lunedì 17 agosto 2026

Il falò delle vanità

Avviso: il testo contiene possibili spoiler, se siete nati dopo il duemila e continuate a leggere, poi non venite a rompermi il cazzo che vi ho rovinato la trama. Che poi se uno legge solo per quello, era meglio continuare con Paperino.



Ripresolo in mano per una citazione che mi serviva per un mio scrittino, alla fine ho riletto per intero il falò delle vanità di Tom Wolfe. Un libro che, come il buon vino, migliora col tempo, e che perciò, a distanza di quasi quarant'anni da quando fu scritto, possiamo ormai definire un classico a tutti gli effetti. Non solo perché la satira di Wolfe ci regala uno dei ritratti più lucidi e veritieri di quel mondo e di quegli anni, ma anche e soprattutto perché, pur con tutto il suo humour, è riuscito a intuire dove quella visione del mondo ci avrebbe condotto nei decenni successivi. 


Qualcuno ha detto che i classici sono quei libri che, nonostante il passare del tempo, hanno sempre qualcosa da insegnare, e l'opera di Wolfe di cose da insegnare ne ha parecchie, per esempio, a un primo livello di lettura, ci mostra sul nascere molti tic dell'attuale società, il politicamente corretto, la questione razziale, certe rivendicazioni progressiste eccetera. Mostra tali fenomeni, quando non erano ancora diventati una nevrosi collettiva, e perciò prendendoli sul serio quanto basta, ovvero ridicolarizandone le degenerazioni.
Memorabile, in tal senso, è verso la conclusione del libro lo sfogo del portavoce del reverendo Bacon, dove l'accusa di razzismo viene usata come clava dialettica di delegittimazione:  "Buck Jones, portavoce della Solidarietà per tutta la gente del reverendo signor Bacon, ha liquidato l'accusa dell'avvocato Killian come "il solito linguaggio razzista senza senso di un lacchè di un ben noto capitalista razzista" che cerca di "evitare di pagare quel che deve per la distruzione razzista di un ottimo giovane".  Pare di ascoltare certi discorsi nonsense in cui è degenerato il movimento Black Lives Matter, o per restare a casa nostra, una certa sinistra, se solo sostituissimo la parola "razzista" con "fascista".


Non potendo riportare tutto il libro, in questo breve testo, sia per gusto personale, sia per rendere omaggio al fatto che Wolfe, si dice, sia l'inventore del termine radical-chic, ho preferito portare ad esempio quel mondo. Non mancano però passi succosi che smascherano e ridicolizzano anche tutte le altre classi e fazioni della nostra società, a cominciare da quella agiata del protagonista, ma non risparmiando nemmeno l'ambiente dell'autore, ovvero il giornalismo. 



Però, detto questo, se dovessi spiegare la vera anima del libro, il filo conduttore profondo di tutta la vicenda, io personalmente la definirei con tre parole: 



La prima parola è codici. Sì, perché il libro di Wolfe è soprattutto una perfetta parabola che spiega quanto siano importanti i codici. Viviamo in un mondo dove puoi anche essere un signore dell'universo a Wall Street, ma se ti ritrovi di notte nel Bronx e non conosci i codici, il linguaggio di quell'ambiente, finirai divorato. Perché se mentre stai risalendo una rampa autostradale, all'improvviso ti si presenta un ostacolo e quando scendi per rimuoverlo, vedi due tizi avvicinarsi,  non sai, non riesci a capire se quei due ti si stanno avvicinando per darti una mano oppure rapinarti. 

Perciò non importa più se la prossima azione che farai è quella giusta oppure sbagliata, perché sei entrato in un mondo dove si parla una lingua che non conosci: allora chi sei e tutto ciò che fai diventano irrilevanti. 

È un libro che mostra come la  conoscenza dei codici, l'abbiamo visto, sia fondamentale per leggere una situazione. ma ci spiega anche come quegli stessi codici servano a esibire uno status, a dichiarare un'appartenenza, e come tutto ciò sia sufficiente, per salvare o condannare, la vita di un uomo. 



La seconda parola per spiegare il libro è potere. si parla di potere, di come ci si illuda che esso derivi solo da sé stessi, dalla propria forza. Questo è un libro che parla di gente che non si rende conto di come il potere in realtà è sempre un fenomeno sociale, fatto di relazioni. Da ciò deriva che, più potere si possiede, più ci saranno altri che cercheranno in qualche modo di sfruttarlo per accrescere il proprio. Gli antichi dicevano che il potere è sempre sotto assedio. Sherman evidentemente non conosceva questo detto, perciò non si rese conto che ciò che gli era successo realmente quella notte nel Bronx non contava poi molto. Quello che davvero importava agli altri protagonisti della vicenda era il suo status, da sfruttare per accrescere il proprio.


