sabato 4 aprile 2026

Arrivederla Vittorio

Risveglio triste quello di stamane. Come al solito, intanto che aspettavo la moka, stavo spulciando le ultime novità attraverso il cellulare. Così apprendo della scomparsa di Vittorio Messori.


Messori, per me, è una figura importante, direi fondamentale per il mio percorso di conversione. Ai tempi, avevo da poco scoperto che la religione non era solo materia per Beghine, ma racchiudeva in sé anche una dimensione virile, fatto che mi spinse ad aprirmi all'argomento. Poi venne una gita (di piacere) a Siena: la chiesa di San Domenico, con la testa di santa Caterina lì bell'esposta, e il disagio per una religione che, sebbene, da un lato mi attraesse, dall'altro mi scandalizzava. Quel suo ostinato attaccamento ai feticci, alla materia, mi pareva concedesse troppo se non alla dimensione magica, superstiziosa, quantomeno a quella popolare. Fu poco tempo dopo che trovai, in un mercatino, per pochi euro, l'ennesima ristampa del suo libro "Ipotesi su Gesù". Una rivoluzione: attraverso quel libro compresi che la fede poteva essere affrontata anche partendo da basi razionali.

Non mi fermai lì; dopo passai alla serie vivaio, proprio allora la Sugarco li stava rieditando arricchendo l'opera di un nuovo volume. Dopo quelli, lessi tutto il resto. Naturalmente, tutto ciò non fu un percorso lineare e spontaneo. Così come Vittorio non fu il solo autore che lessi. Ma fu sempre Messori a fornirmi la mappa per quel mondo, per me così nuovo: fu lui, infatti, attraverso i suoi libri, a svelarmi quella logica dell'et et, del questo e quello, senza la quale certe dinamiche del cattolicesimo rischiano di sembrare folli.


Mi sarebbe piaciuto conoscerlo di persona. Sono stato anche diverse volte a Maguzzano, però, un po’ per contingenze, un po’ per altro, mi sono trattenuto. Non per timidezza, figurarsi, ma per rispetto: se c'è una cosa che traspare dai suoi libri, oltre alla fede naturalmente, è l'invito, spesso fermo, a concentrarsi sul tema, non su chi lo propone. Francamente, a parte i soliti convenevoli, poco avrei potuto dirgli che non gli avessero già detto altri prima di me. Una foto di cortesia, qualche stretta di mano: davvero, queste cose avrebbero potuto giovare a uno di noi due?


Il libro che meno avevo compreso del suo percorso fu proprio l'ultimo, quel "Quando il cielo ci fa segno", che, probabilmente, anche per il clima del periodo in cui uscì, suscitò in me più di una perplessità: ma come, un divulgatore così serio della fede, proprio adesso, "a fine carriera", ricorre a certi espedienti? Si mette a parlare di segni e miracoli quotidiani?


Strano il destino, ma proprio in questo periodo sto affrontando con approccio diverso quel testo, che adesso, comprendendolo meglio, mi appare come la conclusione più coerente di un percorso rivendicato fin dagli esordi e racchiuso in quell'et et che Messori aveva fatto proprio, assieme a un motto del suo caro Pascal: "L'ultimo passo della ragione è riconoscere che c'è un'infinità di cose che la superano".

sabato 21 marzo 2026

Guerra all'Iran, perché è un suicidio.



Nel frattempo che i giornali ci informano dei devastanti attacchi che ogni giorno Israele e Stati Uniti infliggono all'Iran, cosa che da quanto vorrebbero fare intendere, sta minando sempre più le possibilità del regime di resistere. Probabilmente e questo fatto che ha convinto quegli stessi canali di informazione che non sia importante dare adeguato spazio alle notizie di senso contrario. Poi vai a sapere perché i prezzi al distributore continuano ad aumentare e la dirigenza americana comincia a perdere pezzi (https://www.open.online/2026/03/17/joe-kent-vs-trump-dimissioni-antiterrorismo-usa-guerra-iran-israele/).

Io sono stato accusato di assumere un comportamento partigiano, filorusso e antiamericano. Ciò perché nel caso della guerra in Ucraina, oltre che schierarmi per le ragioni di Mosca ho sempre detto che quel conflitto i russi non potessero perderlo. Mentre nel caso dell'intervento in Iran già il giorno dopo ho definito l'attacco americano un "suicidio".

Prima di entrare nel merito però, vorrei far notare una questione davvero curiosa che penso sia degna di attenzione: per documentarmi meglio, ho fatto anche un giro tra i forum e la sezione commenti dei giornali che riportano notizie sulla guerra e mi sono accorto di come la gente, onesta a differenza mia, lurido putiniano. "Tifi Stati Uniti" non per ragioni concrete, ma per il semplice fatto che è convinta che vinceranno, per citare un utente di quei forum, "sono troppo forti per non vincere". Mussolini una volta disse che il popolo è "puttana" penso che questo sia un ottimo esempio di quanto, perlomeno quella volta, avesse ragione. Torniamo a noi. 



