IL BROGLIACCIO
Il blog che non legge nemmeno la Cia!
venerdì 17 luglio 2026
Gioielliere di Cuneo parte II
giovedì 16 luglio 2026
Gioielliere di Cuneo
Così, alla fine, la vicenda del settantunenne gioielliere cuneese si è conclusa nel modo più prevedibile possibile, ovvero con la sua condanna al carcere e il conseguente risarcimento milionario ai parenti delle "vittime". Tecnicamente nulla di sbagliato, per carità. Alla fine ha rincorso e ammazzato due persone mentre scappavano, mica robetta.
Vedete, per un periodo ho avuto la passione per gli orologi vintage, non roba costosa, magari! Solo orologi vecchi, quelli da mercatino delle pulci per capirci. Ciò mi ha fatto entrare in confidenza con una coppia di anziani gioiellieri-orologiai, ormai defunti entrambi, del paese dove risiedevo prima, Busseto, per la precisione. E questi signori, si dà il caso, anni prima hanno subìto una rapina e, quando siamo entrati appunto in confidenza, tra le altre cose mi hanno raccontato anche tale esperienza.
Chiariamolo subito, non è roba da film. Intanto l'azione è terribilmente lenta, quei minuti non passano mai, l'adrenalina non accelera, rallenta. Poi i rapinatori non sono gentiluomini, ma menano, e menano forte. Menano ancora di più se hanno il sospetto che stai nascondendo i gioielli più preziosi, spoiler: lo sospettano sempre. Nel menare, l'adrenalina scatta anche in loro, e questo ne aumenta il sadismo, tu piangi terrorizzato e loro menano più forte.
Se poi in fine dovesse capitare che il bottino sia sotto le aspettative, questi qua non è che abbiano un po' di empatia e magari dicano: «Stiamo rapinando un disgraziato come noi», tanto più che è una gioielleria di paese, mica Montenapoleone, ma si incazzano ancora di più e menano più forte, Intanto oltre a non saper se ne uscirai vivo, assisti impotente allo stesso trattamento rivolto a chi vuoi bene.
Anche in virtù di questa esperienza, il fatto, secondo la mia modesta opinione, è che la giustizia non può essere solo tecnica. In questo caso, ad esempio, quantomeno bisognava tenere un po' più in conto che Roggero non è andato a cercare rogne, ma sono le rogne che sono andate a cercare l'uomo.
C'è poi il fatto che il tizio in questione fosse alla sua quarta rapina, come vittima, intendo, dovrebbe significare qualcosa, non credete? Perché magari, dopo esperienze del genere, per giunta ripetute, nonostante quello che dice gente che invece considera un trauma tremendo l'essere chiamato con un pronome sbagliato, mi pare tutto sommato comprensibile che, arrivati a un certo limite, possa partire lo schizzo.
Ma poi mi ricordo che siamo in Italia e allora, proprio per il fatto che il Roggero si sia ritrovato così spesso in situazioni del genere e non abbia imparato nulla, se devo essere sincero, mi fa pensare che, in fin dei conti, gli stia bene, che si è meritato la pena che gli è stata inflitta.
Lo dico perché penso che, se uno è minimamente sveglio, dopo quattro rapine poteva anche arrivare a capire che forse l'apparato repressivo in Italia non serve a proteggere il cittadino, ma a ricordargli invece che esso è un suddito: perciò, in quanto tale, egli deve solo ubbidire e non rompere il cazzo. Ormai i casi sono centinaia, anzi, che dico, sono migliaia, troppi, per non comprendere che questo sistema conta sul fatto che il bravo residente ha troppo da perdere per ribellarsi. La morale che deve passare da questa storia, come altre simili, in fin dei conti è una e una sola: e cioè che, a Roggero, così come a chiunque altro al suo posto, sarebbe convenuto tacere e subire passivamente il torto, perché in tal modo avrebbe perso di meno.
Io non so come mi sarei comportato al posto di Roggero in una situazione simile. A essere completamente sincero, penso ancora che non sarebbe stato giusto che se la cavasse con un'assoluzione piena dopo due omicidi a "sangue tiepido"; considerata anche l'età, un affidamento ai servizi sociali o qualcosa del genere sarebbe stato opportuno e giusto. Ma so per certo che, la condanna che gli è stata inflitta è una condanna educativa verso i molti che per un motivo o per l'altro "si fanno idee strane".
