giovedì 16 luglio 2026

Gioielliere di Cuneo

Così, alla fine, la vicenda del gioielliere cuneese si è conclusa nel modo più prevedibile possibile, ovvero con la sua condanna al carcere e il conseguente risarcimento milionario ai parenti delle "vittime". Tecnicamente nulla di sbagliato, per carità. Alla fine ha ammazzato due persone mentre scappavano, mica robetta.


Vedete, per un periodo ho avuto la passione per gli orologi vintage, non roba costosa, magari! Solo orologi vecchi, quelli da mercatino delle pulci per capirci. Ciò mi ha fatto entrare in confidenza con una coppia di anziani gioiellieri-orologiai, ormai defunti entrambi, del paese dove risiedevo prima, Busseto, per la precisione. E questi signori, si dà il caso, anni prima hanno subìto una rapina e, quando siamo entrati appunto in confidenza, tra le altre cose mi hanno raccontato anche tale esperienza.


Chiariamolo subito, non è roba da film. Intanto l'azione è terribilmente lenta, quei minuti non passano mai, l'adrenalina non accelera, rallenta. Poi i rapinatori non sono gentiluomini, ma menano, e menano forte. Menano ancora di più se hanno il sospetto che stai nascondendo i gioielli più preziosi, spoiler: lo sospettano sempre. Nel menare, l'adrenalina scatta anche in loro, e questo ne aumenta il sadismo, tu piangi terrorizzato e loro menano più forte.


Se poi in fine dovesse capitare che il bottino sia sotto le aspettative, questi qua non è che abbiano un po' di empatia e magari dicano: «Stiamo rapinando un disgraziato come noi», tanto più che è una gioielleria di paese, mica Montenapoleone, ma si incazzano ancora di più e menano più forte, Intanto oltre a non saper se ne uscirai vivo, assisti impotente allo stesso trattamento rivolto a chi vuoi bene.


Anche in virtù di questa esperienza, il fatto, secondo la mia modesta opinione, è che la giustizia non può essere solo tecnica. In questo caso, ad esempio, quantomeno bisognava tenere un po' più in conto che Roggero non è andato a cercare rogne, ma sono le rogne che sono andate a cercare l'uomo.

C'è poi il fatto che il tizio in questione fosse alla sua quarta rapina, come vittima, intendo, dovrebbe significare qualcosa, non credete?  Perché magari, dopo esperienze del genere, per giunta ripetute, nonostante quello che dice gente che invece considera un trauma tremendo l'essere chiamato con un pronome sbagliato, mi pare tutto sommato comprensibile che, arrivati a un certo limite, possa avere lo schizzo.


Ma poi mi ricordo che siamo in Italia e allora, proprio per il fatto che il Roggero si sia ritrovato così spesso in situazioni del genere e non abbia imparato nulla, se devo essere sincero, mi fa pensare che, in fin dei conti, gli stia bene, che si sia meritato la pena che gli è stata inflitta.


Lo dico perché penso che, se uno è minimamente sveglio, dopo quattro rapine poteva anche arrivare a capire che forse l'apparato repressivo in Italia non serve a proteggere il cittadino, ma a ricordargli invece che esso è un suddito: perciò, in quanto tale, egli deve solo ubbidire e non rompere il cazzo. Ormai i casi sono centinaia, anzi, che dico, sono migliaia, troppi, per non comprendere che questo sistema conta sul fatto che il bravo residente ha troppo da perdere per ribellarsi. La morale che deve passare da questa storia, come altre simili, in fin dei conti è una e una sola: e cioè che, a Roggero, così come a chiunque altro al suo posto, sarebbe convenuto tacere e subire passivamente il torto, perché in tal modo avrebbe perso di meno.

Io non so come mi sarei comportato al posto di Roggero in una situazione simile. A essere completamente sincero, penso ancora che non sarebbe stato giusto che se la cavasse con un'assoluzione piena dopo due omicidi a "sangue tiepido"; considerata anche l'età, un affidamento ai servizi sociali o qualcosa del genere sarebbe stato opportuno e giusto. Ma so per certo che, la condanna che gli è stata inflitta è una condanna educativa verso i molti che per un motivo o per l'altro "si fanno idee strane". 


