giovedì 27 agosto 2026

Parliamo di pensioni

Stavo chiacchierando oggi con un cliente, a riguardo di uno degli spauracchi del moderno modello produttivo, ovvero il sistema pensionistico. Il mio amico (sì, non c'è niente di male a diventare amici con i clienti, a patto che non chiedano sconti), dovevo aspettarmelo, non ha perso tempo a tirare fuori la solita solfa sull'aumento dell'aspettativa di vita e bla bla bla.

Ammetto che mi ha fatto un po' specie constatare di come certe vere e proprie "credenze" abbiano fatto presa, anche in persone che in qualche modo dovrebbero avere le mani in pasta. Ma tant'è. Chiariamoci, io non ho ambizione di profeta, dunque, con questo scrittino non ho intenzione di convincere nessuno. Perché lo riconosco fin da subito: oggigiorno solo uno con la vocazione da Messia (o da martire) potrebbe mettersi a parlare di questi argomenti con la seria speranza di convincere qualcuno che tutta la narrativa sulle pensioni, sia un discorso fallato già in partenza. Almeno di non trovare qualcuno già sciroccato di suo, come ad esempio qualche comunista o altra gente del genere.

Il fatto è che, da ogni parte, c'è una vera e propria campagna a tappeto che continua a martellare sull'assioma che si vive sempre più a lungo, perciò bisogna rivedere la previdenza sociale e cose così. In forza di ciò, i governi, se un po' accorti, su questo argomento possono fare facilmente carne di porco con la buona speranza di suscitare tra la gente null'altro che qualche mugugno.

Per esempio, se non ho capito male, il nuovo sistema di conteggio pensionistico, senza le correzioni introdotte da provvedimenti come "quota 100", adesso calcolerebbe un aumento dell'aspettativa di vita media di tre mesi ogni anno. A sentire questi "esperti", tutti economisti, non medici, chiariamolo: "oggi tutti noi viviamo un decennio in più, ma con le energie di chi ha vissuto un decennio di meno", Prodi docet.

La verità è che l'aumento dell'aspettativa di vita è un vecchio spauracchio dei pensatori di stampo liberista e maltusiano per demolire il sistema pensionistico. Tanto per fare un esempio, già Einaudi ai suoi tempi prevedeva a breve il fallimento dell'INPS a causa di tutti quei Matusalemme che allora reclamavano la pensione. Sono passati più di settant'anni dai suoi tempi e, a parte qualche film di genere, non vedo tra di noi tutti questi immortali.

Il fatto è che questa gente ha gioco facile a improvvisarsi profeta; d'altronde chi, anche a costo di qualche sacrificio, non vorrebbe sentirsi rassicurare: "tu camperai a lungo". Purtroppo la realtà è un'altra; intanto a un aumento di aspettativa di vita non corrisponde un aumento della capacità di sostenere una vita economicamente lunga: un muratore, per dire, potrebbe vivere fino a duecento anni, ma questo non sottintende minimamente che possa essere capace di tirar di cazzuola fino a centosessant'anni o giù di lì. Ma il nocciolo vero è che con le nostre attuali conoscenze tecnico-scientifiche, a meno di non voler chiudersi sotto una campana di vetro, lasciando questo mondo con ancora su il cellophane, il picco, per quanto riguarda l'aspettativa di vita, è già stato raggiunto. Mettetevelo bene in testa: tutto quello che potete guadagnarvi di extra è solo affare vostro, a costo però di rinunce e con la speranza di aver avuto una discreta dose di fortuna genetica.

Allora, ipotizzando che sia rimasto qualcuno che non sia scappato scandalizzato dal fatto che sostengo il concetto che continuando a vivere ci si stia avvicinando alla morte e non si stiano invece guadagnando anni di vita, chiediamoci perché il sistema pensionistico sta diventando insostenibile? Cioè, se la durata media della vita è un dato grosso modo prevedibile, perché tutti si stracciano le vesti, manco questo fosse un cavallo imbizzarrito che non si può proprio sapere dove andrà a scalciare?

La risposta è semplice: non è l'aumento di aspettativa di vita media ad essere diventato un parametro fuori controllo, ma il sistema economico in sé, che si è sempre più strutturato in modo da non poter sostenere a lungo i soggetti improduttivi.

