mercoledì 22 aprile 2026

L'ennesima emergenza del cazzo

"Emergenza giovani!", scrivono i giornali, intervistando professoroni e psicologi di grido. Si riferiscono naturalmente ai sempre più frequenti casi di violenza giovanile che stanno affligendo il Bel Paese.

Ecco allora che partono le grandi inchieste dei quotidiani e dei programmi TV. Gli specialisti interpellati parlano e spiegano, attribuendo la responsabilità ora a questo ora a quello. Alla fine quando si tirano le somme, concludono che è tutta colpa di un generico disagio giovanile. Disagio di cosa non si capisce bene, essendo queste le generazioni più privilegiate che la storia ricordi. 

Vero, io stesso denuncio che la nostra società sta vivendo un preoccupante declino. Adesso il futuro che ci si prospetta, sembra molto più minaccioso rispetto a come appariva solamente alcuni decenni fa. Ma bisogna anche contestualizzare. Ammesso e concesso che sia veramente così, perché lo è, comunque parliamo di standard di vita incommensurabilmente più agiati, di quelli in cui si viveva solo ottant'anni fa. 


È innegabile, ci avevano promesso un castello e ci ritroviamo in una villetta a schiera. Ma i nostri bisnonni vivevano sotto i ponti. C'è da arrabbiarsi, sicuro. Ma anche per il tipo di violenza che si sta manifestando non venite a parlarmi del disagio che questi esperti lasciano sotto intendere, anche perché basta fare una rapida ricerca per scoprire che la maggioranza di queste violenze viene commessa da immigrati di seconda generazione. 

E qui casca l'asino, direbbe Totò. Perché vedete, dinamiche analoghe si sono già verificate in Francia e nei paesi del Nord Europa, per esempio, ma in misura minore anche qui da noi, nel Nord Italia con l'emigrazione meridionale. Esattamente con gli stessi protagonisti: giovani immigrati di seconda generazione, e in questi casi le violenze si sono verificate in periodi e contesti dove le generali condizioni di vita erano in continuo miglioramento. 



Per tali ragioni, io mi ritrovo più in sintonia con quelli che spiegano questo fenomeno, attribuendo il nascere della violenza, al senso di rivalsa di questi giovani, che a differenza dei genitori stanno abbastanza bene e non conoscono le condizioni di vita dei luoghi d'origine, ma nel contempo si rendono conto che per la maggioranza di loro sono precluse le opportunità di vita riservate ai nativi.  

Capiamoci non è questione di razzismo, non solo perlomeno. sono dinamiche sociali difficilmente corregibili. sia per disponibilità economica, sia per differenze culturali, il fatto stesso di essere figli di emigranti è un fattore che favorisce l'emarginazione e la tendenza a ritrovarsi tra persone in condizioni simili o comunque altri emarginati. 


Sfatiamo subito le obiezioni più comuni; sì, finché nella comunità c'è solo Alì, magari si può fare una colletta e mandarlo in piscina tutte le domeniche insieme agli altri bimbi, ma se gli Alì diventano una decina...  Discorso simile per la questione culturale, se la famiglia d'origine ha già di suo una buona cultura e una certa elasticità mentale, il figlio sarà più avvantaggiato nell'integrarsi nel nuovo ambiente. Purtroppo di solito queste non sono quasi mai le caratteristiche delle famiglie che emigrano.

A questo punto gli obiettori di prima potrebbero ribattere che non le comunità, ma lo Stato dovrebbe occuparsi di risolvere la questione attraverso la scuola e i sussidi. Naturalmente non funziona così, per quanto specialmente negli ambienti di sinistra, si tende a considerare lo Stato quasi come un Deus ex machina. La verità è che lo Stato può mitigare certi fenomeni, ma non può eliminarli, prova ne è, che se fosse così semplice correggere certe dinamiche sociali, l'avremmo già fatto per alcuni tristemente famosi, quartieri di Napoli, di Palermo o di Bari vecchia. Ma per amor di speculazione, ammettendo che sia possibile correggere questi fenomeni aumentando la spesa nella scuola e nel sociale, forse lo si potrebbe fare con dei tassi di immigrazione fisiologici, ma con una popolazione straniera che oggi ha raggiunto il 10% del totale, è un'opzione sia politicamente sia economicamente insostenibile. 