Il fatto che mi pare molti non colgono è che le sorti di una guerra moderna non dipendono soltanto dalla forza bruta. Se fosse così effettivamente l'Iran non avrebbe scampo. Ma la questione è molto più complessa e per spiegarla voglio cominciare con una metafora; immaginate una sera mentre tornate a casa, vi si avvicina uno sbandato che vi minaccia con un coltello, quest'ultimo è completamente fatto, anche per questo non sarebbe un problema per voi, invece del portafoglio estrarre la pistola che avete in tasca e sparargli. Dico sparargli perché il tizio per come è combinato nel vedere l'arma non si lascerebbe dissuadere. Però, fatti i vostri calcoli nel portafoglio avete solamente pochi euro. Così decidete che alla fin fine conviene consegnarglielo, piuttosto che impelagarsi in una serie di strascichi giudiziari e rimorsi di coscienza. La verità è che in una situazione simile, mentre lo sbandato non ha nulla da perdere, voi rischiate di perdere tutto ciò che avete costruito. L'America in un certo senso, si trova in una condizione analoga: gli americani si sono cacciati in un conflitto dove per loro la vittoria sarebbe sì, un importante obiettivo strategico, ma dall'altro lato c'è un regime che lotta per la sua stessa esistenza. Se questo non bastasse, anche le condizioni di vittoria sono asimmetriche da un lato ci sono loro cui per vincere serve rovesciare il regime, o quantomeno trasformarlo in un governo accondiscendente. Dall'altra gli ayatollah, cui per vincere basta semplicemente rimanere al potere. 


In tale contesto, per riuscire a raggiungere i rispettivi obiettivi gli iraniani sono cinquant'anni che si preparano all'evenienza di un conflitto, e adesso godono anche dell'appoggio russo e cinese. Mentre per gli americani, l'Iran fino a poco prima delle ostilità era più che altro un fastidio, che si perdeva dentro questioni molto più importanti, gestibile tramite sanzioni e intelligence

Dissipiamo ogni dubbio: che gli americani siano arrivati poco preparati a questo conflitto non è solo un'ipotesi, ma qualcosa di già dimostrato: infatti considerate le varie dichiarazioni fatte sia da Washington che da Gerusalemme, tutto lascia pensare che il piano originale dell'amministrazione americana fosse quello di decapitare il regime e sostituirlo con una dirigenza più compiacente, magari grazie all'aiuto di una sollevazione popolare. Naturalmente, dopo la morte di Khamenei, non è successo niente di tutto ciò. Anche il fatto che gli americani non sappiano cosa fare adesso, se non continuare a bombardare e a tentare di far fuori altri pezzi grossi, è un fatto sotto gli occhi di tutti. Ma anche i bombardamenti a tappeto non mi pare stiano avendo molto successo, le principali città iraniane sono state duramente colpite, ma la popolazione, sarà perché memore della precedente dittatura filo americana, sarà per via della sua storia millenaria, non sta voltando le spalle ai suoi leader. Il regime resta saldo. Non si è attenuato nemmeno il lancio incessante di missili e droni contro obiettivi statunitensi, israeliani o verso i loro alleati nella zona. Cosa ancora più importante, i bombardamenti non hanno scalfito di un millimetro il controllo che gli iraniani mantengono sullo stretto di Hormuz. 


Insomma, dovrebbe apparire chiaro che la questione non è solo un fatto di potenza bruta ma di carico bellico sostenibile. E in questo contesto, per i motivi che abbiamo evidenziato prima, gli iraniani possono permettersi di sopportare di più, mentre gli USA, similmente all'onesto cittadino della metafora iniziale, ad alzare il livello dello scontro sono quelli che hanno più da perdere. 

Per cominciare nello scacchiere diplomatico: che diversi alleati degli americani non sono contenti di questa operazione è un fatto che non si riesce più a nascondere, nonostante le parole di circostanza, i politici non riescono piu a trattenere le preoccupazioni per lo shock energetico che l'Iran pare intenzionata a mettere in atto. Ci sono poi i paesi mediorientali che,  a causa del loro posizionamento, hanno assistito al danneggiamento delle proprie infrastrutture petrolifere e l'interruzione delle esportazioni di gas e greggio. Oltre alla perdita dei loro investimenti nel settore turistico e di hub internazionali, settori a cui stavano puntando fortemente.

Legato alla diplomazia, ma non solo c'è il soft Power, l'immagine che l'America vuole proiettare di sé, sia verso se stessa che verso il mondo. gli Stati Uniti si presentano come l'impero del bene, per quanto i media possano essere compiacenti e per quanto realmente ci si impegni a fare il minimo dei danni collaterali possibili, una guerra è pur sempre una guerra, ogni vittima innocente di questo conflitto non solo danneggia l'immagine che il mondo ha dell'America, ma indebolisce anche la volontà dell'opinione pubblica interna di proseguire. 

Poi ci sono i morti Americani: abbiamo già visto che il bombardamento dall'alto non sembra funzionare per destabilizzare il regime. L'uso dell'arma nucleare è pura fantascienza, il solo minacciare di usarla scatenerebbe un "liberi tutti" e una corsa alla bomba, che per l'America sarebbe addirittura meglio perdere male questa guerra che gestire simili conseguenze. 

Dunque se si vuole vincere non rimane che inviare delle truppe di terra, ma gli iraniani hanno già fatto capire che non aspettano altro per fargli vedere quanto cara hanno intenzione di vendere la loro pelle. Se non bastasse la determinazione degli iraniani, c'è inoltre la morfologia del territorio in prevalenza montuoso, con un'estensione  paragonabile a quella di tutta l'Europa occidentale ad assicurargli profondità strategica. Ho già scritto che un'operazione di questo genere farebbe apparire il conflitto Russo-Ucraino una scampagnata. Probabilmente alla fine gli USA riuscirebbero a portare a casa una vittoria simile a quelle raggiunte in Iraq o in Afghanistan, ma a costi umani, sociali e politici, altissimi. Costi che a differenza di russi e degli stessi iraniani, in un'operazione del genere non possono permettersi. 



