Mi è stato fatto (poco) gentilmente notare che essendo io meridionale emigrato al nord, sono solo uno stupido ipocrita a parlare con disprezzo dei migranti. Che ai tempi della grande diaspora meridionale, noi siamo stati accolti con lo stesso odio e d'altronde, ne abbiamo combinate di peggiori, e bla bla bla; Insomma, sarei il classico asino che da del cornuto al bue, uno di quelli che dopo aver tratto vantaggio dal fatto di essere emigrato, vorrebbe negare questa possibilità agli altri.
Allora cerchiamo di chiarire due o tre cose:
Punto primo, non mi pare di aver scritto nulla di offensivo o razzista contro i migranti o qualche gruppo etnico in particolare. A dire il vero non ho mai parlato male nemmeno dell'immigrazione in sé, che entro certi margini considero un fenomeno fisiologico e positivo, in quanto occasione di scambio culturale. Semmai ho parlato male dell'immigrazione di massa. Comunque sempre da un punto di vista sociologico. Inoltre, riguardo "alle peggiori" causate dai meridionali, non sono certo io a volerle nasconderle, anzi mi pare di averle usate come uno degli esempi quando ho scritto di seconde generazioni. Non sono mica un Saviano qualsiasi quando accusava i lombardi che anche qui c'è la criminalità organizzata, scordandosi però di spiegare che si tratta di un prodotto di importazione.
Detto questo, sarebbe facile vincere la disputa in maniera retorica, ricordando che in paesi di ben altre dimensioni, come ad esempio gli Stati Uniti, nemmeno per gli spostamenti da uno stato all'altro, si parla di migrazione, semmai di trasferimento. Ma non sarebbe giusto fino in fondo usare tale argomento nel caso italiano, perché effettivamente la migrazione meridionale di quegli anni, aveva gli stessi scopi dell'immigrazione estera attuale: rifornire il mercato di manodopera poco qualificata e a buon prezzo.
Eh si, a certi livelli vedo di cattivo occhio anche la migrazione interna, in particolare proprio quella che nel dopoguerra portò tanti meridionali a trasferirsi in Alta Italia. Sebbene per le singole famiglie l'essersi
spostati al nord ebbe sicuramente effetti molto positivi, una emigrazione così massiccia, positiva non lo fu per il sud nel suo insieme. Detta come va detta considero questo fenomeno una delle concause dell'arretratezza del nostro meridione. Non è un caso se prima ho usato il termine "diaspora". Allo stesso modo anche per il nord, questo afflusso immenso di persone significò assistere a una traumatica trasformazione delle città, con un colossale processo di cementificazione e una crescita urbana disordinata, accompagnata da fenomeni di degrado e tensioni sociali, di cui ancora oggi sono afflitte certe periferie. Inoltre, paradossalmente uno sviluppo più equilibrato del sistema industriale su tutto il territorio nazionale, nel lungo periodo avrebbe evitato al nord quella perenne "fame di manodopera" che è uno dei cavalli di battaglia di chi sostiene questa immigrazione caotica.
Insomma, fu un processo che magari produsse benefici individuali enormi, ma soprattutto costi collettivi che ancora oggi paghiamo. Perciò non un modello da ripetere su scala globale, con in più un'aggravante: oggi, non stiamo importando solo esseri umani, ma interi modelli culturali con le proprie radici storiche.
Ed è proprio quest'ultimo fatto che riduce a nulla la stupida obiezione che mi è stata mossa: benché qualcuno faccia fatica a capacitarsene, noi fottuti terroni siamo comunque italiani. PER QUANTO RIGUARDA LA CULTURA ALTA, FEDERICO II, DANTE E SANT'AMBROGIO SONO PERSONAGGI CHE SENTIAMO NOSTRI, ESATTAMENTE COME LI SENTE PROPRI UN FIORENTINO O UN MILANESE. Le differenze tra un italiano del nord e uno del sud, parimenti istruiti sono appunto, differenze regionali.
Per quanto riguarda la cultura bassa, quella più coinvolta nei fenomeni migratori di questo tipo, è vero, avere a che fare con i meridionali di allora, per gli italiani del nord, fu un vero e proprio shock. Per certi versi la diversità culturale che li turbava non era meno profonda di quella che oggi imputiamo agli immigrati. Ma quelle differenze, per quanto estranee a un torinese, erano già dentro i confini della nostra storia comune. Così come i vari, San Carlo Borromeo, il panettone o la FIAT, anche i San Gennaro, la tarantella e la salsa di pomodoro, portati al nord dagli immigrati, hanno diritto di esistere dentro il perimetro nazionale: così come per le scelte buone, sia che per quelle cattive, che ha compiuto questa nazione dall'anno della sua nascita ad oggi, il meridione d'Italia, ha pagato o goduto, allo stesso modo di tutti gli altri; per l'unità del paese abbiamo rinunciato al nostro sovrano e accettato il re Piemontese. Quando questo ce l'ha ordinato abbiamo versato il nostro sangue per difendere il Piave e più avanti ci siamo presi sulla testa le bombe alleate prima e durante lo sbarco in Sicilia. Dunque le nostre tradizioni sono patrimonio culturale di questo paese, un pezzo diverso del puzzle che lo compone, non delle stranezze da sopportare per puro spirito tolleranza.
Perciò cari amici progressisti che mi rammentate che proprio io, in quanto meridionale che vivo a nord, non ho diritto di parlare d'emigrazione. Come se il meridionale fosse per sempre marchiato come “migrante” e non come cittadino italiano a pieno titolo, una specie di ospite perenne a cui è negato il diritto di parola su un tema nazionale, che dovrebbe tacere e mostrare gratitudine. Sappiatelo non avete trovato una buona argomentazione per ribattere, avete semplicemente dato l'ennesima conferma dei vostri pregiudizi.
Quindi, Invece di pensare a espedienti per limitare la libertà d'opinione, sarebbe opportuno, avere l'apertura mentale per accettare anche i punti di vista più diversi. Perché nel nostro paese non solo la storia condivisa, di cui ho parlato nel post, ma anche la biografia personale, proprio quello che si voleva usare a pretesto per limitarla, vale a darci il pieno titolo per partecipare al dibattito. Come nel caso di quei cittadini, che non per nascita, ma per scelta consapevole hanno deciso di rinunciare alla propria cultura d'origine e abbracciare la nostra. Perché l'appartenenza può avere anche radici diverse, ma quel che importa alla fine e che nutrano tutti il medesimo albero.
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