Inoltre, come se i problemi culturali ed economici già di per sé non bastassero ad alimentare questi fenomeni di ghettizzazione e la conseguente nascita di gang tribali, ci sono poi le differenze etniche a favorire tali processi, Dal lato esterno alimentando i pregiudizi, dall'interno invece favorendo il senso di appartenenza e l'instaurazione di norme, reti e pratiche condivise. Anche qui non è una questione di pregiudizi razziali, ma antropologica, già i romani ebbero problemi di integrazione nonostante la classe dirigente del tempo, poco si curava di cosa pensassero i locali, e i loro migranti fossero alti e biondi. Solo il tempo e il bisogno di fare fronte comune contro nuove invasioni, ha permesso alle diverse popolazioni difondersi per diventare un tutt'uno. Ma fino a che il tempo non avrà fatto il suo corso le differenze fisiche restano.


Il problema non sono gli immigrati in sé, gli islamici, gli albanesi, i Rumeni, non sono portatori di particolari tare. Prima abbiamo fatto cenno al fatto che dinamiche simili anche se più limitati, si svilupparono anche ai tempi della grande migrazione interna, ma ancora gli italiani, assieme agli Irlandesi, agli ebrei, eccetera si sono fatti notare ai tempi delle grandi migrazioni verso gli Stati Uniti. La gravità di questi fenomeni e in verità, principalmente una  questione di numeri e gestione del problema. 



Di numeri perché appunto più aumentano gli immigrati, meno saranno le risorse disponibili per integrarli, più fatica faranno i cittadini stessi ad accoglierli in seno nelle comunità, e ancora gli immigrati stessi saranno più propensi a ghettizzarsi con i propri connazionali.

Di gestione perché passare da periodi dove: "accogliamoli tutti!" A periodi dove: "dagli allo straniero", non e proprio il sistema giusto ne per una politica migratoria coerente ne per infondere nella popolazione la giusta disposizione d'animo, qualsiasi cosa si voglia fare.

Ma queste sono cose sapute e risapute, di cui non si vuole parlare seriamente perché come gestire il fenomeno immigrazione è  una decisione già presa e non si intende tornare indietro. Perciò non si farà altro che gridare all'ennesima emergenza del cazzo, a cui rispondere con provvedimenti del cazzo. 

Ricordo una quindicina di anni fa', forse qualcuno in più che l'emergenza erano gli incidenti stradali. I numeri dell'emigrazione di massa, aveva raggiunto una dimensione tale da cominciare a fare massa critica, insomma iniziavano a farsi notare. Si sa che l'alcol è storicamente lo strumento più usato dai poveri e dagli emarginati per consolarsi dalle loro pene, in più spesso queste persone erano di cultura islamica dove l'alcol è vietato, perciò con una limitata tolleranza verso lo stesso. Ciò comportò un considerevole aumento di gravi incidenti stradali dove erano coinvolti stranieri.



Precisiamolo, non erano solo gli stranieri a causare incidenti, noi siamo storicamente un paese indisciplinato alla guida, nell'italia di allora si contavano circa tremila morti l'anno. Ma Siccome gli incidenti dove erano coinvolti emigrati suscitavano indignazione ed effettivamente erano in aumento, i giornali martellavano su quelli. 


Dato che in democrazia le leggi devono essere uguali per tutti, il governo di allora che era dello stesso colore di quello di adesso, rispose con una riforma del codice della strada e una revisione del limite alcolemico consentito. Ciò scatenò il panico tra gli avventori e mise in grave difficoltà i piccoli ristoratori. Infatti questa norma contribui a cambiare le abitudini a tavola degli italiani che da sempre oltre al cibo in queste occasioni cercavano il piacere della convivialità e del bere in compagnia. 

Può darsi che mi sbaglio ma secondo la mia opinione l'inizio dei problemi di molte trattorie e il boom degli all you can eat, andrebbe ricercato lì. Non che la moda di questa tipologia di locali non avrebbe preso piede anche qui, ma essendo il nostro, un paese con una forte tradizione culinaria, con molta probabilità anche questo processo avrebbe avuto sviluppi simili a quelli che si sono registrati in paesi come la Francia. Invece la stretta sul alcol contribuì in maniera determinante alla trasformazione delle abitudini e nel modo di approcciarsi alla ristorazione degli italiani, il COVID ha fatto il resto.


