sabato 31 gennaio 2026

Ancora su Trump



La mia posizione sulla guerra in Ucraina che, considerata l'idiozia dei tempi, oltre a esigenze di sintesi, potremmo definire "filorussa", mi ha fatto entrare in contatto con molti esponenti del cosiddetto antagonismo, sia di destra che di sinistra.

Molti di questi contatti si sono rivelati conoscenze preziose che mi hanno permesso di raffinare i miei punti di vista e di approcciare il mondo con uno sguardo più maturo. Molti altri invece, forse più interessati a fare "cordata" che discussione, come era prevedibile, con il mutare delle contingenze stanno scomparendo come neve al sole, poco male. Non faccio parte di nessun circolino, e non mi interessa nemmeno entrarci, non per fortuna, i miei guadagni si basano su cose più solide. Ciò che mi dispiace è vedere come il nuovo corso degli eventi stia pregiudicando anche quanto di buono fatto in passato, specie in termini di alfabetizzazione strategica.

Quando parlo di nuovo corso degli eventi, mi riferisco naturalmente all'asteroide chiamato Donald Trump, nonché all'interpretazione che sia da una parte, sia dall'altra si sta cercando di far passare a riguardo.

Fa un po' specie vedere gli stessi che invitavano a studiare la complessità, i rapporti di forza, spiegando le azioni di Russia, Cina, Iran, eccetera, adesso adottare gli stessi toni moraleggianti, quelli che fino a ieri imputavano al mainstream, ora che devono parlare delle azioni statunitensi e occidentali, pare abbiano dimenticato tutto ciò che dicevano allora. Oggigiorno, mentre questi esperti adoperano un doppio standard nel giudicare cose come ad esempio il cambio di regime riuscito di Trump in Venezuela e quello non riuscito di Putin in Ucraina, appare evidente che la presunta alfabetizzazione strategica, la pretesa di spiegare le dinamiche del potere, fosse selettiva, utile a supportare una narrazione diversa da quella maggioritaria, ma non per questo meno ideologica. 

Giustificare le débacle cinesi o russe come lungimiranza, fermarsi ad un interpretazione in termini di buoni e cattivi di certi tumulti che stanno avvenendo negli Stati Uniti, o parlare della politica sui dazi in forma esclusivamente macchiettistica, in realtà poco si discosta dalle dichiarazioni di una Ursula Von Der Leyen che blaterava di russi che rubavano chip dalle lavatrici o altre stupidaggini simili. 

Francamente, mi preoccupa la cattiva interpretazione,  che anche dentro questi gruppi si sta adottando per spiegare il fenomeno Trump e le sue conseguenze. Che in ultima analisi consiste da parte di tanti in un totale appiattimento alla propaganda mainstream, solo perché questa è utile alla loro causa. Tale comportamento sta contribuendo al fatto che un fenomeno di questa portata venga letto in chiave totalmente sbagliata in paesi come il nostro.




Ma proprio per ciò, per gli effetti che un personaggio simile sta determinando, accettare la narrazione che lo caricaturizza come una specie di scimmione impazzito riuscito chissà come ad entrare nella sala comandi, è un errore gravissimo, allo stesso modo, se non peggio, di quando giornali e televisioni descrivevano Vladimir Putin come un dittatore sanguinario, che da un giorno all'altro si fosse svegliato con la folle idea di ricostruire l'URSS riconquistando i vecchi territori. 



Non penso che tutti siano in malafede. Probabilmente molti hanno coltivato false aspettative, adesso che queste aspettative sono state deluse, si riallacciano alla narrazione mainstream, quasi per ripicca. Personalmente penso che l'abbaglio sia stato tutto loro, che hanno letto il personaggio con lenti interpretative lontane dalla realtà americana. 

Tutto ciò non toglie che da ogni parte si guardi, la lettura che si sta dando sia fuorviante e pericolosa: Trump, o per meglio dire questo nuovo orientamento della dirigenza americana, con ogni probabilità è qualcosa destinato a durare. Perciò prima riusciremo tutti quanti a interpretarlo nel giusto modo meglio sarà per noi. 

In questo post, nel mio piccolo non voglio atteggiarmi ad esperto di geopolitica: è stato un caso che sulla questione Ucraina, da appassionato di cose russe e grazie a qualche buona lettura sulla politica internazionale, sono riuscito a intuire prima di molti altri dove le contingenze stavano andando a parare, perciò mi limiterò a tracciare qualche conclusione logica, solo per il gusto di farlo e nulla più.


Ma prima, a scanso di equivoci sarà meglio ribadirlo, non considero Donald Trump l'uomo della provvidenza, onestamente giudico con simpatia il personaggio solo in virtù del suo potenziale distruttivo rispetto al deleterio sistema in essere. 


