta, ovvero ridicolarizandone le degenerazioni.
Memorabile, in tal senso, è verso la conclusione del libro lo sfogo del portavoce del reverendo Bacon, dove l'accusa di razzismo viene usata come clava dialettica di delegittimazione:  "Buck Jones, portavoce della Solidarietà per tutta la gente del reverendo signor Bacon, ha liquidato l'accusa dell'avvocato Killian come "il solito linguaggio razzista senza senso di un lacchè di un ben noto capitalista razzista" che cerca di "evitare di pagare quel che deve per la distruzione razzista di un ottimo giovane".  Pare di ascoltare certi discorsi nonsense in cui è degenerato il movimento Black Lives Matter, o per restare a casa nostra, una certa sinistra, se solo sostituissimo la parola "razzista" con "fascista".


Non potendo riportare tutto il libro, in questo breve testo, sia per gusto personale, sia per rendere omaggio al fatto che Wolfe, si dice, sia l'inventore del termine radical-chic, ho preferito portare ad esempio quel mondo. Non mancano però passi succosi che smascherano e ridicolizzano anche tutte le altre classi e fazioni della nostra società, a cominciare da quella agiata del protagonista, ma non risparmiando nemmeno l'ambiente dell'autore, ovvero il giornalismo. 



Però, detto questo, se dovessi spiegare la vera anima del libro, il filo conduttore profondo di tutta la vicenda, io personalmente la definirei con tre parole: 



La prima parola è codici. Sì, perché il libro di Wolfe è soprattutto una perfetta parabola che spiega quanto siano importanti i codici. Viviamo in un mondo dove puoi anche essere un signore dell'universo a Wall Street, ma se ti ritrovi di notte nel Bronx e non conosci i codici, il linguaggio di quell'ambiente, finirai divorato. Perché se mentre stai risalendo una rampa autostradale, all'improvviso ti si presenta un ostacolo e quando scendi per rimuoverlo, vedi due tizi avvicinarsi,  non sai, non riesci a capire se quei due ti si stanno avvicinando per darti una mano oppure rapinarti. 

Perciò non importa più se la prossima azione che farai è quella giusta oppure sbagliata, perché sei entrato in un mondo dove si parla una lingua che non conosci: allora chi sei e tutto ciò che fai diventano irrilevanti. 

È un libro che mostra come la  conoscenza dei codici, l'abbiamo visto, sia fondamentale per leggere una situazione. ma ci spiega anche come quegli stessi codici servano a esibire uno status, a dichiarare un'appartenenza, e come tutto ciò sia sufficiente, per salvare o condannare, la vita di un uomo. 



La seconda parola per spiegare il libro è potere. si parla di potere, di come ci si illuda che esso derivi solo da sé stessi, dalla propria forza. Questo è un libro che parla di gente che non si rende conto di come il potere in realtà è sempre un fenomeno sociale, fatto di relazioni. Da ciò deriva che, più potere si possiede, più ci saranno altri che cercheranno in qualche modo di sfruttarlo per accrescere il proprio. Gli antichi dicevano che il potere è sempre sotto assedio. Sherman evidentemente non conosceva questo detto, perciò non si rese conto che ciò che gli era successo realmente quella notte nel Bronx non contava poi molto. Quello che davvero importava agli altri protagonisti della vicenda era il suo status, da sfruttare per accrescere il proprio.


Infine, l'ultima parola è controllo. Questa è forse la parola più importante. Perché quello che abbiamo in mano è soprattutto un libro che parla di controllo, o meglio dell'illusione di poter controllare il nostro mondo. Sherman McCoy si illude di poter controllare la sua vita, il suo destino, di essere "un signore dell'universo". Fallow si illude di poter controllare la rappresentazione pubblica della realtà; Kramer la giustizia, Weiss la politica, Bacon la sua comunità e così via. In realtà tutti sono incastrati in un meccanismo più grande e complesso, che altro non è se non la società stessa. Un mondo che, visto nel suo insieme, li rivela per ciò che realmente sono: piccoli personaggi che contribuiscono ad alimentare quel meccanismo con il proprio ego.



C'è in ultimo da dire che questo è un libro dannatamente divertente, e ciò, se permettete, già di per sé lo rende meritevole di esser letto.


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