mercoledì 28 ottobre 2026

I laureati

Quando si parla di giovani, un'accusa ricorrente che le vecchie generazioni rivolgono loro è quella di essere più «rincitrulliti» della generazione che li ha preceduti. È un qualcosa di assolutamente fisiologico: probabilmente già ai tempi dei Neanderthal i più vecchi rimproveravano i loro giovani, sostenendo che «ai loro tempi era diverso e che adesso sta tutto andando a rotoli».


Anche se non penso che il problema sia generazionale, ma piuttosto sociale, in quest'epoca mi pare davvero di scorgere un irrigidimento culturale che mi dà da pensare. Questo irrigidimento si può osservare, ad esempio, quando ci imbattiamo in una visione dogmatica della scienza, ovvero lo scientismo. Ma anche questa evenienza, purtroppo, è solo sintomo, non causa, di un problema più generale, di cui vorrei parlare provando a introdurre situazioni e personaggi apparentemente scollegati tra loro. Vediamo se ci riesco.


Prima di continuare, però, per evitare fraintendimenti, credo sia meglio esplicitare subito il mio focus: questo testo, nel suo piccolo, non è una critica filosofica alla scienza o al sapere in generale; è invece una critica culturale ed educativa a un modo di formare le persone.


Mi capita di imbattermi nell'ennesimo post di Luca Romano, conosciuto anche come l'Avvocato dell'Atomo, dove stavolta se la prendeva con la sociologia, invitando i lettori a segnalargli, se conoscevano dei «papers» seri usciti su questa disciplina, perché lui era riuscito a trovare solo robaccia. Chi mi legge da un po' di tempo dovrebbe aver presente che io ho sempre biasimato la pretesa epistemologica di alcune discipline di voler attribuire ai propri risultati quell'autorità di «legge fisica» tipica delle scienze dure, fraintendendo, tra l'altro, il tipo di modelli generati da quelle discipline stesse, modelli che restano sempre rivedibili e sottoponibili al criterio della falsificabilità.


In teoria la mia visione e quella di Romano parrebbero non divergere così tanto: io affermo che certe discipline sono pretenziose nel voler rivendicare lo stesso grado di affidabilità delle scienze dure. Lui sostiene che a rapportarsi proprio con una di quelle discipline, cioè la sociologia e applicando i criteri della SCIENZA ha trovato solo robaccia. Riporto testualmente la parte che più ci interessa ai fini di questo scrittino; per chi volesse leggere tutto il post, se lo cerchi su Facebook:


Amicici, domanda per quelli di voi che hanno lauree umanistiche.


Qualcuno mi può linkare cortesemente dei paper di sociologia seri, che raggiungono conclusioni affidabili e falsificabili, i cui risultati sono replicabili (e replicati) e il cui metodo di indagine ha almeno la parvenza di un che di scientifico (niente p-hacking, cecchini texani e amenità analoghe)...


Anche senza continuare la citazione, quello che l'autore chiede in quel post semiserio mi pare sia abbastanza chiaro: sta cercando qualche «patente» che attesti che la sociologia sia una disciplina seria. Per dirla in breve, applica un particolare ideale di scientificità come criterio decisivo per giudicare una disciplina nel suo complesso, senza nemmeno provare a domandarsi quali oggetti, metodi e tipi di risultato siano in questione. Ed è proprio questo quello che ci differenzia: per me certe discipline si attribuiscono un'aura che non gli appartiene, per Romano il fatto di non possedere quell'aura le squalifica dalla categoria delle scienze serie, ovvero l'unico campo del sapere che secondo lui vale qualcosa. 


Adesso, io non ce l'ho assolutamente con Luca Romano, sia chiaro; è che il suo post mi è parso perfetto perché mette in risalto quella mentalità «scientista» oggi imperante alle nostre latitudini, dove si fa un uso ideologico del rigore scientifico come strumento di delegittimazione di discipline, idee o addirittura singoli individui.


Va bene, l'Avvocato dell'Atomo è un influencer e ci sta che interpreti un certo ruolo; va bene anche che lo estremizzi un poco: in un'epoca di identitarismo social, fare il duro e puro, quello squadrato, in termini di visibilità, aiuta. Tutto giusto, dicevamo, ma, appunto, il fatto che abbia un seguito di pubblico così numeroso, a mio modo di vedere, dimostra che queste modalità di concepire la scienza sono apprezzate.


Peccato, però, che ritenere il metodo scientifico, per il solo fatto di essere applicato, una garanzia di dignità dello studio, di autorevolezza o di verità sia un modello di pensiero tra i più dogmatici che ci siano. Per dire: io potrei studiare scientificamente il volo degli asini, senza che l'applicazione di questo metodo contribuisca a rendere la questione più importante nemmeno di un briciolo. Anzi, se avessi applicato il metodo poetico o filosofico alla questione, forse ne avrei ricavato qualcosa di più interessante. Perché, appunto, il valore di un metodo dipende anche dalla sua appropriatezza rispetto all'oggetto e allo scopo dell'indagine: quello scientifico è uno strumento, e come tutti gli strumenti ha i suoi usi propri e impropri.


Evitando di fare nomi, il rampollo di una notissima dinastia di imprenditori scopre, alla morte del padre, di essere stato definitivamente tagliato fuori da qualsiasi incarico di responsabilità nell'azienda di famiglia. Così come afferma lui, decide di scrivere un libro per togliersi qualche sassolino dalle scarpe. Per motivi che non starò a spiegare, mi capita di assistere a una delle presentazioni promozionali del libro, dove il nostro dà sfoggio di una cultura veramente notevole. Il giorno dopo ne parlo con un mio amico notaio che aveva seguito la vicenda per curiosità professionale. Questi mi chiede che idea mi fossi fatto. «Ti dirò», gli rispondo, «persona molto colta e preparata, con una sicurezza di sé che lasciava trasparire consapevolezza delle proprie qualità. Ma io, a pensare a tutte quelle persone che dipendono dall'azienda per mantenersi, dopo aver assistito a questa presentazione, non posso fare a meno di pensare che il padre abbia fatto bene a escluderlo dalla gestione aziendale. Ripeto: ieri sera ha dato prova di una cultura eccezionale, passando con disinvoltura da un argomento all'altro durante la presentazione del suo libro, ma, nonostante questo, io non posso fare a meno di pensare che il padre abbia fatto bene a escluderlo dall'azienda».