Perciò dico che personalmente se mi fossi trovato al suo posto dopo una vicenda del genere, non avrei perso tempo con la giustizia e i tribunali. Avrei cercato di disfarmi di tutto e, presa la mia famiglia, me ne sarei andato lontano dall'Italia. È così che funziona il sistema ormai, e non si può più riformare, c'è solo da augurarsi che crolli su se stesso.




lunedì 13 luglio 2026

Pestaggi

Sta facendo scalpore in queste ore un video di un tesserato di futuro nazionale, che dopo aver invitato a liberare la strada che stava bloccando, avendo invece ricevuto insulti, malmena una persona di nazionalità straniera in evidente stato di confusione mentale.

Sì vabbè, non bisogna essere particolarmente intelligenti per capire che tutta l'operazione è un'evidente montatura mediatica, utile a suggerire a chi legge che per qualche non meglio specificata proprietà transitiva, se un tesserato del partito di Vannacci è così, lo sono anche tutti gli altri.

Infatti preferisco non commentare la vicenda in sé. Basta rivedere la scena per avvertirne tutto lo squallore. Quello che mi fa specie invece, sono certi commenti dei progressisti che si dichiarano e sono sinceramente scioccati dalla violenza di quanto accaduto. Il fatto è che questi sono spesso le stesse persone che sostengono che bisogna riarmarsi e "riscoprire le doti guerriere della nostra civiltà". Mi perdonerete se non sono riuscito a trovare di meglio che la citazione di certo Scurati, quale esempio esplicativo di tale linea di pensiero. Poi però, gli stessi, rimangono sconvolti nel vedere la violenza rientrare nel quotidiano. Ma cosa pensano? Che per difendersi dalle “autocrazie” basti organizzare un Pride sui campi di battaglia? Magari tracciando preventivamente un segno sui confini con gessetti rigorosamente colorati?

Se davvero si vuole riportare una cultura militare di massa in Europa, dovremmo tutti ricordarci che la guerra non è fatta da eroi tipo Hollywood: queste sono appunto eccezioni, ed è per tale motivo che li ricordiamo, eclissandone per giunta i molti lati oscuri. La guerra, il militarismo, quello serio, si nutrono di persone dure, violente e moralmente riprovevoli, perché sono proprio individui di questo tipo che hanno i requisiti necessari per affrontare la brutalità del combattimento. È gente così che alimenta le trincee.

Il difensore della democrazia, il soldato gentiluomo, l'eroe omerico. Sono solo delle idealizzazioni romantiche e false: in realtà Achille era uno stupratore, Agamennone un figlicida, Alessandro un ubriacone sporco del sangue dell'amico, Napoleone un macellaio, e tutti gli altri delle canaglie anche peggiori di quelli che ho nominato. la cavalleria quella vera, quella che ha plasmato l'Europa, fu un privilegio di pochi e per poco tempo. Per giunta non di rado nella vita dello stesso cavaliere fu un ideale appena intravisto, piuttosto che uno stato pienamente raggiunto. le Giovanna d'Arco, i Luigi IX, furono casi davvero eccezionali, e comunque a loro fianco combattevano i Gilles de Rais.

se davvero sperate che l'Europa faccia ancora propria la cultura della guerra, non fatevi illusioni è questo il mondo che vi aspetta.




giovedì 9 luglio 2026

Terrone!

Mi è stato fatto (poco) gentilmente notare che essendo io meridionale emigrato al nord, sono solo uno stupido ipocrita a parlare con disprezzo dei migranti. Che ai tempi della grande diaspora meridionale, noi siamo stati accolti con lo stesso odio e d'altronde, ne abbiamo combinate di peggiori, e bla bla bla; Insomma, sarei il classico asino che da del cornuto al bue, uno di quelli che dopo aver tratto vantaggio dal fatto di essere emigrato, vorrebbe negare questa possibilità agli altri. 


Allora cerchiamo di chiarire due o tre cose:
Punto primo, non mi pare di aver scritto nulla di offensivo o razzista contro i migranti o qualche gruppo etnico in particolare. A dire il vero non ho mai parlato male nemmeno dell'immigrazione in sé, che entro certi margini considero un fenomeno fisiologico e positivo, in quanto occasione di scambio culturale. Semmai ho parlato male dell'immigrazione di massa. Comunque sempre da un punto di vista sociologico. Inoltre, riguardo "alle peggiori" causate dai meridionali, non sono certo io a volerle nasconderle, anzi mi pare di averle usate come uno degli esempi quando ho scritto di seconde generazioni. Non sono mica un Saviano qualsiasi quando accusava i lombardi che anche qui c'è la criminalità organizzata, scordandosi però di spiegare che si tratta di un prodotto di importazione. 