Faccio solo un esempio fra i tanti possibili, giusto per fare capire cosa intendo: se ricordate, almeno chi c'era, una volta le merci costavano più care, vero, però quel sovraprezzo garantiva una durata assai maggiore delle stesse. Solo per esempio, io sono un amatore della tecnologia anni 80 e possiedo impianti hi-fi e altri apparati dell'epoca che funzionano ancora benissimo con una manutenzione minima.

Una durabilità, quella di allora, perfettamente in grado di sostenere la vita e soprattutto il reddito di un pensionato, che, a meno di casi eccezionali, non può certo permettersi la sostituzione di televisione, frigorifero, lavatrice, stereo, eccetera ogni cinque o sei anni.

Prima le cose costavano di più ma duravano tanto, adesso costano meno, anche di molto, ma si rompono subito, oppure hanno bisogno di una manutenzione continua. Un sistema, questo, che può andare benissimo per un utente produttivo, ma assolutamente penalizzante per tutti gli individui che si ritrovano fuori dal giro.

Ed ecco spiegato allora uno dei motivi per cui oggi dentro quel giro cercano di tenervici il più a lungo possibile. Non l'unico, certo, ma secondo me uno dei più emblematici per spiegare in maniera semplice il cambio di paradigma.

Quindi i problemi di cui soffre il sistema pensionistico, sono tutte "fregnacce"?

No, certo che no, i problemi sono reali e urgenti, a partire dalla crisi demografica che stiamo vivendo(comunque mitigata dall'aumento di produttività). Poi, a ogni modo ormai siamo dentro questo stato di cose e, finché vi restiamo, una pezza bisogna pur metterla. Quello che è importante capire però, è che la prospettiva con cui si guardano le cose, non solo fa sorgere nuovi problemi, come abbiamo visto, ma determina la scelta delle soluzioni ai problemi stessi. E come ho cercato di fare capire, il punto di vista che oggi ci viene offerto, non è affatto neutro. Quando ci viene detto, per esempio, che per rendere il sistema più solido bisogna alzare l'età pensionabile, e affidarsi, almeno in parte al sistema pensionistico privato. Non ci stanno offrendo delle semplici soluzioni da ragioneria, perché quelle soluzioni comportano, che gli individui siano costretti a restare nel processo produttivo per più tempo, e che il sistema pensionistico venga ancora di più integrato dentro l'attuale modello economico e le sue logiche finanziarie. E queste sono scelte anche politiche, scelte su cui, per carità, si può anche discutere. A patto però che vengano presentate per ciò che realmente sono e non come fossero un destino.


sabato 22 agosto 2026

Aggressione

Ricordo che quando ero ragazzo, quindici, sedici anni al massimo. Un pomeriggio qualunque, me ne uscii di casa vestendomi tutto agghindato: pantaloni neri, una polo dello stesso colore, cintura alla moda e una giacca verde marcio, le scarpe non ricordo. Probabilmente l'effetto che ispirava un abbigliamento del genere su un ragazzino della mia età era, in verità, ridicolo. Ma allora, in piena crisi ormonale, le si provava tutte per farsi notare dalle ragazze, anche se gli effetti non erano quelli sperati...

Ricordo che quel giorno in paese c'era un vagabondo. Quel pezzo di merda, vedendomi vestito così tutto tirato, cominciò ad insultarmi, scambiandomi probabilmente per il figlio fighetto di chissà quale borghese. Rotto dove non batte il sole, mio padre faceva il muratore! Datemi pure del codardo, ma mi spaventai, non solo di dover venire alle mani con sto tizio: a sedici anni qualche scazzottata magari uno l'aveva già fatta, ma all'epoca non c'erano tanti vagabondi rissosi in giro per le strade. Ma soprattutto, ciò che mi fece paura era il dover fare i conti con me stesso: era il periodo in cui mi avvicinai al comunismo, e dentro di me facevo una fatica boia ad ammettere che una persona emarginata potesse essere anche uno stronzo di merda.

Sì, perché adesso possiamo dirlo tranquillamente, il tizio in questione era un pezzo di merda; intanto perché tu, adulto, non te la prendi con uno sbarbato. Secondariamente, perché, disparità di esperienze o meno, se hai quel minimo di dignità, quel poco che basta a differenziarti da un animale, non cerchi di metter sotto uno che neanche conosci perché la fantasia ti ha detto di fare così.