Fu allora che il notaio mi permise di vivere una piccola epifania, facendomi cogliere una differenza che io, forse per deferenza verso la conoscenza, non sapevo esplicitare: «È erudito, non intelligente», mi disse. Sì, era proprio così, e questo discorso non valeva solo per l'erede deluso: la distinzione tra erudizione e intelligenza, intesa come capacità di transfer, mi forniva uno strumento per leggere le persone che fino ad allora non avevo mai posseduto.


Adesso, forse, qualcuno si starà chiedendo che relazione ci sia tra il post di cui parlavamo all'inizio e l'episodio che ho appena raccontato. Ebbene, questa relazione consiste nel fatto che, a mio parere, le persone che hanno quel tipo di visione fideistica della scienza sono state formate dando priorità alla loro erudizione, piuttosto che stimolandone l'intelligenza. Lo si intuisce dal modo di ragionare: sembra quasi che si muovano su diagrammi di flusso e fatichino a tracciare sentieri alternativi. Lo si vede benissimo dall'estrema polarizzazione del discorso pubblico: o si sta di qua oppure di là. Pochissimi paiono ancora capaci di adottare posizioni intermedie o svilupparne di nuove.


Il nozionismo usato come metodo di insegnamento, la sempre più marcata specializzazione del sapere, l'eccessiva importanza che la nostra società riserva ai titoli di studio, la crescente rilevanza data a strumenti di sintesi come il numero di pubblicazioni o l'impact factor, senza un adeguato bilanciamento ottenibile con uno sviluppo sano del pensiero critico e l'abitudine al problem solving, rischiano di creare un fraintendimento che porta, tra l'altro,  a scambiare la conoscenza per competenza tout court.


Questa forma mentis, però, a mio parere, rischia di renderci simili a topi di laboratorio, i quali, dentro le loro gabbiette, sanno benissimo quale tasto premere per avere acqua, cibo o altro di loro interesse. Ciò fa sì che, se osservati in tale ambiente, appaiano molto più intelligenti delle loro controparti selvatiche. Ma, se collocati in un contesto diverso, morirebbero di fame o, comunque, farebbero molta fatica a capire cosa fare.


Quei topi eseguono le loro procedure, senza la minima cognizione del rapporto che esiste tra il bottone schiacciato e il risultato ottenuto, in poche parole: sono soltanto ammaestrati. Potete rendervi conto di tale somiglianza, semplicemente parlando con questo genere di persone: vi accorgerete che, appena si esce dal loro campo di interesse, non hanno le minime capacità critiche per valutare autonomamente un argomento e si affidano completamente all'autorevolezza della fonte da cui reperiscono le notizie, anche quando a una persona «normale» appare evidentissimo che quelle stesse fonti, per quanto autorevoli, sono viziate da interessi di parte o, quantomeno, ideologici.


Stiamo costruendo una società pronta ad assorbire acriticamente tutto ciò che le viene insegnato, così come i topi di laboratorio di prima sono fiduciosi che ogni volta che schiacceranno il bottone riceveranno quanto richiesto. Questa tipologia di persone è certa che l'autorità risponderà loro solo su principi di verità. Naturalmente, essendo le discipline intangibili come le divinità di cui si vorrebbe che prendessero il posto, come sempre avviene in casi simili, tutto questo culto per la disciplina si trasforma per molti in venerazione per i sacerdoti: ovvero gli specialisti.


Un esponente celebre di questo paradigma di pensiero è, a mio avviso, il filosofo della scienza nonché fisico Giovanni Boniolo, pensatore che io ho apprezzato tantissimo nel periodo pre-pandemico per le sue battaglie sul giusto metodo del «saper ragionare», ma che successivamente ha assunto posizioni, a mio avviso, sempre più dogmatiche, passando così dalla formula «se si è interessati a un argomento, bisogna dotarsi degli strumenti intellettuali per saper distinguere l'esperto dall'imbonitore» alla più irricevibile «soltanto gli esperti riconosciuti hanno i requisiti per parlare del proprio argomento di competenza».


Posizione, questa, resa manifesta con la celebre replica all'altrettanto celebre articolo di Cacciari e Agamben ai tempi del COVID, dove accusava questi ultimi di questionare su argomenti come i vaccini e la pandemia senza che possedessero la minima competenza medica. Sbagliando, tra l'altro, bersaglio, visto che sia Cacciari sia Agamben, almeno in quell'articolo specifico, questionavano sì, ma sulla gestione politica dei vaccini e della pandemia, non su questi argomenti di per sé. A meno che, secondo Boniolo, in caso di pandemia occorra affidare la dittatura ai medici, in caso di guerra ai generali, in caso di crisi agli economisti e così via. Nell'eventualità, anche sperando che questi professionisti fossero spinti solo da altruismo e non da interessi o ideologie personali, mi pare comunque una prospettiva alquanto distopica.


Restando ancora un poco su questo filosofo, in modo da evidenziare meglio la deriva che certi modi di pensare comportano, ricordo che, nell'ultima conferenza a cui ho assistito (online), se la prendeva, senza nominarlo, con il fisico e inventore F. Faggin, alludendo a lui quale esempio di personaggio che, avendo competenze e meriti in un settore, si permette poi di discettare anche su argomenti in cui non ha nessuna competenza. Il richiamo alle teorie sulla consapevolezza di Faggin è evidente. In quest'ultimo caso, Boniolo dà l'impressione di essere sostenitore di un marcato esclusivismo epistemico, visto che non dà alcun peso al fatto che Faggin (che non può essere certo considerato uno sprovveduto) afferma di essersi dedicato agli studi della coscienza per buona parte degli ultimi trent'anni della sua vita, probabilmente avvalendosi anche di consulenti di un certo peso. Cosa non difficile da supporre, considerando anche le sue disponibilità economiche. 


Niente da fare: anche se hai rivoluzionato per sempre la società con alcune delle più importanti invenzioni della storia e hai passato gli ultimi decenni della tua vita a formarti su una nuova disciplina, se non hai un titolo accademico e, a maggior ragione, se contraddici le opinioni comuni sull'argomento, secondo Boniolo non dovresti parlarne. Imbonitore!


E questo ci porta all'ultimo aspetto che volevo trattare, ovvero la presunzione che questi eruditi miopi e superbi nutrono verso chi, secondo il loro giudizio, non è di pari livello.


Prendiamo ad esempio un popolare gruppo Facebook in cui ci si diverte a creare meme con facce celebri che, camuffate un poco, vengono presentate come quelle di personaggi controversi: l'occupante abusivo di case, l'immigrato scroccone, il borseggiatore sfacciato, eccetera.

Il senso del gruppo è abbastanza esplicito: approfittando dell'algoritmo che rende virali alcuni di questi meme, si ride alle spalle degli ingenui che, non riconoscendo il personaggio, prendono per vere le informazioni riportate.