Detto questo, sarebbe facile vincere la disputa in maniera retorica, ricordando che in paesi di ben altre dimensioni, come ad esempio gli Stati Uniti, nemmeno per gli spostamenti da uno stato all'altro, si parla di migrazione, semmai di trasferimento. Ma non sarebbe giusto fino in fondo usare tale argomento nel caso italiano, perché effettivamente la migrazione meridionale di quegli anni, aveva gli stessi scopi dell'immigrazione estera attuale: rifornire il mercato di manodopera poco qualificata e a buon prezzo. 



Eh si, a certi livelli vedo di cattivo occhio anche la migrazione interna, in particolare proprio quella che nel dopoguerra portò tanti meridionali a trasferirsi in Alta Italia. Sebbene per le singole famiglie l'essersi 
spostati al nord ebbe sicuramente effetti molto positivi, una emigrazione così massiccia, positiva non lo fu per il sud nel suo insieme. Detta come va detta considero questo fenomeno una delle concause dell'arretratezza del nostro meridione. Non è un caso se prima ho usato il termine "diaspora". Allo stesso modo anche per il nord, questo afflusso immenso di persone significò assistere a una traumatica trasformazione delle città, con un colossale processo di cementificazione e una crescita urbana disordinata, accompagnata da fenomeni di degrado e tensioni sociali, di cui ancora oggi sono afflitte certe periferie. Inoltre, paradossalmente uno sviluppo più equilibrato del sistema industriale su tutto il territorio nazionale, nel lungo periodo avrebbe evitato al nord quella perenne "fame di manodopera" che è uno dei cavalli di battaglia di chi sostiene questa immigrazione caotica. 



Insomma, fu un processo che magari produsse benefici individuali enormi, ma soprattutto costi collettivi che ancora oggi paghiamo. Perciò non un modello da ripetere su scala globale, con in più un'aggravante: oggi, non stiamo importando solo esseri umani, ma interi modelli culturali con le proprie radici storiche.


Ed è proprio quest'ultimo fatto che riduce a nulla la stupida obiezione che mi è stata mossa: benché  qualcuno faccia fatica a capacitarsene, noi fottuti terroni siamo comunque italiani. PER QUANTO RIGUARDA LA CULTURA ALTA, FEDERICO II, DANTE E SANT'AMBROGIO SONO PERSONAGGI CHE SENTIAMO NOSTRI, ESATTAMENTE COME LI SENTE PROPRI UN FIORENTINO O UN MILANESE. Le differenze tra un italiano del nord e uno del sud, parimenti istruiti sono appunto, differenze regionali.  



Per quanto riguarda la cultura bassa, quella più coinvolta nei fenomeni migratori di questo tipo, è vero, avere a che fare con i meridionali di allora, per gli italiani del nord, fu un vero e proprio shock. Per certi versi la diversità culturale che li turbava non era meno profonda di quella che oggi imputiamo agli immigrati. Ma quelle differenze, per quanto estranee a un torinese, erano già dentro i confini della nostra storia comune. Così come i vari, San Carlo Borromeo, il panettone o la FIAT, anche i San Gennaro, la tarantella e la salsa di pomodoro, portati al nord dagli immigrati, hanno diritto di esistere dentro il perimetro nazionale: così come per le scelte buone, sia che per quelle cattive, che ha compiuto questa nazione dall'anno della sua nascita ad oggi, il meridione d'Italia, ha pagato o goduto, allo stesso modo di tutti gli altri; per l'unità del paese abbiamo rinunciato al nostro sovrano e accettato il re Piemontese. Quando questo ce l'ha ordinato abbiamo versato il nostro sangue per difendere il Piave e più avanti  ci siamo presi sulla testa le bombe alleate prima e durante lo sbarco in Sicilia. Dunque le nostre tradizioni sono patrimonio culturale di questo paese, un pezzo diverso del puzzle che lo compone, non delle stranezze da sopportare per puro spirito tolleranza. 