Di certo Trump non è Talleyrand, questo appare chiarissimo. È un individuo sui generis, estraneo al mondo politico dove il non detto, il sottointeso spesso è più importante di quello che accade alla luce del sole. Il politico che più gli rassomiglia, malgrado lui mal tollerasse questo accostamento è il nostro Silvio Berlusconi. Proprio il paragone con quest'ultimo, specie a noi italiani dovrebbe averci fatto intuire che non bisognerebbe sottovalutare il presidente americano. Purtroppo però la smemoratezza generale ormai è patologica.


Intanto per parlare del fenomeno Trump c'è da partire da due dati di fatto:

Prima di tutto c'è da convincersi, da farsi entrare bene in testa che Donald Trump non è un allegro pasticcione venuto su per caso. La sua storia passata dimostra che l'uomo ha capacità e qualità che indipendentemente dal modus operandi lo collocano nei personaggi fuori dal comune, no, i miliardi che possiede non bastano a spiegarne l'ascesa, l'America è piena di miliardari, così come la Russia è piena di ex agenti del KGB e noi siamo pieni di gente che se fossero al posto di Trump, Xi o Putin, avrebbero già risolto i guai del mondo.


Inoltre bisogna chiarire che per raggiungere la posizione che Trump è riuscito a conquistarsi, occorre fare parte di gruppi di potere, scuole di pensiero. Per quanto una persona sia ricca o capace, per giungere a certi livelli, le qualità individuali non bastano.


Partendo da una posizione che accetta questi concetti in quanto ovvi riflettendoci un po' su , viene facile poi riconoscere alcuni punti chiave da essi derivati: 

Le azioni dell'amministrazione americana seguono una logica, perseguono degli obiettivi e fanno intuire un piano per raggiungerli. Attenzione, riconoscere tutto ciò non vuol dire minimamente avvalorare certe scelte, personalmente, per ora, non mi ci metto nemmeno a discquisire se le mosse di Trump siano quelle giuste oppure accelereranno la crisi americana. Ciò che è importante, consiste nel capire che questa amministrazione ha individuato dei problemi e crede di aver trovato delle soluzioni per risolverli. I metodi di Trump per attuare queste soluzioni, per quanto folkloristici, non devono sviare dal fatto che si sta perseguendo un obiettivo. 

Se ai nostri occhi appare come un energumeno che sta distruggendo l'ordine costituito intorno a sé, occorre prendere in seria considerazione l'ipotesi che molto probabilmente quello sia proprio il suo scopo. È no, per quanto gli altri strillino che sta sbagliando, se uno considera un edificio pericolante, minarlo e farlo venire giù, non è detto sia una cattiva idea. Nonostante le lamentele di chi quel palazzo l'aveva costruito, per scoprire la verità serve accertare se le fondamenta siano effettivamente marce.

Perché bisogna  rendersi conto che le forze che considerano la soluzione intravista dal gruppo di potere rappresentato da Trump sbagliata, ovvero coloro che hanno governato gli Stati Uniti negli scorsi decenni, faranno di tutto per ostacolare questa amministrazione, se non altro per non farsi sostituire. Siccome appunto quest'altro gruppo di potere ha fino a ora occupato tutti i posti che contano, ha dalla sua un discreto arsenale per tentare di riuscire nel proprio intento. In primis un controllo più radicato sui mezzi di informazione (qualcuno la chiamerebbe egemonia culturale). Ma anche la fedeltà dell'establishment di tutti i paesi alleati, quali ad esempio gran parte dei paesi europei. 

E questo ci porta a comprendere perché la cornice interpretativa intorno a questo personaggio sia così polarizzante: attorno alla figura di Trump si sta consumando anche una lotta tra vecchi e nuovi poteri. Per vincere questa battaglia anche l'orientamento dell'opinione pubblica risulta fondamentale.


Detto questo, per riuscire ad orientarsi e farsi almeno una vaga idea di ciò che sta succedendo, rimane un ultimo punto importante da chiarire, probabilmente l'accusa più seria che da parte di molti viene rivolta a questa presidenza. Ovvero in che misura Trump possa essere pericoloso per la democrazia e lo stato di diritto. In verità,  penso che lo possa essere molto, ma Trump è un sintomo non la causa. Gli Stati Uniti sono un'impero in crisi e tutti i sistemi di potere in crisi si irrigidiscono. Se non fosse arrivato Trump, sarebbe stato qualcun altro, d'altronde anche i democratici sotto Biden sebbene più elegantemente non sono stati da meno. E anche noi in Europa ultimamente sarebbe meglio che ci guardassimo allo specchio. La verità è che se gli Stati Uniti riusciranno a risolvere le proprie contradizioni interne la situazione si farà meno tesa, ma se la decadenza americana continuerà a evolvere anche la corsa verso l'autoritarismo non accennerà a diminuire.



Ok, ammesso quantomeno per ipotesi che quanto fin qui detto fornisca la giusta chiave per  interpretare i fatti che stanno avvenendo, per quanto riguarda l'Italia, cosa dovremmo fare? 