Infine, l'ultima parola è controllo. Questa è forse la parola più importante. Perché quello che abbiamo in mano è soprattutto un libro che parla di controllo, o meglio dell'illusione di poter controllare il nostro mondo. Sherman McCoy si illude di poter controllare la sua vita, il suo destino, di essere "un signore dell'universo". Fallow si illude di poter controllare la rappresentazione pubblica della realtà; Kramer la giustizia, Weiss la politica, Bacon la sua comunità e così via. In realtà tutti sono incastrati in un meccanismo più grande e complesso, che altro non è se non la società stessa. Un mondo che, visto nel suo insieme, li rivela per ciò che realmente sono: piccoli personaggi che contribuiscono ad alimentare quel meccanismo con il proprio ego.



C'è in ultimo da dire che questo è un libro dannatamente divertente, e ciò, se permettete, già di per sé lo rende meritevole di esser letto.


domenica 16 agosto 2026

Progresso

L'ascidia è un simpatico animaletto marino con una caratteristica davvero interessante: alla nascita è fornito di un rudimentale sistema nervoso che gli serve per spostarsi e trovare un luogo dove stabilirsi. Però, progredendo nello sviluppo e raggiungendo lo stadio adulto, una volta fatto tutto ciò, prende il suo bel sistema nervoso e lo elimina, per così dire, lo "digerisce" in larga parte, perché non gli serve più. 



Sono emigrato dal mio paese d'origine ormai più di trent'anni fa. Ai tempi il mio paesino era una cittadina dalle dimensioni medie, grossomodo diecimila abitanti. Ricordo che quando ancora vi abitavo, il paese era fornito di tutto, cartolerie, ferramenta, supermercati, fruttivendoli, negozi di ogni tipo, persino alcuni di giocattoli. 

Questa vivacità commerciale, che nel nostro caso specifico si presentava forse in una forma particolarmente ricca, per l’epoca era comunque abbastanza comune in tutti i posti simili al nostro. Produceva un effetto collaterale tutt'altro che banale, perché rendeva la cittadina molto viva e socialmente attiva. C'era gente che andava a fare la spesa, altra che semplicemente usciva per guardare le novità alle vetrine, altra ancora veniva dai paesi limitrofi per sbrigare commissioni e così via. Il fatto è che tutta questa gente non sbrigava solamente il proprio daffare e poi via, ma sfruttava l'occasione soprattutto per incontrarsi, chiacchierare, organizzare cose e cose del genere, rendendo, appunto, ricca la vita sociale del borgo. 


Come dicevo, sono più di trent'anni ormai che manco e, ogni volta che mi capita di ritornare, mi rendo conto di come siano pian piano scomparse molte di quelle attività che permettevano l'esistenza di quella rete di relazioni sociali di cui spiegavo prima. Di fatto, a ogni mio ritorno, girando per il paese nei giorni normali, mi sono reso conto che quel brulicare di umanità che ricordavo si andava sempre più assottigliando, fino a diventare impercettibile per me, che sono "forestiero", e tanti negozi sono ormai chiusi. 

Fino a non molto tempo fa, ho sempre attribuito la colpa principale di tutto ciò al fatto di trovarci nel Meridione, lo spopolamento del Sud e cose del genere. Può darsi che in larga misura sia effettivamente così. Ma alcune dinamiche attive nella città in cui risiedo mi avevano già persuaso che in ogni caso, il male fosse più profondo. Oggi ho realizzato definitivamente che in effetti non era solo quello il problema. 


Stamattina presto, per questioni che non starò a dire, ho accompagnato mia moglie a prendere il treno alla stazione di Fidenza. Essendo molto presto e non avendo per la giornata granché da fare, ho pensato di approfittarne e fare, una volta partita la moglie, un giro per il borgo dove ho passato molti pomeriggi e tante domeniche della mia adolescenza. 

Adesso, dovete sapere che abitando io a Cremona, non mi capitano molte occasioni di andare a bighellonare a Fidenza, perciò, se non erano vent'anni, saranno stati almeno una quindicina d'anni che non facevo un giretto con calma per il centro della città.

Capiamoci, non è che in tutto questo tempo non ci avessi più messo piede,  però, sì, prendi una volta il treno alla stazione e ti accorgi che hanno rifatto tutta la piazza circostante e sono sorti dei modernissimi palazzi e tutto appare più bello e moderno. Sì, un'altra volta vai all'ospedale nuovo e vedi come è più comodo e bello rispetto al vecchio (per chi ha la macchina). Ancora, sì, un'ennesima volta  vai all'outlet e ti accorgi di tutto quello che gli hanno costruito attorno, così pensi che ormai il vecchio Borgo San Donnino sia sempre più una cittadina con tutti i crismi. Però, appunto, un giro vero e proprio per il centro della città erano minimo quindici anni che non lo facevo. 