Perciò dico che personalmente se mi fossi trovato al suo posto dopo una vicenda del genere, non avrei perso tempo con la giustizia e i tribunali. Avrei cercato di disfarmi di tutto e, presa la mia famiglia, me ne sarei andato lontano dall'Italia. È così che funziona il sistema ormai, e non si può più riformare, c'è solo da augurarsi che crolli su se stesso.
lunedì 13 luglio 2026
Pestaggi
Sta facendo scalpore in queste ore un video di un tesserato di futuro nazionale, che dopo aver invitato a liberare la strada che stava bloccando, avendo invece ricevuto insulti, malmena una persona di nazionalità straniera in evidente stato di confusione mentale.
Sì vabbè, non bisogna essere particolarmente intelligenti per capire che tutta l'operazione è un'evidente montatura mediatica, utile a suggerire a chi legge che per qualche non meglio specificata proprietà transitiva, se un tesserato del partito di Vannacci è così, lo sono anche tutti gli altri.
Infatti preferisco non commentare la vicenda in sé. Basta rivedere la scena per avvertirne tutto lo squallore. Quello che mi fa specie invece, sono certi commenti dei progressisti che si dichiarano e sono sinceramente scioccati dalla violenza di quanto accaduto. Il fatto è che questi sono spesso le stesse persone che sostengono che bisogna riarmarsi e "riscoprire le doti guerriere della nostra civiltà". Mi perdonerete se non sono riuscito a trovare di meglio che la citazione di certo Scurati, quale esempio esplicativo di tale linea di pensiero. Poi però, gli stessi, rimangono sconvolti nel vedere la violenza rientrare nel quotidiano. Ma cosa pensano? Che per difendersi dalle “autocrazie” basti organizzare un Pride sui campi di battaglia? Magari tracciando preventivamente un segno sui confini con gessetti rigorosamente colorati?
Se davvero si vuole riportare una cultura militare di massa in Europa, dovremmo tutti ricordarci che la guerra non è fatta da eroi tipo Hollywood: queste sono appunto eccezioni, ed è per tale motivo che li ricordiamo, eclissandone per giunta i molti lati oscuri. La guerra, il militarismo, quello serio, si nutrono di persone dure, violente e moralmente riprovevoli, perché sono proprio individui di questo tipo che hanno i requisiti necessari per affrontare la brutalità del combattimento. È gente così che alimenta le trincee.
Il difensore della democrazia, il soldato gentiluomo, l'eroe omerico. Sono solo delle idealizzazioni romantiche e false: in realtà Achille era uno stupratore, Agamennone un figlicida, Alessandro un ubriacone sporco del sangue dell'amico, Napoleone un macellaio, e tutti gli altri delle canaglie anche peggiori di quelli che ho nominato. la cavalleria quella vera, quella che ha plasmato l'Europa, fu un privilegio di pochi e per poco tempo. Per giunta non di rado nella vita dello stesso cavaliere fu un ideale appena intravisto, piuttosto che uno stato pienamente raggiunto. le Giovanna d'Arco, i Luigi IX, furono casi davvero eccezionali, e comunque a loro fianco combattevano i Gilles de Rais.
se davvero sperate che l'Europa faccia ancora propria la cultura della guerra, non fatevi illusioni è questo il mondo che vi aspetta.
giovedì 9 luglio 2026
Terrone!
Mi è stato fatto (poco) gentilmente notare che essendo io meridionale emigrato al nord, sono solo uno stupido ipocrita a parlare con disprezzo dei migranti. Che ai tempi della grande diaspora meridionale, noi siamo stati accolti con lo stesso odio e d'altronde, ne abbiamo combinate di peggiori, e bla bla bla; Insomma, sarei il classico asino che da del cornuto al bue, uno di quelli che dopo aver tratto vantaggio dal fatto di essere emigrato, vorrebbe negare questa possibilità agli altri.
Allora cerchiamo di chiarire due o tre cose:
Punto primo, non mi pare di aver scritto nulla di offensivo o razzista contro i migranti o qualche gruppo etnico in particolare. A dire il vero non ho mai parlato male nemmeno dell'immigrazione in sé, che entro certi margini considero un fenomeno fisiologico e positivo, in quanto occasione di scambio culturale. Semmai ho parlato male dell'immigrazione di massa. Comunque sempre da un punto di vista sociologico. Inoltre, riguardo "alle peggiori" causate dai meridionali, non sono certo io a volerle nasconderle, anzi mi pare di averle usate come uno degli esempi quando ho scritto di seconde generazioni. Non sono mica un Saviano qualsiasi quando accusava i lombardi che anche qui c'è la criminalità organizzata, scordandosi però di spiegare che si tratta di un prodotto di importazione.
