mercoledì 7 ottobre 2026

Confessioni

Oggi, così per gioco, ho provato a far leggere una serie di pezzi di questa specie di diario a un'intelligenza artificiale, chiedendole poi di tracciare una specie di profilo, individuare i miei difetti e magari suggerirmi dei testi per mitigarli.

Precisamente l'ho fatto fare a due differenti modelli. Per cominciare, in questo genere di esperimenti se volete provare anche voi, vi sconsiglio DeepSeek, uso spesso questo modello ma per questo genere di cose non va proprio bene, visto che l'essere conservatori o avere certe posizioni è già di per sé un difetto da correggere.

Detto questo, devo dire che mi è parso utile come esperimento, sono emersi delle debolezze e dei difetti caratteriali o di mentalità, che anche se non me ne rendevo conto, adesso che mi sono stati fatti notare, ammetto di soffrire. Però entrambi i modelli erano d'accordo nel affibbiarmi due caratteristiche che respingo in toto. Adesso i "saputi" potrebbero liquidarmi spiegandomi che gli LLM hanno dei bias di conformità, ovvero questi strumenti vengono addestrati con linee guida fortemente orientate, per tale ragione la deviazione da determinati canoni culturali, o la non presenza di determinate sensibilità viene visto come un difetto da correggere. Ovvero esattamente, come ho accennato prima, quello che ha tentato di fare DeepSeek dopo aver letto alcune cose che ho scritto. Il fatto è che soprattutto per la seconda caratteristica, non sono solo gli LLM ad accusarmi di soffrirne, perciò quanto meno per i lettori umani, penso sia giusto scrivere questo breve chiarimento. 

La prima caratteristica è il mio presunto disprezzo per la mediocrità. Il considerare una vita ordinaria come una vita spesa male. Non è assolutamente vero. Anzi mi pare qualche anno addietro di aver pure scritto un elogio della normalità. Uno degli episodi storici che mi sono più cari è quello in cui i senatori vanno da Diocleziano per implorarlo di indossare ancora una volta la corona imperiale, e questo gli risponde che se loro vedessero come crescevano bene i broccoli nel suo orto, non farebbero simili richieste. So che il brano intende dire una cosa ben precisa ma a me piace interpretarlo in maniera letterale.

Per la mia vita non chiedo di meglio che un lavoro che mi renda indipendente, una casetta con un giardino (una passione che ho in comune con l'imperatore) la mia libreria, e l'opportunità di poter coltivare le mie passioni e i miei affetti.

Io non predico di vivere da eroe, ma di essere degni se il caso lo richiede di tale appellativo. Ma badate, l'eroe non è Rambo è quel signore che almeno ogni tanto, non tutte le volte perché è una cosa veramente difficile, lo so, ma almeno ogni tanto, riesce a vincere se stesso e non si volta dall'altra parte se vede qualcuno in difficoltà.

In un mondo dove sempre più si cerca di fare passare il messaggio di accontentarsi per ciò che si è, io urlo forte che bisogna guardare l'esempio più in alto, perché possiamo migliorare. E migliorare non vuol dire nient'altro di tentare di fare ogni volta con un po' di maggiore impegno ciò che si fa, di provare ad essere persone un po' migliori, Michelangelo che non era un pittore, ha dato il meglio di sé per la cappella Sistina, se ci avesse messo meno impegno, noi oggi probabilmente avremmo lo stesso un'opera che considereremo un capolavoro, ma grazie a Dio, Michelangelo è andato oltre. Se ieri passeggiando per strada salutavamo solo le persone amiche, oggi proviamo a salutare anche gli sconosciuti che incontriamo ogni giorno e domani quelli che vediamo per la prima volta. Questa è la mia idea di miglioramento. Se ieri non avessimo mai tradito un amico, oggi applichiamo lo stesso principio a uno sconosciuto e domani a essere corretti con un nemico.

Non disprezzo affatto chi non ci riesce io per primo mi rammarico spesso di non riuscire quasi mai a comportarmi come mi piacerebbe. Spesso mi vergogno a posteriori di certe decisioni. Però resto convinto che invece di dire va bene lo stesso, sia meglio lasciarsi ispirare dall'esempio più in alto, anche se non lo raggiungeremo mai. Quanto meno ci avrà aiutato ad alzarci un pochino.

La seconda accusa che mi è stata rivolta e che non mi riconosco è quella di essere cinico e poco empatico. Vedete io ho una debolezza: ho sempre paura di essere frainteso. Per questo, specie quando scrivo, mi piace parlare per quanto mi riesce il più chiaro possibile mischiando i registri, se lo ritengo utile e senza troppe contorsioni. Inoltre nonostante nelle piccole cose sia un bugiardo cronico, amo la verità; se per far felice una persona basta dirgli che il mio colore preferito è il giallo, non ho problemi a giurarglielo. Ma se vuole sentire da me che siamo vicini alla pace nel mondo, ha sbagliato persona.