L'ho fatto oggi e mi è morto il cuore. Quasi tutti i negozi "storici" sono spariti, quelli che ne hanno preso il posto mi sono parsi scialbi, sicuramente meno curati, meno da "centro". Comunque anche questi non erano molti, dove i locali non erano vuoti, una sovrabbondanza di negozi etnici (ma quanti kebab mangia la gente?), self-service e negozietti che riparano cellulari.

Capiamoci, non è che abbia qualcosa in particolare contro queste attività: il problema sarebbe esattamente lo stesso se al posto dei dieci kebab ci fossero dieci negozi di würstel bavaresi. Ma, a parte descrivere un dato di fatto, queste attività mi paiono semplicemente il segno più evidente del cambiamento. Quando al posto di decine di attività diverse, ciascuna con la propria clientela e la propria funzione, trovi sempre più spesso le stesse tipologie di negozio, le stesse che trovi in mille altri centri, il luogo perde inevitabilmente parte della propria identità.
 

Ho passato l'adolescenza a Busseto, che era ed è un gran bel paesone, ma per noi ragazzini dell'epoca, sul finire delle medie, Fidenza era un'altra cosa, quasi una città, un posto dove per quelli della nostra età si poteva trovare tutto ciò che poteva interessarci, musica, fumetti, videogame e un bel corso dove provare qualche approccio maldestro con le ragazze, lontano da occhi indiscreti di amici e conoscenti vari. Oggi mi sono reso conto che quella Fidenza non c'è più. E no, non è questione di nostalgia, non sto parlando di quello. Quello è un fenomeno normale e non starei qui a scriverne, ho provato a spiegarlo con l'esempio del mio paese: è lo scadimento della qualità della vita in quel luogo, quello di cui sto parlando; l'impoverimento del tessuto sociale.

E no, non vale che oggi era l'indomani di ferragosto, non so come spiegarlo, ma uno lo percepisce a pelle se qualcosa è legato al contesto o invece è qualcosa di più sistemico. Si nota l'abbandono, capisci se un luogo è meno frequentato di quando ci andavi tu, specie se appunto non lo vivi tutti i giorni. 

Ecco, qualcuno adesso dirà che è colpa dei centri commerciali, qualcun altro del commercio online, altri ancora faranno la colpa alle amministrazioni, che per eccesso di buonismo, hanno rinunciato a una politica di selezione e valorizzazione delle attività commerciali del centro, finendo così per consentire l’apertura di esercizi senza una vera valutazione della loro utilità per il tessuto commerciale e della loro capacità di contribuire alla vita del paese. 

Altri ancora diranno che questo è semplicemente il progresso e perciò bisogna adattarvisi, perché è così che vanno le cose. Ecco, io mi rivolgo proprio a questi. Ricordatevi dell'ascidia. Non tutto quello che è progresso è positivo per esseri pensanti. 


lunedì 3 agosto 2026

Gita a Pavia



 

Oggi ritorno a Pavia e, visto che gli impegni erano pochi, con mia figlia ne abbiamo approfittato per completare il tour della città interrotto a gennaio.

Se la volta scorsa, anche perché fuori programma, abbiamo preferito limitarci a fare un giro per il centro storico senza tappe specifiche, questa volta, evitando volutamente di soffermarci su quella che considero una ferita ancora sanguinante della città, il vuoto lasciato dalla torre civica, a mio avviso ricostruibilissima, in piazza del Duomo, ci siamo concentrati su due dei luoghi tra i più significativi dell'ex capitale longobarda, almeno secondo me: San Pietro in Ciel d'Oro e San Michele Maggiore.

Di San Michele, che dire?  Per me personalmente, l'arte, quantomeno in ambito religioso, poteva benissimo fermarsi col romanico e il gotico che ne sarei stato ben contento. Quelle mura massicce e austere che, nel gotico, grazie all'introduzione dell'arco a sesto acuto si fanno leggere, il chiaroscuro, l'uso sapiente della pietra. Lo ripeto: questi stili sono la quintessenza dell'architettura, e San Michele Maggiore è la quintessenza del romanico lombardo.

San Pietro in Ciel d'Oro invece, oltre ad essere uno straordinario edificio già di per sé, è il luogo che custodisce le spoglie mortali di Sant'Agostino, un gran santo, nonché uno dei miei idoli intellettuali. Un gigante senza tempo.