Già così la cosa suona abbastanza priva di senso, visto che alcuni dei personaggi trasformati sono così di nicchia che verrebbe da domandarsi se il problema sia «l'analfabeta funzionale» che non li riconosce o «l'istruito» che ha pensato di farci un meme.


Il fatto è, però, che spesso altri appartenenti al gruppo, per stare al gioco, fanno battute di biasimo contro il meme in questione. Bene, se provate a seguire gruppi simili, noterete che è abbastanza frequente che, di fronte a una battuta particolarmente efficace, questi maestri del pensiero critico scambino l'altro appartenente al gruppo per un «boomer» caduto in trappola. Così capita che, il più delle volte, in gruppi simili i membri finiscano per prendersi in giro tra loro stessi.


I gruppi Facebook non sono gli unici posti dove possiamo trovare tale presunzione; ad esempio lo possiamo percepire ancora meglio nel mondo dell'informazione, dove certi giornalisti, in forza di una cultura mediamente superiore a quella dei propri lettori, si illudono di poter trattare questi ultimi come dei fessi, riportando notizie o versioni delle stesse che, francamente, altro non sono che un insulto all'intelligenza di chi legge. Famigerati sono, in tal senso, almeno per chi sta seguendo le vicende belliche in Ucraina, l'articolo del giornale online Open dove si sosteneva che i russi, ormai a corto di armi, fossero costretti ad affrontare i nemici facendosi forza con pale da trincea, chissà poi perché, del 1800. Oppure l'articolo apparso su la Repubblica, poco dopo l'inizio delle ostilità, dove si affermava che Putin, reso ormai folle dalla malattia che lo affliggeva, si curasse bevendo sangue di cervo.


Ma articoli di tal genere, che manifestano il più totale disprezzo per le capacità critiche dei lettori, si possono trovare praticamente in ogni settore, dall'economia alla cronaca nera; non c'è da meravigliarsi che i lettori si allontanino. Penso che, in tal senso, il culmine lo si sia toccato durante la pandemia di COVID-19, quando le notizie e i modi di fare dei giornalisti per convincere i lettori a vaccinarsi erano così insultanti dell'intelligenza di questi ultimi che, come risultato, hanno contribuito a creare un clima di sfiducia verso la medicina ufficiale come mai si era visto in questo paese. 


Si potrebbe pensare che le situazioni che ho scelto di narrare (e quante ne ho lasciate fuori) siano banali episodi: l'influencer che serra le fila dei propri lettori, il rampollo che si pavoneggia, il filosofo intransigente, gli spiritosi dei meme, i giornalisti coi loro articoli sensazionalistici. Invece secondo me sono tutti indizi di uno stesso problema, la sostituzione della capacità di riflettere, con tutti i suoi rischi, con l'automatismo mentale. La rinuncia a creare cittadini per formare invece bravi addetti specializzati. Forse singolarmente sono solo scintille, ma lette nel loro insieme mi pare somiglino troppo a un incendio. E, a costo di deludere i miei Neanderthal, non sono stati i giovani ad appiccarlo.




lunedì 19 ottobre 2026

2026 Autunno caldo

Intanto che le proteste di questi giorni divampano, mi fa un po' specie leggere le analisi degli amici di sinistra. Di quelli più lucidi e meno mainstream, intendo. Gli altri, lo sapete, li considero tutti una banda di sciroccati. Di certo non sono amici.

Dicevo, mi rattrista leggere le analisi di questi ultimi tempi, saturi di ideologizzazione e tesi preconfezionate. Penso che, in questo senso, ci sia stato un prima e un dopo Gaza. Strano, perché, a ben guardare, lo sdegno per quanto successo in quelle terre mi è parso quasi unanime. O forse strano mica per niente: il consenso generale probabilmente li ha illusi che anche chi partiva da altre posizioni sarebbe stato disposto a seguirli su strade francamente impercorribili, come una certa simpatia verso Hamas. Non mi pare improbabile che questo può essere uno dei motivi della polarizzazione a cui sto assistendo anche tra i più preparati e riflessivi.


Comunque quale siano le cause, a mio modo di vedere le cose, quanto detto non li giustifica per l'atteggiamento assolutorio tenuto nei confronti delle proteste che in questi giorni stanno scuotendo il paese. Ho letto commenti di gente che reputo intelligente tirare fuori addirittura il putrefatto mito Rousseiano del buon selvaggio per giustificare certi episodi. 

No, cari amici, la verità è che le proteste nascono sì da un reale sentimento di malcontento per tutte le crisi e le contraddizioni che dal 2008 in poi stanno investendo un po' tutto l'Occidente e in particolare i paesi più fragili come l'Italia. Ma, così come in Francia, fin da subito la regia di queste proteste vi è stata contesa da altri gruppi che esprimono una rabbia che travalica lo scontro di classe, perche si genera da tutt'altra storia. Ovvero dall'esasperazione degli immigrati di seconda generazione, che si percepiscono come una generazione in bilico, nati abbastanza benestanti per apprezzare il salto di qualità rispetto ai propri genitori, ma quasi indigenti se si paragonano ai nativi. Troppo occidentali per riconoscersi nei paesi di provenienza, ma anche troppo diversi per integrarsi nel nuovo ambiente.

Sono giovani in cerca di identità, di qualcuno che gli dica qual è il loro posto nel mondo. Ma non sarà la sinistra a farlo. Io vedo appunto tanti amici che gioiscono per un risveglio delle coscienze, chiudendo un occhio e magari due su quello che non coincide con questa narrazione. A me ricordano quei socialisti iraniani che nei Settanta gioivano per la caduta dello scià. Sappiamo tutti la fine che fecero.

Perché è vero: se si guarda alla storia, sono le forze di sinistra che appiccano il fuoco della rivolta. Ma sono sempre le peggiori destre a coglierne i frutti. Ancora è presto, per carità: sarebbe ridicolo farla tragica per qualche scintilla. Ma, in ultima analisi, continuando su questa strada, penso che anche questa volta non finirà diversamente: Houellebecq, nel suo libro Sottomissione, prospettava lo scontro finale tra un partito di ultradestra e uno di fondamentalisti islamici. Non penso si sia sbagliato di molto.

Sì, lo so, è una conclusione banale che potrebbe uscire dalla bocca di qualunque minchione con certe idee a cui viene la voglia di dare aria ai polmoni. Ma davvero non riesco a vederne di altre. Non è solo un fattore economico, bisogna capire che questa gente cerca uno status, un proprio ruolo nel mondo. Sono come alberi trapiantati che non vogliono nient'altro se non un terreno dove mettere giù radici profonde. Un terreno che la sinistra, col suo universalismo, la dialettica, il materialismo, non potrà mai offrirgli.





domenica 18 ottobre 2026

Che fine ha fatto la meraviglia?

