sabato 6 giugno 2026

Imigrazione si, immigrazione no

Visto che la campagna elettorale si avvicina, è ricomparso nei radar il tema dell'immigrazione. Dopo i fatti di Modena non mi stupisce che la discussione è  degenerata nel surreale. Anzi, mi aspetto, fra poco, che il governo accusi se stesso di non aver fatto abbastanza per contrastare il fenomeno. Nel mentre l'opposizione ci spiega che in fondo è bello finire amputati delle gambe. Tutta colpa del nostro intrinseco abilismo se guardiamo certe cose con pregiudizio. 


Intanto, le tifoserie animano gli stadi. Nel mio piccolo, ricordo una conferenza di una quindicina d'anni fa, se non sbaglio a Sarzana in occasione del festival della mente. Lì il professor Luca Cavalli-Sforza  spiegava come si era osservato che per un paese sano fosse del tutto normale avere un flusso migratorio attorno al 3% della popolazione, superato il 5%, continuava,  iniziano i primi malumori, noi siamo all'8%, e per adesso non è successo ancora niente di eclatante, probabilmente perché la nostra nazione fino a poco tempo fa, fu a sua volta terra di migrazione, concludeva.

Oggi abbiamo superato il 10%. E, a dire la verità, in certi contesti qualche problemino si comincia ad avvertire. Ma onestamente non capisco cosa ci sia da stupirsi, bastava guardare la Francia, o leggersi un volumetto di sociologia per prevederlo. 

Mi paiono illusi quelli che parlano di integrazione: per quanto due persone  siano entrambe degnissime, se uno mette al vertice della propria scala di valori una cosa e l'altro ne mette un'altra, e queste persone devono convivere dentro lo stesso ambiente, prima o poi queste divergenze finiranno per scontrarsi. Più percorribile mi pare sul piano storico la strada dell'assimilazione, che non vuol dire solo imporre, ma anche prendere ciò che gli altri di buono hanno da offrirci. Questo, da sempre, è stato il metodo con cui genti diverse si sono fuse in una sola cosa. Tanto per dire i Romani (civis romanus sum), hanno praticato tale sistema per un millennio buono e non mi sembra abbiano lasciato cattivi ricordi. Ma gli occidentali ormai pare abbiano acquisito come tratto distintivo l'odio di sé, guai a dire che a casa nostra vigono le nostre regole. In Italia poi, ne ha parlato Vannacci, chi di dovere ha già provveduto a trasformare un termine tecnico in una parola razzista e xenofoba. 


Quindi ci terremo l'integrazione.  Però, permettetemi di continuare a dubitare di tale soluzione: in Europa gli ebrei e gli zingari sono più di qualche secolo che ci provano di vivere integrati, tutto bene, se non fosse che ogni tanto scoppia qualche pogrom e più raramente un olocausto. Magari, come qualcuno suggerisce, questi tentativi sono falliti perché noi "bianchi" siamo particolarmente cattivi.  Ma se si guarda a casa d'altri la situazione è ancora più emblematica; la popolazione armena era una comunità rispettata e stimata dentro l'impero turco fino a pochi decenni prima del genocidio. Se si prendono le popolazioni africane, la situazione è ancora peggiore; lì le divisioni etniche sono nell'ordine di da villaggio a villaggio ed infatti è su questa scala che avvengono i massacri. 


Che altro dire? Resterebbe da vedere se in termini culturali e razziali sia meglio il melting pot che la globalizzazione dell'impero americano sta tentando di imporci, oppure conservare le diversità. Personalmente, sul piano culturale, non ho dubbi: la diversità è un patrimonio da conservare, il progresso umano è una staffetta che si è sostenuta grazie alle gambe di diversi corridori. stateci voi in un mondo dove tutti vestono in jeans e mangiano hamburger.