Vista la nostra posizione la cosa più saggia da fare è riuscire a capire come trarre il massimo vantaggio dalla situazione attuale. Una cosa che mi pare, con un po' di timidezza e salvo altre lacune, l'attuale governo sta tentando di fare. Nonostante le critiche non solo dell'opposizione più legata al vecchio establishment , ma anche di chi fino a ieri si stracciava le vesti gridando contro le nostre posizioni anti-russe e che oggi pretenderebbe che il governo per correttezza morale dichiarasse guerra agli Stati Uniti.

Comunque a mio avviso, il maggior pericolo di questa situazione per noi europei, è che supportati dalla narrazione convergente, passino i messaggi che Donald Trump sia solo l'ennesimo sintomo del declino americano da un lato, o venga di nuovo interpretato come un'eccezione anomala e passeggera dall'altra. Sono diagnosi entrambe sbagliate, perché da un lato l'America, declino o meno, resterà al centro della scena mondiale ancora per molti decenni. Dall'altro invece, ormai deve essere chiaro a tutti che importanti gruppi di potere sono insoddisfatti dell'attuale stato delle cose e, se non riusciranno a modificarlo con Trump, ritenteranno con  J.D. Vance o un'altra figura analoga per cambiare il sistema. 


venerdì 30 gennaio 2026

Dinamica dell'odio




Torniamo a parlare ancora di gruppo e dinamiche sociali, attraverso la lente privilegiata dei social network. Su un gruppo dedicato alle tartarughe, una ragazza pubblica delle foto in cerca di consigli. Scrive che frequenta un ragazzo che possiede due testuggini. Secondo lei le bestiole non vivono in modo adeguato: ambiente troppo stretto, poca acqua nella vasca, eccetera. Il post era chiarissimo, la ragazza ha ben specificato che i due rettili non erano suoi e che lei personalmente non ne sapeva molto su quel genere di animali. Semplicemente aveva osservato la situazione e, rendendosi conto che non era ottimale, per migliorarla, ha pensato di chiedere aiuto a qualcuno più esperto di lei, lì sul social. Dove, naturalmente, l'hanno riempita di insulti. 



Non tutti, intendiamoci, ad onor del vero solo una minoranza, comunque troppi per un post di così poche righe, dove era chiaramente specificato che l'autrice non aveva responsabilità per la situazione che presentava, che anzi si stava dando da fare per risolverla. Erano comunque troppi anche perché quei commenti, non è che sfogata la rabbia poi si adoperassero per dare qualche consiglio, risolvere la situazione insomma, si limitavano a insultare e basta.


Storia tutto sommato banale, ma che dimostra di come molte di queste persone non sono tanto interessate agli animali in sé (ma le dinamiche sono le medesime anche in gruppi dedicati ad altre passioni naturalmente), ma a sfogare la propria rabbia verso gli altri esseri umani, nel mentre, magari, ricevere sostegno da parte degli altri membri del gruppo. In parole povere, questa tipologia di persone non sono interessate alle bestiole, ma a marcare una distinzione, a creare un "Noi" e un "loro" per poi difenderlo. Che si tratti di una passione condivisa o di qualsiasi altro pretesto, in realtà poco importa. 


Tale genere di dinamiche, non sono una prerogativa dei social network, i quali come ho tentato di spiegare in un precedente post, tutt'al più amplificano e rendono evidente il fenomeno: grazie ai social possiamo "sezionare" certe dinamiche, ad esempio in questo caso, rendendo lampante di come spesso l'oggetto del nostro interesse non è altro che un pretesto identitario, per esprimere odio e conformismo.

Un episodio per i più irrilevante, dicevo, che però mi pare emblematico di un concetto su cui sto riflettendo in questo periodo: le dinamiche di gruppo, in particolare la predominanza dell'appartenenza identitaria e dell'aderenza alla propria visione del mondo, rispetto all'utile e al vero.

In genere le persone non esprimono un concetto perché "sanno", ma perché quel concetto si inserisce bene nella loro visione del mondo e li rassicurano sul posto che pensano di occupare in esso. Così come nel gestire informazioni nuove, spesso non si interrogano su come usare quelle informazioni per qualcosa di utile (nel caso di prima ad aiutare le tartarughe), ma piuttosto a come usarle per ribadire o rafforzare la propria posizione nel gruppo; anche avversandole se è il caso, per esempio ostracizzando chi le promuove per far sfoggio della propria virtù e aderenza al sentire condiviso. 

Ho provato a sottoporre queste ultime costatazioni ad un'intelligenza artificiale, per vedere se riusciva a suggerirmi ulteriori spunti di riflessione. La I.A. ha concordato in linea generale, concludendo però che ciò in realtà è positivo per chi riesce a comprendere questo tipo di dinamiche: "chi riesce, anche solo ogni tanto, a ribaltare questo meccanismo ha un vantaggio enorme: vede prima, capisce meglio e si fa manipolare molto meno."