Ed è proprio mentre spiegavo queste cose a mia figlia che mi sono accorto di come il pensiero, in apparenza così etereo, se ben fondato è più durevole della pietra stessa: l'attuale San Michele risale circa al millecento, ovvero Nove secoli fa, e anche se ancora bellissima anzi forse lo è diventata di più, i suoi anni si notano tutti, a cominciare dalla facciata con i suoi bassorilievi tornati allo stato di abbozzi. È il tempo capriccioso che sulla pelle dell'uomo si impegna nello scolpire e nell'intagliare quasi fossimo pietra, mentre con quest'ultima si diverte a levigare, lisciare e arrotondare, cancellando così i segni lasciati dalla mano dell'uomo, quasi volesse restituirle una nuova giovinezza.

Il pensiero di Sant'Agostino invece no, benché con molta probabilità le pietre consumate che oggi costituiscono la basilica ai suoi tempi fossero ancora attaccate alla roccia madre, le sue parole restano ancora fresche e vive, taglienti e profonde come la prima volta che furono pronunciate. Fatte salve le conoscenze scientifiche e materiali, davvero pochissimo altro di ciò che ha scritto nelle sue lettere o nelle confessioni può considerarsi superato. Agostino è passato indenne al crollo del suo mondo e, con ogni probabilità, sopravviverà anche al nostro così che quando dei nostri bei monumenti non resteranno che ruderi, il suo pensiero si continuerà ancora a studiare con lo stesso immutato interesse.






mercoledì 29 luglio 2026

No, no e ancora no; un Paese in guerra col futuro

Nel mio comune d'origine, durante la pandemia di COVID-19 il sindaco ha emesso un'ordinanza per bloccare l'installazione delle antenne 5G. Sì, proprio così, avete letto benissimo, l'allora primo cittadino ha dato credito alle frange più estreme e rozze del complottismo.

vabbè! Pensai allora:  siamo in Sicilia, una spiegazione del perché la mia terra sta scivolando nel terzo mondo doveva pur esserci. A essere onesti, per migliorare la mia autostima di siciliano, subito dopo pensai che l'allora sindaco non poteva davvero essere così capra da credere veramente in queste cose, probabilmente ha scelto questa castrazione tecnologica per motivi di bieca politica.


Nel piccolo comune dove abito adesso, qui in Lombardia, una multinazionale ha espresso interesse per comprare nelle campagne circostanti l'area di un insediamento produttivo ormai dismesso, per trasformarlo, ampliandolo, in un immenso data center. Leggo oggi che il comune ha espresso parere sfavorevole. Con le scuole intercomunali costruite "a soli" un paio di km di distanza è un progetto troppo rischioso, per non parlare del consumo di tutto quel suolo, adesso ecologicamente impiegato nella produzione intensiva di grano turco.

Cos'altro posso dire: siamo un paese in guerra senza quartiere col futuro, convinto di tirare avanti mettendola nel culo al prossimo. Adesso, potrei fare un discorso sulla competenza, di come, oggigiorno, anche per gestire un paesino nel culo del mondo servono delle nozioni minime. Ma in realtà non è davvero questo il male, la competenza chi la vuole se la crea, non si chiede che siano i burocrati a progettare queste strutture, basta che siano in grado di valutarne il rapporto costi/benefici (ritorni elettorali esclusi).

Il fatto vero è che la nostra nazione odia il futuro, che questo sia rappresentato dalle nuove generazioni, ed infatti siamo il paese con le percentuali di natalità tra le più basse al mondo, o dalle tecnologie, poco cambia. La riprova: sempre nel paese dove vivo adesso, qualche decina di anni fa, una precedente amministrazione ha consentito un impianto di trattamento liquami senza problemi. Ok, si parla di un'altra amministrazione, di altro colore politico per giunta, ma cristo di Dio, siamo mille e trecento anime, l'umore generale è quello. La merda sì, i dati no.


Non voglio fare l'idiota entusiasta, né atteggiarmi a quello che la sa più lunga, so benissimo che dietro quei no ci sono anche delle problematicità reali, l'inquinamento elettromagnetico, il consumo di suolo, l'energia, eccetera. Però, il fatto è che il lavoro fa schifo, le industrie inquinano, deprimono e tutto quel mondo sporca. Non Stiamo parlando di costruire giardini o aree protette e perciò, sarebbe bello che queste cose venissero costruite distanti da noi. 


Ma come dicevano i latini: “Navigare necesse est, vivere non est necesse.”  noi siamo diventati il paese dei no:
No al nucleare,
No agli inceneritori,
No alle pale eoliche,
No all'alta velocità,
No alle acciaierie,
E adesso, no ai data center. E questo circolo vizioso non è un problema di classe dirigente, i due no ai referendum sul nucleare, e i vari comitati no-qualcosa, dimostrano chiaramente che il popolo in questa lotta contro la modernità è perfettamente allineato a chi lo rappresenta.



