martedì 30 dicembre 2025

Ancora sulla famiglia nel bosco

Ritorno al caso della famiglia nel bosco, ma non per parlare di loro. Come già chiarito, essendomi interessato al caso in maniera superficiale, penso di aver scritto già tutto ciò che di interessante potevo dire sull'argomento. Al massimo potrei smorzare l'ottimismo con cui chiudevo quel post: scrissi infatti che probabilmente alla fine per la famiglia le cose si sarebbero aggiustate e si sarebbe trovato un compromesso. Ahimè, non avevo calcolato che l'intervento di Salvini avrebbe polarizzato lo scontro. Così adesso sono scese in campo le tifoserie, che purtroppo per la famigliola non stanno solo sui social a sputare sentenze su persone a loro perfettamente sconosciute. Gente cui massimo traguardo della vita è stato aprire una pagina Facebook, che però pretende di spiegare agli altri qual è il giusto modo di vivere. Ma sono annidati tra la magistratura, gli ordini professionali, gli assistenti sociali, eccetera, Insomma in tutti quei settori che hanno vero potere decisionale sui destini di quella gente.


Volevo parlare invece di un articolo di Open che conclude con questo pistolotto moraleggiante: "Naturalmente il pensiero che tutti gli scienziati che si occupano e si sono occupati di minori abbiano descritto pratiche di educazione dopo aver studiato per anni e le procedure dei tribunali siano affidate a professionisti non sfiora neppure chi parla di «diabolici disegni» dei quali, come succede spesso nelle narrazioni complottiste, non ci sono però mai i nomi e i cognomi di chi li avrebbe fatti. Un classico."  Qui l'articolo completo.


Bene, questa chiusa è il sunto perfetto della babberia che ci ha colpito e si è fatta palese ai tempi del COVID, ovvero l'idolatria dell'esperto. In realtà trattasi di un male antico, da sempre nella società esistono caste che pretendono di essere ascoltate e decidere perché detentori del sapere: gli scribi, i mandarini, i sacerdoti eccetera. Così come da sempre esistono gruppi che per interesse o ignoranza sono pronti a sostenere queste istanze. 



Il fatto è che l'occidente anche grazie a un personaggio per altri versi detestabile quale Lutero, dovrebbe essere vaccinato contro questo genere di cose. Invece no, non abbiamo fatto in tempo a liberarci dei preti -- che, anche se cattolico lo riconosco, troppo spesso inorgogliti dalla consapevolezza di possedere la verità ultima, hanno preteso di dire la propria anche su quelle penultime -- ed ecco che si fanno spazio gli scienziati.

Meglio ancora, presunti tali, perché, chiariamoci, il termine scienziato nella nostra lingua individuava una ben specifica categoria, mentre ultimamente si sta usando questo termine per definire un gruppo abbastanza ampio di studiosi. Ma a voler essere precisi il più delle volte ci troviamo davanti a studiosi di discipline che semplicemente utilizzano, o millantano di utilizzare il metodo scientifico.

Ma non è solo questo il punto, il punto è che questo genere di persone, che pretendono che tutti tacciano, quando parla la Scienza (rigorosamente in maiuscolo). Così come i loro antenati non avevano capito la religione, non hanno capito cos'è la scienza. Con la differenza che mentre quelli ubbidendo ai preti, magari potevano almeno sperare nel paradiso, questi qui rischiano solo di dare troppo potere a chi potrebbe farne un uso egoistico. Non serve scomodare il "complottismo" come ingenuamente fa il redattore di open, per giustificare tutto ciò, basta ricordare la naturale tendenza di ogni forma di potere a conservarsi e perpetuarsi.

Già, perché se parliamo di "scienziati" o genericamente di "esperti", stiamo comunque parlando di uomini, i quali sono sempre vittime di tentazioni, ideologie e pregiudizio. La tentazione è quella di agire in malafede per interesse personale. Le ideologie non sono solo di credo politico, ma anche e forse ancor di più di convinzione scientifica; la storia della scienza è piena di scienziati poco disposti ad abbandonare vecchi paradigmi (e fruttuose cattedre) per adottarne di nuovi. Per quanto riguarda l'esperienza personale, per restare al tema iniziale, facciamo un esempio di fantasia: provate ad immaginare l'esperto che deve decidere sul caso dei bimbi nel bosco, se magari da piccolo, durante le vacanze estive, fosse stato costretto dai genitori a lavorare controvoglia nella fattoria dei nonni. pensate che genere di opinione potrebbe avere di questa famiglia, che vorrebbe vivere insieme ai figli in un bosco per tutto l'anno! 

