Finalmente, una volta passato il 2 giugno, passa anche tutta la pomposità retorica che ogni anno ci dobbiamo sorbire a partire dal 25 aprile, e che sempre più sta svuotando queste date di un significato condiviso, per trasformarle in utili strumenti di scontro ideologico.
Agli italiani piace raccontarsi che non hanno perso la seconda guerra mondiale, ma l'hanno passata combattendo per scrollarsi di dosso un regime opprimente e il suo malvagio alleato. Cosa in cui riuscirono, dicono, grazie all'aiuto degli alleati.
La verità è che, salvo i pochi veri coraggiosi che formarono l'ossatura del movimento di resistenza, ai molti, quel regime cominciò a dare fastidio, solo quando si capì come sarebbe finita la guerra , e i più prudenti aspettarono il 45 inoltrato! Francamente, sono anni ormai che non festeggio il 25 aprile, da quando mi sono reso conto che il significato di questa ricorrenza si sta distaccando sempre più da quello originale. Troppo spesso, parlando di questi argomenti, mi appare chiaro che anche se nessuno lo ammetterebbe apertamente, il frame implicito è diventato che tale conflitto fosse una guerra Monarco-fascista, che gli italiani non la volevano (abbastanza vero), e se l'abbiamo persa, è perché sentivamo di essere dalla parte del torto, ma poi, con i partigiani, abbiamo saputo pienamente riscattarci, tranne gli infami repubblichini, nonni di tutti i fascisti attuali, naturalmente.
Palle, sostenute da un uso opportunistico del metodo storico: vedete, per lo storico fazioso, se voi dite che fino al '39 gli antifascisti in Italia erano quattro gatti. Viene facile smentirvi: sosterrà in piena legittimità che avete detto una cosa non vera. Perché già dal '25 a Brembate di traverso, c'era un tale Peppino Quattronasi, che si dichiarava apertamente antifascista. Dopodiché seguirà il pippone su quanto la realtà storica sia più complessa, che certe semplificazioni vanno bene per un certo tipo di analisi, ma non per altre, e così via. Tutte cose giustissime per carità.
Concordo pienamente che a livello di metodo, quando si parla di diplomazia, guerra, decisioni statali, trattati, allora “Italia” è un soggetto reale e operativo: e la generalizzazione è appropriata perchè si parla di un'istituzione nel suo insieme.
Mentre quando si tenta di spiegare motivazioni, consenso, convinzioni, “gli italiani pensavano” diventa una semplificazione linguistica. Quello che questi signori tacciono è che con questa semplificazione, fatta in un certo modo, non si stanno riassumendo dati, come vorrebbero far sottintendere loro, ma si sta esplicitando uno Zeitgeist, lo spirito del tempo. Per esempio, è vero che l'Italia della guerra fredda ospitava il più importante partito comunista di tutto l'Occidente, ma ciò non toglie che dire che gli italiani del periodo fossero nel complesso convintamente fedeli all'Alleanza Atlantica, sia una sintesi abbastanza esatta della mentalità dell'epoca, tra le stesse file comuniste erano in realtà assai pochi quelli che, isolati, avrebbero scelto volentieri di passare sotto l'influenza di Mosca. Fattualmente abbiamo fatto una scorrettezza, ma utilissima per capire in poche battute, per quanto possibile, la mentalità del periodo.
Allo stesso modo, la verità sulla guerra è che noi abbiamo combattuto e perso contro gli alleati, non per supposte ragioni morali, ma per problemi organizzativi e risorse materiali. Analogamente, trovandoci al posto di questi, avremmo perso contro i cattivi tedeschi, cosa provata dalla relativa facilità con cui i nazisti riuscirono a prendersi tutta l'Italia non ancora in mano alle forze anglo-americane.
Il resto sono solo giustificazioni a posteriori che gran parte degli italiani si danno per salvarsi la faccia. l'Italia, salvo qualche eccezione non ha mai avuto una grande tradizione militare. Così come il Risorgimento prima, il movimento partigiano poi, furono dei fenomeni significativi, ma non plebiscitari, come adesso si vorrebbe far passare. E per finire, i Savoia non furono una dinastia così indegna come qualcuno oggi racconta; in fin dei conti Umberto II sarebbe stato un buon Re; se il voto fosse stato un po' più cristallino e, con forse un esito diverso, non staremmo qui a rimpiangere la repubblica. La verità è che, dopo tutto, nonostante le pessime scelte, siamo fortunati.
W il Re! W la Repubblica!