Nel mentre ci si lamenta che le condizioni di vita peggiorano, gli stipendi non aumentano, tutto si fa più duro. Ma per cosa pretendete che vi paghino? Per le vostre brutte facce? 

Un paese di santi, di poeti, di navigatori, di notai, commercialisti e sindaci, ai quali, forse troppo sazi, importa poco di tenere il passo,  pretendendo o illudendosi che a pagare loro le pensioni e a mantenerli nell'attuale stile di vita, saranno gli immigrati clandestini pagati tre euro l'ora per raccogliere pomodori.

domenica 19 luglio 2026

Gioielliere di Cuneo III post finale

Dopo i due precedenti post su Roggero, alcuni figuri, mi hanno scritto privatamente accusandomi che, prendendo le difese del gioielliere, "picchiatore di ex fidanzati delle figlie", ho mancato di pietà cristiana. Perciò ci tenevano a farmi sapere che non volevano più avere niente a che fare con un tipo come me. Mandare tal genere di messaggi all'altra gente, può capitare quando uno è soltanto un povero fesso, ma possiede un ego buono a gonfiare un dirigibile intero.

Allora, precisato che questo è uno spazio personale, quindi ciò che ci metto sopra è solo affar mio, e non implica minimamente che chi lo legga deve sempre essere d'accordo, che anzi, personalmente trovo stimolante leggere ciò che scrive chi la pensa diversamente, a patto che scriva di testa e non di pancia. Proviamo a rispondere. 


No, cari fessi, non ci siamo proprio; il cristiano è mite, non vigliacco: se un malintenzionato mi si avvicina con un coltello ed io ho con me una pistola, o comunque la possibilità di sopraffarlo, gli porgo il portafoglio per pietà, non per codardia.

Se invece il malintenzionato minaccia un mio caro, allora, col cazzo che gli porgo l'altra guancia, anzi lo metto in condizioni di non nuocere come meglio posso, e se ciò, in una persona non avvezza a tali situazioni, significa abbandonarsi all'istinto, come nel caso di Roggero, problemi di chi ha causato tale situazione: «Non est in potestate aggressoris moderari vim repulsam». A proposito, lo sapete che furono i fascisti in Italia a definire in maniera così rigida il concetto di proporzionalità nella legittima difesa (articolo 52 del codice penale Rocco)? Tornando ai cristiani, lo stesso Gesù reagì con durezza, nel constatare come fosse ridotto il tempio del Padre, non andò a lamentarsi con le autorità.

Ma tali persone, oltre a essere fessi, sono in aggiunta vigliacchi: infatti accusano il Roggero per una vecchia storia, dove, come ho riportato nel precedente post, avrebbe minacciato l'ex fidanzato della figlia e per questo avrebbe rimediato una condanna a due mesi di carcere. Insomma secondo loro quell'episodio dimostrerebbe che Roggero fosse un violento per natura. Si scopre oggi che il gentiluomo vittima di minaccia avrebbe malmenato la fidanzata, procurandole, sostengono alcune fonti, la rottura del timpano, per poi abbandonarla sul ciglio della strada.

Cioè, continuate a parlare di maschi tossici, e nel momento in cui un padre impartisce una sonora lezione a uno di questi elementi, voi ne prendete le difese?

Qual è il modello di padre che avete in mente, quello che dopo che un vigliaccone gli ha ammazzato la figlia, pretenderebbe che fossi io, solo perché maschio, anche se magari non ho mai fatto male a una mosca, a sentirmi in colpa, a chiedere scusa all'anima della ragazza. Ma andate a far ridere i polli. Vi è mai passato in mente l'ipotesi che la figlia del Ruggero sia uscita da quella relazione, senza altre conseguenze se non quelle di quella notte, proprio perché il padre è andato a dire il fatto suo all'ex fidanzato della ragazza?

Cosa mi dite? Che spetta sempre allo Stato far giustizia, che altrimenti sarebbe il far west? Davvero?

Mi dispiace per voi, ma con questa affermazione, non state proclamando chissà quale vetta del diritto, state soltanto dimostrando che oltre a essere malevoli e vigliacchi, siete anche delle neotenie, incapaci, quando le situazioni lo richiedono, di assumersi la minima responsabilità di quello che dicono. Gente che non ha gli attributi nemmeno per difendere la propria famiglia, e si nasconde dietro le sottane dello Stato



Lasciatevi spiegare una cosa: il diritto giuridico si sovrappone al diritto naturale, dal quale trae origine. Nel diritto naturale, l'uomo (e la donna naturalmente) è il solo padrone di sé stesso. Se questo si piega al diritto giuridico, rinunciando alle sue prerogative e riconoscendo che lo Stato è il solo autorizzato a fare uso della forza, lo fa nella convinzione che lo Stato la userà per proteggere chi gli ha conferito tale delega. Se lo Stato, specie in situazioni di emergenza, si dimostra sistematicamente incapace di esercitare tale potere per tutelarlo, allora il cittadino ha tutto il diritto di tornare alla legge di natura e proteggersi da solo.