Questa, rispetto alla guerra in Ucraina per i russi, non è una guerra esistenziale per gli Stati Uniti. Nemmeno il più bifolco dei bifolchi sperduto sui monti Appalachi, potrebbe credere che l'Iran possa mettere in discussione il ruolo degli Stati Uniti nel mondo. Al contrario lo scontro in Iran ha le giuste caratteristiche per trasformarsi nella madre di tutti i conflitti del tipo che Trump aveva promesso che mai più avrebbero interessato gli Stati Uniti: quelli incerti, lunghissimi, dispendiosi, e dalla portata strategica tutto sommato limitata.

Gli Iraniani in questi cinquant'anni non si sono organizzati per diventare una superpotenza militare, non ne erano in grado. Più saggiamente, si sono strutturati per rendere il costo della vittoria insostenibile per gli Stati Uniti. E se una superpotenza non può permettersi il costo della vittoria, allora la guerra è automaticamente persa. E nelle condizioni attuali una sconfitta per gli Stati Uniti, se non è un suicidio, poco ci manca.


Per comprendere ciò, non serve essere antiamericani: semplicemente smetterla di fare come gli utenti dei forum di cui parlavo all'inizio e cominciate a fare una lettura obiettiva dei fatti. Con questo post ho provato ad esporre la mia interpretazione.


venerdì 13 marzo 2026

Discorso sul (mio) metodo

A seguito del mio precedente post, ho ricevuto alcune critiche al mio approccio alle relazioni internazionali che trovo non solo sensate, ma addirittura stimolanti. Per tale motivo penso che sia giusto fare alcune precisazioni. Inizialmente avrei voluto fare una breve postilla sotto il post in questione, ma poi, considerando che le osservazioni che mi sono state mosse partivano sì da quel testo ma solo come esempio per criticare il mio metodo in generale, ho ritenuto più opportuno fare un nuovo post a sé, da tenere come riferimento se mi ritrovassi in circostanze analoghe.



In breve, mi si accusa, non di dire cose false o sbagliate di per sé, ma di sopravalutare la razionalità degli attori in gioco. I miei testi su questo genere di argomento, soffrono di una pulizia logica che non trova riscontro nel mondo reale. Nella realtà le decisioni geopolitiche di solito hanno una nascita molto più "confusa". Per restare all'articolo sulla guerra in Iran ad esempio, mi si rimprovera di non tenere in considerazione i problemi giudiziari di Netanyahu, o la megalomania di Trump, o ancora la rivalità tra le varie agenzie Usa e le correnti presenti in queste agenzie, eccetera. In breve la mia analisi pare quasi parlare di una mossa sbagliata dentro una partita a scacchi.


Tutto vero, ad esempio nell'articolo in questione ho evitato di dire che a mia opinione il motivo principale che ha spinto Trump ad attaccare l'Iran, fosse il fatto di essersi montato la testa dopo il successo dell'operazione venezuelana e, magari mal consigliato da qualcuno, ha pensato di poter replicare lo stesso schema in Iran.  Però il fatto è che le mie analisi lavorano su un livello diverso.


Per cominciare riconosco che partire dalle analisi dei retroscena che hanno portato a certe decisioni, può aiutare a capire quali sono i reali obiettivi che i soggetti vogliono perseguire. Ma un'analisi del genere sarebbe stata utile ad esempio nell'attacco all'Iran del giugno 2025. Allora ragionare sulla genesi degli eventi avrebbe potuto aiutare a capire se l'amministrazione Trump avesse agito in quel modo solo per permettere agli alleati israeliani di tirare il respiro, oppure per terminare  la questione ed avvertire che la sua presidenza non si sarebbe lasciata trascinare in un ennesimo conflitto. Ciò ci avrebbe permesso di prepararci meglio alle sfide attuali. Ma in questa situazione, la portata di quanto successo e così sistemica, che ormai gli obiettivi iniziali di Trump sono diventati solo una curiosità per gli storici del futuro. Non dico che non siano cose importanti, ma giunti a questo punto mi paiono più cose per addetti ai lavori.



Dedicandomi invece a un’analisi strutturale degli eventi geopolitici, penso, nel mio piccolo, di riuscire a dire qualcosa di interessante. Per capire come secondo me funzionano fenomeni di questo tipo, dovete immaginarvi migliaia di persone che sono chiamate a disegnare un singolo punto dentro una circonferenza delimitata. Ogni persona sceglierà dove disegnare il suo punto per ragioni proprie e spesso in maniera indipendente dalle scelte altrui, altre volte in contrasto e altre ancora in collaborazione. Insomma un caos totale. Ma quel caos se guardato da lontano rivelerà un disegno ben preciso. Le relazioni internazionali funzionano in maniera analoga perché, per quanto siano confuse o personali le cause che hanno messo in moto gli eventi, alla fine i giocatori in campo, saranno comunque costretti dall'ambiente in cui agiscono a muoversi secondo certe logiche di potere. 
È vero che ad un certo punto nel testo analizzo brevemente le ratio che l'America poteva avere nell'intraprendere questo conflitto. Ma me ne servo come di uno strumento retorico: un test logico che mi aiutava a spostare l'attenzione sugli effetti sistemici.