Perciò cari amici progressisti che mi rammentate che proprio io, in quanto meridionale che vivo a nord, non ho diritto di parlare d'emigrazione. Come se il meridionale fosse per sempre marchiato come “migrante”  e non come cittadino italiano a pieno titolo, una specie di ospite perenne a cui è negato il diritto di parola su un tema nazionale, che dovrebbe tacere e mostrare gratitudine. Sappiatelo non avete trovato una buona argomentazione per ribattere, avete semplicemente dato l'ennesima conferma  dei vostri pregiudizi. 


Quindi, Invece di pensare a espedienti per limitare la libertà d'opinione, sarebbe opportuno, avere l'apertura mentale per accettare anche i punti di vista più diversi. Perché nel nostro paese non solo la storia condivisa, di cui ho parlato nel post, ma anche la biografia personale, proprio quello che si voleva usare a pretesto per limitarla, vale a darci il pieno titolo per partecipare al dibattito. Come nel caso di quei cittadini, che non per nascita, ma per scelta consapevole hanno deciso di rinunciare alla propria cultura d'origine e abbracciare la nostra. Perché l'appartenenza può avere anche radici diverse, ma quel che importa alla fine e che nutrano tutti il medesimo albero.

domenica 5 luglio 2026

La distinzione: critica sociale delle idee


...«Be', mi sembra davvero disgustoso. La gente di colore ignora tutti i vantaggi che ha avuto in questo paese. Ve lo assicuro. In Inghilterra non ci sono molti uomini di colore in uniforme di poliziotto, e molti meno diventano importanti funzionari dello stato, come qui. Insomma, ho letto un articolo l'altro giorno. Ci sono più di duecento sindaci di colore in questo paese. E quelli lì maltrattano il sindaco di New York. Certa gente non sa quanto sta bene, ve lo dico io.»
 Scosse la testa con rabbia.
 Kramer e sua moglie si guardarono. Lui era certo che Rhoda stesse pensando la stessa cosa.
 Grazie a Dio! Che sollievo! Ora potevano respirare liberamente. Miss Efficienza era faziosa, intollerante. Di questi tempi la faziosità era assai disprezzata. Era segno di un'origine modesta, di casa popolare, di classe sociale inferiore, o dì cattivo gusto. Perciò essi erano superiori alla loro bambinaia inglese, dopotutto. Che grandissimo sollievo!
    
                       Tom Wolfe il falò delle vanità 




Ieri sera con mia moglie stavamo guardando su una tv locale un servizio che parlava di come, non più solo le grandi metropoli, ma anche le strade di certe cittadine di provincia, si erano riempite di accampamenti di immigrati. Condizioni di vita di un tale degrado e squallore che francamente farebbero pena anche se si parlasse di animali, figuriamoci per gli esseri umani. Finito il servizio, si torna in studio per discutere di remigrazione. A un certo punto del dibattito, il politico progressista ha invitato quello di destra, visto che non voleva gli immigrati, a mandare i propri figli a raccogliere pomodori sotto il sole per tre euro l’ora.

Al che mia moglie sbotta ed esclama: “le cose sono due: o questo qui è un cretino e, oltre a non vedere le condizioni di vita di questa gente, non si rende neanche conto del significato delle parole che gli escono di bocca. Oppure in realtà degli immigrati non gli interessa nulla.” “La seconda che hai detto”, rispondo io, “ma in un senso particolare, di cui probabilmente non si rende neanche conto. Per me il suo ragionamento è questo: premesso che si tratta di un politico di piccolo cabotaggio, lui è di sinistra, sa che le élite progressiste, dominanti nel suo ambiente politico, sono per l’accoglienza. Personalmente in realtà non è che abbia studiato la questione, ma accogliere suona positivo e, poi, è vero che in Italia c’è carenza di manodopera, perciò, per emergere, non farà fatica ad aderire allo slogan: ‘accogliamoli tutti’”.

Ed è così che questioni come l’emigrazione, il globalismo eccetera diventano simboli di appartenenza. Non è un problema moderno: i temi cambiano ma gli ingranaggi sono sempre gli stessi.