Se sto parlando di fenomeni sociali o di masse, e devo dare un giudizio negativo su quel gruppo, Io lo faccio, non mi interessa niente che quel gruppo è formato da individui con storie e motivazioni anche razionali. Se come gruppo emerge un comportamento idiota, per me sono una massa di idioti. Gli italiani che nel quaranta entrarono nella seconda guerra mondiale erano una combriccola di idioti, presi nell'insieme il mio giudizio non può essere che tale. Poi so bene che ci furono singole persone e, non furono poche, che pagarono molto caro la loro opposizione al fascismo, se si scende al particolare, a loro tutto il mio rispetto la dignità individuale è un'altra cosa. Ma se rimaniamo sul generale, il giudizio non cambia. Dobbiamo ragionare così perché è il mondo che così funziona; quando caddero le bombe le case degli oppositori al regime furono colpite come tutte le altre. L'esempio principe di questo discorso sono i palestinesi. Adesso so benissimo che questi poveretti si sono ritrovati in casa un problema molto più grande di loro, so anche che ogni famiglia ha almeno un morto da ricordare e che gli israeliani non aspettano altro che un buon motivo per cacciarli via. Ma appunto perché so tutte queste cose penso che sono un popolo di teste di cazzo, perché dopo tutto questo tempo dovrebbero pur averlo capito che la loro strategia fatta di violenza è fallimentare e con molta probabilità i loro capi sono dei porci che si sono arricchiti con i finanziamenti delle altre comunità arabe, speculando sulla loro pelle. Invece loro no, nei primi anni duemila quando gli israeliani avevano fatto loro qualche concezione, votano Hamas. Se conosco gli Israeliani in quel momento hanno brindato a caviale e champagne, certi che dopo aver dato una mano, adesso potevano riprendersi tutto il braccio.

Sto usando un linguaggio troppo duro nei confronti di un popolo dove ogni giorno muoiono anche tanti bambini? Può darsi, ma su certe cose la penso come Funari: "se uno è un testa di cazzo, non puoi dirgli sciocchino, devi dirgli proprio testa di cazzo. Altrimenti può capitare che questo si faccia delle illusioni".

Però, non pensiate che non mi dispiace per quella gente: La mia non è mancanza di empatia è che se sto descrivendo una dinamica, perdermi nelle emozioni dei protagonisti secondo me spesso rischia di fare perdere il focus, se ti parlo di guerra e tu vuoi sapere cosa provano i singoli soldati ascoltati la guerra di Piero o leggiti un racconto. Io non nego l'esistenza di questi aspetti, affermo che inserirli in quello che ho scritto a meno che non ci sia un preciso motivo è inutile. Stessa cosa vale per i singoli: io posso anche comprendere perché tizio abbia fatto determinate scelte, ma non posso assolverlo dal giudizio sulle sue scelte.

Discorso a parte è il linguaggio politicamente corretto che va di moda oggi, lì, ad esagerare, lo faccio proprio di gusto, l'ultimo caso è stato il post su Beppe Grillo dove trattano con un certo disprezzo, le donnine che dopo vent'anni si ricordano di essere state stuprate. Adesso io non nego che sono successi dei veri abusi e a queste persone va tutta la mia solidarietà, però ciò non toglie che ci siano stati molti casi dove l'accusa di stupro erano false e sono servite o per rovinare la vita dell'accusato o per riavviare la carriera della vittima. Davanti a casi del genere non sono io che devo moderare il linguaggio per rispetto delle vere vittime. Ma quest'ultime che devono rincarare la dose per distanziarsi da tale schifo.

Con questo penso di aver detto tutto ciò che avevo da dire. Alla prossima.

domenica 4 ottobre 2026

I sempre giovani

Su un social mi capita di cliccare una pubblicità: l'applicazione mostrava una serie di vecchie foto che ritraevano vari giovani durante i concerti. Sotto le foto, didascalie scherzose tipo: «Vedi questo ragazzo con la cresta? È il signor Rossi e oggi fa l'assessore al comune tal dei tali. Quest'altra, ritratta col solo reggiseno, invece è l'Erminia, diventata severissima professoressa di un liceo». E così via di questo passo. Quello che mi ha colpito sono stati i molti commenti rabbiosi contro la pubblicità: «Come vi permettete di immaginare che quella sia diventata una brava nonna e quell'altro un tranquillo ingegnere? E se invece sono rimasti ciò che erano allora?».


Insomma, per una buona parte dei commentatori immaginare che quella gente potesse essere cresciuta e maturata era un vero problema, qualcosa di addirittura offensivo. Loro, ad esempio, non sono mai cambiati e non cambieranno mai!


Effettivamente, solo uno che, invece del cervello, lascia parlare i suoi ormoni da adolescente può esprimere pensieri del genere. Quindi, sì, loro non sono cambiati, o meglio maturati. Non pensate che la stia facendo grossa. Perché quello che ho descritto di per sé sarà anche un episodio banale, ma mi pare un buon indizio per intuire i motivi per cui siamo finiti in una crisi demografica, il Paese va male e l'economia non prospera: noi siamo una società che non vuole crescere, la maggioranza di noi è soddisfatta della posizione che occupa e non ambisce a progredire di più, ma che anzi vede il maturare come una perdita di coerenza, addirittura un tradire se stessi.


Adesso è importante evitare un equivoco: quei commenti non stavano difendendo il diritto di singoli individui a perseguire una scelta, i tizi delle foto erano perfetti sconosciuti e a nessuno dei commentatori importava veramente qualcosa delle loro scelte, stavano invece difendendo una mentalità. Poi, per evitare di aggiungere confusione alla confusione, è meglio chiarirlo subito: il mio non è un inno alla carriera, che considero un falso e deleterio mito, ma la semplice constatazione che il tempo scorre e che l'essere umano, volente o nolente, è destinato al cambiamento. Far finta di poter rimanere sempre uguali non è una guerra contro il mondo, ma contro la propria biologia.


Non sto affermando neanche che certe cose, crescendo, andrebbero messe da parte. Semplicemente, nella maggioranza dei casi, con l'aumentare delle possibilità e dell'esperienza, certe passioni giovanili dovrebbero ridimensionarsi di per sé, per lasciare posto ad altre dimensioni della vita che meritano di essere provate.