Detto questo, sarebbe facile vincere la disputa in maniera retorica, ricordando che in paesi di ben altre dimensioni, come ad esempio gli Stati Uniti, nemmeno per gli spostamenti da uno stato all'altro, si parla di migrazione, semmai di trasferimento. Ma non sarebbe giusto fino in fondo usare tale argomento nel caso italiano, perché effettivamente la migrazione meridionale di quegli anni, aveva gli stessi scopi dell'immigrazione estera attuale: rifornire il mercato di manodopera poco qualificata e a buon prezzo.
Eh si, a certi livelli vedo di cattivo occhio anche la migrazione interna, in particolare proprio quella che nel dopoguerra portò tanti meridionali a trasferirsi in Alta Italia. Sebbene per le singole famiglie l'essersi
spostati al nord ebbe sicuramente effetti molto positivi, una emigrazione così massiccia, positiva non lo fu per il sud nel suo insieme. Detta come va detta considero questo fenomeno una delle concause dell'arretratezza del nostro meridione. Non è un caso se prima ho usato il termine "diaspora". Allo stesso modo anche per il nord, questo afflusso immenso di persone significò assistere a una traumatica trasformazione delle città, con un colossale processo di cementificazione e una crescita urbana disordinata, accompagnata da fenomeni di degrado e tensioni sociali, di cui ancora oggi sono afflitte certe periferie. Inoltre, paradossalmente uno sviluppo più equilibrato del sistema industriale su tutto il territorio nazionale, nel lungo periodo avrebbe evitato al nord quella perenne "fame di manodopera" che è uno dei cavalli di battaglia di chi sostiene questa immigrazione caotica.
Insomma, fu un processo che magari produsse benefici individuali enormi, ma soprattutto costi collettivi che ancora oggi paghiamo. Perciò non un modello da ripetere su scala globale, con in più un'aggravante: oggi, non stiamo importando solo esseri umani, ma interi modelli culturali con le proprie radici storiche.
Ed è proprio quest'ultimo fatto che riduce a nulla la stupida obiezione che mi è stata mossa: benché qualcuno faccia fatica a capacitarsene, noi fottuti terroni siamo comunque italiani. PER QUANTO RIGUARDA LA CULTURA ALTA, FEDERICO II, DANTE E SANT'AMBROGIO SONO PERSONAGGI CHE SENTIAMO NOSTRI, ESATTAMENTE COME LI SENTE PROPRI UN FIORENTINO O UN MILANESE. Le differenze tra un italiano del nord e uno del sud, parimenti istruiti sono appunto, differenze regionali.
Per quanto riguarda la cultura bassa, quella più coinvolta nei fenomeni migratori di questo tipo, è vero, avere a che fare con i meridionali di allora, per gli italiani del nord, fu un vero e proprio shock. Per certi versi la diversità culturale che li turbava non era meno profonda di quella che oggi imputiamo agli immigrati. Ma quelle differenze, per quanto estranee a un torinese, erano già dentro i confini della nostra storia comune. Così come i vari, San Carlo Borromeo, il panettone o la FIAT, anche i San Gennaro, la tarantella e la salsa di pomodoro, portati al nord dagli immigrati, hanno diritto di esistere dentro il perimetro nazionale: così come per le scelte buone, sia che per quelle cattive, che ha compiuto questa nazione dall'anno della sua nascita ad oggi, il meridione d'Italia, ha pagato o goduto, allo stesso modo di tutti gli altri; per l'unità del paese abbiamo rinunciato al nostro sovrano e accettato il re Piemontese. Quando questo ce l'ha ordinato abbiamo versato il nostro sangue per difendere il Piave e più avanti ci siamo presi sulla testa le bombe alleate prima e durante lo sbarco in Sicilia. Dunque le nostre tradizioni sono patrimonio culturale di questo paese, un pezzo diverso del puzzle che lo compone, non delle stranezze da sopportare per puro spirito tolleranza.
