Non che i giornali fortemente polarizzati e la propaganda non esistessero già a quei tempi, ma destreggiandosi tra un giornale e l'altro, grosso modo, uno, se voleva, riusciva a farsi un'idea abbastanza aderente alla realtà di come andassero le cose.
Oggi, con la fine della divisione del mondo in blocchi e un grado sempre maggiore di omogeneizzazione delle élite, comprese quelle culturali, tutto questo non c'è più. Benché all'apparenza certe dinamiche sembrino essere ancora valide, in realtà in un po' tutto l'Occidente, adesso il confronto avviene dentro lo stesso blocco egemonico: quello uscito vincitore dalla guerra fredda. Qui da noi nessuno propone più alternative al quadro ideologico in essere, la discussione, per così dire, si è spostata sulla "sintonia fine" del sistema; le differenze tra le varie correnti riguardano sfumature interne a questo paradigma, qualcuno vorrebbe spingere più su una direzione, qualcun altro invece verso l'altra. Ma i punti cardinali ormai sono stati definiti. Ciò fa sì che la prospettiva che viene offerta sul mondo esterno resti sempre la stessa.
Nel mio piccolo mi sono reso conto di ciò leggendo le opinioni di persone che conosco e stimo, e sulla cui preparazione non nutro dubbi, su argomenti come la Russia, la guerra in Ucraina, la globalizzazione o altre tematiche simili. Benché appunto le opinioni di queste persone, fossero comunque intelligenti e talvolta brillanti, mi davano tutte l'impressione che partissero da premesse sbagliate, o di parte, ma trattate in quei pezzi, come verità acclarate.
La cosa più frustrante in queste situazioni è che, per poter smontare tali premesse, ho capito di avere solo due possibilità. La prima: citare fonti meno autorevoli, quando non considerate addirittura faziose o complottiste. La seconda: introdurre chiavi di lettura, che l'interlocutore non possiede, e senza le quali i fatti che cito rischiano di apparire sconnessi o irrilevanti. Con la concreta possibilità di suscitare dall'altra parte un atteggiamento di chiusura: ciò, perché non padroneggiando i concetti introdotti, la tentazione è quella di percepirli o come inutili tecnicismi, o come espedienti retorici per sviare dai fatti nudi e crudi.
Per tentare di spiegarmi meglio, proverò a fare qualche esempio reale restando dentro l'ambito della geopolitica, un argomento che, specifico, non esaurisce la discussione, e che ho scelto perché ritengo di conoscere abbastanza bene: con i pochi mezzi di informazione a mio supporto, faccio fatica a ribattere, se non a livello logico argomentativo a chi parla di disfatta russa, citando le stime di un milione e mezzo tra morti e feriti per la Russia contro il mezzo milione di cui "solo" centomila uccisi per l'Ucraina. Posso ben rispondere che per quello che il campo di battaglia lascia trapelare, e soprattutto analizzando gli scambi di prigionieri e cadaveri, i numeri dichiarati, appaiono al quanto irrealistici, che in questo genere di cose la nebbia della guerra e la propaganda di ambo i lati rendano scientificamente inattendibile qualsiasi cifra attuale. Ma al momento in cui, come hanno fatto loro, mi si chiederà una qualche fonte autorevole a suffraggio della mia tesi, possibilmente occidentale, ho dalla mia parte davvero poche cartucce da sparare.
Un altro esempio lampante di questo stato di cose, è la narrazione che si è data qui da noi, dei viaggi diplomatici in Cina, rispettivamente del presidente statunitense e del suo omologo Russo, che si sono svolti in questi giorni. La visita di Trump in oriente considerando soprattutto la quantità di accordi raggiunti è stata per molti versi deludente. In ciò, un po' tutti i media, chi più, chi meno, sono stati fondamentalmente onesti nel riportare l'esito dell'incontro.
Per contro però, subito dopo Trump e stata la volta di Putin di visitare la Cina, e stavolta i mezzi di informazione hanno saputo offrire il peggio di sé. Leggevo un giornalista su X, che definiva questo incontro addirittura un atto di vassallaggio da parte dei russi. La maggior parte degli articoli, per compensare il magro bottino americano, si concentrava sul fatto che non ci sono ancora accordi definitivi per la realizzazione del Power of Siberia 2.
Stranamente nessuno di questi organi di informazione si è domandato cosa diavolo sia andato a fare Putin in Cina, portandosi dietro mezzo governo, con un colpo di stato imminente. Era questa la notizia che un po' tutti i giornali a inizio maggio, davano per certa, ricordate?
Intanto però mentre qui da noi si parla di sudditanza russa, io vedo che il documento fondamentale che regola i rapporti sino-russi, il Trattato di buon vicinato e cooperazione amichevole, è stato rinnovato senza modificare nemmeno una virgola, rispetto al 2001, l'anno in cui fu stipulato per la prima volta. Possibile che i cinesi che a quanto si dice ormai, fanno il bello e cattivo tempo a Mosca, non abbiano sentito l'esigenza di modificare nulla a loro vantaggio? Forse già all'epoca della prima stipula, i russi si erano avvassallati alla Cina, e quindi il documento era già perfetto così?
Qualche esperto potrebbe obiettare che i trattati quadro hanno un linguaggio volutamente generico e paritario, per non umiliare a livello internazionale il partner di minoranza. Mentre le asimmetrie e le disparità tra gli stati, si vedono nei singoli trattati bilaterali. Ma se è così, il fatto che la Russia abbia ancora una certa libertà decisionale, lo provano proprio tutte le lungaggini e le difficoltà di un accordo per il Power of Siberia 2.
Anche riguardo al protocollo della visita, alcuni fanno notare che per molti versi a Trump è stato riservato un trattamento migliore rispetto a quello riservato al collega Russo. Per esempio ad accogliere il presidente Trump c'era il vicepresidente cinese Han Zheng, mentre ad aspettare Putin c'era ""soltanto" il ministro degli esteri. In realtà queste differenze sono giustificate dalla natura delle due visite di stato: più istituzionale e burocratica, quella americana, più di coordinamento politico, quella russa. Ma senza addentrarci in aspetti tecnici, per capire la pretestuosità di queste argomentazioni, basta sapere che nonostante il ruolo istituzionale che ricopre, Han Zheng oggi in Cina è solo un personaggio di rappresentanza, senza un vero peso politico. Mentre il ministro degli esteri Wang Yi, nonostante l'apparente ruolo minore è in realtà uno degli uomini forti di Pechino.
Lo stesso meccanismo fin qui descritto lo vediamo nella copertura su Iran, Turchia, Cina interna, e potremmo continuare. Ma il punto non è accumulare esempi, il punto è un altro: in un sistema dove il paradigma ideologico è unico e la sua messa in discussione marginale, l'autorevolezza delle fonti o la diversificazione delle stesse, di per sé non garantisce la correttezza di ciò che si apprende, possiamo leggere anche dieci testate diverse ma se tutte partono dalle stesse premesse, tutte ci indirizzeranno verso le stesse conclusioni.
Perciò sviluppare un ragionamento, dando per scontato che le informazioni di partenza siano neutrali perché le fonti di provenienza sono il Corriere della sera o il New York Times, non farà altro che recintare quel ragionamento dentro un quadro ideologico stabilito, dove tutte le mosse di Putin saranno gravi errori tattici o strategici, che avvicinano ogni giorno di più la Russia al disastro e al completo asservimento alla Cina. La Cina a sua volta, un paese autoritario e dispotico che limita ogni giorno di più le libertà dei suoi cittadini eccetera.
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