Siccome alle destre evidentemente le norme punitive piacciono anche a questa nuova emergenza hanno risposto allo stesso modo: con una serie di norme che limitano enormemente la portabilità degli strumenti da taglio. Avevo quattordici anni quando iniziai a portare sempre con me il mio fidato Victorinox. Ne avevo venti invece, quando girando per controllare i vari palazzi gestiti della mia impresa, gli anziani che vi abitavano cominciarono a chiedermi qualche favore: cambiare una lampadina, svitare una mensola, eccetera. Da adesso in poi quando qualcuno mi chiederà qualche favore del genere gli dirò di rivolgersi a Salvini o alla Meloni. Per le escursioni nei boschi invece vedrò di organizzarmi a modo di trafficante d'armi. Così siamo ridotti.


Ma agli italiani evidentemente le norme restrittive indipendentemente dalla loro utilità, piacciono. Stavo guardando infatti su internet, una videorecensione di un coltello da bushcraft. Roba da appassionati di escursioni come me. Non vi dico il numero di commenti di rimprovero rivolti all'autore del video, che a detta dei commentatori pubblicizzava un'arma vietata dalla legge. Inutile ribattere che con giustificato motivo certe armi si possono ancora portare con sé. Questi amanti della libertà, replicavano proponendo di portarsi dietro gli utensili più improbabili per sostituire la pericolosa lama. 

Fortuna vuole, che per la tranquillità di questi solerti commentatori, a differenza di noi escursionisti, i giovani problematici sono rispettosi delle leggi. Leggevo infatti proprio l'altro giorno, che l'ennesima aggressione in cui ci è scappato il morto, è stata portata a termine con un cacciavite.

domenica 12 aprile 2026

Non di solo elettrico vive l'uomo

Mi è capitato oggi di leggere un post rigurgitante d'odio contro i nemici dell'elettrico, responsabili, a detta dell'autore del post in oggetto, di aver contribuito con il loro ostracismo a trascinarci verso un disastro energetico globale in caso la crisi dello stretto di Hormuz non si risolva rapidamente.

Sorvolando sul fatto che difficilmente le persone che si lamentano sui social e nei bar, possano influire in maniera significativa sulle scelte energetiche di un intero continente. Se proprio si vuole cercare un colpevole, sarebbe più giusto individuarlo nello stesso modello elettrico che, nonostante sia stato iper-pompato a livello di propaganda, fa affidamento su alcune tecnologie ancora premature per consentirne una diffusione di massa. Sì, lo so che la Spagna bla bla bla, però signori, il pacchetto è completo: se pretendete il modello energetico spagnolo, vi prendete anche il suo sistema industriale, perché con quel modello lì, di alimentare adeguatamente un sistema energivoro come l'apparato industriale italiano, potete scordarvelo. 


In realtà però, incolpare la riconversione "verde", anche se con segno opposto, ci porta comunque nel cadere nella trappola della polarizzazione. La verità è che già ora molte soluzioni proposte da queste tecnologie sono efficienti. Semmai il vero problema  è l'ideologia che identifica questo tipo di tecnologie come una panacea che funzionino bene dapertutto. Invece si dovrebbe sapere che questo tipo di soluzioni danno il massimo lavorando in sinergia con altre tecnologie. D'altronde, benché tutti continuino a ripetere a mo' di mantra: elettrico, elettrico, ma si sorvola quando c'è  da chiarire da dove prenderemmo questa energia. Che io sappia non cresce sugli alberi e pensare che possa essere estratta esclusivamente da fonti verdi come il solare, è pura utopia. 

In proposito mi piacerebbe vedere cosa ha votato il signore del post, nello scorso referendum sul nucleare. A scanso di equivoci, non sono uno di quelli che pensano che col nucleare si risolva tutto, in un paese come il nostro ad esempio anche il geotermico potrebbe essere una buona soluzione. Ciò che conta, e gli esperti lo dicono chiaramente, è che per garantire il funzionamento della rete elettrica, le energie rinnovabili vanno benissimo, ma serve in aggiunta una fonte che garantisca un afflusso di energia modulabile secondo le esigenze, altrimenti salta tutto.