Perciò cari amici progressisti che mi rammentate che proprio io, in quanto meridionale che vivo a nord, non ho diritto di parlare d'emigrazione. Come se il meridionale fosse per sempre marchiato come “migrante” e non come cittadino italiano a pieno titolo, una specie di ospite perenne a cui è negato il diritto di parola su un tema nazionale, che dovrebbe tacere e mostrare gratitudine. Sappiatelo non avete trovato una buona argomentazione per ribattere, avete semplicemente dato l'ennesima conferma dei vostri pregiudizi.
Quindi, Invece di pensare a espedienti per limitare la libertà d'opinione, sarebbe opportuno, avere l'apertura mentale per accettare anche i punti di vista più diversi. Perché nel nostro paese non solo la storia condivisa, di cui ho parlato nel post, ma anche la biografia personale, proprio quello che si voleva usare a pretesto per limitarla, vale a darci il pieno titolo per partecipare al dibattito. Come nel caso di quei cittadini, che non per nascita, ma per scelta consapevole hanno deciso di rinunciare alla propria cultura d'origine e abbracciare la nostra. Perché l'appartenenza può avere anche radici diverse, ma quel che importa alla fine e che nutrano tutti il medesimo albero.
domenica 5 luglio 2026
La distinzione: critica sociale delle idee
...«Be', mi sembra davvero disgustoso. La gente di colore ignora tutti i vantaggi che ha avuto in questo paese. Ve lo assicuro. In Inghilterra non ci sono molti uomini di colore in uniforme di poliziotto, e molti meno diventano importanti funzionari dello stato, come qui. Insomma, ho letto un articolo l'altro giorno. Ci sono più di duecento sindaci di colore in questo paese. E quelli lì maltrattano il sindaco di New York. Certa gente non sa quanto sta bene, ve lo dico io.»
lunedì 29 giugno 2026
Cani
domenica 21 giugno 2026
Di corna ed altro
giovedì 11 giugno 2026
Sui fatti di Belfast
Sto seguendo con interesse i fatti che stanno capitando nell'Irlanda del Nord, dove qualcuno ha intravisto addirittura un risveglio dell'identità europea. Sarà, ma personalmente quel che sta succedendo, mi pare solo un ottimo esempio del perché le masse, senza una elite in grado di indirizzarla, sono solo un'animale folle, in balia del primo Masaniello capace di eccitarla. Il mito del popolo oppresso, che si redime da sé, facendo pagare tutti i torti agli oppressori, è duro a morire, ma prima o poi, confido che riusciremo a liberarcene.
Intendiamoci, io non condanno le violenze in sé: i paesi seri hanno in costituzione il diritto dei cittadini ad abbattere il tiranno con qualsiasi mezzo reputino opportuno. solo un paese come il nostro, che pur di suo ha come mito fondativo quello della resistenza, ma che in fondo in fondo considera i propri cittadini come dei servi. Non Ha ritenuto opportuno fare cenno a questa possibilità dentro la sua costituzione. Quindi dicevamo non è la violenza in sé il problema, è la violenza insensata che fa orrore.
Prendiamo questo caso specifico: succede che un emigrato squilibrato, senza motivo, tenta di decapitare un passante, e la gente giustamente si incazza. Ma con chi se la prende? Con altra gente ancora più disgraziata di loro: gli emigrati.
Ma dico io, avete voglia di alzare le mani, di cambiare questo stato di cose, di fare casino? Ma prendetevela con i veri responsabili di quello che succede: la classe dirigente. Contro le sedi del potere dovevate prendervela, mica contro le case di poveri disgraziati.
Così come stanno agendo, gli unici risultati che otterranno, sarà quello di suscitare lo sdegno da parte della popolazione moderata, e seminare ancora più odio tra le vittime di questi pogrom. Mentre invece materialmente, per quanto riguarda la gestione del fenomeno emigrazione, non cambiera una cippa di niente.
Quella che si sta instaurando è la logica degli animali da combattimento, che una volta liberati nell'arena invece di scagliarsi contro i loro aguzzini, si avventano l'uno sull'altro.
Francamente non vedo nessuno risveglio delle coscienze: Senza una direzione politica o un obiettivo istituzionale, questa violenza della folla è solo un'arma di distrazione di massa, un cortocircuito in cui gli ultimi se la prendono con i penultimi, lasciando i primi del tutto intonsi e, paradossalmente, più saldi sulle loro poltrone, liberi di perseguire i propri scopi.