Non sempre questo è vero. C'è un racconto di H. G. Wells, dove il padre della fantascienza anglosassone, prende in giro il famoso detto: nel paese dei ciechi, il guercio è re. In questa spassosa novella ricca di situazioni paradossali, Wells racconta di come un esploratore scopre una civiltà nascosta, dove tutti sono ciechi per natura. Un po' per necessità un po' per amore, l'eroe della storia è costretto a stabilirsi in mezzo a loro e perciò si impegna a farsi accettare da questa comunità. All'inizio dell'avventura il protagonista è fiducioso che grazie al vantaggio della vista riuscirà a ottenere una posizione di rilievo dentro il suo nuovo gruppo. Scoprirà suo malgrado che questo suo vantaggio  di vedere cose che gli altri non vedono, gli porterà soltanto emarginazione e stigma sociale. 

La stessa emarginazione che ad esempio porta a includere un numero sempre maggiore di persone sotto la denominazione di complottista o dietrologo, con poca distinzione se i bersagli di tali etichette sostengono che la terra sia piatta, o semplicemente offrono una diversa interpretazione degli eventi, ma non per questo priva di una qualche legittimità.  

Evitiamo fraintendimenti, qui non abbiamo fatto tutta questa tirata per finire a fare l'elogio del complottista, cosa che abbiamo già fatto per altro, ma chiarire come  anche questo tipo di processi godono di una propria economia, dove così come in tutte le economie, non sempre la scelta più logica risulta essere anche la più vantaggiosa. Perché un'informazione nuova e non condivisa da tutti può dividere il gruppo, perciò chi ne è portatore rischia di vedersi isolato, come nel racconto di Wells.

Alla fine, raramente scoprire una verità in sé porta qualche vantaggio, semmai, a fare la differenza è riuscire poi a capire come utilizzare questa conoscenza a proprio favore. Ma questo è un altro paio di maniche

giovedì 29 gennaio 2026

l'illusione di sapere



Avete presente la rappresentazione classica dell'atomo, quella che lo raffigura come un mini sistema solare, con un nucleo al centro e gli elettroni a modo di pianeti che gli girano intorno. Oggigiorno tutti quelli che hanno studiato un po' di fisica sanno che questo modello non è corretto. Non tutti però sanno che di modelli atomici adottati dalla comunità scientifica ve ne furono molti, dal modello di Dalton agli inizi dell'Ottocento al modello quantomeccanico, adesso in vigore. 

La questione è che appunto la scienza non si prefigge una descrizione ultima della realtà, per il semplice fatto che essa è troppo vasta per conoscerla tutta, si limita ad approssimarla con modelli che spiegano determinati fenomeni, in modo da poter fare previsioni attendibili. Modelli che evolvono nel corso del tempo o addirittura cambiano del tutto in base alle nuove acquisizioni del sapere. 

Anche questo concetto nonostante alcuni fingono di non conoscerlo, pretendendo di attribuire alla scienza poteri che non ha, dovrebbe essere patrimonio comune.*


Quel che invece sfugge a molti è che tutto questo non è valido solo per la scienza, anche gli altri settori dello scibile tendono a funzionare così. 


A conferma di quanto ho scritto prima, mi è capitato giusto ieri di seguire un podcast dove un sedicente esperto di geopolitica tentava di spiegare i motivi delle mire espansionistiche di Trump sulla Groenlandia. Analisi impeccabile per carità! Il sedicente analista spiegava benissimo il bisogno degli Stati Uniti di affrancarsi dalla dipendenza dalle terre rare, l'incapacità europea in caso di attacco, di difendere l'isola, lo scioglimento dei ghiacciai, il controllo della rotta artica e tutto il resto.


Insomma le ragioni di Trump secondo l'esperto erano tutte proiettate verso il futuro e in un certo senso anche ragionevoli: l'Europa si è mostrata impreparata a difendere la posizione e viste le crescenti sfide che Russia e Cina rappresentano, adesso è meglio che l'America si occupi della questione in prima persona. 

Un ragionamento, quello di Trump poco ortodosso senza ombra di dubbio, ma comunque condivisibile. Se non fosse che gli americani, cosa che l'esperto evidentemente ignorava, è già da tempo che tentano di prendersi l'isola: con un'invasione vera e propria durante la seconda guerra mondiale, costretti poi per questione di immagine a doverla restituire, provarono a comprarla con Truman prima, e poi con Eisenhower. Ma visto che la Danimarca non si piegava e la guerra fredda richiedeva un fronte compatto, lasciarono perdere. 

Vinta la guerra fredda la questione pareva archiviata, considerato che l'America si trovava padrona del mondo, inutile impelagarsi su questioni di principio. Ma adesso, con l'affacciarsi di nuove sfide, ecco che torna in auge la vecchia idea. Tenendo in conto anche tutto questo, si capisce che il desiderio di Trump di annettere la Groenlandia non risponde solo a calcoli geopolitici ma appaga anche vecchi desideri. Un elemento che qualcuno potrebbe considerare secondario, ma invece importantissimo perché chiarisce in maniera definitiva la considerazione che l'America di Trump ha nei riguardi dell'Europa e che rendono tutte le argomentazioni del geopolitico, se prese considerando questi elementi, più una giustificazione a posteriori che un'analisi seria.


