Scrivendo quel post, il mio scopo principale era e rimane mostrare quanto sia facile manipolare la percezione pubblica. Nel fare ciò, ho dato per scontato che quei dogmi fossero, non dico rigettati dalla popolazione, ma quantomeno ridimensionati. Mi sono invece accorto che, per ribattere all'esempio della mia tesi, sono state usate le stesse parole d'ordine che, sia allora sia in seguito, servirono a giustificare quanto era stato fatto. Insomma, la manipolazione ha funzionato così bene che la prova stessa che dovrebbe smascherarla, ancora oggi viene considerata una narrazione credibile dei fatti.
Per tale motivo, in questo post, quasi a puntellamento del primo, vorrei provare a minare alcuni degli slogan ordoliberisti.
In particolare vorrei concentrarmi su tre argomenti che mi sono stati realmente citati d'esempio come dimostrazione che: There is no alternative.
Sono argomenti che, benché tirati in ballo da persone diverse, funzionano su più livelli, ovvero hanno una progressione, perciò le tratterò in un certo ordine.
La prima obiezione mi ricorda di come l'Italia del periodo fosse preda del malaffare, dell'inflazione galoppante e vedesse crescere il debito pubblico in maniera esponenziale. Non c'è dubbio che queste criticità fossero tutte presenti. Il problema, ricordiamolo, non consiste nel fatto che queste debolezze del paese fossero in realtà inesistenti, ma nel loro uso come martello ideologico, spesso aggravando gli effetti che ne sarebbero conseguiti. Questo per convincerci che per salvarsi vi fosse un'unica soluzione. Se prendiamo l'inflazione, ad esempio, non c'è dubbio che l'Italia soffrisse di un problema di inflazione galoppante, alimentata dalla spesa pubblica e da certi ammortizzatori sociali come la scala mobile. Ma per dipingere la situazione ancora più nera ci si appella alla famosa inflazione a due cifre, che fu un problema anch'esso reale, ma che interessò principalmente gli anni settanta e i primissimi anni ottanta, e fu per lo più conseguenza di una serie di shock mondiali che si verificarono in quegli anni. Altro aspetto non secondario è il fatto che, sebbene alimentassero il fenomeno stesso, gli ammortizzatori sociali mitigavano non poco gli effetti dell'inflazione sulla popolazione. Ma soprattutto dobbiamo ricordare che la ricchezza reale era in aumento, fatto che di per sé non rendeva l'inflazione meno problematica, ma dimostrava che il paese disponeva ancora di risorse sufficienti, per intervenire sulle rigidità del sistema, compreso il superamento della scala mobile, con interventi meno drastici.
Anche l'aumento considerevole del debito pubblico di quegli anni, in realtà non era solo colpa del malaffare come spesso ripetono certi slogan: per prima cosa ricordiamo che il debito diventò sempre più ingestibile a seguito del famoso divorzio tra tesoro e banca d'Italia (l'indipendenza delle banche centrali, uno dei Princìpi cardini dell'economia liberista) tale divorzio voluto da Ciampi e Andreatta (onore al merito), aveva lo scopo di ridurre l'inflazione (che come ho detto prima quantomeno nelle fasi più acute era in realtà legata a contingenze internazionali) e rendersi più credibili agli occhi dei mercati adottando il modello tedesco in prospettiva della futura integrazione europea. Il punto che forse questi illustri economisti non avevano considerato è che prima di "voler fare come la Germania", sarebbe stato il caso di escogitare un modo affinché il paese reale gli somigliasse un po' di più, e magari verificare che si disponesse delle stesse risorse di cui disponevano i tedeschi.
Tornando al tema della corruzione, nessuno nega che il paese fosse preda di malaffare diffuso; perciò molte spese di bilancio seguivano logiche clientelari non l'interesse pubblico, come d'altronde dimostrerà lo scandalo di tangentopoli. Ma per quanto odiosa come pratica, in un contesto macroeconomico, si parla di cifre tutto sommato basse nel bilancio dello stato: alcuni punti di PIL. Ci si dimentica invece, che un'altra parte di quel debito venne contratto per una serie di investimenti pensati in un contesto di tassi bassi e politica industriale attiva, il nuovo paradigma economico cambiando le carte in tavola, non solo impedì molti investimenti futuri, ma riuscì a rendere insostenibili anche le spese già fatte, trasformandole in mera passività. Ma al di là di tutto, la considerazione da fare è una sola: per contenere il malaffare politico, ha senso ridurre la capacità dello Stato di intervenire nell'economia e di far fronte alle difficoltà che si presentano. Oppure c'erano altre soluzioni meno drastiche?
A questo punto, gli economisti liberisti potrebbero ribattere che in realtà il divorzio ha solo messo a nudo l'insostenibilità di quel modello, basato sulla stampa di moneta per garantirsi una copertura finanziaria. In realtà, anche qui, non voglio negare un problema ma cercare di inquadrarlo in un contesto più ampio. Dentro questo contesto, l'idea che la spesa pubblica italiana fosse insostenibile diventa un'affermazione non del tutto dimostrata dai fatti, al contrario i dati ci dicono che al netto degli interessi la spesa pubblica era in linea con la media OCSE, come mostrano i dati comparativi europei. Semmai fu la spesa per interessi che in Italia passò dall'8% del Pil nel 1984 all'11,4% nel 1994, mentre in Europa restava intorno al 4%.