Ma da quando è che abbiamo smesso di meravigliarci? Su una pagina specializzata, mi capita di leggere i commenti a un articolo che parlava della presentazione della Tesla Roadster.

Lasciamo perdere i contributi completamente fuori tema; c'era pure «un buffone fatti processare», rivolto a Musk. Scritto evidentemente da qualche antiberlusconiano, tirato fuori dal coma ventennale per l'occasione.

Ma anche i pochi sani, quelli capaci di restare concentrati sull'argomento di discussione per più di tre minuti, con la loro mediocrità, mi hanno infuso una profonda tristezza. Quasi tutti hanno sminuito l'evento. Non è la prima volta che capita, anzi, quando si tratta di Musk, quest'uomo visionario, mezzo ciarlatano mezzo profeta, mi pare essere la regola.

Ricordo ad esempio, che simili atteggiamenti vi furono quando SpaceX riuscì a far riagganciare il booster di Starship sulla rampa di lancio. Ma non è solo lui il problema. Da un po' di tempo ho cominciato a fare caso alle reazioni sotto questo genere di notizie e mi sono accorto che sempre più spesso certe meraviglie della scienza o della tecnica vengono accolte con aria di sufficienza. Ciò che mi lascia più sconfortato da questa tendenza è il fatto che non sono i cosidetti boomers a scrivere certi impropri, questi semmai ricadono nell'altra categoria, quelli che non hanno proprio capito il focus dell'argomento di cui si sta parlando. Ma sono spessissimo generazioni più giovani della mia. Prendiamo il caso dei robot cinesi, a cui ho già accennato, per dire. Tutti i commenti dei giovani erano concentrati su quello che i sudetti robot non riuscivano a fare, piuttosto che ai progressi a cui erano giunti.


Non so se sto rendendo il concetto, ma parliamo di gente che quando per la prima volta da adulti, sono riusciti a infilare lo spazzolino in bocca senza prima cecarsi un'occhio, hanno chiamato i parenti per festeggiare. Eppure parlano con sufficienza, quando non con aperta ostilità di risultati che se non sfiorano la Magia, a ogni modo non hanno nulla da invidiarle.


Ciò nonostante a queste stesse persone appare tutto dovuto e banale. Allora torno a chiedermi: ma da quando abbiamo smesso di meravigliarci?  Intelligenze artificiali, supercomputer nelle tasche dei pantaloni, il rilancio della conquista spaziale, tecnologia genetica, bioingegneria, comunicazione universale. E tutto viene preso e interpretato con quell'aria di già visto, di saputo. 


Sì, lo confesso questa cosa mi tocca anche personalmente, perché mi costringe a fare i conti con lo scorrere del tempo. Perché certe cose mi sarebbe piaciuto non pensarle per ancora molto tempo, ma la realtà, volente o nolente ti costringe ad ammettere anche ciò che non vorresti; allora scriviamolo chiaro e tondo ai miei tempi era diverso e porca miseria, lo so che tutti i vecchi dicono la stessa cosa: ma ai miei tempi era davvero meglio, c'era entusiasmo per certi argomenti, c'era la sana  ingordigia di volerne ancora di più. Per carità, l'entusiasmo non è stato certo un'esclusiva della mia generazione, i nostri padri  e forse anche i nonni erano uguali.

I loro computer giganteschi e pesanti erano poco più che delle calcolatrici costose e delicate, eppure li si immaginava quasi vivi, dotati di opinioni e coscienza. La medicina, una superstizione snob, con qualche risultato in più solo grazie alle nuove norme igieniche . La meccanica una versione scadente dei lego. La conquista della luna sarebbe stato meglio se l'avesse girata veramente Kubrick, perché nella realtà e stata poco più che sparare un proiettile nello spazio.
Eppure tutto questo li riempiva di meraviglia e li faceva sentire partecipi di un futuro mirabolante di cui loro hanno avuto l'onore di scorgere la soglia.

Poi arrivammo noi, nati a cavallo tra i Settanta e gli Ottanta. Quando le promesse di ieri parevano cominciare a dare davvero i loro frutti. Noi fortunati che nelle 40 colonne generate dal Commodore 64 su un monitor a fosfori verdi, riuscivamo a vedere più cose di quante un cazzo di schermo led a 8K riesca a trasmetterne nella testa di un ragazzino d'oggi. E gli stereo, le macchine, i cabinati, gli elettrodomestici, tutto in quel tempo si riempi di luci e pulsanti che promettevano un futuro di cui non riuscivamo ad essere sazi, ne volevamo ancora. 

Eravamo erotomani di futuro e personalmente, ancora oggi non mi sento sazio. Perciò mi rattrista e mi dà rabbia vedere chi doveva ereditàre questa fiamma, somigliare più a un contadino medievale (perdonate il falso stereotipo): un uomo, senza grandi aspettative di cambiamento, perciò Indifferente a ogni innovazione. I ragazzi di oggi mi paiono uguali mentre scrollano con la stessa mancanza d'entusiasmo, l'ultima meravigliosa scoperta o l'ennesimo video sui gattini. 


Si forse noi eravamo ingenui, ma oggi inventi il teletrasporto e questi qui lo usano solo per correre più velocemente in cameretta, quando gli gridi in faccia che sono delle teste di cazzo senza entusiasmo, che paiono vivere tutto da spettatori, sazi e disinteressati. Non accorgendosi che la meteora da tanti sognata, forse, sta passando proprio ora, mentre coloro che dovrebbero vederla più nitidamente sono occupati a rigirarsi i pollici.



lunedì 12 ottobre 2026

Frattaglie

Oggi, godendo di un po' di tempo libero insperato, ne ho approfittato per informarmi sulle ultime dal mondo. Bene ma non benissimo: intanto Putin, dopo il non aver proclamato la mobilitazione generale e il non aver attaccato l'Italia, la Spagna e la Francia con i droni dal mare, si preparerebbe  a non fare uccidere i leader militari dell'Unione. In quest'ultima notizia il «non» lo aggiungo a titoli ancora freschi, sulla fiducia, ma potrei scommetterci la casa. Si parla di gente del calibro di Rutte e Kaja Kallas: il rischio che le sedie vuote prendano decisioni migliori sarebbe troppo grosso per Mosca.