Un ottimo caso che dimostra ancora come i nostri modelli siano solo approssimazioni che si sforzano di costruire mappe, utilizzando quello che sappiamo della realtà. Ma soprattutto di quanto sia importante per affinare queste mappe, continuare nello studio. Multidisciplinare e cooperativo, si capisce, perché ormai appare chiaro che la vastità di conoscenze, indispensabili al giorno d'oggi per costruire modelli realistici, non sono padroneggiabili da un singolo individuo.


*In realtà alcune correnti filosofiche, sostengono che la scienza stia descrivendo la realtà, ma in maniera progressiva, cioè sviluppando modelli sempre più aderenti. Per restare all'esempio dell'atomo, chi intende la scienza in questo modo, nell'evoluzione del modello atomico non vede l'adozione di rappresentazioni più utili, ma una descrizione che via via si fa sempre più accurata. Una posizione filosoficamente legittima ma a mia opinione poco utile, per il semplice motivo che si basa su una scommessa, ma in realtà nessuno ci garantisce che un giorno potremmo arrivare alla verità ultima. 

mercoledì 28 gennaio 2026

De social network



Sono un discreto frequentatore dei social network.  A differenza di molti che demonizzano questi strumenti (per poi passarci sopra magari giornate intere) io invece credo che siano estremamente utili. Non solo a livello sociale, per tenere vive vecchie conoscenze che, per le contingenze della vita avremmo perso, o per farne di nuove, ma anche a livello personale, perché mi hanno permesso di capire che chi critica, qui come nella vita reale, anche se forte di numero, spesso non lo fa nel merito, ma per posizione presa, motivo per cui va considerato il giusto. Soprattutto però, trovo che questi mezzi siano utilissimi per poter vedere agire certe dinamiche sociali, con persone prive dei freni inibitori che la realtà spesso impone. Insomma, con tutti i distinguo del caso, l'uomo senza sovrastrutture. 


L'uso dei social ad esempio mi ha convinto che gli esseri umani non sono cambiati così tanto, come invece spesso ci raccontiamo. Anche se non fa piacere ammetterlo, siamo gli stessi che secoli fa andavano appresso l'inquisitore e gridavamo a morte l'eretico. Sì, oggi non è più di moda aggrapparsi alle tonache, ma ci stringiamo al camice dello scienziato con la stessa foga e spirito fanatico. Anche la pulsione di violenza e di morte non è scemata. Nei nostri tempi non possiamo gridarlo più liberamente come una volta, ma basti ricordare quando si invocava la sospensione delle cure sanitarie per i no-vax


Un'altra convinzione maturata attraverso i social è che l'essere umano ha ancora ben radicato in sé il desiderio di appartenenza, il voler fare parte di un gruppo. Ecco, forse sotto questo aspetto i social qualche danno l'hanno fatto: perché sono riusciti a sublimare questo desiderio a misura degli individualisti che siamo diventati; ovvero salvando solo la parte gratificante. Appartenere ad un gruppo reale infatti richiede confronto, accettare visioni differenti e la capacità di mediazione continua. Nei gruppi reali però questi sforzi sono ripagati da una vera coesione del gruppo, che sarà pronto a lottare per interessi e ideali comuni.

I social network eliminano tutto questo, in parte per il fenomeno delle "camere dell'eco": Internet, non avendo limitazioni geografiche, facilita l'incontro virtuale di persone che ragionano in modo simile. Ma soprattutto perché questi strumenti premiano un tipo di discussione superficiale e veloce scoraggiando l'approfondimento. Parlando di politica ad esempio, dentro i social network noi siamo la vera destra o la vera sinistra, e chi non la pensa come noi è il nemico, al massimo un cretino, e se il capo stesso della nostra fazione, nella realtà, ogni tanto dice cose che stridono un po' con il nostro modo di vedere, mica lo fa perché quelle cose le pensa veramente; il capo quelle cose le dice, perché appunto ci sono anche i cretini di prima, e in qualche modo bisogna pur farli contenti! 

Un gruppo sublimato, dicevo appunto, dove noi facciamo parte di questo partito ideale di cui siamo anche custodi dell'ortodossia,  l'interazione con gli altri membri si riduce ad un like, la condivisione di qualche post, o altri ammiccamenti simili. Dove, soprattutto, la maggior parte del tempo è impiegata a scontrarsi con chi consideriamo un avversario. Poco importa se magari una volta il cosiddetto avversario sarebbe stato il compagno di sezione o comunque un alleato. Già perché quando su un social qualcuno manifesta un pensiero su un argomento controverso, per quanto questo pensiero sia chiaro, non sta esprimendo un'opinione, ma sta fornendo uno strumento utile a questo tipo umano a classificarlo. Questo è in ultima analisi il fenomeno della polarizzazione di cui si parla tanto.