Generalmente il processo funziona così: ci sono le idee e con questo termine possiamo includere quasi tutto, dalle mode alle ideologie fino alle religioni. Queste idee si affermano e diventano patrimonio comune. Dopodiché alcuni eccentrici, i creativi, propongono “deviazioni sul tema”; generalmente queste deviazioni vengono riassorbite e diventano curiosità storiche. Alcune di esse però, a volte per pura casualità, a volte perché permettono di distinguersi, vengono adottate dalle classi dominanti che le trasformano in un carattere distintivo, un segno di appartenenza, rendendole così dominanti all’interno del proprio gruppo. Infine ci sono gli emulatori, quella categoria di persone che ambisce a diventare élite ma non lo è ancora, che le adottano, una volta validate, per segnalare il desiderio o l’ambizione di appartenere a quel gruppo, facendo diventare queste idee un fenomeno di massa.

Il discorso sull’immigrazione, a mio avviso, può perfettamente essere fatto rientrare dentro queste dinamiche. Naturalmente con ciò non possiamo concludere il discorso: non si può parlare di immigrazione senza tenere in considerazione, magari epurandolo da quella intenzionalità che gli viene attribuita dal filosofo, il concetto di “esercito industriale di riserva” formulato da Marx.

Però, appunto, tenendo in considerazione tutto ciò, personalmente a me appare chiarissimo che l’immigrazione è diventata un tema distintivo delle élite progressiste e non lo è diventato per motivi umanitari, ma per l’esatto contrario: la sua esclusività. L’arrivo di persone con culture significativamente differenti, superata la capacità di assimilazione, diventa un processo dannoso per la società che la subisce, una verità storica così autoevidente che il solo contestarla mi pare indice di faziosità. Non è un caso che, superata una certa soglia, i posteri parleranno di invasione; non penserete forse che quei disgraziati Goti, che sfuggivano dagli Unni, volessero davvero sfidare l’impero romano, vero?  In tal senso appare del tutto superflua l'argomentazione di chi sostiene che le genti nuove possono apportare nuove energie; è vero grazie ai barbari l'espansionismo occidentale ebbe nuovo slancio edè arrivato a conquistare il mondo, ma fu l'Europa a compiere l'impresa, non più Roma. Così come non credo che la consapevolezza che gli Stati Uniti d'America siano il primo paese del mondo, consola i nativi americani di quello che hanno perduto.

Perciò, dicevo, Il continuare a sostenere certe politiche migratorie superate determinate soglie, comunica che chi l’appoggia è al di sopra di certe dinamiche, allo stesso modo di un aeroplano che sorvola un incendio senza rischiare di esserne coinvolto. Nemmeno se si mettesse a spargere benzina sotto. 


Arrivati a questo punto, si potrebbe anche parlare di come il principale scopo del potere sia quello di conservare se stesso, anche a discapito della società che gli permette di essere. Ciò è dovuto proprio al fatto che spesso certe scelte, certe ideologie, entrano nelle agende delle élite per vie traverse ed hanno effetti dannosi sulla società nel suo insieme. Ma una volta diventati dominanti, costringono le élite stesse a scegliere se ripudiarli, col rischio di emarginarsi, oppure aderirvi, finendo trascinate in un circolo vizioso che rischia di distruggere le fondamenta stesse su cui il potere si basa.



Bibliografia minima:
Tom Wolfe: Il falò delle vanità
Pierre Bourdieu: La distinzione. Critica sociale del gusto
C. Wright Mills: L’élite del potere
Mancur Olson: La logica dell’azione collettiva


lunedì 29 giugno 2026

Cani

Si dice che esiste un modo infallibile per sgridare un cane e fargli capire immediatamente che ha sbagliato. A patto naturalmente che si tratta di una vera marachella dell'animale e non di una nostra dimenticanza. no, se fatto in maniera appropriata, non è un procedimento particolarmente violento, né complicato, beh naturalmente bisogna usare un po' di cognizione, se siete di quelli che quando avete appreso che i ragazzini discoli vanno tirati su per le orecchie, e nel mettere in pratica il consiglio, vi è rimasto un pezzo cartilaginoso in mano, è meglio che lasciate perdere. Comunque il metodo consiste nell'afferrare la bestia per la collottola, sollevare la pelle per quel che si può è nel mentre sgridarlo. 

A quanto pare, dopo questo trattamento il cane ci penserà due volte prima di compiere ancora la stessa azione. 