D'altronde, è sempre stato così: la gioventù, da che mondo è mondo, da sempre è stata l'età delle massime energie, ma dal minimo potere, qui inteso come padronanza su se stessi, possibilità di scelta e di incidere sul mondo . Proprio questa differenza tra energia e potere fa sì che in quel periodo della vita divampino le grandi passioni totalizzanti. Passioni che, mano a mano che si cresce e si acquista sempre più potere sul proprio destino e, in misura diversa, su quello della comunità, vanno raffreddandosi o evolvono in qualcosa di più costruttivo.


Niente da fare, pare che l'eroe simbolo di quest'epoca sarà il punk a bestia, che per pochi spiccioli accetta di farsi fotografare insieme ai turisti nei luoghi più iconici della capitale inglese. Sperando a furia di salti mortali di riuscire a fine giornata, con i pochi soldi guadagnati, a permettersi un panino, una birra e i pannoloni per l'incontinenza.


Questa generazione ha rinunciato al potere, non del tutto conscia che le energie le verranno sottratte lo stesso. Perché il potere, salvo quello che deriva dalla nostra stessa consapevolezza e dalle nostre capacità, risponde in alla società; le energie fisiche, invece, rispondono alla biologia e, benché al diminuire dell'una aumenti l'altra, queste due dimensioni non sono inversamente proporzionali. Lo so, io sono un complottista, ma non posso fare a meno di pensare che questo equivoco faccia comodo a molti. 




Dico questo perché mi accorgo di come le agenzie di validazione supportino tale mito, e di come abbia fatto presa fra la gente: non negatelo, già vi vedo mentre descrivevo il signor Rossi o la professoressa Erminia, anche voi ve li figuravate come due persone diventate anonime e insignificanti! Ma in realtà l'Erminia ha fatto il giro del mondo ed è un'esperta di alpinismo, mentre il signor Rossi fa immersioni subacquee e, per quanto riguarda la sua attività politica, più di un collega lo vede già condurre le sue battaglie in Parlamento.



Perché la verità è che, nella famosa canzone di Paoli, in realtà non erano gli altri amici ad avere svenduto l'ideale, ma era lui, un povero coglione, che, rimanendo seduto al bar a criticare quello che non va, è diventato solo un povero vecchio avvinazzato.


mercoledì 30 settembre 2026

Beppe Grillo, il ritorno?

È riapparso Beppe Grillo. Meglio, ha fatto un'ospitata su un palcoscenico importante, non nei suoi spettacoli o altri eventi comunque seguiti solo da fedelissimi. Di certo, l'avrà fatto per togliersi qualche sassolino dalle scarpe, in questo clima di pre-campagna elettorale. Personalmente, l'ho sempre apprezzato, più come fustigatore del potere che come capo popolo. Sì, vabbè, la gita sul Britannia insieme a Draghi e tutto il resto. Ma poi, valla a sapere la verità.

Comunque, mi piacevano i suoi spettacoli, ho seguito il V-Day e tutto il resto e, infine, lo ammetto, nel 2018 ho votato i Cinque Stelle. Non me ne pento, anzi, resto convinto che il governo giallo-verde sia stato uno dei migliori governi del Paese dai tempi di Tangentopoli. Sorvoliamo su ciò che è venuto dopo. Li hanno mangiati a poco a poco, similmente a un branco di sardine attorniato dai predatori.

Non per vantarmi, invece sì, cazzo! Ma ricordo come fosse ieri che, l'indomani della firma di adesione dell'Italia alla Via della Seta, commentai: «Fai passare qualche mese e vedrai che spunterà qualche donnina a denunciare di essere stata violentata da Grillo qualche secolo fa».

Si sa, o si dovrebbe saperlo: la realtà supera sempre la fantasia. Infatti fu il figlio, tempo dopo, a essere coinvolto in una brutta faccenda di stupro. Evidentemente la gente era stufa di tutte queste donnine con la memoria lunga.

Sta di fatto che Grillo, tra la morte di Casaleggio e questa vicenda familiare, ha deciso di eclissarsi. Poi il COVID19, il governo Draghi il Movimento ha compiuto quel processo di normalizzazione che tutti conosciamo.

Peccato. Magari è stata davvero tutta una presa in giro fin dall'inizio. Però, a ripensarci, non posso non pensare che è stato un vero peccato.

https://youtu.be/QaE00l6JZ8w?is=Lbc8W8W9qquN8o_0

lunedì 21 settembre 2026

Guido Carli

Oggi, se vi va, vorrei proporvi un esperimento mentale. Facciamo tutti finta che ognuno di noi abbia un'attività in proprio, non importa quale: scegliete pure il mestiere che più vi piacerebbe fare, il panettiere, il libraio o quello che più vi aggrada. La cosa importante è che sia vostra e che possiate gestirla come meglio credete.


Bene, ci siete fin qui? Allora continuiamo. Questa attività non l'abbiamo aperta noi, anzi, ha una storia abbastanza travagliata. Infatti, è stata inaugurata parecchie decadi fa da dei soci che l'hanno fondata rilevando i vari locali e i macchinari necessari dai vari colleghi sparsi per la città. Poi l'ha gestita per un paio di decenni un tipo antipatico, un megalomane che quasi la portava al fallimento. Infine siamo arrivati noi che, dopo i primi tempi un po' duri, adesso le cose paiono andare abbastanza bene. Anzi, perché essere modesti? Diciamo le cose come stanno: la nostra azienda è tra le più floride della città, non stiamo a impuntarci in che posizione di preciso, ma comunque tra le prime sette.