Tutto ciò per dire che il vero problema del nostro debito, come si è dimostrato in seguito, era che una parte considerevole di esso serviva per coprire le spese ordinarie. Ma ciò vuol dire che più che un problema del sistema in sé, c'era un problema di disciplina economica in chi era chiamato a gestire quel sistema. Certamente è chiaro a tutti che fosse necessario introdurre delle regole che garantissero un po' di disciplina. Ma noi abbiamo fatto un po' come quel marito che per evitare che la moglie (il Tesoro) spendesse tanto, gli ha proibito di ritirare soldi in banca (il divorzio banca d'Italia-Tesoro) per poi consigliargli di rivolgersi a uno strozzino (i mercati), sperando che gli interessi abnormi la scoraggiassero ad esagerare nelle spese.
La seconda obiezione fa leva sul famoso attacco alla lira, evidenziando di come quell'attacco finanziario fu un avvertimento che se non si correva presto ai ripari i nodi ormai erano giunti pericolosamente al pettine. In realtà le cose non andarono esattamente così, premesso che a livello personale considero questo episodio un vero e proprio atto di pirateria finanziaria, per cui sarebbe stato più opportuno far rispondere dal ministero della difesa che da quello del tesoro. A ogni modo, mi pare fondamentale ricordare che tutta l'operazione prende avvio in un contesto internazionale, l'Italia non era il bersaglio specifico dell'attacco. Se noi fummo particolarmente colpiti, fu proprio perché il paese era già instradato verso il nuovo indirizzo economico che si era scelto di percorrere, l'Italia del periodo, come abbiamo visto, aveva già aderito ad alcuni dei famigerati vincoli esterni (indipendenza banca centrale, adesione allo sme, stabilità monetaria, eccetera) ma senza preoccuparsi di possedere i parametri economici adatti a sostenerli, in tale modo la nazione, quando si ritrovò preda degli attacchi degli speculatori, era da un lato gravata delle fragilità del vecchio sistema, e dall'altro impossibilitata a utilizzare gli strumenti utili a difendersi a causa degli impegni internazionali assunti. Per tentare di salvare il salvabile l'allora ministro Ciampi (sempre lui) commise una serie di errori che ancora oggi vengono citati come casi di studio: alzò i tassi, bruciò riserve. Ma furono manovre disperate che come molte analisi economiche riconoscono finirono per aggravare la recessione senza salvare la moneta. Alla fine la lira fu costretta ad uscire dallo SME e si svalutò comunque, ma con un'economia già indebolita. Come beffa finale, negli anni successivi Ciampi e gli altri artefici di quelle scelte, presero a indicare ciò che era successo appunto come prova delle fragilità italiane e dell'inevitabilità delle riforme.
L'ultima argomentazione che suona a mo' di profezia, richiama in causa il default argentino, sostenendo che se noi avessimo continuato nell'andazzo precedente, avremmo fatto la stessa fine. Vero, così come se in macchina continuassimo ad andare dritto alla prossima curva finiremo fuori strada, chissà perché per evitare il sinistro, invece che spegnere la macchina e proseguire con altro mezzo, tutti preferiscono intervenire sul volante e correggere la traiettoria. Intanto come già ho cercato di chiarire nello scorso post, l'economia non è una scienza esatta, anche se l'Italia pre-92 e l'Argentina del default avessero avuto realmente condizioni simili, non è affatto detto che avremmo seguito la stessa dinamica economica. In ogni caso, la verità è che in realtà i paesi si trovavano in condizioni molto diverse. Per cominciare l'Argentina proveniva da un recente passato fatto da instabilità politica e di regimi autoritari. L'Italia, invece, passata l'esperienza fascista, aveva alle spalle quasi mezzo secolo di relativa calma. Ma soprattutto, il paese di allora era una nazione industrialmente avanzata, addirittura tra le prime al mondo, le famiglie contavano su un risparmio privato da fare invidia e il debito pubblico era prevalentemente in mani interne. Così come l'Argentina le esportazioni avevano un peso significativo sulle nostre entrate, ma le nostre esportazioni erano estremamente diversificate. L'economia argentina invece, era legata all'esportazione di materie prime e fortemente indebitata con l'estero. Ma ancora più importante, fatto su cui si preferisce sorvolare è che uno dei principali motivi per cui l'Argentina fu costretta a dichiarare default, fu proprio perché anche quel paese decise di legarsi a un vincolo esterno. Precisamente legò il valore del pesos a 1:1 rispetto al dollaro, che è un po' quello che abbiamo fatto noi con l'euro, e lo fece per gli stessi motivi: riduzione dell'inflazione eccetera. Qualcuno potrebbe obiettare che in realtà l'euro non è currency board, vero, non c'è un tasso fisso con una moneta estera, ma una moneta unica con una banca centrale comune. Ma a fini pratici, per quello che conta in un paese in difficoltà il meccanismo è lo stesso: se si perde competitività non si può più svalutare per ritrovarla. Sappiamo tutti come è andata a finire.