Comunque, le notizie strampalate sulla Russia in questo periodo fioccano. Prima ho sorvolato, per esempio, sull'allarme peste polmonare, dove, oltre alla solita imminente distruzione della Russia, si profetava anche il pericolo di un ritorno qui da noi ai tempi del Boccaccio, perché, in fin dei conti, è stata soltanto una meteora. È evidente che la gente, dopo il COVID, su certi temi ormai è vaccinata.

Di solito alla Russia capitano le peggio cose, solo sulla carta, si capisce, la vigilia di qualche successo militare o diplomatico che non si può più tenere nascosto. Ecco infatti che Trump annuncia l'accordo sul Diesel. Quanto meno ci avevano avvisato prima. Alla faccia delle malelingue che affermano che gli americani non ci considerano: una pezza da piedi è sempre utile, sapevatelo!


Meno male che c'è la Cina e la sua corsa per dominare il mercato dei robot umanoidi (e non solo) a fornire qualche notizia interessante. Intanto che noi li prendiamo per il sedere perché i loro robot vanno a sbattere contro i muri, quelli fanno passi da gigante. Eppure, se uno volesse ridurre la storia umana in poche battute, si potrebbe affermare che gli asiatici vendono e gli europei comprano, coi mediorientali in mezzo a fare da tramite.

Nonostante ciò guardiamo quei popoli come si guardano dei reietti. Lo abbiamo fatto prima con i giapponesi, dopo con i coreani e ora con i cinesi; quando un prodotto di quelle parti arriva qui da noi, lo valutiamo con aria di compatimento e ci adagiamo sugli allori, fino a quando non ci superano e si prendono il mercato. Non dico la storia, ma a noi manco la cronaca insegna più nulla.


Sempre a proposito di Cina, ascoltavo giusto ieri una conferenza sull'intelligenza artificiale a cui partecipava una delle vicepresidenti della Camera (area PD, se siete curiosi di sapere chi è). Niente, tutto bene fino alla fine: la signora pareva anche abbastanza scafata su come funziona il mondo. Poi, all'ultimo, si mette a parlare del credito sociale in Cina. La battuta esigerebbe che io adesso scrivessi che, evidentemente, le uniche fake news a cui dobbiamo stare attenti sono quelle russe. Se sono i nostri politici a diffonderle, vanno benissimo. Il problema è che l'onorevole, nel raccontare le porcherie che fanno in Cina, mi ha dato l'impressione che la prima a crederci fosse lei, e questo mi preoccupa ancora di più.



Intanto si aspettano le elezioni di metà mandato, con una trepidazione che manco votassimo noi. Tutti a dire che Trump prenderà una severa batosta e questa sarà l'inizio della sua fine. Peccato che, se si guarda lo storico, gli unici presidenti ad aver vinto le elezioni di midterm fino a oggi sono stati Roosevelt, Clinton e Bush Jr. Su Roosevelt penso non ci sia nulla da dire; Clinton rappresenta l'apogeo dell'impero americano e, riguardo a Bush, le elezioni si tennero l'indomani dell'11 settembre. Detto in altre parole, se Trump perde è un fatto assolutamente fisiologico. Quello che dovrebbe dare da pensare è se dovesse vincere.

Restando a Trump, proprio in questi giorni, Danimarca e Stati Uniti hanno firmato l'accordo sulla Groenlandia. Adesso è ufficiale: gli americani da quelle parti potranno fare un po' come gli pare, i danesi pagheranno i danni. Proprio vero che la ruota gira: una volta questi accordi, utili solo a salvare la faccia, eravamo noi europei a imporli a gli altri Stati. Se non ricordo male, chiamavamo quel periodo colonialismo. Ma niente paura: Trump è un cretino, Putin un malato terminale e l'Europa non è mai stata così forte.

mercoledì 7 ottobre 2026

Confessioni

Oggi, così per gioco, ho provato a far leggere una serie di pezzi di questa specie di diario a un'intelligenza artificiale, chiedendole poi di tracciare una specie di profilo, individuare i miei difetti e magari suggerirmi dei testi per mitigarli.

Precisamente l'ho fatto fare a due differenti modelli. Per cominciare, in questo genere di esperimenti se volete provare anche voi, vi sconsiglio DeepSeek, uso spesso questo modello ma per questo genere di cose non va proprio bene, visto che l'essere conservatori o avere certe posizioni è già di per sé un difetto da correggere.

Detto questo, devo dire che mi è parso utile come esperimento, sono emersi delle debolezze e dei difetti caratteriali o di mentalità, che anche se non me ne rendevo conto, adesso che mi sono stati fatti notare, ammetto di soffrire. Però entrambi i modelli erano d'accordo nel affibbiarmi due caratteristiche che respingo in toto. Adesso i "saputi" potrebbero liquidarmi spiegandomi che gli LLM hanno dei bias di conformità, ovvero questi strumenti vengono addestrati con linee guida fortemente orientate, per tale ragione la deviazione da determinati canoni culturali, o la non presenza di determinate sensibilità viene visto come un difetto da correggere. Ovvero esattamente, come ho accennato prima, quello che ha tentato di fare DeepSeek dopo aver letto alcune cose che ho scritto. Il fatto è che soprattutto per la seconda caratteristica, non sono solo gli LLM ad accusarmi di soffrirne, perciò quanto meno per i lettori umani, penso sia giusto scrivere questo breve chiarimento. 

La prima caratteristica è il mio presunto disprezzo per la mediocrità. Il considerare una vita ordinaria come una vita spesa male. Non è assolutamente vero. Anzi mi pare qualche anno addietro di aver pure scritto un elogio della normalità. Uno degli episodi storici che mi sono più cari è quello in cui i senatori vanno da Diocleziano per implorarlo di indossare ancora una volta la corona imperiale, e questo gli risponde che se loro vedessero come crescevano bene i broccoli nel suo orto, non farebbero simili richieste. So che il brano intende dire una cosa ben precisa ma a me piace interpretarlo in maniera letterale.

Per la mia vita non chiedo di meglio che un lavoro che mi renda indipendente, una casetta con un giardino (una passione che ho in comune con l'imperatore) la mia libreria, e l'opportunità di poter coltivare le mie passioni e i miei affetti.

Io non predico di vivere da eroe, ma di essere degni se il caso lo richiede di tale appellativo. Ma badate, l'eroe non è Rambo è quel signore che almeno ogni tanto, non tutte le volte perché è una cosa veramente difficile, lo so, ma almeno ogni tanto, riesce a vincere se stesso e non si volta dall'altra parte se vede qualcuno in difficoltà.

