...«Be', mi sembra davvero disgustoso. La gente di colore ignora tutti i vantaggi che ha avuto in questo paese. Ve lo assicuro. In Inghilterra non ci sono molti uomini di colore in uniforme di poliziotto, e molti meno diventano importanti funzionari dello stato, come qui. Insomma, ho letto un articolo l'altro giorno. Ci sono più di duecento sindaci di colore in questo paese. E quelli lì maltrattano il sindaco di New York. Certa gente non sa quanto sta bene, ve lo dico io.»
Scosse la testa con rabbia.
Kramer e sua moglie si guardarono. Lui era certo che Rhoda stesse pensando la stessa cosa.
Grazie a Dio! Che sollievo! Ora potevano respirare liberamente. Miss Efficienza era faziosa, intollerante. Di questi tempi la faziosità era assai disprezzata. Era segno di un'origine modesta, di casa popolare, di classe sociale inferiore, o dì cattivo gusto. Perciò essi erano superiori alla loro bambinaia inglese, dopotutto. Che grandissimo sollievo!
Tom Wolfe il falò delle vanità
Ieri sera con mia moglie stavamo guardando su una tv locale un servizio che parlava di come, non più solo le grandi metropoli, ma anche le strade di certe cittadine di provincia, si erano riempite di accampamenti di immigrati. Condizioni di vita di un tale degrado e squallore che francamente farebbero pena anche se si parlasse di animali, figuriamoci per gli esseri umani. Finito il servizio, si torna in studio per discutere di remigrazione. A un certo punto del dibattito, il politico progressista ha invitato quello di destra, visto che non voleva gli immigrati, a mandare i propri figli a raccogliere pomodori sotto il sole per tre euro l’ora.
Al che mia moglie sbotta ed esclama: “le cose sono due: o questo qui è un cretino e, oltre a non vedere le condizioni di vita di questa gente, non si rende neanche conto del significato delle parole che gli escono di bocca. Oppure in realtà degli immigrati non gli interessa nulla.” “La seconda che hai detto”, rispondo io, “ma in un senso particolare, di cui probabilmente non si rende neanche conto. Per me il suo ragionamento è questo: premesso che si tratta di un politico di piccolo cabotaggio, lui è di sinistra, sa che le élite progressiste, dominanti nel suo ambiente politico, sono per l’accoglienza. Personalmente in realtà non è che abbia studiato la questione, ma accogliere suona positivo e, poi, è vero che in Italia c’è carenza di manodopera, perciò, per emergere, non farà fatica ad aderire allo slogan: ‘accogliamoli tutti’”.
Ed è così che questioni come l’emigrazione, il globalismo eccetera diventano simboli di appartenenza. Non è un problema moderno: i temi cambiano ma gli ingranaggi sono sempre gli stessi.
Generalmente il processo funziona così: ci sono le idee e con questo termine possiamo includere quasi tutto, dalle mode alle ideologie fino alle religioni. Queste idee si affermano e diventano patrimonio comune. Dopodiché alcuni eccentrici, i creativi, propongono “deviazioni sul tema”; generalmente queste deviazioni vengono riassorbite e diventano curiosità storiche. Alcune di esse però, a volte per pura casualità, a volte perché permettono di distinguersi, vengono adottate dalle classi dominanti che le trasformano in un carattere distintivo, un segno di appartenenza, rendendole così dominanti all’interno del proprio gruppo. Infine ci sono gli emulatori, quella categoria di persone che ambisce a diventare élite ma non lo è ancora, che le adottano, una volta validate, per segnalare il desiderio o l’ambizione di appartenere a quel gruppo, facendo diventare queste idee un fenomeno di massa.
Il discorso sull’immigrazione, a mio avviso, può perfettamente essere fatto rientrare dentro queste dinamiche. Naturalmente con ciò non possiamo concludere il discorso: non si può parlare di immigrazione senza tenere in considerazione, magari epurandolo da quella intenzionalità che gli viene attribuita dal filosofo, il concetto di “esercito industriale di riserva” formulato da Marx.
Però, appunto, tenendo in considerazione tutto ciò, personalmente a me appare chiarissimo che l’immigrazione è diventata un tema distintivo delle élite progressiste e non lo è diventato per motivi umanitari, ma per l’esatto contrario: la sua esclusività. L’immigrazione, oltre certi livelli, diventa un processo dannoso per la società che la subisce, un a priori così autoevidente che il solo contestarla mi pare indice di faziosità. Non è un caso che, superata una certa soglia, i posteri parleranno di invasione; non penserete forse che quei disgraziati che sfuggivano dagli Unni volessero davvero sfidare l’impero romano, vero? Il continuare a sostenerla, superati certi limiti, comunica che chi l’appoggia è al di sopra di certe dinamiche, allo stesso modo di un aeroplano che sorvola un incendio senza rischiare di esserne coinvolto. Nemmeno se si mettesse a spargere benzina sotto.
Arrivati a questo punto, si potrebbe anche parlare di come il principale scopo del potere sia quello di conservare se stesso, anche a discapito della società che gli permette di essere. Ciò è dovuto proprio al fatto che spesso certe scelte, certe ideologie, entrano nelle agende delle élite per vie traverse ed hanno effetti dannosi sulla società nel suo insieme. Ma una volta diventati dominanti, costringono le élite stesse a scegliere se ripudiarli, col rischio di emarginarsi, oppure aderirvi, finendo trascinate in un circolo vizioso che rischia di distruggere le fondamenta stesse su cui il potere si basa.
Bibliografia minima:
Tom Wolfe: Il falò delle vanità
Pierre Bourdieu: La distinzione. Critica sociale del gusto
C. Wright Mills: L’élite del potere
Mancur Olson: La logica dell’azione collettiva
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