Purtroppo, però, c'è un "ma": l'azienda, ribadiamolo, va bene, non c'è nulla che possa fare temere qualche catastrofe, però la nostra gestione risulta un po' troppo slegata, specie nelle finanze: sconti ai clienti, qualche prestito con le banche, un rapporto un po' troppo informale con i fornitori, dipendenti a cui a volte si accordano troppi permessi, mentre altre volte li si costringe a fare straordinari su straordinari. Nulla di serio, come già detto, anzi, parte del nostro successo e anche merito della nostra capacità di gestire le cose in questo modo. Però, confessiamocelo: ci piacerebbe riuscire a disciplinare di più questi aspetti, soprattutto a tenere i conti in ordine.


Ci siete ancora? Ottimo. Come dicevamo, siamo stati bravi, abbiamo fatto prosperare la nostra attività più di quanto sperassimo, però adesso ci stiamo rendendo conto che è terminata l'età pionieristica, adesso occorre dotarsi di una buona disciplina aziendale. Insomma, l'abbiamo capito tutti: quello che ci serve è più rigore.


Così decidiamo di rivolgerci al nostro commercialista di fiducia, non uno qualsiasi, badate bene, uno dei più stimati della città, uno che già in precedenza ci ha tolto le castagne dal fuoco. Dai, facciamola semplice: uno che sa davvero il fatto suo. Allora andiamo da questo qui che ci spiega che lui ha già analizzato la situazione e che il nostro problema alla fine dei conti siamo noi stessi. "Inutile illudersi", afferma il luminare, "noi siamo degli spendaccioni casinisti e finché ne avremo facoltà non cambieremo il nostro modo di operare". "Perciò, che fare?", domandiamo noi all'esperto.


La questione è seria, afferma lui, specie al giorno d'oggi, dove la concorrenza che viene da fuori città comincia a farsi più pressante, eppure la soluzione è semplice. Infatti, quello che ci serve è semplicemente un vincolo esterno. Adesso, noi siamo iscritti a un sindacato di categoria, qualcosa di simile a un'unione di tutte le attività come le nostre presenti nel territorio. Ora questo sindacato ha una specie di direttorio che per chi vuole aderirvi si offre di regolare la gestione dell'attività secondo i suoi criteri: basta delegare a quest'ultimo il potere di decidere quanto e come possiamo comprare e vendere, cosa concedere e cosa negare ai nostri dipendenti, e il gioco è fatto: anche noi avremo i conti in ordine, similmente ai colleghi/concorrenti che compongono il suddetto direttorio, tutto ciò inoltre ci permetterà di integrarci meglio in questa "unione", potendo così opporre maggiore forza alle sfide che provengono dall'esterno.

Voi accettereste questa proposta?

Vi ritenete così incapaci da non riuscire da soli a tenere i conti in ordine in casa vostra?

Accettereste che sia un consiglio composto anche dalla concorrenza a decidere come voi dovete impiegare le vostre finanze? 

No?


Eppure l'abbiamo fatto. L'uomo che vedete in foto si chiama Guido Carli, è considerato uno dei più influenti economisti italiani di ogni tempo, stimato e ascoltato in ambito internazionale. Per il nostro discorso, Carli fu anche il più autorevole teorico del vincolo esterno, la concezione secondo cui l'Italia avrebbe dovuto utilizzare vincoli internazionali/europei per imporsi dall’esterno quelle discipline che la politica interna non riusciva a imporsi da sola.


Adesso devo confessarlo, non ho speso molto ad approfondire la figura di Carli, mi è bastato apprendere questo concetto che aveva degli italiani, quindi di se stesso, per decidere che c'erano figure più interessanti da approfondire, piuttosto che uno che si riteneva incapace di saper badare da sé al proprio portafoglio. Mi dispiace, ho letto gli argomenti a difesa del suo pensiero, ma mi è bastata una domanda a demolirle tutte: perché la politica europea dovrebbe essere scevra dai difetti che lui imputava alla politica italiana?


La mia risposta è semplice: non lo è. L’Unione europea non è un’entità sovranazionale eterea, calata dall’alto da illuminati. È fatta dagli Stati, dai loro governi, dai loro compromessi, dai loro interessi, dalle loro lobbies, dalle loro clientele e anche dalle loro ipocrisie. Se il problema italiano è la difficoltà a imporre disciplina e interesse generale contro particolarismi, non c’è nessuna garanzia che a Bruxelles le cose vadano diversamente, si sta solo spostando la questione a un livello ancora più lontano dal controllo di chi davvero in uno stato democratico avrebbe potere di intervenire: i cittadini stessi.


È vero, lo spostamento della "stanza dei bottoni" ha significato anche uno slittamento della gestione del potere dal piano puramente politico ad una gestione di tipo tecnico-finanziario. Ma in estrema sintesi, il problema resta il medesimo: perché i tecnici o i finanzieri dovrebbero gestire la cosa pubblica in maniera più etica e morigerata rispetto a un politico? 


Perché un politico che per accontentare gli elettori, sperpera denaro pubblico per incentivare i consumi è così peggio di un banchiere che per accontentare i mercati, i consumi li reprime al punto di lasciare migliaia di famiglie sul lastrico?