Non pensate però con questo sistema che  andrebbe usato il giusto, ovvero per cose effettivamente gravi, di aver acquistato ulteriore autorità verso l'essere. In realtà questo metodo è così efficace perché era così che ai tempi lo sgridava la sua mamma.

Mi ha sempre fatto tenerezza pensare a questa cosa; vedere cani grandi e grossi, spesso testardi, ridimensionati immediatamente nel loro ruolo. Gli esperti spiegheranno che il tutto è dovuto ad un riflesso, l'animale si sentirà umiliato, che questo sistema non farà altro che provocare paura e stress nell'animale. Non contesto, d'altronde a cos'altro possono essere serviti i miliardi di anni di evoluzione, se non a far si che le specie viventi, i predatori in particolare  in quest'anno del Signore duemilaventisei, si sentano impauriti e stressati al più piccolo trauma. 

Però resta un lato di me a cui piace pensare che il vero motivo di questo comportamento nei cani sia nel vedesi, loro grandi e grossi, ridimensionati al ruolo di cuccioli. Non sono un'addestratore, ma mi piace credere che in quei momenti, anche nei cani più feroci, scaturisca un effetto Madeleine che li riporti all'infanzia, a quei giorni che secondo l'etologia moderna, se portati correttamente a termine dovrebbero essere ormai chiusi. Ma chissà se è veramente così, o invece anche loro non provino un po' di nostalgia per la loro mamma. 

ps
Nessun cane è stato afferrato per la collottola, per scrivere questo post, ne tantomeno per scattare le immagini ad esso allegate.

domenica 21 giugno 2026

Di corna ed altro

Primo episodio: conversazione con dei ragazzini, anzi con giovani uomini, visto che sono universitari, si parlava di cittadinanza e cose così. Ad un certo punto, per metterli alle strette, gli domando: "ma scusate, secondo voi, se domani a un'eschimese gli salta il grillo e sentendosi tedesco si trasferisce a Berlino, il governo tedesco dovrebbe dargli la cittadinanza, senza metterlo alla prova? "

Risposta corale: "certo, se uno si sente di quel paese, vive e paga le tasse li, è giusto che lo stato gli dia la cittadinanza."

Ascoltato ciò ribatto: "avete un concetto strano di cittadinanza, ma scusate, sempre secondo voi, un cittadino tedesco di questo genere, che non conosce ne la cultura ne la storia di quel paese, e probabilmente non ne condivide nemmeno le usanze. In caso scoppi una guerra, pensate che uno così, sia disposto a partire e rischiare la vita per quel paese, oppure non ci pensa nemmeno e se ne va da un'altra parte?"

Il più sveglio mi risponde: "che c'entra il combattere e morire. Normale che se scoppia una guerra faccia bene ad andarsene. Comunque per quello ci sono i militari."

Mi pare ci sia poco da commentare, è ovvio che per questi ragazzi, lo stato, la comunità, il popolo di cui "si fa parte", sono istituzioni alla stregua di una banca, un azienda di cui si usano i servizi finché conviene, quando non conviene più, si cambia fornitore del servizio e via. 

Secondo episodio: Leggo in rete, una storia con molta probabilità inventata: racconta di una donna che tradisce il marito e gode proprio nel fatto di tradirlo, al punto che durante  l'amplesso lo chiama al telefono. Un incauto lettore commenta: sono episodi del genere che spesso scatenano certi delitti passionali.

Naturalmente lo hanno massacrato.  D'altronde cos'altro c'era da aspettarsi?  In una società zoologica, a differenza della pratica, sono davvero eccezionali i motivi, per cui secondo i suoi membri valga la pena uccidere o morire. Tanto più che con buona probabilità, molti degli uomini e delle donne che hanno commentato, non sono così diversi dalla fedifraga, quindi per ogni evenienza - avranno pensato - meglio tutelarsi.

Fra i tanti, il commento che mi ha colpito di più è il seguente: " lei giustifica il femminicidio, si vergogni, esiste il divorzio", Non ce l'ho fatta e ho risposto: "il divorzio, esisteva anche per la suina", beh, forse sto riportando la citazione in maniera meno colorita rispetto l'originale. Comunque dubito lo stesso che avrebbero capito il senso della battuta; si chiederanno perché doveva essere la donna a divorziare, di fatto mica era lei che stava rimettendoci. Alla fine concluderànno che giustifico l'idea del delitto. Non c'è da biasimarli, Per capire perché doveva essere lei a divorziare, dovrebbero poter scorgere il nulla che è rimasto al posto di certi gesti estremi, dovrebbero capire che il matrimonio non è solo questione di istinti da soddisfare dopo aver stipulato un contratto fra le parti, che ancora più importanti sono i doveri reciproci, soprattutto i doveri morali.