Ma al di là degli uomini. E la scienza stessa che non funziona così, nessuno scienziato serio pretende di essere portatore di verità universali, lo scienziato al massimo, ha modelli che funzionano, il suo regno è quello della probabilità e della statistica. Lui è simile ad un nuotatore, che ad ogni tuffo si immerge sempre più in profondità dentro l'abisso, ma con la consapevolezza che mai riuscirà a toccare il fondo.


Questo vuol dire che non esiste verità? un'opinione vale l'altra e il relativismo ha vinto? No, certamente no, lo scienziato, così come il mandarino (l'uomo di cultura), e lo stesso prete, nel loro ambito sono strumenti potenti e quasi sempre affidabili. Il problema è che nessuna di queste categorie, (così come di nessun'altra) possono arrogarsi il diritto di avere l'ultima parola, nella maniera nel contempo specifica e universale. Chiunque invita esplicitamente ad affidarsi a loro, a "lasciarli lavorare" acriticamente, in realtà, sta cercando solo di addormentare le coscienze, e questa è una strada diretta verso L'oscurantismo, non verso il progresso. 



In foto Egas Moniz, brillante medico premio Nobel 1949, per il perfezionamento della pratica medica della lobotomia.


domenica 28 dicembre 2025

Decenni


Ci sono decenni che visti da lontano  paiono somigliare a quelle giornate. Non il decennio in sé, si capisce, ma la percezione che ne resta. Quasi fosse quello l'importante, come la morale in una favola.

Gli anni settanta, ad esempio, hanno il sentore di certi pomeriggi vuoti, un poco claustrofobici. Quelli in cui ce ne si sta da soli senza niente da fare, nemmeno un film da guardare. magari passato a dormire. Soli in una casa dai mobili squadrati e dai colori neutri, giornate inquiete e un po' angoscianti. Ma era normale, c'era da rimettersi dai bagordi del giorno prima, quegli anni sessanta dall'atmosfera festosa e tutti quei colori. 
Qui la luce è quella dei pomeriggi d'autunno, quasi velata, forse fuori piove. Come musica di sottofondo, direi che è perfetto Morricone, non quello epico dei western di Leone, ma quello uscito fuori da certi film italiani: indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, il clan dei siciliani, gli scassinatori, eccetera. Geniale come al solito, ma un po' ossessivo.

Gli anni ottanta invece hanno la frizzantezza del mattino, magari in giro per il paese a fare spesa, ma non il giorno di mercato. C'è la luce della tarda primavera e si ha voglia di parlare con i bottegai e con gli altri passanti. C'è una festa in avvicinamento, forse un compleanno, il santo del paese o chissà ché, si è in cerca di qualche idea per renderla ancora più memorabile. La musica è quella leggera italiana, orecchiabile di buona scuola, allegra e non troppo impegnata.

Con gli anni novanta torniamo ad atmosfere più simili ai settanta, ma una calma più controllata, non si sta a casa apatici, si esce fuori in strada a cercare qualcuno con cui fermarsi, magari in un bar di prima periferia, per chiacchierare un poco e organizzarsi per il fine settimana. Anche qui la luce è quella estiva, ma da secondo pomeriggio, non c'è più la chiarezza del mattino, si fanno invece spazio mille tonalità. la freschezza della mattinata ormai è solo un ricordo, ma il caldo non è più quello feroce delle ore meridiane. La musica dipende dalla radio del bar scelto, si sente comunque l'influenza americana, soprattutto del rap e del pop.

Poi venne il duemila. L'atmosfera era di primavera e di festa di paese. Purtroppo di festa andata a male, causa un acquazzone non previsto. Così ci si ritrova in casa, pentiti di non essere andati fuori porta, dubbiosi su come continuare la giornata. Ma intanto il tempo passa e quasi con naturalezza, c'è chi si accomoda davanti al monitor di un computer, chi invece opta per un centro commerciale.

venerdì 26 dicembre 2025

Liberismo




Leggevo ieri un tweet dell'istituto liberale (un nome, un programma), la solita solfa dove si impreca contro lo Stato a detta loro troppo "socialista".