Forse cambiano le logiche e i poteri a cui si risponde, ma le criticità in realtà sono le medesime. Con un problema in più, oserei aggiungere: se, come abbiamo accennato, spostando le decisioni da Roma a Bruxelles, abbiamo aggiunto un grado di separazione tra cittadini e gestione del potere, traslando quest'ultimo dalla politica a una sua gestione tecnico-finanziaria, abbiamo reso quasi inutile il mezzo con cui i cittadini possono contestare le scelte che considerano sbagliate: stiamo parlando dello strumento del voto.  


Perciò, concludendo, in verità non posso dire se Carli in questa sua scelta di appoggiare certe idee fosse guidato da banale ideologia in ciò che diceva, oppure da altri interessi, quali l'ambizione di casta. Quello che so, e su cui dovreste riflettere anche voi, è che la prossima volta che sentirete qualcuno blaterare che qualcosa "ce lo chiede l'Europa". Tutti noi dovremmo riflettere meglio su ciò che tale frase implica.



venerdì 11 settembre 2026

Documentari

Nutrendo io posizioni fortemente contrarie al modello migratorio in essere, i saputi di turno, certi di cogliermi in fallo, non mancano mai di ricordare le mie origini di meridionale trapiantato al nord. Tempi strani questi nostri, dove l'aver maturato esperienza di certi temi, mettendomi così in una posizione privilegiata rispetto agli stessi e avendo appreso la capacità di riconoscere certi artifici retorici, a detta di alcuni, anziché invogliare, dovrebbe scoraggiarmi dal parlarne.


Ma tant'è. Dunque, per non irritare nessuno, cambiamo argomento e parliamo d'altro, precisamente parliamo di documentari. Concentrandoci nello specifico su un periodo e su un'area geografica particolare: l'Italia tra i primi anni cinquanta e la prima metà degli anni sessanta.

Bene, adesso se empiricamente, voi provate a fare negli archivi Rai, o su YouTube, ricerche sul paese di allora, vedrete che per il Nord Italia vi compariranno risultati come il magnifico "Viaggio nella valle del Po" di Soldati, mentre per il Meridione, a meno di non effettuare ricerche più mirate, vi compariranno risultati dove si parlerà esclusivamente di povertà e di migrazione. Se scriviamo un generico "documentari sud Italia anni 50" su RaiPlay, per esempio il primo risultato utile sarà: viaggio nel sud di Virgilio Sabel. Per carità un lavoro eccezionale, un documentario inchiesta che fa scuola ancora oggi e che nulla ha da invidiare a operazioni analoghe come quella portata a termine da Sidney Sonnino il secolo prima. Ma appunto un'inchiesta, genere che si propone di evidenziare problemi e spiegarne le cause. Nulla a che vedere con i documentari come quelli di Soldati, dove la povertà era sì presente, ma insieme ad essa veniva mostrato l'orgoglio di un popolo, i suoi valori e un'idea romantica del passato di quelle terre: cibo, tradizioni, gioia di vivere.

Penso di essermi spiegato; mezza penisola più isole, ridotte a un non luogo, dove l'unico obiettivo dei suoi abitanti pareva essere quello di sfuggirvi. Ad essere ostinati, ecco comparire qualche titolo che parla di mafia o banditismo. Ma bisogna essere davvero caparbi per trovare documenti come quelli girati da Vittorio De Seta in Sicilia, Sardegna e Calabria, o il mitico documentario a corollario del libro "La terra del rimorso" (nomen omen), che si avvalse della consulenza di De Martino, sulla Taranta. Comunque, vuoi per le origini nobiliari del primo, vuoi per la fede socialista del secondo, anche questi documentari, pur bellissimi, se paragonati a progetti come quello di Soldati dedicati al Nord, lasciano trasparire un mondo senza gioia.

Una civiltà intera ridotta alle sue piaghe, dove l'immigrazione, per essere resa accettabile a chi la riceveva, da possibilità, veniva descritta come l'unico destino auspicabile, e dunque l'accoglienza si trasformava in un atto di dovuta carità verso chi arrivava. 

Come se Pitrè, che per la sola Sicilia, nemmeno cinquant'anni prima, non gli bastarono venticinque volumi per descrivere le usanze di un popolo, non fosse mai esistito. Tutto pare ridursi in povertà, arretratezza, immigrazione e salvifici investimenti da parte di Roma. Per il resto, da mangiare pane duro, da bere lacrime e come musica pianto. Il Meridione era diventato una "questione", non più un territorio.

Una narrativa, questa, dura a morire persino in quegli stessi luoghi, dove è stata a tal punto interiorizzata da renderli complici di un'economia dell'assistenzialismo che ha fatto più male che bene.

Specifichiamolo, ciò che veniva raccontato in articoli e documentari come quelli citati, non erano assolutamente bugie, anzi, ma offrivano soltanto una visione parziale, utile alla politica industriale di allora. Proprio per questo, io mi domando: chissà quanto tempo ci vorrà e se si farà in tempo a cambiare lo stesso ritornello, stavolta non più rivolto a territori tutto sommato piccoli, ma a continenti interi.

Ed è in forza di questo background che, quando sento pronunciare la parola accoglienza, da certi figuri, io non posso fare altro che tradurla in sfruttamento. Non come singolo caso, capiamoci, solo un presuntuoso parlerebbe dei singoli casi, senza esserci addentro. Nessuno pretende di fare le pulci al signor Ben Alì o al signor Chen, che dopo innumerevoli sacrifici e con l'aiuto di brava gente, sono riusciti a farsi una posizione. Qui si sta parlando di sistema.

Con una differenza importante rispetto ad allora: i migranti degli anni ’50–’60 erano una variante della stessa cultura, perciò potevano essere descritti come un ramo arretrato della pianta nazionale. Questo permetteva una narrazione che generava un senso di vergogna da parte di chi la subiva: si trattava pur sempre di italiani giudicati da altri italiani.