È proprio qui, dove sostengo che Ruggero ha sbagliato. Dopo essere rientrato nella legge di natura, ha voluto subito tornare nel diritto giuridico, sperando che lo Stato, colto in fallo, riconoscesse che il gioielliere fosse tornato al diritto di natura, non per contrapporsi allo Stato, ma proprio a causa della sua assenza. Ho già spiegato perché secondo il mio punto di vista ciò era impossibile, perciò invece di perdere tutto dietro ai processi, avrebbe fatto meglio a mettersi al sicuro, in un paese più civile.

venerdì 17 luglio 2026

Gioielliere di Cuneo parte II

Non gli era però sfuggita la differenza strabiliante fra il comportamento dei detenuti membri del Partito e quello degli altri. I primi erano tutti, senza eccezione, silenziosi e terrorizzati, mentre i delinquenti comuni parevano ostentare la più totale indifferenza. Insultavano a gran voce le guardie, si dibattevano ferocemente quando gli sequestravano gli oggetti personali, scrivevano parole oscene sui muri, mangiavano di contrabbando cibo che tiravano fuori da misteriosi nascondigli nei vestiti, e arrivavano perfino a zittire con le loro urla il teleschermo quando tentava di impartire ordini. Altri, invece, sembravano andare d’accordo con le guardie, si rivolgevano a loro con soprannomi, le blandivano per farsi passare qualche sigaretta attraverso lo spioncino della porta. Dal canto loro le guardie, perfino quando erano costrette a usare modi bruschi, trattavano i criminali comuni con una certa tolleranza...
                                             G. Orwell 1984




Mi pare che il mio post di ieri su Roggero non sia stato compreso appieno, ed è stato letto dai più come una difesa ad oltranza del gioielliere pistolero.

Ma io in realtà non ho mai detto che Roggero fosse da assolvere, anzi ho ben specificato che è colpevole sia da un punto di vista morale, sia tecnico. Per tali motivi, anche secondo me era giusto infliggergli una qualche sorta di pena.

Quello che mi interessava in realtà era tentare di far capire come in questo caso vi fossero ottimi motivi per condannarlo a una pena meno drastica, perché quando a un uomo di quella età gli butti sulle spalle quattordici anni di carcere e il risarcimento di tre milioni di euro, non hai soltanto condannato lui definitivamente, ma hai rovinato un'intera famiglia. 

Allora c'è da chiedersi perché, una giustizia spesso accusata di essere troppo tenera con i malfattori, questa volta ha voluto essere inflessibile. La risposta che mi sono dato ed ho tentato di esporre è che il potere costituito può permettere tutto, tranne che il cittadino, specie di classe media abbandoni il suo stato di rassegnazione e provi a ribellarsi. Chi ci prova, se innocente verrà comunque perseguito fino all'ultimo grado di giudizio. Se colpevole, sarà punito con una pena esemplare.

Sono puttanate le affermazioni di chi sostiene che la pena edittale per un solo omicidio volontario in Italia è 21 anni di reclusione, e il Roggero ne avrebbe ammazzati addirittura tre. Lo ripeto l'uomo ha 71 anni, sarebbero bastati anche meno anni di carcere per condannarlo a vita, e con tre milioni di euro di risarcimento, sommando anche le spese sostenute in questi anni per i processi, la famiglia e bella e rovinata. Chi dice che volendo si poteva essere più severi, sta praticamente affermando che si poteva infierire sui cadaveri.

Ciò mi porta a credere che, evidentemente, l'obiettivo principale della classe dirigente di questo paese è quello di preservare lo status quo: un balordo o un criminale, nel compiere i propri misfatti si autoesclude dalla società, un gioielliere che stanco dell'ennesima rapina decide di farsi giustizia da solo no. Per questo con i primi si può essere anche lassisti mentre con il secondo assolutamente no. Con i dovuti distinguo, stiamo assistendo alla stessa logica del perché a una famiglia problematica, che fa vivere i figli in situazioni di degrado, nessuno dice niente, mentre a una famigliola che decide di vivere in mezzo al bosco, gli sono stati portati via.