In un mondo dove sempre più si cerca di fare passare il messaggio di accontentarsi per ciò che si è, io urlo forte che bisogna guardare l'esempio più in alto, perché possiamo migliorare. E migliorare non vuol dire nient'altro di tentare di fare ogni volta con un po' di maggiore impegno ciò che si fa, di provare ad essere persone un po' migliori, Michelangelo che non era un pittore, ha dato il meglio di sé per la cappella Sistina, se ci avesse messo meno impegno, noi oggi probabilmente avremmo lo stesso un'opera che considereremo un capolavoro, ma grazie a Dio, Michelangelo è andato oltre. Se ieri passeggiando per strada salutavamo solo le persone amiche, oggi proviamo a salutare anche gli sconosciuti che incontriamo ogni giorno e domani quelli che vediamo per la prima volta. Questa è la mia idea di miglioramento. Se ieri non avessimo mai tradito un amico, oggi applichiamo lo stesso principio a uno sconosciuto e domani a essere corretti con un nemico.

Non disprezzo affatto chi non ci riesce io per primo mi rammarico spesso di non riuscire quasi mai a comportarmi come mi piacerebbe. Spesso mi vergogno a posteriori di certe decisioni. Però resto convinto che invece di dire va bene lo stesso, sia meglio lasciarsi ispirare dall'esempio più in alto, anche se non lo raggiungeremo mai. Quanto meno ci avrà aiutato ad alzarci un pochino.

La seconda accusa che mi è stata rivolta e che non mi riconosco è quella di essere cinico e poco empatico. Vedete io ho una debolezza: ho sempre paura di essere frainteso. Per questo, specie quando scrivo, mi piace parlare per quanto mi riesce il più chiaro possibile mischiando i registri, se lo ritengo utile e senza troppe contorsioni. Inoltre nonostante nelle piccole cose sia un bugiardo cronico, amo la verità; se per far felice una persona basta dirgli che il mio colore preferito è il giallo, non ho problemi a giurarglielo. Ma se vuole sentire da me che siamo vicini alla pace nel mondo, ha sbagliato persona.

Se sto parlando di fenomeni sociali o di masse, e devo dare un giudizio negativo su quel gruppo, Io lo faccio, non mi interessa niente che quel gruppo è formato da individui con storie e motivazioni anche razionali. Se come gruppo emerge un comportamento idiota, per me sono una massa di idioti. Gli italiani che nel quaranta entrarono nella seconda guerra mondiale erano una combriccola di idioti, presi nell'insieme il mio giudizio non può essere che tale. Poi so bene che ci furono singole persone e, non furono poche, che pagarono molto caro la loro opposizione al fascismo, se si scende al particolare, a loro tutto il mio rispetto la dignità individuale è un'altra cosa. Ma se rimaniamo sul generale, il giudizio non cambia. Dobbiamo ragionare così perché è il mondo che così funziona; quando caddero le bombe le case degli oppositori al regime furono colpite come tutte le altre. L'esempio principe di questo discorso sono i palestinesi. Adesso so benissimo che questi poveretti si sono ritrovati in casa un problema molto più grande di loro, so anche che ogni famiglia ha almeno un morto da ricordare e che gli israeliani non aspettano altro che un buon motivo per cacciarli via. Ma appunto perché so tutte queste cose penso che sono un popolo di teste di cazzo, perché dopo tutto questo tempo dovrebbero pur averlo capito che la loro strategia fatta di violenza è fallimentare e con molta probabilità i loro capi sono dei porci che si sono arricchiti con i finanziamenti delle altre comunità arabe, speculando sulla loro pelle. Invece loro no, nei primi anni duemila quando gli israeliani avevano fatto loro qualche concezione, votano Hamas. Se conosco gli Israeliani in quel momento hanno brindato a caviale e champagne, certi che dopo aver dato una mano, adesso potevano riprendersi tutto il braccio.

Sto usando un linguaggio troppo duro nei confronti di un popolo dove ogni giorno muoiono anche tanti bambini? Può darsi, ma su certe cose la penso come Funari: "se uno è un testa di cazzo, non puoi dirgli sciocchino, devi dirgli proprio testa di cazzo. Altrimenti può capitare che questo si faccia delle illusioni".

Però, non pensiate che non mi dispiace per quella gente: La mia non è mancanza di empatia è che se sto descrivendo una dinamica, perdermi nelle emozioni dei protagonisti secondo me spesso rischia di fare perdere il focus, se ti parlo di guerra e tu vuoi sapere cosa provano i singoli soldati ascoltati la guerra di Piero o leggiti un racconto. Io non nego l'esistenza di questi aspetti, affermo che inserirli in quello che ho scritto a meno che non ci sia un preciso motivo è inutile. Stessa cosa vale per i singoli: io posso anche comprendere perché tizio abbia fatto determinate scelte, ma non posso assolverlo dal giudizio sulle sue scelte.

Discorso a parte è il linguaggio politicamente corretto che va di moda oggi, lì, ad esagerare, lo faccio proprio di gusto, l'ultimo caso è stato il post su Beppe Grillo dove trattano con un certo disprezzo, le donnine che dopo vent'anni si ricordano di essere state stuprate. Adesso io non nego che sono successi dei veri abusi e a queste persone va tutta la mia solidarietà, però ciò non toglie che ci siano stati molti casi dove l'accusa di stupro erano false e sono servite o per rovinare la vita dell'accusato o per riavviare la carriera della vittima. Davanti a casi del genere non sono io che devo moderare il linguaggio per rispetto delle vere vittime. Ma quest'ultime che devono rincarare la dose per distanziarsi da tale schifo.

Con questo penso di aver detto tutto ciò che avevo da dire. Alla prossima.

domenica 4 ottobre 2026

I sempre giovani

Su un social mi capita di cliccare una pubblicità: l'applicazione mostrava una serie di vecchie foto che ritraevano vari giovani durante i concerti. Sotto le foto, didascalie scherzose tipo: «Vedi questo ragazzo con la cresta? È il signor Rossi e oggi fa l'assessore al comune tal dei tali. Quest'altra, ritratta col solo reggiseno, invece è l'Erminia, diventata severissima professoressa di un liceo». E così via di questo passo. Quello che mi ha colpito sono stati i molti commenti rabbiosi contro la pubblicità: «Come vi permettete di immaginare che quella sia diventata una brava nonna e quell'altro un tranquillo ingegnere? E se invece sono rimasti ciò che erano allora?».


Insomma, per una buona parte dei commentatori immaginare che quella gente potesse essere cresciuta e maturata era un vero problema, qualcosa di addirittura offensivo. Loro, ad esempio, non sono mai cambiati e non cambieranno mai!