Allora forse il problema non è tanto di spingere su questo o quel modello, quanto appunto quello di diversificare, d'altronde è la stessa natura che ci insegna, e su questo, c'è poco da discutere: la chiave del successo è la diversificazione.


Di questa "legge" applicata al nostro contesto e proprio il mondo dell'elettrico a darcene ulteriore prova. Perché se i combustibili fossili sono suscettibili alle turbolenze geopolitiche, di cui l'autore del post da cui siamo partiti giustamente si lamentava. L'elettricità (che comunque ripeto, è un vettore per sfruttare l'energia, non per crearla) soffre di altri tipi di turbolenze addirittura più imprevedibili. Avete mai sentito parlare degli eventi di tipo Carrington?  


Sono delle tempeste solari di altissima densità capaci di distruggere una parte considerevole della rete elettrica del pianeta con non pochi rischi anche per le apparecchiature ad essa collegate, roba capace di riportare vaste zone del pianeta agli anni cinquanta del secolo scorso, con tutte le criticità che un evenienza simile comporterebbe. Non è argomento da complottisti, benché rari, non sono fenomeni eccezionali. nonostante i dati a disposizione siano incompleti, si stima che in media se ne verifichi uno dentro un range che va tra i 100 ai 500 anni a seconda dei modelli statistici. Fortuna vuole che queste tempeste non si propagano dal sole come delle bolle in espansione, ma più similmente a delle grosse nuvole modellate dall'energia solare. Dunque per investirci devono avere la giusta direzione, l'ultima che c'entrò la Terra fu appunto, quella studiata da Carrington. Visto il periodo in cui avvenne, non arrecò grandi danni , ma al giorno d'oggi? 



Sarebbe un disastro di proporzioni colossali. Su cui, mi pare, nonostante oggi  il mondo diventa sempre più elettronico e l'elettrificazione sia diventato il mantra di molte classi politiche, troppo poco si è fatto per proteggere le infrastrutture da evenienze di questo tipo. Pochi conoscono l'argomento e buona parte di quei pochi lo considerano roba da survivalisti e altri apocalittici della stessa specie. In realtà però come ben sanno coloro che studiano la questione,  benché questo genere di fenomeni restino rari, la faccenda è più seria di quanto si pensi. Infatti in verità abbiamo mandato varie sonde a sorvegliare il Sole, come la SOHO o la DSCOVR. 

Questi sistemi in teoria dovrebbero avvertirci in tempo, in modo da riuscire a ordinare lo shutdown di massa della rete, e salvare così i nostri manufatti elettronici o perlomeno  gran parte di essi. A patto però, di trovare qualcuno che si prenda la responsabilità di dare un simile ordine. Comprese tutte le conseguenze nel caso i calcoli dovessero rivelarsi sbagliati. A proposito di ciò, voglio solo ricordare che dopo cinque anni, parliamo ancora dei danni del lockdown pandemico, una situazione le cui conseguenze in confronto allo spegnimento generale necessario in caso di una tempesta magnetica di queste dimensioni, apparirebero irrilevanti. 



Non stiamo parlando di rischi remoti, tipo supervulcani o cose simili, per gli amanti delle coincidenze, ci siamo andati vicino nel 2012, quando la profezia dei maia sulla fine del mondo non si realizzò solo per un soffio; a parità delle altre caratteristiche, sarebbe bastato che l'eruzione solare si fosse verificata nove giorni prima, per fare sì che la tempesta magnetica che si verificò allora, investisse la Terra con la sua nuvola di particelle cariche. In teoria visto l'eruzione del 2012, possiamo dormire sonni tranquilli, almeno per un po' di tempo. In realtà però  che io sappia non esiste nessuna legge fisica che impedisca al sole di dare due, tre scariche in tempi ravvicinati. 


domenica 5 aprile 2026

Buona Pasqua

Oggi, finito di mangiare avevo voglia di rilassarmi un pochetto. Invece, le mie care pargolette hanno deciso che quello era il momento ideale per fare una bella litigata. Non so per quale gioco, né chi l'avesse tolto a chi. 

Stufo di urla e pianti, decido di fare un salto alla casa che stiamo ristrutturando e dove speriamo presto di trasferirci. Faccio qualche lavoretto in giardino, mi godo un po' le mie piante quando, da un giardino vicino, si sentono delle urla. 