I migranti di oggi, invece, sono stranieri, spesso provengono da tradizioni molto differenti. Giustamente non si percepiscono come una variante della cultura ospitante, ma come altro. E quando una cultura spesso raffinata, viene raccontata solo attraverso le sue criticità, non nasce vergogna: nasce rivalsa. Non perché “odino”, ma perché sanno di non appartenere alla tradizione culturale che li giudica, e reagiscono come reagisce chi vede la propria storia ridotta a un problema.



giovedì 27 agosto 2026

Parliamo di pensioni

Stavo chiacchierando oggi con un cliente, a riguardo di uno degli spauracchi del moderno modello produttivo, ovvero il sistema pensionistico. Il mio amico (sì, non c'è niente di male a diventare amici con i clienti, a patto che non chiedano sconti), dovevo aspettarmelo, non ha perso tempo a tirare fuori la solita solfa sull'aumento dell'aspettativa di vita e bla bla bla.

Ammetto che mi ha fatto un po' specie constatare di come certe vere e proprie "credenze" abbiano fatto presa, anche in persone che in qualche modo dovrebbero avere le mani in pasta. Ma tant'è. Chiariamoci, io non ho ambizione di profeta, dunque, con questo scrittino non ho intenzione di convincere nessuno. Perché lo riconosco fin da subito: oggigiorno solo uno con la vocazione da Messia (o da martire) potrebbe mettersi a parlare di questi argomenti con la seria speranza di convincere qualcuno che tutta la narrativa sulle pensioni, sia un discorso fallato già in partenza. Almeno di non trovare qualcuno già sciroccato di suo, come ad esempio qualche comunista o altra gente del genere.

Il fatto è che, da ogni parte, c'è una vera e propria campagna a tappeto che continua a martellare sull'assioma che si vive sempre più a lungo, perciò bisogna rivedere la previdenza sociale e cose così. In forza di ciò, i governi, se un po' accorti, su questo argomento possono fare facilmente carne di porco con la buona speranza di suscitare tra la gente null'altro che qualche mugugno.

Per esempio, se non ho capito male, il nuovo sistema di conteggio pensionistico, senza le correzioni introdotte da provvedimenti come "quota 100", adesso calcolerebbe un aumento dell'aspettativa di vita media di tre mesi ogni anno. A sentire questi "esperti", tutti economisti, non medici, chiariamolo: "oggi tutti noi viviamo un decennio in più, ma con le energie di chi ha vissuto un decennio di meno", Prodi docet.

La verità è che l'aumento dell'aspettativa di vita è un vecchio spauracchio dei pensatori di stampo liberista e maltusiano per demolire il sistema pensionistico. Tanto per fare un esempio, già Einaudi ai suoi tempi prevedeva a breve il fallimento dell'INPS a causa di tutti quei Matusalemme che allora reclamavano la pensione. Sono passati più di settant'anni dai suoi tempi e, a parte qualche film di genere, non vedo tra di noi tutti questi immortali.

Il fatto è che questa gente ha gioco facile a improvvisarsi profeta; d'altronde chi, anche a costo di qualche sacrificio, non vorrebbe sentirsi rassicurare: "tu camperai a lungo". Purtroppo la realtà è un'altra; intanto a un aumento di aspettativa di vita non corrisponde un aumento della capacità di sostenere una vita economicamente lunga: un muratore, per dire, potrebbe vivere fino a duecento anni, ma questo non sottintende minimamente che possa essere capace di tirar di cazzuola fino a centosessant'anni o giù di lì. Ma il nocciolo vero è che con le nostre attuali conoscenze tecnico-scientifiche, a meno di non voler chiudersi sotto una campana di vetro, lasciando questo mondo con ancora su il cellophane, il picco, per quanto riguarda l'aspettativa di vita, è già stato raggiunto. Mettetevelo bene in testa: tutto quello che potete guadagnarvi di extra è solo affare vostro, a costo però di rinunce e con la speranza di aver avuto una discreta dose di fortuna genetica.

Allora, ipotizzando che sia rimasto qualcuno che non sia scappato scandalizzato dal fatto che sostengo il concetto che continuando a vivere ci si stia avvicinando alla morte e non si stiano invece guadagnando anni di vita, chiediamoci perché il sistema pensionistico sta diventando insostenibile? Cioè, se la durata media della vita è un dato grosso modo prevedibile, perché tutti si stracciano le vesti, manco questo fosse un cavallo imbizzarrito che non si può proprio sapere dove andrà a scalciare?

La risposta è semplice: non è l'aumento di aspettativa di vita media ad essere diventato un parametro fuori controllo, ma il sistema economico in sé, che si è sempre più strutturato in modo da non poter sostenere a lungo i soggetti improduttivi.

Faccio solo un esempio fra i tanti possibili, giusto per fare capire cosa intendo: se ricordate, almeno chi c'era, una volta le merci costavano più care, vero, però quel sovraprezzo garantiva una durata assai maggiore delle stesse. Solo per esempio, io sono un amatore della tecnologia anni 80 e possiedo impianti hi-fi e altri apparati dell'epoca che funzionano ancora benissimo con una manutenzione minima.

Una durabilità, quella di allora, perfettamente in grado di sostenere la vita e soprattutto il reddito di un pensionato, che, a meno di casi eccezionali, non può certo permettersi la sostituzione di televisione, frigorifero, lavatrice, stereo, eccetera ogni cinque o sei anni.