Mi capitasse oggi una scena simile, se il senso di compatimento non dovesse prevalere, probabilmente sistemerei la faccenda con una chiave inglese. Però per il giovane socialista di allora fu una bella batosta, il fatto è che le ideologie, spesso, più che delle lenti per interpretare il mondo, sono dei veri e propri paraocchi, che non dividono solo la realtà in bianco e nero, ma spesso decidono cosa dobbiamo vedere e cosa no. Parlando di esseri umani, sono come delle coperte, sotto cui nascondiamo, facendone un unico mucchio, le persone in carne ed ossa.

Sì, perché il problema di allora non era il tizio in quanto tale, ma il fatto che con la sua pagliacciata aveva messo in discussione tutta la mia scala di valori adolescenziali.

Ero giovane, naturalmente ho resistito e diventai comunista lo stesso. Anzi, siccome un po' stronzo lo ero di già, catalogai quell'episodio tra le cose che mi facevano approvare il perché il compagno Stalin dovette operare certe volte in determinate maniere: servivano appunto per sistemare gente di quel genere.

Illusa gioventù! Dovevo ancora maturare, dovevo convertirmi, per capire che le persone hanno dignità singolarmente, proprio in quanto esseri umani, non per la classe o altro a cui appartengono. Ero lontano dal capire che i pezzi di merda si trovano in eguali proporzioni in ogni strato sociale. Ma soprattutto dovevo capire che se uno ti guarda storto, affossando la tua autostima, magari puoi tirargli un pugno in faccia, ma non puoi certo pretendere che finisca in un gulag! Sarà poco, ma personalmente, mi pare già un bel progresso.

PS 

Quella giacca non l'ho più messa. Era pacchiana.

PPS 

Sì, ricordo tutto, sono un tipo astioso.

lunedì 17 agosto 2026

Il falò delle vanità

Avviso: il testo contiene possibili spoiler, se siete nati dopo il duemila e continuate a leggere, poi non venite a rompermi il cazzo che vi ho rovinato la trama. Che poi se uno legge solo per quello, era meglio continuare con Paperino.



Ripresolo in mano per una citazione che mi serviva per un mio scrittino, alla fine ho riletto per intero il falò delle vanità di Tom Wolfe. Un libro che, come il buon vino, migliora col tempo, e che perciò, a distanza di quasi quarant'anni da quando fu scritto, possiamo ormai definire un classico a tutti gli effetti. Non solo perché la satira di Wolfe ci regala uno dei ritratti più lucidi e veritieri di quel mondo e di quegli anni, ma anche e soprattutto perché, pur con tutto il suo humour, è riuscito a intuire dove quella visione del mondo ci avrebbe condotto nei decenni successivi. 


Qualcuno ha detto che i classici sono quei libri che, nonostante il passare del tempo, hanno sempre qualcosa da insegnare, e l'opera di Wolfe di cose da insegnare ne ha parecchie, per esempio, a un primo livello di lettura, ci mostra sul nascere molti tic dell'attuale società, il politicamente corretto, la questione razziale, certe rivendicazioni progressiste eccetera. Mostra tali fenomeni, quando non erano ancora diventati una nevrosi collettiva, e perciò prendendoli sul serio quanto basta, ovvero ridicolarizandone le degenerazioni.
Memorabile, in tal senso, è verso la conclusione del libro lo sfogo del portavoce del reverendo Bacon, dove l'accusa di razzismo viene usata come clava dialettica di delegittimazione:  "Buck Jones, portavoce della Solidarietà per tutta la gente del reverendo signor Bacon, ha liquidato l'accusa dell'avvocato Killian come "il solito linguaggio razzista senza senso di un lacchè di un ben noto capitalista razzista" che cerca di "evitare di pagare quel che deve per la distruzione razzista di un ottimo giovane".  Pare di ascoltare certi discorsi nonsense in cui è degenerato il movimento Black Lives Matter, o per restare a casa nostra, una certa sinistra, se solo sostituissimo la parola "razzista" con "fascista".


Non potendo riportare tutto il libro, in questo breve testo, sia per gusto personale, sia per rendere omaggio al fatto che Wolfe, si dice, sia l'inventore del termine radical-chic, ho preferito portare ad esempio quel mondo. Non mancano però passi succosi che smascherano e ridicolizzano anche tutte le altre classi e fazioni della nostra società, a cominciare da quella agiata del protagonista, ma non risparmiando nemmeno l'ambiente dell'autore, ovvero il giornalismo. 