Riconosco le ragioni di politologi come Allison, penso anch'io che le decisioni di politica estera non derivano sempre da una strategia razionale dello Stato, ma spesso dal funzionamento interno delle organizzazioni e dalle lotte di potere tra persone e istituzioni che lo compongono. Considero il suo saggio Essence of Decision un testo illuminante per comprendere come la dietrologia che immagina piani segreti coerenti è spesso una forma di onanismo intellettuale.  Ma per quanto siano state bizzarre le cause che hanno portato Kennedy a autorizzare l'operazione baia dei porci, il conoscerle o meno non serve a farci intuire che il suo fallimento avrebbe avvicinato l'isola caraibica ai russi.


Sono convinto anch'io che la genesi di questo attacco è probabilmente dovuta a fattori contingenti come quelli che mi sono stati segnalati. Ma le conseguenze strutturali che descrivo: l'effetto su Russia, Cina, Europa, e la contraddizione con la dottrina America First, rimangono valide. Bisogna solo riconoscere (cosa che faccio ben volentieri), che anche le reazioni di questi attori a loro volta non saranno la controparte reale di un'elegante mossa scacchistica, ma il risultato della mediazione di un analogo caos decisionale.


Insomma non è per snobismo o faciloneria che generalmente non faccio quel tipo di analisi, semplicemente il mio interesse è concentrato su un altro livello e visto che scrivo per hobby non per lavoro, su quello mi concentro.

giovedì 5 marzo 2026

Parliamo di Trump: il paradosso Iraniano

La mia posizione su Trump è abbastanza chiara: non faccio parte né dei suoi detrattori né dei suoi supporters. Non lo considero chissà quale statista, tuttavia mi pare miope l'atteggiamento di chi lo rappresenta come una specie di bambinone ottuso, finito chissà come nella stanza dei bottoni. I metodi del personaggio sono certamente sui generis, ma poi le sue mosse seguono una certa ratio e chi, distratto dai primi, non valuta i secondi, sta sbagliando approccio. Inoltre, guardo con simpatia al suo movimento, perché sono convinto che nel bene o nel male con il suo America First può riuscire a rompere questo ordine internazionale. Cosa che considero positivissima; da quando è caduta l'Unione Sovietica il potere si è sempre più concentrato nelle mani di un solo paese e di una élite ancora più ristretta di individui, fatto che reputo nocivo sia nel senso materiale che in quello culturale.


Dentro questa logica considero il ridimensionamento del potere americano non solo positivo, ma addirittura inevitabile. Positivo per quanto detto sopra. Inevitabile perché come scrissi tempo addietro, nonostante qualche segnale contrario, di cui ho anche parlato, non reputo che gli Stati Uniti riusciranno a riprendersi dalla crisi esistenziale che li ha colpiti, e a tornare ciò che erano. Poco cambia se, solo per fare un esempio tra i tanti, adesso il woke è stato sostituito dal rambismo di Trump. Il male si è spostato da un estremo all'altro, ma in ogni caso il paese non sembra più capace di trovare un equilibrio.

Ma appunto, io auspicavo un ridimensionamento degli Stati Uniti che magari desse la possibilità alle altre nazioni occidentali di emergere. Non di certo un suicidio. In tal senso avevo giudicato positivamente il nuovo piano strategico statunitense, che faceva ben sperare che finalmente la dirigenza di quel paese avesse capito che la cosa più importante da fare, era ridurre la sovraesposizione evitando di lanciarsi in avventurismi pericolosi e cercando invece di rafforzare le proprie posizioni.
 
Poi però attaccano l'Iran, ed è inevitabile chiedersi com'è che quella nazione finisca sempre per commettere gli stessi errori.

Considerati i rischi, l'America, soprattutto quella di Trump, non aveva nessun buon motivo per attaccare quel paese: 
 

Per quanto riguarda il nucleare, non solo le agenzie internazionali, ma addirittura lo stesso Trump, l'indomani dell'attacco dello scorso giugno, ha affermato che l'Iran non rappresentava più un pericolo nucleare imminente. Poi, anche grazie all'operazione Maduro la dirigenza iraniana aveva fatto capire che era disposta a scendere a compromessi ragionevoli. Già con l'amministrazione Obama si era trovato un'accordo che soddisfava quasi tutte le parti in causa, eccetto Israele e la fazione più intransigente della dirigenza statunitense. Ricordiamo che quell'accordo è saltato per volontà americana.

Se parliamo di ristabilire la propria credibilità, sempre l'episodio venezuelano aveva ben chiarito come la proiezione di potenza statunitense sia ancora intatta. Semmai, azioni come queste, dal decorso tutt'altro che liniare, rischiano di minare la loro autorevolezza; in tal senso ricordo che gli Stati Uniti sono decenni che non vincono una guerra, nel senso comunemente inteso. In ogni caso, nulla farebbe bene alla reputazione americana quanto un presidente dagli umori meno ondulatori.

Se si voleva compattare il fronte interno, o esibire delle facili vittorie in occasione delle elezioni di questo autunno, escludendo Cuba, sarebbe stato più saggio e coerente continuare col riaffermare la propria egemonia sui paesi dell'America Latina. Interventi mediaticamente meno spettacolari rispetto all'operazione iraniana, ma infinitamente meno rischiosi. 


L'avvicinamento iraniano ai russi e ai cinesi si deve soprattutto alle minacce americane, piuttosto che a qualche affinità con quegli altri. Con molte probabilità se Stati Uniti e Israele avessero allentato la pressione, non dico che li avrebbero portati dalla loro parte, ma è probabile che i rapporti con le altre potenze si sarebbero raffreddati. A ogni modo gli americani hanno vinto la prima guerra fredda con l'Iran era ostile.