Prima le cose costavano di più ma duravano tanto, adesso costano meno, anche di molto, ma si rompono subito, oppure hanno bisogno di una manutenzione continua. Un sistema, questo, che può andare benissimo per un utente produttivo, ma assolutamente penalizzante per tutti gli individui che si ritrovano fuori dal giro.

Ed ecco spiegato allora uno dei motivi per cui oggi dentro quel giro cercano di tenervici il più a lungo possibile. Non l'unico, certo, ma secondo me uno dei più emblematici per spiegare in maniera semplice il cambio di paradigma.

Quindi i problemi di cui soffre il sistema pensionistico, sono tutte "fregnacce"?

No, certo che no, i problemi sono reali e urgenti, a partire dalla crisi demografica che stiamo vivendo(comunque mitigata dall'aumento di produttività). Poi, a ogni modo ormai siamo dentro questo stato di cose e, finché vi restiamo, una pezza bisogna pur metterla. Quello che è importante capire però, è che la prospettiva con cui si guardano le cose, non solo fa sorgere nuovi problemi, come abbiamo visto, ma determina la scelta delle soluzioni ai problemi stessi. E come ho cercato di fare capire, il punto di vista che oggi ci viene offerto, non è affatto neutro. Quando ci viene detto, per esempio, che per rendere il sistema più solido bisogna alzare l'età pensionabile, e affidarsi, almeno in parte al sistema pensionistico privato. Non ci stanno offrendo delle semplici soluzioni da ragioneria, perché quelle soluzioni comportano, che gli individui siano costretti a restare nel processo produttivo per più tempo, e che il sistema pensionistico venga ancora di più integrato dentro l'attuale modello economico e le sue logiche finanziarie. E queste sono scelte anche politiche, scelte su cui, per carità, si può anche discutere. A patto però che vengano presentate per ciò che realmente sono e non come fossero un destino.


sabato 22 agosto 2026

Aggressione

Ricordo che quando ero ragazzo, quindici, sedici anni al massimo. Un pomeriggio qualunque, me ne uscii di casa vestendomi tutto agghindato: pantaloni neri, una polo dello stesso colore, cintura alla moda e una giacca verde marcio, le scarpe non ricordo. Probabilmente l'effetto che ispirava un abbigliamento del genere su un ragazzino della mia età era, in verità, ridicolo. Ma allora, in piena crisi ormonale, le si provava tutte per farsi notare dalle ragazze, anche se gli effetti non erano quelli sperati...

Ricordo che quel giorno in paese c'era un vagabondo. Quel pezzo di merda, vedendomi vestito così tutto tirato, cominciò ad insultarmi, scambiandomi probabilmente per il figlio fighetto di chissà quale borghese. Rotto dove non batte il sole, mio padre faceva il muratore! Datemi pure del codardo, ma mi spaventai, non solo di dover venire alle mani con sto tizio: a sedici anni qualche scazzottata magari uno l'aveva già fatta, ma all'epoca non c'erano tanti vagabondi rissosi in giro per le strade. Ma soprattutto, ciò che mi fece paura era il dover fare i conti con me stesso: era il periodo in cui mi avvicinai al comunismo, e dentro di me facevo una fatica boia ad ammettere che una persona emarginata potesse essere anche uno stronzo di merda.

Sì, perché adesso possiamo dirlo tranquillamente, il tizio in questione era un pezzo di merda; intanto perché tu, adulto, non te la prendi con uno sbarbato. Secondariamente, perché, disparità di esperienze o meno, se hai quel minimo di dignità, quel poco che basta a differenziarti da un animale, non cerchi di metter sotto uno che neanche conosci perché la fantasia ti ha detto di fare così.

Mi capitasse oggi una scena simile, se il senso di compatimento non dovesse prevalere, probabilmente sistemerei la faccenda con una chiave inglese. Però per il giovane socialista di allora fu una bella batosta, il fatto è che le ideologie, spesso, più che delle lenti per interpretare il mondo, sono dei veri e propri paraocchi, che non dividono solo la realtà in bianco e nero, ma spesso decidono cosa dobbiamo vedere e cosa no. Parlando di esseri umani, sono come delle coperte, sotto cui nascondiamo, facendone un unico mucchio, le persone in carne ed ossa.

Sì, perché il problema di allora non era il tizio in quanto tale, ma il fatto che con la sua pagliacciata aveva messo in discussione tutta la mia scala di valori adolescenziali.

Ero giovane, naturalmente ho resistito e diventai comunista lo stesso. Anzi, siccome un po' stronzo lo ero di già, catalogai quell'episodio tra le cose che mi facevano approvare il perché il compagno Stalin dovette operare certe volte in determinate maniere: servivano appunto per sistemare gente di quel genere.

Illusa gioventù! Dovevo ancora maturare, dovevo convertirmi, per capire che le persone hanno dignità singolarmente, proprio in quanto esseri umani, non per la classe o altro a cui appartengono. Ero lontano dal capire che i pezzi di merda si trovano in eguali proporzioni in ogni strato sociale. Ma soprattutto dovevo capire che se uno ti guarda storto, affossando la tua autostima, magari puoi tirargli un pugno in faccia, ma non puoi certo pretendere che finisca in un gulag! Sarà poco, ma personalmente, mi pare già un bel progresso.

PS 

Quella giacca non l'ho più messa. Era pacchiana.