Però, detto questo, se dovessi spiegare la vera anima del libro, il filo conduttore profondo di tutta la vicenda, io personalmente la definirei con tre parole: 



La prima parola è codici. Sì, perché il libro di Wolfe è soprattutto una perfetta parabola che spiega quanto siano importanti i codici. Viviamo in un mondo dove puoi anche essere un signore dell'universo a Wall Street, ma se ti ritrovi di notte nel Bronx e non conosci i codici, il linguaggio di quell'ambiente, finirai divorato. Perché se mentre stai risalendo una rampa autostradale, all'improvviso ti si presenta un ostacolo e quando scendi per rimuoverlo, vedi due tizi avvicinarsi,  non sai, non riesci a capire se quei due ti si stanno avvicinando per darti una mano oppure rapinarti. 

Perciò non importa più se la prossima azione che farai è quella giusta oppure sbagliata, perché sei entrato in un mondo dove si parla una lingua che non conosci: allora chi sei e tutto ciò che fai diventano irrilevanti. 

È un libro che mostra come la  conoscenza dei codici, l'abbiamo visto, sia fondamentale per leggere una situazione. ma ci spiega anche come quegli stessi codici servano a esibire uno status, a dichiarare un'appartenenza, e come tutto ciò sia sufficiente, per salvare o condannare, la vita di un uomo. 



La seconda parola per spiegare il libro è potere. si parla di potere, di come ci si illuda che esso derivi solo da sé stessi, dalla propria forza. Questo è un libro che parla di gente che non si rende conto di come il potere in realtà è sempre un fenomeno sociale, fatto di relazioni. Da ciò deriva che, più potere si possiede, più ci saranno altri che cercheranno in qualche modo di sfruttarlo per accrescere il proprio. Gli antichi dicevano che il potere è sempre sotto assedio. Sherman evidentemente non conosceva questo detto, perciò non si rese conto che ciò che gli era successo realmente quella notte nel Bronx non contava poi molto. Quello che davvero importava agli altri protagonisti della vicenda era il suo status, da sfruttare per accrescere il proprio.


Infine, l'ultima parola è controllo. Questa è forse la parola più importante. Perché quello che abbiamo in mano è soprattutto un libro che parla di controllo, o meglio dell'illusione di poter controllare il nostro mondo. Sherman McCoy si illude di poter controllare la sua vita, il suo destino, di essere "un signore dell'universo". Fallow si illude di poter controllare la rappresentazione pubblica della realtà; Kramer la giustizia, Weiss la politica, Bacon la sua comunità e così via. In realtà tutti sono incastrati in un meccanismo più grande e complesso, che altro non è se non la società stessa. Un mondo che, visto nel suo insieme, li rivela per ciò che realmente sono: piccoli personaggi che contribuiscono ad alimentare quel meccanismo con il proprio ego.



C'è in ultimo da dire che questo è un libro dannatamente divertente, e ciò, se permettete, già di per sé lo rende meritevole di esser letto.


domenica 16 agosto 2026

Progresso

L'ascidia è un simpatico animaletto marino con una caratteristica davvero interessante: alla nascita è fornito di un rudimentale sistema nervoso che gli serve per spostarsi e trovare un luogo dove stabilirsi. Però, progredendo nello sviluppo e raggiungendo lo stadio adulto, una volta fatto tutto ciò, prende il suo bel sistema nervoso e lo elimina, per così dire, lo "digerisce" in larga parte, perché non gli serve più. 



Sono emigrato dal mio paese d'origine ormai più di trent'anni fa. Ai tempi il mio paesino era una cittadina dalle dimensioni medie, grossomodo diecimila abitanti. Ricordo che quando ancora vi abitavo, il paese era fornito di tutto, cartolerie, ferramenta, supermercati, fruttivendoli, negozi di ogni tipo, persino alcuni di giocattoli. 