Effettivamente, solo uno che, invece del cervello, lascia parlare i suoi ormoni da adolescente può esprimere pensieri del genere. Quindi, sì, loro non sono cambiati, o meglio maturati. Non pensate che la stia facendo grossa. Perché quello che ho descritto di per sé sarà anche un episodio banale, ma mi pare un buon indizio per intuire i motivi per cui siamo finiti in una crisi demografica, il Paese va male e l'economia non prospera: noi siamo una società che non vuole crescere, la maggioranza di noi è soddisfatta della posizione che occupa e non ambisce a progredire di più, ma che anzi vede il maturare come una perdita di coerenza, addirittura un tradire se stessi.


Adesso è importante evitare un equivoco: quei commenti non stavano difendendo il diritto di singoli individui a perseguire una scelta, i tizi delle foto erano perfetti sconosciuti e a nessuno dei commentatori importava veramente qualcosa delle loro scelte, stavano invece difendendo una mentalità. Poi, per evitare di aggiungere confusione alla confusione, è meglio chiarirlo subito: il mio non è un inno alla carriera, che considero un falso e deleterio mito, ma la semplice constatazione che il tempo scorre e che l'essere umano, volente o nolente, è destinato al cambiamento. Far finta di poter rimanere sempre uguali non è una guerra contro il mondo, ma contro la propria biologia.


Non sto affermando neanche che certe cose, crescendo, andrebbero messe da parte. Semplicemente, nella maggioranza dei casi, con l'aumentare delle possibilità e dell'esperienza, certe passioni giovanili dovrebbero ridimensionarsi di per sé, per lasciare posto ad altre dimensioni della vita che meritano di essere provate.


D'altronde, è sempre stato così: la gioventù, da che mondo è mondo, da sempre è stata l'età delle massime energie, ma dal minimo potere, qui inteso come padronanza su se stessi, possibilità di scelta e di incidere sul mondo . Proprio questa differenza tra energia e potere fa sì che in quel periodo della vita divampino le grandi passioni totalizzanti. Passioni che, mano a mano che si cresce e si acquista sempre più potere sul proprio destino e, in misura diversa, su quello della comunità, vanno raffreddandosi o evolvono in qualcosa di più costruttivo.


Niente da fare, pare che l'eroe simbolo di quest'epoca sarà il punk a bestia, che per pochi spiccioli accetta di farsi fotografare insieme ai turisti nei luoghi più iconici della capitale inglese. Sperando a furia di salti mortali di riuscire a fine giornata, con i pochi soldi guadagnati, a permettersi un panino, una birra e i pannoloni per l'incontinenza.


Questa generazione ha rinunciato al potere, non del tutto conscia che le energie le verranno sottratte lo stesso. Perché il potere, salvo quello che deriva dalla nostra stessa consapevolezza e dalle nostre capacità, risponde in alla società; le energie fisiche, invece, rispondono alla biologia e, benché al diminuire dell'una aumenti l'altra, queste due dimensioni non sono inversamente proporzionali. Lo so, io sono un complottista, ma non posso fare a meno di pensare che questo equivoco faccia comodo a molti. 




Dico questo perché mi accorgo di come le agenzie di validazione supportino tale mito, e di come abbia fatto presa fra la gente: non negatelo, già vi vedo mentre descrivevo il signor Rossi o la professoressa Erminia, anche voi ve li figuravate come due persone diventate anonime e insignificanti! Ma in realtà l'Erminia ha fatto il giro del mondo ed è un'esperta di alpinismo, mentre il signor Rossi fa immersioni subacquee e, per quanto riguarda la sua attività politica, più di un collega lo vede già condurre le sue battaglie in Parlamento.



Perché la verità è che, nella famosa canzone di Paoli, in realtà non erano gli altri amici ad avere svenduto l'ideale, ma era lui, un povero coglione, che, rimanendo seduto al bar a criticare quello che non va, è diventato solo un povero vecchio avvinazzato.


mercoledì 30 settembre 2026

Beppe Grillo, il ritorno?

È riapparso Beppe Grillo. Meglio, ha fatto un'ospitata su un palcoscenico importante, non nei suoi spettacoli o altri eventi comunque seguiti solo da fedelissimi. Di certo, l'avrà fatto per togliersi qualche sassolino dalle scarpe, in questo clima di pre-campagna elettorale. Personalmente, l'ho sempre apprezzato, più come fustigatore del potere che come capo popolo. Sì, vabbè, la gita sul Britannia insieme a Draghi e tutto il resto. Ma poi, valla a sapere la verità.

Comunque, mi piacevano i suoi spettacoli, ho seguito il V-Day e tutto il resto e, infine, lo ammetto, nel 2018 ho votato i Cinque Stelle. Non me ne pento, anzi, resto convinto che il governo giallo-verde sia stato uno dei migliori governi del Paese dai tempi di Tangentopoli. Sorvoliamo su ciò che è venuto dopo. Li hanno mangiati a poco a poco, similmente a un branco di sardine attorniato dai predatori.

Non per vantarmi, invece sì, cazzo! Ma ricordo come fosse ieri che, l'indomani della firma di adesione dell'Italia alla Via della Seta, commentai: «Fai passare qualche mese e vedrai che spunterà qualche donnina a denunciare di essere stata violentata da Grillo qualche secolo fa».

Si sa, o si dovrebbe saperlo: la realtà supera sempre la fantasia. Infatti fu il figlio, tempo dopo, a essere coinvolto in una brutta faccenda di stupro. Evidentemente la gente era stufa di tutte queste donnine con la memoria lunga.

Sta di fatto che Grillo, tra la morte di Casaleggio e questa vicenda familiare, ha deciso di eclissarsi. Poi il COVID19, il governo Draghi il Movimento ha compiuto quel processo di normalizzazione che tutti conosciamo.

Peccato. Magari è stata davvero tutta una presa in giro fin dall'inizio. Però, a ripensarci, non posso non pensare che è stato un vero peccato.

https://youtu.be/QaE00l6JZ8w?is=Lbc8W8W9qquN8o_0

lunedì 21 settembre 2026

Guido Carli

Oggi, se vi va, vorrei proporvi un esperimento mentale. Facciamo tutti finta che ognuno di noi abbia un'attività in proprio, non importa quale: scegliete pure il mestiere che più vi piacerebbe fare, il panettiere, il libraio o quello che più vi aggrada. La cosa importante è che sia vostra e che possiate gestirla come meglio credete.