Gli statunitensi con comportamenti simili danno l'impressione di giocare la partita considerandosi gli unici seduti al banco, il rischio che le altre potenze  inizino a comportarsi allo stesso modo non è da sottovalutare. Di sicuro se l'obiettivo è dividere i paesi avversari, questa non è la giusta strategia.

È vero che la destabilizzazione dell'Iran indebolisce la Cina, che molto dipende da quel paese per i suoi approvvigionamenti energetici. Ma rinforza la Russia che adesso può trattare con la Cina da una posizione di forza: con un Iran destabilizzato, non è più solo Mosca che ha bisogno di Pechino per vendere le proprie risorse energetiche, ma è anche la Cina che diventa più dipendente da quelle risorse per continuare il suo sviluppo. 

Considerato tutto ciò, davvero era così importante per Trump sconfiggere il regime? Proprio lui che aveva fatto dello slogan "basta guerre inutili" uno dei suoi cavalli di battaglia? Trump ha dato a intendere ai suoi lettori che America First significava anche riduzione della sovraestensione imperiale, ma un’azione militare di tale intensità in Medio Oriente è incoerente con la sua stessa dottrina.


l'Iran è una realtà statuale molto più solida e organizzata rispetto ai precedenti avversari americani della regione. Inoltre, per quanto difficilmente rischieranno di esporsi più del dovuto, a differenza dell'Afghanistan o dell'Iraq, gode del supporto russo e cinese. Il regime negli ultimi tempi aveva perso popolarità. Ma abbiamo già visto come le ingerenze esterne al contrario lo rafforzino. Non riesco a vedere quali siano stati i fattori che hanno spinto Trump a non pensare che questa operazione potrebbe diventare l'ennesima infinita guerra americana divoratrice di risorse. Se l'intervento aereo non dovesse essere sufficiente per rovesciare il regime, Trump si vedrà costretto o ad ammettere la resa, oppure inviare truppe terrestri con il rischio che l'operazione militare speciale russa, in confronto sembri una scampagnata. Gli statunitensi con l'operazione in Ucraina volevano logorare la Russia; questa operazione offre una magnifica occasione a russi e cinesi di fare altrettanto.



Di sicuro, fin dai primi momenti, con la scelta di colpire le strutture americane in tutti i paesi dell'area, e il blocco dello stretto, gli iraniani hanno fatto capire che sono disposti a giocarsi il tutto per tutto.


Francamente, per quanto mi sforzi, gli unici soggetti che mi pare, indipendentemente dall'esito, possano trarre qualche vantaggio da questo attacco sono i sauditi, che, nonostante la mediazione cinese, continuano a considerare lo Stato sciita un rivale spirituale oltre che politico. E gli israeliani che, benché non sia dottrina ufficiale, per aumentare la propria sicurezza, da sempre operano per destabilizzare i grandi blocchi statali della regione su linee etnico/religiose. In tal senso, l'attacco all'Iran nell'immediato può avvantaggiarli, ma se io facessi parte della dirigenza turca, inizierei a preoccuparmi.



Per il resto, l'unico risultato che con questo attacco Trump ha portato sicuramente a casa è stato quello di avvicinare il mondo un po' di più alle barbarie: in senso letterale del termine, non si rapiscono e non si ammazzano i leader delle altre nazioni come in un volgare regolamento di conti tra bande. Gli americani da sempre si considerano un gradino superiore agli altri paesi, ma perlomeno, fino a non molto tempo fa cercavano di salvare le apparenze. Adesso invece, già l'operazione Maduro è stata alquanto discutibile. Ma la decapitazione della dirigenza iraniana ha dimostrato ancora più chiaramente che non rispettano nessun'altra autorità tranne la propria. Non è questione di diritto internazionale, ed è inutile parlare di buoni e cattivi per giustificare tale genere di operazioni; semplicemente partendo da queste premesse nessuno si fiderà a intavolare una trattativa, cose del genere rendono inutile la diplomazia.


E per quanto riguarda l'Europa? Che posizione ha l'Europa in tutto ciò?

Se mi permettete l'espressione, come al solito l'Europa ha il ruolo del "fesso" o della vittima se preferite: gli Stati Uniti hanno iniziato a rendere instabili le aree di rifornimento energetico europeo nel 2003 con l'invasione dell'Iraq, poi sono passati al Nord Africa e infine alla Russia. Con il conflitto in Iran, adesso, pare che abbiano ricominciato il giro. Se non c'è intenzione dietro, poco ci manca. 

martedì 3 marzo 2026

Ancora qualche pensiero (semiserio) sui fatti Iraniani

A leggere gli scribacchini che scrivono sui giornali, uno ha l'impressione che gli iraniani in Italia siano qualche milionata: non si spiega altrimenti l'invasione delle piazze d'Italia per festeggiare la fine della sanguinaria dittatura. Poi controlli le statistiche e in realtà sono circa diecimila sparsi per il Paese. Praticamente c'ha più tifosi il Lumezzane. Avete mai sentito i giornali fare articoli entusiasti sui tifosi del Lumezzane che festeggiavano una vittoria della squadra?

Dittatura, a ben pensarci, un po' strana: gli ammazzano il leader supremo, che per quella gente era un po' Papa, un po' Duce, e la popolazione iraniana (sempre secondo gli scribacchini di cui sopra) scende nelle strade a festeggiare impunemente. Ma ’sti ayatollah non erano terribili? Come che non li sterminano?