Questa vivacità commerciale, che nel nostro caso specifico si presentava forse in una forma particolarmente ricca, per l’epoca era comunque abbastanza comune in tutti i posti simili al nostro. Produceva un effetto collaterale tutt'altro che banale, perché rendeva la cittadina molto viva e socialmente attiva. C'era gente che andava a fare la spesa, altra che semplicemente usciva per guardare le novità alle vetrine, altra ancora veniva dai paesi limitrofi per sbrigare commissioni e così via. Il fatto è che tutta questa gente non sbrigava solamente il proprio daffare e poi via, ma sfruttava l'occasione soprattutto per incontrarsi, chiacchierare, organizzare cose e cose del genere, rendendo, appunto, ricca la vita sociale del borgo. 


Come dicevo, sono più di trent'anni ormai che manco e, ogni volta che mi capita di ritornare, mi rendo conto di come siano pian piano scomparse molte di quelle attività che permettevano l'esistenza di quella rete di relazioni sociali di cui spiegavo prima. Di fatto, a ogni mio ritorno, girando per il paese nei giorni normali, mi sono reso conto che quel brulicare di umanità che ricordavo si andava sempre più assottigliando, fino a diventare impercettibile per me, che sono "forestiero", e tanti negozi sono ormai chiusi. 

Fino a non molto tempo fa, ho sempre attribuito la colpa principale di tutto ciò al fatto di trovarci nel Meridione, lo spopolamento del Sud e cose del genere. Può darsi che in larga misura sia effettivamente così. Ma alcune dinamiche attive nella città in cui risiedo mi avevano già persuaso che in ogni caso, il male fosse più profondo. Oggi ho realizzato definitivamente che in effetti non era solo quello il problema. 


Stamattina presto, per questioni che non starò a dire, ho accompagnato mia moglie a prendere il treno alla stazione di Fidenza. Essendo molto presto e non avendo per la giornata granché da fare, ho pensato di approfittarne e fare, una volta partita la moglie, un giro per il borgo dove ho passato molti pomeriggi e tante domeniche della mia adolescenza. 

Adesso, dovete sapere che abitando io a Cremona, non mi capitano molte occasioni di andare a bighellonare a Fidenza, perciò, se non erano vent'anni, saranno stati almeno una quindicina d'anni che non facevo un giretto con calma per il centro della città.

Capiamoci, non è che in tutto questo tempo non ci avessi più messo piede,  però, sì, prendi una volta il treno alla stazione e ti accorgi che hanno rifatto tutta la piazza circostante e sono sorti dei modernissimi palazzi e tutto appare più bello e moderno. Sì, un'altra volta vai all'ospedale nuovo e vedi come è più comodo e bello rispetto al vecchio (per chi ha la macchina). Ancora, sì, un'ennesima volta  vai all'outlet e ti accorgi di tutto quello che gli hanno costruito attorno, così pensi che ormai il vecchio Borgo San Donnino sia sempre più una cittadina con tutti i crismi. Però, appunto, un giro vero e proprio per il centro della città erano minimo quindici anni che non lo facevo. 

L'ho fatto oggi e mi è morto il cuore. Quasi tutti i negozi "storici" sono spariti, quelli che ne hanno preso il posto mi sono parsi scialbi, sicuramente meno curati, meno da "centro". Comunque anche questi non erano molti, dove i locali non erano vuoti, una sovrabbondanza di negozi etnici (ma quanti kebab mangia la gente?), self-service e negozietti che riparano cellulari.

Capiamoci, non è che abbia qualcosa in particolare contro queste attività: il problema sarebbe esattamente lo stesso se al posto dei dieci kebab ci fossero dieci negozi di würstel bavaresi. Ma, a parte descrivere un dato di fatto, queste attività mi paiono semplicemente il segno più evidente del cambiamento. Quando al posto di decine di attività diverse, ciascuna con la propria clientela e la propria funzione, trovi sempre più spesso le stesse tipologie di negozio, le stesse che trovi in mille altri centri, il luogo perde inevitabilmente parte della propria identità.
 

Ho passato l'adolescenza a Busseto, che era ed è un gran bel paesone, ma per noi ragazzini dell'epoca, sul finire delle medie, Fidenza era un'altra cosa, quasi una città, un posto dove per quelli della nostra età si poteva trovare tutto ciò che poteva interessarci, musica, fumetti, videogame e un bel corso dove provare qualche approccio maldestro con le ragazze, lontano da occhi indiscreti di amici e conoscenti vari. Oggi mi sono reso conto che quella Fidenza non c'è più. E no, non è questione di nostalgia, non sto parlando di quello. Quello è un fenomeno normale e non starei qui a scriverne, ho provato a spiegarlo con l'esempio del mio paese: è lo scadimento della qualità della vita in quel luogo, quello di cui sto parlando; l'impoverimento del tessuto sociale.