PPS 

Sì, ricordo tutto, sono un tipo astioso.

lunedì 17 agosto 2026

Il falò delle vanità

Avviso: il testo contiene possibili spoiler, se siete nati dopo il duemila e continuate a leggere, poi non venite a rompermi il cazzo che vi ho rovinato la trama. Che poi se uno legge solo per quello, era meglio continuare con Paperino.



Ripresolo in mano per una citazione che mi serviva per un mio scrittino, alla fine ho riletto per intero il falò delle vanità di Tom Wolfe. Un libro che, come il buon vino, migliora col tempo, e che perciò, a distanza di quasi quarant'anni da quando fu scritto, possiamo ormai definire un classico a tutti gli effetti. Non solo perché la satira di Wolfe ci regala uno dei ritratti più lucidi e veritieri di quel mondo e di quegli anni, ma anche e soprattutto perché, pur con tutto il suo humour, è riuscito a intuire dove quella visione del mondo ci avrebbe condotto nei decenni successivi. 


Qualcuno ha detto che i classici sono quei libri che, nonostante il passare del tempo, hanno sempre qualcosa da insegnare, e l'opera di Wolfe di cose da insegnare ne ha parecchie, per esempio, a un primo livello di lettura, ci mostra sul nascere molti tic dell'attuale società, il politicamente corretto, la questione razziale, certe rivendicazioni progressiste eccetera. Mostra tali fenomeni, quando non erano ancora diventati una nevrosi collettiva, e perciò prendendoli sul serio quanto basta, ovvero ridicolarizandone le degenerazioni.
Memorabile, in tal senso, è verso la conclusione del libro lo sfogo del portavoce del reverendo Bacon, dove l'accusa di razzismo viene usata come clava dialettica di delegittimazione:  "Buck Jones, portavoce della Solidarietà per tutta la gente del reverendo signor Bacon, ha liquidato l'accusa dell'avvocato Killian come "il solito linguaggio razzista senza senso di un lacchè di un ben noto capitalista razzista" che cerca di "evitare di pagare quel che deve per la distruzione razzista di un ottimo giovane".  Pare di ascoltare certi discorsi nonsense in cui è degenerato il movimento Black Lives Matter, o per restare a casa nostra, una certa sinistra, se solo sostituissimo la parola "razzista" con "fascista".


Non potendo riportare tutto il libro, in questo breve testo, sia per gusto personale, sia per rendere omaggio al fatto che Wolfe, si dice, sia l'inventore del termine radical-chic, ho preferito portare ad esempio quel mondo. Non mancano però passi succosi che smascherano e ridicolizzano anche tutte le altre classi e fazioni della nostra società, a cominciare da quella agiata del protagonista, ma non risparmiando nemmeno l'ambiente dell'autore, ovvero il giornalismo. 



Però, detto questo, se dovessi spiegare la vera anima del libro, il filo conduttore profondo di tutta la vicenda, io personalmente la definirei con tre parole: 



La prima parola è codici. Sì, perché il libro di Wolfe è soprattutto una perfetta parabola che spiega quanto siano importanti i codici. Viviamo in un mondo dove puoi anche essere un signore dell'universo a Wall Street, ma se ti ritrovi di notte nel Bronx e non conosci i codici, il linguaggio di quell'ambiente, finirai divorato. Perché se mentre stai risalendo una rampa autostradale, all'improvviso ti si presenta un ostacolo e quando scendi per rimuoverlo, vedi due tizi avvicinarsi,  non sai, non riesci a capire se quei due ti si stanno avvicinando per darti una mano oppure rapinarti. 

Perciò non importa più se la prossima azione che farai è quella giusta oppure sbagliata, perché sei entrato in un mondo dove si parla una lingua che non conosci: allora chi sei e tutto ciò che fai diventano irrilevanti. 

È un libro che mostra come la  conoscenza dei codici, l'abbiamo visto, sia fondamentale per leggere una situazione. ma ci spiega anche come quegli stessi codici servano a esibire uno status, a dichiarare un'appartenenza, e come tutto ciò sia sufficiente, per salvare o condannare, la vita di un uomo. 



La seconda parola per spiegare il libro è potere. si parla di potere, di come ci si illuda che esso derivi solo da sé stessi, dalla propria forza. Questo è un libro che parla di gente che non si rende conto di come il potere in realtà è sempre un fenomeno sociale, fatto di relazioni. Da ciò deriva che, più potere si possiede, più ci saranno altri che cercheranno in qualche modo di sfruttarlo per accrescere il proprio. Gli antichi dicevano che il potere è sempre sotto assedio. Sherman evidentemente non conosceva questo detto, perciò non si rese conto che ciò che gli era successo realmente quella notte nel Bronx non contava poi molto. Quello che davvero importava agli altri protagonisti della vicenda era il suo status, da sfruttare per accrescere il proprio.


Infine, l'ultima parola è controllo. Questa è forse la parola più importante. Perché quello che abbiamo in mano è soprattutto un libro che parla di controllo, o meglio dell'illusione di poter controllare il nostro mondo. Sherman McCoy si illude di poter controllare la sua vita, il suo destino, di essere "un signore dell'universo". Fallow si illude di poter controllare la rappresentazione pubblica della realtà; Kramer la giustizia, Weiss la politica, Bacon la sua comunità e così via. In realtà tutti sono incastrati in un meccanismo più grande e complesso, che altro non è se non la società stessa. Un mondo che, visto nel suo insieme, li rivela per ciò che realmente sono: piccoli personaggi che contribuiscono ad alimentare quel meccanismo con il proprio ego.



C'è in ultimo da dire che questo è un libro dannatamente divertente, e ciò, se permettete, già di per sé lo rende meritevole di esser letto.