Tutto ciò è un problema non tanto per gli effetti in sé, il solo fatto che fenomeni simili si concretizzino, auto evidenzia i limiti della democrazia. Ma perché quel meccanismo di appagamento senza impegno che ho prima descritto, impedisce nella realtà la formazione di forze, magari dietro a leader o gruppi di pensiero, capaci di contestare realmente il sistema in essere. In sostanza i social funzionano davvero come una sorta di anestetici, quali alcuni pensatori lungimiranti li hanno descritti.

lunedì 19 gennaio 2026

Parliamo di bias



Avete mai visto un video sadomaso? In questo genere di esperienze erotiche lo schiavo, "slave" in inglese, spesso viene sottoposto anche a pratiche estremamente dolorose, che però gli procurano piacere. 

Piacere vero, perché il cervello del soggetto in questione ha una forma mentis che dentro un certo tipo di contesto, gli fa associare questo genere di trattamenti con l'erotismo vero e proprio.


Ho sempre trovato affascinante come il cervello riesca in qualche modo a scavalcare la realtà, semplicemente cambiandole di senso o addirittura non interpretandola del tutto. Anche dove questa si presenta davanti in maniera estrema, con sensazioni che in altri contesti, anche chi, nel caso prima descritto, ne trarrebbe piacere, non avrebbe dubbi a definire tortura.


A essere onesti, sebbene renda bene l'idea, il mondo BDSM è un po' un esempio limite, infatti per fare sì che il dolore si trasformi in piacere, più che una semplice forma di condizionamento, occorre una certa dose di predisposizione e tutta una serie di elementi collaterali che non staremo qui a spiegare. Invece senza paura di smentite si può tranquillamente affermare che questo genere di dinamiche si verificano un po' in tutti quei settori dove viene impartita un educazione, dalla scuola ai manifesti pubblicitari.
Se durante il processo di formazione si è appreso che una determinata dinamica funziona in un certo modo, nonostante in seguito ci si para davanti agli occhi una situazione che dimostra in maniera lampante che non è assolutamente vero quello che si è imparato. Semplicemente finiremo con non notare quel caso, oppure lo daremo per scontato, un'eccezione banale e risaputa. A proposito di situazioni del genere, mi è capitato ad esempio di guardare un documentario dove gli intervistati definivano un noto criminale come una brava persona. Quando l'intervistatore faceva notare loro che il criminale in questione avesse commesso molti omicidi, gli intervistati rifiutavano l'obiezione, sostenendo che si trattava di lavoro.

Giunti qui, forse qualcuno noterà che quanto descritto somiglia molto ad altri tipi di meccanismi mentali, in particolare al pregiudizio e l'indottrinamento. Attenzione però, perché nonostante i fenomeni siano imparentati  non sono la stessa cosa. Quando parlo di “pregiudizio” intendo un giudizio a priori, una scorciatoia mentale che semplifica la realtà e ci evita il fastidio di doverla analizzare. È un’opinione comoda, spesso basata su stereotipi, che non ci riguarda direttamente e che in molti casi non ci danneggia, perché ci consiglia semplicemente un comportamento che al massimo potrà farci perdere dei vantaggi. Un esempio è il pregiudizio sugli zingari: vero o falso, nella vita pratica suggerisce di evitare una situazione che potrebbe essere rischiosa. Considerato però, il numero di persone di altre etnie con cui un soggetto ha mediamente a che fare, difficilmente la diffidenza verso questo particolare gruppo potrà rivelarsi un handicap significativo.
Quando invece parlo di “indottrinamento” mi riferisco a un processo organizzato, che sostiene l’impalcatura di ideologie o religioni di massa (comunismo, islam, nazionalismo, ecc.). L’indottrinamento non è un semplice pregiudizio: è un sistema di convinzioni narrato e rinforzato da istituzioni, scuole, media e gruppi, spesso con l’obiettivo di plasmare la visione del mondo di un’intera nazione.
Il fenomeno che sto descrivendo qui non è né l’uno né l’altro. Non è una scorciatoia comoda e non è neppure una dottrina imposta dall’alto. È una cecità percettiva, quasi sempre in buona fede, che nasce dentro una comunità e che permette ai suoi miti di diventare “realtà”, perché l’ambiente circostante li conferma continuamente e neutralizza i fatti contrari.

 
Un esempio chiarificatore di quanto ho appena descritto era l'atteggiamento di molti comunisti verso l'unione sovietica, anche degli stessi dirigenti, che nonostante avessero visto con i loro occhi la realtà dei fatti, spesso semplicemente la ignoravano o la giustificavano, non per convenienza, ma in assoluta buona fede. 

Un altro esempio è il mito occidentale dei "giovani", descritti quasi sempre come ribelli pronti a opporsi a vecchi modelli e in lotta per cambiare il mondo. Che i giovani siano pronti a lottare, non c'è ombra di dubbio,  ma, per restare solo ai nostri tempi, partendo da tutti quelli che si arruolarono entusiasti allo scoppio della grande guerra, passando per la rivoluzione culturale cinese e arrivando al cosiddetto movimento woke. Non mi pare che i giovani lottino solamente per scardinare l'ordine costituito, anzi, molto spesso i giovani sono i più manipolabili. Cosa che d'altronde mi pare del tutto ovvia, visto che sono la categoria di esseri umani con meno esperienza, ovvero i più indifesi.