Non vorrei spingermi così oltre da prendere una breve chiacchierata e dei commenti letti su internet (per quanto significativi) e assurgerli a paradigma del disfacimento della nostra civiltà. Ma certamente mi paiono utili per aiutarci a intuire il disastro esistenziale di questa epoca. concetti come la fiducia, l'onore, il dovere. Con il pretesto della sacralità della vita, sono stati marginalizzati, a tal punto che alcuni di questi concetti, oggi sono diventati socialmente sospetti, quando non addirittura disdicevoli. Ma avendo fatto ciò, svuotando di significato sociale i rapporti tra le persone, e in alcuni casi addirittura con sé stessi, stiamo privando la società stessa di significato riducendo la vita stessa in un qualcosa di non umano, istintivo, in ultima  analisi, in qualcosa di puramente animale, dove la sopravvivenza e la convenienza, prevalgono su quasi tutto. Per il resto, c'è il divorzio, non inteso come alternativa civile con cui terminare un rapporto, extrema ratio per gestire un fallimento nel modo meno distruttivo possibile, rispettando la dignità dell’altro.  Ma solo comodo strumento, con la quale la parte che si ritiene svantaggiata può scindere l'accordo.


Poco mi convince chi dice che il paradigma è cambiato perché finalmente abbiamo capito l'importanza, la sacralità, della vita umana. Che tale cambio di vedute è stato un progresso, perché con i vecchi valori la società tendeva a generare faide e arbitri emotivi. le faide, le vendette private, "la giustizia fai da te", non Sono il frutto di qualche ordine sociale tarato. Sono il risultato dell'incapacità della società, e in ultima analisi dello stato, di garantire adeguata soddisfazione alle parti lese. Tali generi di argomentazioni, sono soltanto la scusa con la quale, invece di attualizzare i valori si è preferito assassinarli.


No, non abbiamo finalmente capito la sacralità della vita umana, se non forse la nostra, quella dei più intimi, se altruisti. Abbiamo semplicemente dimenticato la sacralità di tutto il resto.
Ripeto: tutta questa voglia di buttare acqua sul fuoco, dipende solo dal desiderio di preservare uno status quo che appare comodo, Senza troppe turbolenze, 


La verità è che a spingere verso questo cambio di paradigma, non è stata una maggiore consapevolezza di quanto sia importante la vita umana. Ma l'iper-individualismo, alimentato dalla convinzione che non c'è null'altro al di fuori di quello che possiamo sperimentare con i nostri sensi o i nostri strumenti.
se questo genere di persone avessero la garanzia dell'impunibilità, non oso immaginare cosa farebbero per difendere i propri interessi. 

Un esempio per smascherare l'ipocrisia? Le belle parole di questi progressisti sugli immigrati; finché pagava lo stato, professavano l'accoglienza illimitata, quando il comune di Roma, in perenne ristrettezze, ha indetto un bando per fare ospitare i migranti, gratuitamente a chi avesse spazio, in tutto il territorio della metropoli, hanno aderito solo in quattro. 


Se davvero si auspica ad una rinascita della civiltà, Prima di tutto è  necessario auspicare la rinascita di un senso, di una ragione che ci ancori al mondo, non solo come passeggeri casuali. Ma questa ragione non può ne spuntare dal nulla, ne essere imposta per legge. Può solo essere testimoniata, vissuta, insegnata.
Perché in una società dove non c'è nulla per cui vale la pena mettersi in gioco se non addirittura morire, cosa ci darà la forza con cui continuare a vivere? 

giovedì 11 giugno 2026

Sui fatti di Belfast

Sto seguendo con interesse i fatti che stanno capitando nell'Irlanda del Nord, dove qualcuno ha intravisto addirittura un risveglio dell'identità europea. Sarà, ma personalmente quel che sta succedendo, mi pare solo un ottimo esempio del perché le masse, senza una elite in grado di indirizzarla, sono solo un'animale folle, in balia del primo Masaniello capace di eccitarla. Il mito del popolo oppresso, che si redime da sé, facendo pagare tutti i torti agli oppressori, è duro a morire, ma prima o poi, confido che riusciremo a liberarcene.