Non lo so, tanto per dire, francamente a me pare più liberticida il duo Carlo Calenda–Pina Picierno: che ormai non si è liberi manco di mangiarsi un’insalata russa, che spuntano codesti figuri ad accusarti di putinismo. Ed ecco che, a nominarli, mi intristisco, mi viene da piangere: perché mi ricordo quando a scuola si rideva dei romani leggendo che Caligola aveva fatto per senatore un cavallo; pensate cosa diranno i posteri di noi quando apprenderanno che abbiamo fatto Calenda ministro!

Continuando a parlare di cose nostre, l’Italia per rimarcare il suo ruolo di paese poco serio, ha già fatto la sua solita figura barbina: mentre nel mondo scoppia tutta ’sta confusione, noi abbiamo il fascistissimo ministro della Difesa sperduto a Dubai. E siccome il ridicolo di ritrovarsi in una zona di conflitto, alla vigilia dell’attacco alleato (ma con gli americani siamo ancora alleati?), non gli pareva già abbastanza grosso, tornando in patria abbandona mogli e figli, non avendo il coraggio di giustificare davanti ai propri elettori l’uso del volo militare per i congiunti. Che robe! Questi qui non hanno il coraggio nemmeno di affrontare gli elettori per mettere al sicuro la famiglia, e Mussolini voleva vincerci la guerra!


Ma le nazioni europee non sono solo divertimento, il vecchio continente è anche ricco di grande cultura. Infatti, scrissi in un precedente post, che ormai si era talmente abituati ai brutali metodi americani che tutti gli scandalizzati per l'invasione russa in Ucraina, quelli che: "c'è un aggredito e un aggressore" e non volevano sentire ragioni. Su questa nuova aggressione non hanno battuto ciglio. Mi sbagliavo, in realtà stavano applicando un concetto dantesco. Così per contrappasso, se con gli ucraini si era al loro fianco "senza sé e senza ma". Questa volta bisogna far pressione sugli iraniani aggrediti affinché si facciano bombardare senza reagire.

Nel frattempo lo ayatollah, da grande guida quale era, anche nel morire ha voluto impartire un ultimo insegnamento. Stavolta rivolto ai complottisti. Tale insegnamento è che spesso per spiegare certi avvenimenti non serve immaginare, chissà quali piani cervellotici, basta la cretineria umana. Ma come! Dico io: l'imminenza del conflitto era chiarissimo a tutti, che americani e israeliani siano infidi e non ci si può fidare è altrettanto risaputo, così come ormai è acclarato che nel regolare i rapporti con gli altri stati, più che come statisti si comportano come capi mafia. E lui che fa? Invece di nasconderli il più lontano possibile dalla sua persona, se ne sta in mezzo ai suoi cari, causandone lo sterminio. A volte penso che gli USA comandino il mondo, perché, benché scemi, alla fin fine sono i meno scemi. 

domenica 1 marzo 2026

Attacco all'Iran, ovvero degli untori

Quando arrivò al capitolo sulla peste che colpì Milano nel 1630, Manzoni si appassionò alle vicende di due presunti untori del morbo: Guglielmo Piazza e Gian Giacomo Mora, processati sommariamente  e giustiziati con atroci torture. Al Mora fu anche distrutta la casa-bottega. Al suo posto, come monito venne eretta sulle macerie dell'abitazione una colonna infame.


Dicevamo che Manzoni si appassionò così tanto a questa vicenda, che alla fine per non appesantire troppo il testo decise di dedicargli una trattazione a parte, una sorta di appendice saggistica al suo capolavoro. Storia della colonna infame, appunto

Con quel testo il grande romanziere voleva smascherare un meccanismo mentale: quello dell'isteria collettiva che diventa giustizia.


Manzoni non era un illuso: sapeva che già centinaia di migliaia di persone prima di lui e dell'episodio raccontato, erano morti atrocemente, sotto gli occhi soddisfatti e bestiali dei propri simili. Il suo intento era distruggere i falsi alibi, cosciente che nemmeno dopo di lui sarebbe cambiato granché.


Ne danno brutale prova alcune reazioni all'ingiustificato attacco Statunitense alla repubblica islamica dell'Iran. Già, quanto meno per mio conto, quello che mi fa più impressione in queste ore non è l'attacco israeliano-statunitense di per sé. In un'ottica di potenza, benché la decisione del presidente americano non mi pare saggia, e comunque comprensibile. Anche la brutalità dell'attacco è un qualcosa a cui gli Stati Uniti ci hanno abituati, e così bene che tutti gli indignati per i poveri ucraini nemmeno ci stanno facendo caso.



Quello che mi fa veramente schifo sono i vari commenti degli imbecilli nostrani, che alle notizie di morte che arrivano da quel paese, festeggiano sui social. Gente che l'Iran non saprebbe trovarlo nemmeno sulla cartina geografica (ma forse nemmeno la propria nazione) che blatera di democrazia, cultura superiore, e altre fregnacce che gli sono state inculcate, tramite giornali e tv. 


Sono i discendenti di coloro che gridavano festanti quando si giustiziavano gli untori, la stessa ignoranza, la stessa infondata opinione di saperla lunga. La stessa immonda bramosia di veder versare il sangue di coloro che nel bene o nel male si discostano troppo dalla loro limitata comprensione del mondo. 