Su quello etnico-razziale la faccenda è più complessa e ad aumentare tale complessità pesa il passato europeo con le sue colpe. Francamente non saprei esprimermi. Il mio lato conservatore mi fa dire che anche le differenze etniche o razziali che dir si voglia, sono un patrimonio da proteggere. La stessa madre natura non par fare altro che gridare che diverso è bello. Quello di stampo umanista-progressista invece, mi suggerisce che finalmente, grazie alla tecnologia che ha annullato le distanze  possiamo cancellare tutte le derive genetiche che quella natura matrigna aveva via via accumulato sulla nostra specie. 

Detto ciò, in tutta onestà faccio fatica a pensare a qualcos'altro di interessante da dire sull'argomento, anche perché a dilungarmi ancora, temo di vedermi, mio malgrado, finire trascinato sugli spalti a fare parte del coro dell'una, o dell'altra tifoseria.



Piuttosto, mi sembra più utile, allontanarci un poco dal tema in sé per portare l'attenzione sull'operazione che, specie col precedente pontefice, alcuni hanno opportunisticamente  tentato di fare di trascinare la stessa Chiesa, sopra quegli spalti. Con la fazione avversa che, naturalmente ha già iniziato a intonare cori contro i papi e la gerarchia, complici della sostituzione in atto. Considerando la bella prova che stanno dando di loro potremmo chiudere la questione definendoli per ciò che appaiono: ignoranti come capre. Dunque pare del tutto ovvio che non riescano a capire che la chiesa ha prospettive altre. 

Per tentare di spiegare quali prospettive voglio prenderla lunga. Uno dei motivi di attrito più spinosi tra la Santa Sede e la Francia napoleonica, fu l'accelerazione, data da quest'ultima, alla sistematizzazione della coscrizione obbligatoria per tutti i cittadini. Da sempre questo fatto viene rimproverato alla Chiesa ed è preso a esempio del suo presunto oscurantismo a favore dei potenti. Ciò perché, nulla contribuì quanto la leva di massa a quel processo di trasformazione delle popolazioni da sudditi a cittadini, che ha contraddistinto l'età moderna.



Specifichiamolo: forme di coscrizione a livello locale erano esistite da sempre, basta pensare alla Prussia e ad altri esempi simili. Anche sul concetto di guerra, la Chiesa, già con Sant’Agostino, aveva grossomodo accettato l’idea di questo flagello, quantomeno come male non estirpabile e, in alcuni casi, necessario. Quello che Roma non poteva tollerare era appunto la sua trasformazione in strumento di mobilitazione nazionale di massa all’interno di Stati centralizzati.
Prima di questi sconvolgimenti, le guerre in Europa potevano essere lette quasi come contese tra signorotti più o meno potenti; sì, uno si sentiva più francese o più italiano, ma il sentimento dominante era quello di appartenere a un’unica civiltà. Dopo le rivoluzioni del primo ottocento, le guerre in Europa, tornarono a essere conflitti tra popoli, tra entità percepite come etnicamente e culturalmente distinte, la più grande frammentazione delle genti europee dopo la Riforma. La Prima guerra mondiale, qualche tempo dopo, mostrerà bene con quali esiti.

Insomma per la Chiesa il male di aver diviso un gregge che essa considerava  unico fu maggiore, del beneficio di averlo emancipato.

Sull'immigrazione la posizione della Chiesa tende a non essere dissimilecome l'autorità ecclesiastica avversava la coscrizione di massa perché divideva un gregge che essa considerava unico, così oggi non può accettare distinzioni etniche o culturali che spezzano l’unità dei fedeli. Naturalmente, dentro questa prospettiva si possono avanzare obiezioni su valutazioni di opportunità legate a contesto, capacità di integrazione, bene comune dello Stato ospitante, eccetera. Ma se un'istituzione  si definisce cattolica non può fondare le proprie distinzioni su base etnica o su criteri analoghi. D'altronde travalicare il particolare per rendere il proprio messaggio universale è la logica degli imperi, La Chiesa, seppure sui generis, può essere letta anche in questa chiave.



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