Quando una civiltà, un'ideologia, una semplice azienda, declina e poi muore. Gli analisti esterni, magari rinforzati dal senno del poi, si chiedono come l'entità del loro studio, sia caduta in certi errori pacchiani, se i membri di quel organizzazione fossero diventati ciechi a non vedere certi sbagli. Francamente penso che la risposta giusta sia proprio quella proposta dall'iperbole: spesso le persone diventano veramente cieche nell'individuare le storture cognitive del proprio modello di mondo. 

Sciascia

Da sempre apprezzo Sciascia, il suo stile asciutto, così distaccato, quasi clinico, intervallato qua e là da qualche localismo. Sarà per la conterraneità, sarà per sua innata dote, ma spesso, per me la lettura di questo autore si trasforma in conversazione a quattr'occhi, anzi meglio: un ragionare insieme. 

Fatte salve le grandi storie ( Il contesto, Il giorno della civetta, A ciascuno il suo), l'opera che più apprezzo è questo Nero su nero. Un libro dove il ragionare insieme  spazia in mille argomenti e, senza imporsi, ti trasmette un metodo.

Che tristezza pensare che ai giorni nostri uno come Sciascia non potrebbe esistere. O meglio non è che non potrebbe esistere in senso lato, non stiamo parlando di Dante o Omero, quelli si unici è irripetibili. Meglio dire che non sarebbe apprezzato, probabilmente finirebbe per essere inserito nelle schiere dei complottisti, o forse peggio (immaginatevi l'effetto di un articolo come i professionisti dell'antimafia, oggi).


Una tristezza dicevo, ma personale, perché francamente se uno come Sciascia, vivesse al giorno d'oggi, di rimanere sconosciuto in questi tempi cretini, non so fino a quanto potrebbe dispiacergli.

martedì 6 gennaio 2026

Groenlandia



Ho seguito in un gruppo una discussione in merito a Trump. Si parlava naturalmente di ciò che è successo in Venezuela, ma soprattutto si discuteva di Groenlandia. Dal tenore dei commenti mi sono fatto però l'idea che in molti non abbiano una corretta percezione di ciò che una mossa simile vorrebbe dire.


Dalla tipologia dei commenti ho l'impressione che tanti considererebbero un'annessione statunitense alla stregua di uno sgarbo più che come altro. Mah sì! una coppia che litiga, allora lui per dispetto il giorno dopo esce di casa con la macchina della moglie lasciandola tutto il giorno appiedata, la sera un'altra bella sfuriata, ma in definitiva niente di serio: sono quel genere di cose che nelle dinamiche di coppia ogni tanto accadono, più per noia che per vero rancore. 

La Groenlandia è lontana, spopolata e fredda, forse queste caratteristiche influenzano la percezione generale sull'argomento. In realtà però l'isola è ricca di risorse e in prospettiva di un innalzamento delle temperature terrestri occupa una posizione strategica. già dal tempo della seconda guerra mondiale, l'isola ha assunto un ruolo cruciale, sia per la difesa del Nord America, sia per un eventuale attacco alla piattaforma euroasiatica. Una sua annessione da parte statunitense sarebbe un messaggio inequivocabile a russi e cinesi: gli Stati Uniti non sono disposti ad abdicare alla propria leadership così facilmente.



Questo il quadro generale, ma una sua eventuale sottrazione alla Danimarca Si porterebbe dietro tutta una serie di conseguenze sistemiche: la NATO, quantomeno ufficialmente, si è costituita nel 1949 per difendere i paesi membri, ma sarebbe più giusto dire che serviva a difendere le nazioni europee stremate dalla guerra, da eventuali appetiti espansionistici sovietici. La puntualizzazione sulla difesa reciproca e collettiva, serviva e serve a non umiliare l'orgoglio degli altri membri, in realtà, tutti sanno che la difesa delle varie nazioni era assicurata dagli Stati Uniti d'America. Risulta chiaro che se adesso fossero questi ultimi a mostrare mire di conquista verso gli altri membri, la NATO sarebbe bella che morta, anzi peggio: l'alleanza si rivelerebbe una trappola.


Non basta. Mettiamo che la NATO si sciolga dopo che gli americani si sono dimostrati inaffidabili. A questo punto gli europei, anche solo per riorganizzare le rispettive forze armate, o come deterrenza verso la Russia che negli scorsi anni l'Europa si è inimicata, dovrebbero fare una nuova alleanza. Alleanza che naturalmente escluderebbe gli Stati Uniti. Qui viene un altro problema, perché Paesi come l'Italia e la Germania hanno perso la guerra nel 1945, e benché spesso lo si scorda, da allora su questi Paesi sono rimaste forze americane, non sotto controllo della NATO, ma direttamente sotto controllo americano. Siamo sicuri che gli Stati Uniti permetterebbero davvero a queste nazioni di entrare in un'alleanza che li vede esclusi? Ricordate che fine ha fatto in Italia la via della seta e il governo che vi aveva aderito? 