Faccio fatica a immaginare se questa mossa di Trump potrà aiutarlo a conservare la primazia occidentale o meno. Quello che invece mi chiedo è se davvero imbecilli simili si meritano il benessere di cui godono.

martedì 24 febbraio 2026

Referendum le ragioni del forse



Sta per arrivare marzo e con esso si avvicina il referendum sulla giustizia. Come di solito accade per questo genere di cose, il clima è quello da derby: è normale, l'argomento è complicato e molti preferiscono affidarsi ai propri opinion leader di riferimento. 


Però non so fino a che punto tale strategia possa essere una scelta saggia; sia da una parte che dall'altra, questa categoria spesso sembra privilegiare le ragioni della fazione piuttosto che fare considerazioni di merito.

Adesso, non voglio entrare nei tecnicismi della legge né analizzarla nei dettagli, ci hanno già provato stimati professori, portando a casa figure barbine. Penso però che abbiano visto giusto quelli che dicono che con questa manovra il governo vuole togliere potere alla magistratura. Ma francamente non capisco dove sia il problema; avendo in passato militato nella sinistra, ricordo che ai tempi eravamo i primi a sostenere che bisognava "tagliare le unghie ai magistrati". 

In realtà, capisco benissimo quale sia il punto: adesso una parte della magistratura appare ben disposta con quella parte politica, e a molti non piace l'idea che la destra la limiti. Personalmente ritengo lo stesso che queste non siano delle buone ragioni per cambiare idea, anche perché, secondo me, tale buona disposizione non è dovuta al fatto che i giudici siano diventati tutti comunisti come diceva Berlusconi, con tutta probabilità deve esserci qualche altra spiegazione.

Anche le ragioni del "no" al sorteggio mi convincono poco e per lo stesso identico motivo: molti di quelli che oggi criticano questo metodo, fino a qualche anno fa lo auspicavano (internet ha la memoria lunga) come soluzione per stroncare il fenomeno delle correnti. La paura che vengano estratte persone non idonee mi pare un non problema: nel caso, faranno parte di un organo collegiale, non servono dei leader; se queste figure sono state ritenute adatte a insegnare, patrocinare cause e giudicare i cittadini, mi paiono adatte anche a fare tutto il resto. In caso contrario il problema è altrove.

La difesa della costituzione e la prevenzione della deriva autoritaria poi, francamente più che argomenti mi paiono dei pretesti: visto il  passato fascista, non dico che questi non siano argomenti importanti, ma mi sarebbe piaciuto vedere invece che dei muri, delle proposte alternative. Trattare queste cose come se ci trovassimo davanti a testi sacri e dogmi religiosi mi sembra invece una posizione ideologica e polarizzante.  



A ogni modo questi sono principalmente problemi di natura politica, per la gente comune la questione veramente importante è un'altra. Quando una persona normale pensa ai tribunali, li percepisce come qualcosa di lontano con cui si avrà a che fare al massimo per un contenzioso su un debito non saldato, o perche finalmente ci si è decisi a portarvi il fastidioso vicino. In verità però finire trascinati in qualcosa di ben più grave è questione di un attimo: basta una svista per essere coinvolti in un incidente stradale e solo un po' di sfortuna per passare nel posto sbagliato al momento sbagliato. 

Ad esempio così, per curiosità ho fatto una piccola ricerca, dove ho scoperto che in carcere ci sono decine di persone che prese dalla rabbia o dal panico hanno abusato del diritto alla legittima difesa. Non sto difendendo a prescindere queste persone, sto solo ammettendo che francamente in un'eventuale situazione simile faccio fatica a immaginare come potrei comportarmi. 
Quello che so di certo, è che in un ipotetico strascico giudiziario, mi sentirei alquanto turbato, nel ritrovarmi in un processo dove il magistrato che mi deve giudicare potrebbe dipendere per l'avanzamento di carriera, dal voto del pm che mi sta accusando. Non dubito siano degnissime persone, ma in certe realtà, anche a tutela dell'onorabilità dell'ordinamento dovrebbe valere il principio di precauzione. 


Infine, sono proprio alcune delle argomentazioni di chi difende l'attuale sistema di cose che mi convincono più di tutto che invece si farebbe bene a cambiarle: infatti dicono questi ultimi, che con l'attuale ordinamento il pubblico ministero ha una formazione da giudice, ovvero sia più interessato a scoprire la verità piuttosto che a portare a casa un colpevole. Non dubito che nella maggior parte dei casi sia effettivamente così. Ma può essere possibile che la categoria dei giudici sia l'unico gruppo umano dove l'amore della verità prevalga sempre sull'interesse personale? E se, proprio nell'unico caso in cui ci sia un pm egoista, il magistrato giudicante si trovasse a fare un ragionamento simile? Potrebbe, magari a livello inconscio, dare più peso alle ragioni del collega rispetto a quelle dell'avvocato difensore.

Un rischio che il giorno dopo la fine di una dittatura, magari valeva la pena correre, per evitare pericoli ben più gravi a livello generale. Ottant'anni dopo mi pare francamente eccessivo.

lunedì 23 febbraio 2026

La lotteria dell'evoluzione culturale: tra complottismo e determinismo.

La criticità principale dei cosiddetti dietrologi, consiste nell'ostinarsi ad aggiungere livelli di complessità per spiegare eventi e circostanze per cui la spiegazione ufficiale risulta fumosa o comunque poco credibile. Naturalmente esistono anche (e sono la maggioranza) chi inciampa nell'errore opposto: la semplificazione, vedendo ogni cambiamento come un naturale progresso della nostra civiltà, come se tutto ciò che accade fosse inevitabile e spontaneo.