Bene, ci siete fin qui? Allora continuiamo. Questa attività non l'abbiamo aperta noi, anzi, ha una storia abbastanza travagliata. Infatti, è stata inaugurata parecchie decadi fa da dei soci che l'hanno fondata rilevando i vari locali e i macchinari necessari dai vari colleghi sparsi per la città. Poi l'ha gestita per un paio di decenni un tipo antipatico, un megalomane che quasi la portava al fallimento. Infine siamo arrivati noi che, dopo i primi tempi un po' duri, adesso le cose paiono andare abbastanza bene. Anzi, perché essere modesti? Diciamo le cose come stanno: la nostra azienda è tra le più floride della città, non stiamo a impuntarci in che posizione di preciso, ma comunque tra le prime sette.


Purtroppo, però, c'è un "ma": l'azienda, ribadiamolo, va bene, non c'è nulla che possa fare temere qualche catastrofe, però la nostra gestione risulta un po' troppo slegata, specie nelle finanze: sconti ai clienti, qualche prestito con le banche, un rapporto un po' troppo informale con i fornitori, dipendenti a cui a volte si accordano troppi permessi, mentre altre volte li si costringe a fare straordinari su straordinari. Nulla di serio, come già detto, anzi, parte del nostro successo e anche merito della nostra capacità di gestire le cose in questo modo. Però, confessiamocelo: ci piacerebbe riuscire a disciplinare di più questi aspetti, soprattutto a tenere i conti in ordine.


Ci siete ancora? Ottimo. Come dicevamo, siamo stati bravi, abbiamo fatto prosperare la nostra attività più di quanto sperassimo, però adesso ci stiamo rendendo conto che è terminata l'età pionieristica, adesso occorre dotarsi di una buona disciplina aziendale. Insomma, l'abbiamo capito tutti: quello che ci serve è più rigore.


Così decidiamo di rivolgerci al nostro commercialista di fiducia, non uno qualsiasi, badate bene, uno dei più stimati della città, uno che già in precedenza ci ha tolto le castagne dal fuoco. Dai, facciamola semplice: uno che sa davvero il fatto suo. Allora andiamo da questo qui che ci spiega che lui ha già analizzato la situazione e che il nostro problema alla fine dei conti siamo noi stessi. "Inutile illudersi", afferma il luminare, "noi siamo degli spendaccioni casinisti e finché ne avremo facoltà non cambieremo il nostro modo di operare". "Perciò, che fare?", domandiamo noi all'esperto.


La questione è seria, afferma lui, specie al giorno d'oggi, dove la concorrenza che viene da fuori città comincia a farsi più pressante, eppure la soluzione è semplice. Infatti, quello che ci serve è semplicemente un vincolo esterno. Adesso, noi siamo iscritti a un sindacato di categoria, qualcosa di simile a un'unione di tutte le attività come le nostre presenti nel territorio. Ora questo sindacato ha una specie di direttorio che per chi vuole aderirvi si offre di regolare la gestione dell'attività secondo i suoi criteri: basta delegare a quest'ultimo il potere di decidere quanto e come possiamo comprare e vendere, cosa concedere e cosa negare ai nostri dipendenti, e il gioco è fatto: anche noi avremo i conti in ordine, similmente ai colleghi/concorrenti che compongono il suddetto direttorio, tutto ciò inoltre ci permetterà di integrarci meglio in questa "unione", potendo così opporre maggiore forza alle sfide che provengono dall'esterno.

Voi accettereste questa proposta?

Vi ritenete così incapaci da non riuscire da soli a tenere i conti in ordine in casa vostra?

Accettereste che sia un consiglio composto anche dalla concorrenza a decidere come voi dovete impiegare le vostre finanze? 

No?


Eppure l'abbiamo fatto. L'uomo che vedete in foto si chiama Guido Carli, è considerato uno dei più influenti economisti italiani di ogni tempo, stimato e ascoltato in ambito internazionale. Per il nostro discorso, Carli fu anche il più autorevole teorico del vincolo esterno, la concezione secondo cui l'Italia avrebbe dovuto utilizzare vincoli internazionali/europei per imporsi dall’esterno quelle discipline che la politica interna non riusciva a imporsi da sola.


Adesso devo confessarlo, non ho speso molto ad approfondire la figura di Carli, mi è bastato apprendere questo concetto che aveva degli italiani, quindi di se stesso, per decidere che c'erano figure più interessanti da approfondire, piuttosto che uno che si riteneva incapace di saper badare da sé al proprio portafoglio. Mi dispiace, ho letto gli argomenti a difesa del suo pensiero, ma mi è bastata una domanda a demolirle tutte: perché la politica europea dovrebbe essere scevra dai difetti che lui imputava alla politica italiana?


La mia risposta è semplice: non lo è. L’Unione europea non è un’entità sovranazionale eterea, calata dall’alto da illuminati. È fatta dagli Stati, dai loro governi, dai loro compromessi, dai loro interessi, dalle loro lobbies, dalle loro clientele e anche dalle loro ipocrisie. Se il problema italiano è la difficoltà a imporre disciplina e interesse generale contro particolarismi, non c’è nessuna garanzia che a Bruxelles le cose vadano diversamente, si sta solo spostando la questione a un livello ancora più lontano dal controllo di chi davvero in uno stato democratico avrebbe potere di intervenire: i cittadini stessi.


È vero, lo spostamento della "stanza dei bottoni" ha significato anche uno slittamento della gestione del potere dal piano puramente politico ad una gestione di tipo tecnico-finanziario. Ma in estrema sintesi, il problema resta il medesimo: perché i tecnici o i finanzieri dovrebbero gestire la cosa pubblica in maniera più etica e morigerata rispetto a un politico? 


Perché un politico che per accontentare gli elettori, sperpera denaro pubblico per incentivare i consumi è così peggio di un banchiere che per accontentare i mercati, i consumi li reprime al punto di lasciare migliaia di famiglie sul lastrico?


Forse cambiano le logiche e i poteri a cui si risponde, ma le criticità in realtà sono le medesime. Con un problema in più, oserei aggiungere: se, come abbiamo accennato, spostando le decisioni da Roma a Bruxelles, abbiamo aggiunto un grado di separazione tra cittadini e gestione del potere, traslando quest'ultimo dalla politica a una sua gestione tecnico-finanziaria, abbiamo reso quasi inutile il mezzo con cui i cittadini possono contestare le scelte che considerano sbagliate: stiamo parlando dello strumento del voto.  


Perciò, concludendo, in verità non posso dire se Carli in questa sua scelta di appoggiare certe idee fosse guidato da banale ideologia in ciò che diceva, oppure da altri interessi, quali l'ambizione di casta. Quello che so, e su cui dovreste riflettere anche voi, è che la prossima volta che sentirete qualcuno blaterare che qualcosa "ce lo chiede l'Europa". Tutti noi dovremmo riflettere meglio su ciò che tale frase implica.