Erano due fratelli (il paese è piccolo, li conosco) che, ritrovatisi insieme per il pranzo pasquale, ne hanno approfittato per tirare fuori vecchi rancori e concludere la festa con una scenata. 

Adesso io sono certo che i motivi di questi contrasti ai loro occhi siano importanti e serissimi. Non sono un curioso, perciò non ho indagato le cause della discussione. Sono pero certo che anch'io avrei la stessa reazione se mi ritrovassi in una situazione analoga. So tutto questo, ma vedendo la scena non ho potuto fare a meno di pensare al litigio di prima delle mie figlie piccole. Anche per loro il motivo della lite era serissimo, importantissimo eccetera, ma io non posso fare a meno di guardare ai loro diverbi come alle monellerie di due discole. 

Chissà se qualcuno, lassù, guardando le liti, le faide, le guerre e tutte le altre brutture di cui siamo capaci, ritirandosi un po' contrariato, sospiri, nella sua infinita saggezza: «che monelli».


Buona Pasqua a tutti.

sabato 4 aprile 2026

Arrivederla Vittorio

Risveglio triste quello di stamane. Come al solito, intanto che aspettavo la moka, stavo spulciando le ultime novità attraverso il cellulare. Così apprendo della scomparsa di Vittorio Messori.


Messori, per me, è una figura importante, direi fondamentale per il mio percorso di conversione. Ai tempi, avevo da poco scoperto che la religione non era solo materia per Beghine, ma racchiudeva in sé anche una dimensione virile, fatto che mi spinse ad aprirmi all'argomento. Poi venne una gita (di piacere) a Siena: la chiesa di San Domenico, con la testa di santa Caterina lì bell'esposta, e il disagio per una religione che, sebbene, da un lato mi attraesse, dall'altro mi scandalizzava. Quel suo ostinato attaccamento ai feticci, alla materia, mi pareva concedesse troppo se non alla dimensione magica, superstiziosa, quantomeno a quella popolare. Fu poco tempo dopo che trovai, in un mercatino, per pochi euro, l'ennesima ristampa del suo libro "Ipotesi su Gesù". Una rivoluzione: attraverso quel libro compresi che la fede poteva essere affrontata anche partendo da basi razionali.

Non mi fermai lì; dopo passai alla serie vivaio, proprio allora la Sugarco li stava rieditando arricchendo l'opera di un nuovo volume. Dopo quelli, lessi tutto il resto. Naturalmente, tutto ciò non fu un percorso lineare e spontaneo. Così come Vittorio non fu il solo autore che lessi. Ma fu sempre Messori a fornirmi la mappa per quel mondo, per me così nuovo: fu lui, infatti, attraverso i suoi libri, a svelarmi quella logica dell'et et, del questo e quello, senza la quale certe dinamiche del cattolicesimo rischiano di sembrare folli.


Mi sarebbe piaciuto conoscerlo di persona. Sono stato anche diverse volte a Maguzzano, però, un po’ per contingenze, un po’ per altro, mi sono trattenuto. Non per timidezza, figurarsi, ma per rispetto: se c'è una cosa che traspare dai suoi libri, oltre alla fede naturalmente, è l'invito, spesso fermo, a concentrarsi sul tema, non su chi lo propone. Francamente, a parte i soliti convenevoli, poco avrei potuto dirgli che non gli avessero già detto altri prima di me. Una foto di cortesia, qualche stretta di mano: davvero, queste cose avrebbero potuto giovare a uno di noi due?


Il libro che meno avevo compreso del suo percorso fu proprio l'ultimo, quel "Quando il cielo ci fa segno", che, probabilmente, anche per il clima del periodo in cui uscì, suscitò in me più di una perplessità: ma come, un divulgatore così serio della fede, proprio adesso, "a fine carriera", ricorre a certi espedienti? Si mette a parlare di segni e miracoli quotidiani?


Strano il destino, ma proprio in questo periodo sto affrontando con approccio diverso quel testo, che adesso, comprendendolo meglio, mi appare come la conclusione più coerente di un percorso rivendicato fin dagli esordi e racchiuso in quell'et et che Messori aveva fatto proprio, assieme a un motto del suo caro Pascal: "L'ultimo passo della ragione è riconoscere che c'è un'infinità di cose che la superano".