Fin qui abbiamo parlato di NATO e dei principali problemi di stampo militare (considerando solo gli stati alleati, ci sarebbe da mettersi le mani nei capelli a pensare come reagirebbe per esempio la Russia, nel vedersi nascere dirimpetto casa un'alleanza di questo tipo). Poi viene l'Unione Europea, che oltre a queste gatte da pelare ne avrebbe altre di genere economico. Si dà il caso infatti che gli Stati Uniti sono ancora il nostro partner commerciale di riferimento, sia come esportazioni sia come importazioni. Per quanto riguarda le esportazioni, è facile capire cosa intendo, basta guardare le reazioni di panico e la resa totale alle pretese di Trump, per capire quanto dipendano i nostri commerci da quella nazione. Parlando di importazioni invece la questione è più sottile, il fatto è che quando si discute di questo genere di cose tutti pensano solamente alle merci. Ma provate a immaginare: se Alphabet, l'azienda dietro a servizi come Google, domani di punto in bianco smettesse di funzionare in Europa... Ma non sono solo i servizi a vederci arrancare. Un po' per i costi, un po' per le rivalità interne, un po' perché agli americani stessi faceva piacere così, l'Europa ha preferito concentrarsi su altri settori. In molti ambiti, quando si parla di tecnologie avanzate è rimasta indietro, preferendo limitarsi a normare mentre per il resto fare affidamento sull'amico americano.

Ecco, questo è il quadro, vista la situazione c'è da decidersi: se Trump un domani decidesse di prendersi la Groenlandia, l'Unione Europea preferirebbe conservare l'amicizia con il fastidioso, ma pur sempre vitale alleato, oppure schierarsi con il piccolo membro danese?

Nel primo caso i Paesi minori, che fanno da cuscinetto tra i grandi paesi europei, capirebbero che i loro interessi non sono minimamente tutelati. Ne conseguirebbe che sempre più spesso si domanderanno cosa ci stanno a fare in Europa. Nel secondo caso, non voglio nemmeno pensarci.


Nella sostanza una mossa come quella paventata da Trump sarebbe la fine dell'ordine internazionale come lo conosciamo, e noi ci arriveremmo completamente impreparati, similmente a un atleta che tutta una vita ha studiato da ballerino e poi si ritrova ad affrontare un incontro di pugilato. Il problema non sarebbe tanto che essendo piccoli stati non abbiamo le risorse per fare certi investimenti. Il problema è che per recuperare il gap, dovremmo investire in un lasso di tempo minimo tutto ciò che non abbiamo speso nei precedenti ottant'anni, e lo dovremmo fare intanto che tutti gli altri pesci dell'acquario tentano di mangiarci. Non solo si riaprirebbero vecchie ferite tra gli stati europei, ma i paesi extra UE verrebbero a presentarci i conti in sospeso da saldare, e fidatevi non basta una passeggiata in un giardino malconcio per convincerli a dilazionare i pagamenti.


Se gli Stati Uniti hanno già deciso di prendersi la Groenlandia, per l'Europa l'opzione migliore sarebbe quella di indire un referendum farsa, in modo di lasciare andare l'isola, senza essere costretti ad una rottura troppo brusca e preparare col tempo, uno sgancio più graduale. Tuttavia non penso che la dirigenza americana gli permetterebbe una tale via d'uscita, Trump pare abbastanza chiaro nelle sue intenzioni: considera l'Europa un nemico e preferisce trattare con i singoli stati. Mi pare giusto. Durante la guerra fredda gli Stati europei si guardarono bene di non 
Rompere mai totalmente con l'URSS, anche per evitare di trovarsi in situazioni simili. Gli sarebbe bastato leggersi un abecedario di storia, per fare sì che i traditori incompetenti che ci governano non finissero in un pantano simile.



Cos'è il rito

Come si chiamano nel girgentano quelle  casupole che ornano le campagne? 


A Girgenti quelle casupole si chiamano "A robba" nel senso che il Verga lega a questo termine, e sono fatte di calce e sassi. Mentre il soffitto è di canne legate insieme dal gesso, e nella stagione giusta in quei soffitti, ci trovi l'origano, fatto a mazzetti, appesi per seccare. 


E tu che vivi al nord, ogni anno di quei mazzetti te ne porti uno, per condire le pietanze. A ricordo delle estati assolate. Delle giornate senza tempo sulla tua isola. 

Finché non resta più nessuno che ti pensa così tanto da preparartene uno. 

Allora non rimane che un ultimo mazzetto, ma, invece di razionarlo come un tirchio, decidi di offrirlo al vento. Affinché la terra ne conservi la memoria.