Ad esempio, leggevo ieri una discussione dove si parlava del rilassamento dei costumi e di fenomeni quali OnlyFans: i dietrologi attribuivano tutto questo a un non meglio precisato piano di contenimento della popolazione, anche attraverso la destabilizzazione dei rapporti di coppia. 

Probabilmente non è da escludere che a un qualche gruppo di potere, effettivamente tale effetto non dispiaccia. Anzi, con discreta probabilità farà quanto è nelle sue possibilità per favorire certe dinamiche. Ma il pensare che esista addirittura un progetto studiato a tavolino per ottenere questo risultato è qualcosa che non regge, né al principio di Occam, né alla realtà: infatti se il piano fosse davvero quello di far diminuire la popolazione, avrebbe poco senso concentrarsi proprio sugli occidentali, mentre ci sono altre civiltà che stanno crescendo molto più di noi. 

Effettivamente esistono spiegazioni meno cervellotiche. Senza per questo cadere nella trappola opposta: pensare che certe cose siano del tutto spontanee e si basano sul naturale progresso culturale della nostra civiltà. Insomma anche chi pensa che mostrare le chiappe in rete, magari a pagamento, sia un segno di progresso e di apertura mentale è al quanto fuori strada.


Qualcuno forse ricorderà le vicende di Madameweb, un'insegnante di Pordenone, che ormai vent'anni fa, salì agli onori della cronaca per la sua passione per il sesso, specialmente se disinibito. Nonostante le sue avventure ai tempi riempissero i rotocalchi, adesso è pressoché dimenticata. A riprova di ciò, se si prova a fare una ricerca impostando come parametro di ricerca soltanto il suo nickname, senza aggiungere altri dettagli specifici, l'onnisciente Google ci mostrerà come risultati rilevanti solamente pagine riguardanti l'ennesimo film americano di supereroi. Non è colpa sua, la poverina ha mancato di tempismo.

Adesso, in tempi più maturi per influencer e OnlyFancer, probabilmente avrebbe potuto mettere da parte un piccolo gruzzoletto. Già. Ma senza personaggi come Madameweb, cose come Onlyfans oggi sarebbero tollerate?

Probabilmente sì, lei era solo un granello piuttosto piccolo di un meccanismo assai complesso. Ma senza le centinaia di Madameweb che si sono susseguite, e soprattutto senza gli sforzi dei vari opinion leader, nonché dei poli mediatici per normalizzare prima, e promuovere poi il cambio di costume. Con tutta probabilità no.

Avete presente la teoria dell'evoluzione? Detta in maniera molto, terra-terra: una popolazione X è composta da vari individui con particolari caratteristiche che alle condizioni di partenza, sono neutrali o comunque poco rilevanti per la sopravvivenza quotidiana. Per esempio una popolazione di lupi, oltre agli individui con un pelo per così dire normale, è composta da soggetti con un pelo che tende ad essere più lanoso, caratteristica utilissima in caso il clima diventi più rigido. Mentre altri, sono provvisti di un pelo più leggero, ottimo per i climi caldi. Nel caso in cui le condizioni climatiche diventassero davvero più calde o più fredde, i soggetti con il pelo più adatto alla nuova situazione si troveranno ad essere avvantaggiati, quindi il loro numero tenderà ad aumentare fino a diventare dominante. In tutto questo, il concetto fondamentale è che dietro a quanto descritto non c'è nessuna programmazione: nessuno ha convinto certi lupi a dotarsi di una pelliccia più o meno folta, loro se la sono ritrovata addosso per caso, semplicemente la fortuna ha fatto sì che quella determinata caratteristica, fino a ieri ininfluente, oggi diventasse vantaggiosa.


Come ha intuito tra gli altri, il biologo Richard Dawkins, anche la diffusione delle idee avviene in modo analogo. Perciò quando si spalanca una finestra di Overton, non dobbiamo immaginare grandi vecchi che elaborano piani mefistofelici per mutare questo o quell'altro paradigma, ma correnti di potere, fatte da industrie, politici, scienziati, eccetera, spesso non coordinati tra loro, che per un motivo o per l'altro hanno interesse che certi comportamenti diventino leciti e accettati in società. Per fare ciò si adoperano affinché vengano "premiate", rendendole pop e rappresentate in maniera via via sempre più positiva, persone che per loro indole (ma a volte anche per calcolo, per essere riusciti a fiutare i tempi) attuano già certi comportamenti, senza bisogno di nessuna cooptazione esplicita.


Come ho già detto, con molta probabilità, dentro le correnti di potere che rendono possibili molti di questi cambi di paradigma, ci sono davvero anche gruppi di pensiero che vedono di buon occhio ciò che sta avvenendo, ma il maggior contributo che questi gruppi danno al fenomeno, oltre a qualche finanziamento come nel caso delle fondazioni Soros ad esempio, e quello di fornire un apparato etico-filosofico su cui poggiarsi. Non hanno creato una situazione, hanno sfruttato un'occasione, così come il viticultore piemontese non ha creato la vite di Nebbiolo: lui si è limitato a proteggerlo e favorirne la diffusione. 


Ecco perché l'esempio che più si avvicina a ciò che avviene nei cambiamenti culturali è quello della selezione artificiale: dove ad esempio migliaia di pastori, lavorando indipendentemente con scambi minimi fra di loro,  seguendo il proprio interesse, giungono grazie a pressioni selettive intenzionali ma non coordinate a un risultato comune: la nascita di una sottospecie di pecora adatta ai loro scopi (più latte, più carne, più lana, maggiore resistenza al territorio).