Intendiamoci, io non condanno le violenze in sé: i paesi seri hanno in costituzione il diritto dei cittadini ad abbattere il tiranno con qualsiasi mezzo reputino opportuno. solo un paese come il nostro, che pur di suo ha come mito fondativo quello della resistenza, ma che in fondo in fondo considera i propri cittadini come dei servi. Non Ha ritenuto opportuno fare cenno a questa possibilità dentro la sua costituzione. Quindi dicevamo non è la violenza in sé il problema, è la violenza insensata che fa orrore.


Prendiamo questo caso specifico: succede che un emigrato squilibrato, senza motivo, tenta di decapitare un passante, e la gente giustamente si incazza. Ma con chi se la prende? Con altra gente ancora più disgraziata di loro: gli emigrati.


Ma dico io, avete voglia di alzare le mani, di cambiare questo stato di cose, di fare casino? Ma prendetevela con i veri responsabili di quello che succede: la classe dirigente. Contro le sedi del potere  dovevate prendervela, mica contro le case di poveri disgraziati.


Così come stanno agendo, gli unici risultati che otterranno, sarà quello di suscitare lo sdegno da parte della popolazione moderata, e seminare ancora più odio tra le vittime di questi pogrom. Mentre invece materialmente, per quanto riguarda la gestione del fenomeno emigrazione, non cambiera una cippa di niente. 


Quella che si sta instaurando è la logica degli animali da combattimento, che una volta liberati nell'arena invece di scagliarsi contro i loro  aguzzini, si avventano l'uno sull'altro.


Francamente non vedo nessuno risveglio delle coscienze: Senza una direzione politica o un obiettivo istituzionale, questa violenza della folla è  solo un'arma di distrazione di massa, un cortocircuito in cui gli ultimi se la prendono con i penultimi, lasciando i primi del tutto intonsi e, paradossalmente, più saldi sulle loro poltrone, liberi di perseguire i propri scopi.

lunedì 8 giugno 2026

Fiaba per l'8 giugno


Molto tempo fa, un giovane chiese a un saggio cosa fosse l'amore tra maschio e femmina. Il saggio rispose che l'amore fra maschio e femmina era trovare la donna che non invecchiasse mai. Così il giovane, affascinato dall'impresa, si incamminò per il mondo, alla ricerca di una donna che rimanesse sempre giovane. 

Il suo pellegrinare fu lungo e a volte aspro, ma un giorno conobbe una ragazza che gli parve bellissima. Così bella che smise di domandarsi se la sua bellezza fosse eterna oppure effimera. Per quella donna tanto fece e tanto disfece, che alla fine riusci a farsi voler bene.

Intanto, passavano gli anni e come tutti, il vecchio saggio morì. Nello stesso modo con cui seppe dispensare buoni consigli, seppe anche metterli in pratica, per questo era molto amato dalla sua gente. Proprio in virtù di questo amore, uno dei nipoti per onorarne la memoria, in segno di rispetto volle incontrarne tutti i discepoli ancora in vita. 


Questo nipote mise così tanto impegno per avverare il suo proposito che un giorno giunse alla casa, proprio di quel giovane che tanti anni prima domando cos'era l'amore al venerabile. 

Erano passati molti lustri, e per tale motivo ad accoglierlo trovo un vecchino e una donnina curva, intenti a quell'ora a sorseggiare una tazza di buon tè nel patio di casa.

Il giovane che era educato, si presento e spiego loro chi fosse e lo scopo del suo viaggio.

Il vecchio racconto all'ospite, la sua storia e il segreto che il venerabile gli aveva rivelato.  Dopo di che, stringendo la mano della moglie concluse: "alla fine smisi di cercare, perché ho trovato lei. Ma sono stato fortunato lo stesso, sai, dal giorno che l'ho conosciuta, mi pare che ancora non sia invecchiata".  "A volte sei proprio sciocco" replico lei con un sorriso, "per forza non sono invecchiata: è passato così poco tempo da quando ci siamo incontrati".