Questa vicenda come ho già scritto, serve a istruire la gente che alla fine a sopportare in silenzio, a farsi i fatti propri, ci si perde di meno. E non serve a nulla la rabbia che sta montando in queste ore, stanno già procedendo a incanalarla, ci stanno pensando Salvini e Vannacci.  Allo stesso modo in cui il movimento cinque stelle, ai tempi incanalò la rabbia e lo scontento per la crisi economica e il governo Monti. 

Mi dispiace per gli amici del movimento, il quale magari inizialmente sarà nato davvero come partito antisistema, ma dopo che in una sola legislatura per governare si è seduto assieme a tutti i partiti dell'arco costituzionale, se pensate veramente che lo sia rimasto, dovreste forse farvi qualche domanda.


Ma in fin dei conti come concludevo anche nel precedente post, è giusto così, lo penso ancora di più oggi, dopo aver visto le reazioni dei colpevolisti: appena l'apparato ha tirato fuori una vecchia storia di Roggero, dove questo non si capisce bene se malmena o minaccia con un'arma, non si capisce ancora, se l'allora fidanzato o l'ex fidanzato della figlia. È partito un coro di ossessi che riportando tale storia già diagnosticano pregresse tare criminali al gioielliere. Ricordiamolo: stiamo parlando di gente che per lo più vorrebbero far passare l'idea che ogni uomo etero è un potenziale femminicida o, minimo uno stalker. Ma in questo caso no! Il fidanzato o l'ex fidanzato, ripeto le fonti sono confuse, non si capisce niente, minacciato da Roggero era sicuramente un bravo ragazzo. 

Allora cosa volete che vi dica: siamo in democrazia, se questo sistema continua a esistere, è perché evidentemente gode di un consenso molto più ampio di quanto molti siano disposti ad ammettere. Roggero è stato un imbecille dopo aver fatto quello che ha fatto ad affidarsi alla giustizia italiana; la sua linea difensiva faceva acqua da tutte le parti, ma anche se si fosse semplicemente appellato alla clemenza della corte, il suo destino era comunque segnato. 

giovedì 16 luglio 2026

Gioielliere di Cuneo

Così, alla fine, la vicenda del settantunenne gioielliere cuneese si è conclusa nel modo più prevedibile possibile, ovvero con la sua condanna al carcere e il conseguente risarcimento milionario ai parenti delle "vittime". Tecnicamente nulla di sbagliato, per carità. Non si può negare che ha rincorso e ammazzato due persone mentre scappavano, mica robetta.


Vedete, per un periodo ho avuto la passione per gli orologi vintage, non roba costosa, magari! Solo orologi vecchi, quelli da mercatino delle pulci per capirci. Ciò mi ha fatto entrare in confidenza con una coppia di anziani gioiellieri-orologiai, ormai defunti entrambi, del paese dove risiedevo prima, Busseto per essere precisi. E questi signori, si dà il caso, anni prima hanno subìto una rapina e, quando siamo entrati appunto in confidenza, tra le altre cose mi hanno raccontato anche tale esperienza.


Chiariamolo subito, non è roba da film. Intanto l'azione è terribilmente lenta, quei minuti non passano mai, l'adrenalina non accelera, rallenta. Poi i rapinatori non sono gentiluomini, ma menano, e menano forte. Menano ancora di più se hanno il sospetto che stai nascondendo i gioielli più preziosi, spoiler: lo sospettano sempre. Nel menare, l'adrenalina scatta anche in loro, e questo ne aumenta il sadismo, tu piangi terrorizzato e loro menano più forte.


Se poi dovesse capitare la sfortuna che il bottino sia sotto le aspettative, questi qua non è che vengano colti da un po' di empatia e magari dicano: «Stiamo rapinando un disgraziato come noi», tanto più che è una gioielleria di paese, mica Montenapoleone, ma si incazzano ancora di più e menano più forte, Intanto oltre a non saper se ne uscirai vivo, assisti impotente allo stesso trattamento rivolto a chi vuoi bene.


Anche in virtù di questa esperienza, il fatto, secondo la mia modesta opinione, è che la giustizia non può essere solo tecnica. In questo caso, ad esempio, quantomeno bisognava tenere un po' più in conto che Roggero non è andato a cercare rogne, ma sono le rogne che sono andate a cercare l'uomo.

C'è poi il fatto che il tizio in questione fosse alla sua quarta rapina, come vittima, intendo, dovrebbe significare qualcosa, non credete?  Perché magari, dopo esperienze del genere, per giunta ripetute, nonostante quello che dice gente che invece considera un trauma tremendo l'essere chiamato con un pronome sbagliato, mi pare tutto sommato comprensibile che, arrivati a un certo limite, possa partire lo schizzo.