E no, non vale che oggi era l'indomani di ferragosto, non so come spiegarlo, ma uno lo percepisce a pelle se qualcosa è legato al contesto o invece è qualcosa di più sistemico. Si nota l'abbandono, capisci se un luogo è meno frequentato di quando ci andavi tu, specie se appunto non lo vivi tutti i giorni. 

Ecco, qualcuno adesso dirà che è colpa dei centri commerciali, qualcun altro del commercio online, altri ancora faranno la colpa alle amministrazioni, che per eccesso di buonismo, hanno rinunciato a una politica di selezione e valorizzazione delle attività commerciali del centro, finendo così per consentire l’apertura di esercizi senza una vera valutazione della loro utilità per il tessuto commerciale e della loro capacità di contribuire alla vita del paese. 

Altri ancora diranno che questo è semplicemente il progresso e perciò bisogna adattarvisi, perché è così che vanno le cose. Ecco, io mi rivolgo proprio a questi. Ricordatevi dell'ascidia. Non tutto quello che è progresso è positivo per esseri pensanti. 


lunedì 3 agosto 2026

Gita a Pavia



 

Oggi ritorno a Pavia e, visto che gli impegni erano pochi, con mia figlia ne abbiamo approfittato per completare il tour della città interrotto a gennaio.

Se la volta scorsa, anche perché fuori programma, abbiamo preferito limitarci a fare un giro per il centro storico senza tappe specifiche, questa volta, evitando volutamente di soffermarci su quella che considero una ferita ancora sanguinante della città, il vuoto lasciato dalla torre civica, a mio avviso ricostruibilissima, in piazza del Duomo, ci siamo concentrati su due dei luoghi tra i più significativi dell'ex capitale longobarda, almeno secondo me: San Pietro in Ciel d'Oro e San Michele Maggiore.

Di San Michele, che dire?  Per me personalmente, l'arte, quantomeno in ambito religioso, poteva benissimo fermarsi col romanico e il gotico che ne sarei stato ben contento. Quelle mura massicce e austere che, nel gotico, grazie all'introduzione dell'arco a sesto acuto si fanno leggere, il chiaroscuro, l'uso sapiente della pietra. Lo ripeto: questi stili sono la quintessenza dell'architettura, e San Michele Maggiore è la quintessenza del romanico lombardo.

San Pietro in Ciel d'Oro invece, oltre ad essere uno straordinario edificio già di per sé, è il luogo che custodisce le spoglie mortali di Sant'Agostino, un gran santo, nonché uno dei miei idoli intellettuali. Un gigante senza tempo.

Ed è proprio mentre spiegavo queste cose a mia figlia che mi sono accorto di come il pensiero, in apparenza così etereo, se ben fondato è più durevole della pietra stessa: l'attuale San Michele risale circa al millecento, ovvero Nove secoli fa, e anche se ancora bellissima anzi forse lo è diventata di più, i suoi anni si notano tutti, a cominciare dalla facciata con i suoi bassorilievi tornati allo stato di abbozzi. È il tempo capriccioso che sulla pelle dell'uomo si impegna nello scolpire e nell'intagliare quasi fossimo pietra, mentre con quest'ultima si diverte a levigare, lisciare e arrotondare, cancellando così i segni lasciati dalla mano dell'uomo, quasi volesse restituirle una nuova giovinezza.

Il pensiero di Sant'Agostino invece no, benché con molta probabilità le pietre consumate che oggi costituiscono la basilica ai suoi tempi fossero ancora attaccate alla roccia madre, le sue parole restano ancora fresche e vive, taglienti e profonde come la prima volta che furono pronunciate. Fatte salve le conoscenze scientifiche e materiali, davvero pochissimo altro di ciò che ha scritto nelle sue lettere o nelle confessioni può considerarsi superato. Agostino è passato indenne al crollo del suo mondo e, con ogni probabilità, sopravviverà anche al nostro così che quando dei nostri bei monumenti non resteranno che ruderi, il suo pensiero si continuerà ancora a studiare con lo stesso immutato interesse.