Ma poi mi ricordo che siamo in Italia e allora, proprio per il fatto che il Roggero si sia ritrovato così spesso in situazioni del genere e non abbia imparato nulla, se devo essere sincero, mi fa pensare che in fin dei conti gli stia bene, che si è meritato la pena che gli è stata inflitta.


Lo dico perché penso che, se uno è minimamente sveglio, dopo quattro rapine poteva anche arrivare a capire che forse l'apparato repressivo in Italia non serve a proteggere il cittadino, ma a ricordargli invece che esso è un suddito: perciò, in quanto tale, egli deve solo ubbidire e non rompere il cazzo. Ormai i casi sono centinaia, anzi, che dico, sono migliaia, troppi, per non comprendere che questo sistema conta sul fatto che il bravo residente ha troppo da perdere per ribellarsi. La morale che deve passare da questa storia, come altre simili, in fin dei conti è una e una sola: e cioè che, a Roggero, così come a chiunque altro al suo posto, sarebbe convenuto tacere e subire passivamente il torto, perché in tal modo avrebbe perso di meno.

Io non so come mi sarei comportato al posto di Roggero in una situazione simile. A essere completamente sincero, penso ancora che non sarebbe stato giusto che se la cavasse con un'assoluzione piena dopo due omicidi a "sangue tiepido"; considerata anche l'età, un affidamento ai servizi sociali o qualcosa del genere sarebbe stato opportuno e giusto. Ma so per certo che, la condanna che gli è stata inflitta è una condanna educativa verso i molti che per un motivo o per l'altro "si fanno idee strane". 


Perciò dico che personalmente se mi fossi trovato al suo posto dopo una vicenda del genere, non avrei perso tempo con la giustizia e i tribunali. Avrei cercato di disfarmi di tutto e presa la mia famiglia, me ne sarei andato lontano dall'Italia. È così che funziona il sistema ormai, e non si può più riformare, c'è solo da augurarsi che crolli su se stesso.




lunedì 13 luglio 2026

Pestaggi

Sta facendo scalpore in queste ore un video di un tesserato di futuro nazionale, che dopo aver invitato a liberare la strada che stava bloccando, avendo invece ricevuto insulti, malmena una persona di nazionalità straniera in evidente stato di confusione mentale.

Sì vabbè, non bisogna essere particolarmente intelligenti per capire che tutta l'operazione è un'evidente montatura mediatica, utile a suggerire a chi legge che per qualche non meglio specificata proprietà transitiva, se un tesserato del partito di Vannacci è così, lo sono anche tutti gli altri.

Infatti preferisco non commentare la vicenda in sé. Basta rivedere la scena per avvertirne tutto lo squallore. Quello che mi fa specie invece, sono certi commenti dei progressisti che si dichiarano e sono sinceramente scioccati dalla violenza di quanto accaduto. Il fatto è che questi sono spesso le stesse persone che sostengono che bisogna riarmarsi e "riscoprire le doti guerriere della nostra civiltà". Mi perdonerete se non sono riuscito a trovare di meglio che la citazione di certo Scurati, quale esempio esplicativo di tale linea di pensiero. Poi però, gli stessi, rimangono sconvolti nel vedere la violenza rientrare nel quotidiano. Ma cosa pensano? Che per difendersi dalle “autocrazie” basti organizzare un Pride sui campi di battaglia? Magari tracciando preventivamente un segno sui confini con gessetti rigorosamente colorati?

Se davvero si vuole riportare una cultura militare di massa in Europa, dovremmo tutti ricordarci che la guerra non è fatta da eroi tipo Hollywood: queste sono appunto eccezioni, ed è per tale motivo che li ricordiamo, eclissandone per giunta i molti lati oscuri. La guerra, il militarismo, quello serio, si nutrono di persone dure, violente e moralmente riprovevoli, perché sono proprio individui di questo tipo che hanno i requisiti necessari per affrontare la brutalità del combattimento. È gente così che alimenta le trincee.

Il difensore della democrazia, il soldato gentiluomo, l'eroe omerico. Sono solo delle idealizzazioni romantiche e false: in realtà Achille era uno stupratore, Agamennone un figlicida, Alessandro un ubriacone sporco del sangue dell'amico, Napoleone un macellaio, e tutti gli altri delle canaglie anche peggiori di quelli che ho nominato. la cavalleria quella vera, quella che ha plasmato l'Europa, fu un privilegio di pochi e per poco tempo. Per giunta non di rado nella vita dello stesso cavaliere fu un ideale appena intravisto, piuttosto che uno stato pienamente raggiunto. le Giovanna d'Arco, i Luigi IX, furono casi davvero eccezionali, e comunque a loro fianco combattevano i Gilles de Rais.

se davvero sperate che l'Europa faccia ancora propria la cultura della guerra, non fatevi illusioni è questo il mondo che vi aspetta.