Questa volta in particolare se la prendevano contro il sistema sanitario, a sentire sempre loro antidemocratico. Può sembrare una boutade, ma per chi coglie il sottointeso il senso del messaggio è abbastanza agghiacciante:


Infatti questi signori partono dal giusto presupposto che viviamo in un mondo dove le risorse sono limitate, nel caso specifico a essere limitato è il tempo a disposizione dei medici a curare i pazienti. In un sistema sanitario gratuito gestito dallo Stato come il nostro, il medico deve per forza curare chiunque gli si presta davanti.


Ma in un mondo dove appunto le risorse sono scarse, si creano storture, perché il medico non potrà scegliere di curare chi secondo loro è il più meritevole (ovvero chi ha possibilità di pagare di più), ma dovrà scegliere in base ad altri criteri (in genere l'urgenza medica).
Ciò farà sì che magari venga curato prima il soggetto poco produttivo, arrecando, in un'ottica efficientista, un danno alla società nel suo insieme.



In un sistema liberista invece il dottore sarebbe libero di scegliere di curare chi vuole lui, ovvero chi paga di più, che disponendo di più risorse economiche, per forza di cose è anche il soggetto più produttivo, che in questo modo potrebbe tornare in pista prima. Aggiungo io, ma sottointeso in un discorso simile: pazienza poi se il vecchio ottantenne improduttivo ha un infarto in corso e l'imprenditore un'unghia incarnita.

Insomma, come dicevo all'inizio la solita solfa: meno Stato, più efficienza. Il problema di questa gente è che non solo pretende di scegliere il gioco ma anche di stabilire regole ed eccezioni.



Il classico caso di chi possedendo un martello, crede che tutto sia un chiodo: in questo caso l'economia e le capacità economiche. Ma perché dovremmo dare questa preminenza alla gente capace di fare soldi? Perché lo Stato dovrebbe lasciare liberi di agire come vogliono, solo chi ha talento economico? Esistono decine di settori altrettanto se non più importanti. Ad esempio perché dovremmo regolamentare le possibilità dello scienziato di fare i suoi esperimenti, ostacolando così la scoperta di nuove cure contro le malattie?

In genere i liberisti a questo punto si appellano ad un ipotetico efficientamento del sistema, Moloch questo smentito sia dai fatti; il pessimo sistema sanitario statunitense (di media 12000 annuì di spesa a testa, contro i nostri 4000), sia dalle leggi economiche stesse, spiegatemi infatti come sia mai possibile che tante piccole realtà, riescano ad essere più efficienti ed economiche di una grande economia di scala. Siccome è più facile spostare una montagna che cambiare un'idea, a questo punto i liberisti rilanciano che, vero, l'economia di scala è più vantaggiosa in termini di forza contrattuale e cose cosi, ma tante piccole realtà in competizione tra loro portano nel mercato molta più innovazione, tutta a vantaggio dei pazienti. Falso anche questo, la realtà ha dimostrato che le spese maggiori di tali realtà non vanno in ricerca e sviluppo, ma invece nel reparto marketing. Le ricerche importanti di solito sono finanziate dal pubblico, solo in un secondo momento scendono in campo i privati. La parabola dei vaccini COVID docet.


Comunque, scegliendo questa strada, bisogna avere il coraggio di andare fino in fondo, per quale diavolo di motivo, lo Stato dovrebbe arrogarsi il diritto di decidere quali settori devono essere lasciati liberi e quali regolamentati? 
Per fare un esempio, questa volta estremo, se uno è bravissimo ad entrare senza essere visto nelle case di maiali troppo arricchiti, portagli via tutto e sventrare chi non riesce a difendersi da solo, perché lo stato anche qui non dovrebbe applicare un modello darwiniano? 

Con questo pensiero vi saluto e vi faccio gli auguri di buon Natale.

lunedì 22 dicembre 2025

Stalin, ovvero della rivoluzione tradita

Ogni tanto, da parte di qualcuno, salta fuori la polemica su Stalin traditore della rivoluzione. A dire il vero Stalin non è che il capofila di una lunga lista di nomi. Incredibile come, a sentire i compagni, il comunismo è un'ideologia in cui sistematicamente a prendere il potere sono quelli che di comunismo non hanno capito nulla, tutta gente interessata solo al potere e che hanno portato la causa alla deriva.

Battute a parte, la questione Stalin traditore dell'idea vs Stalin aderente in tutto e per tutto all'ideologia marxista-leninista, ha anche assunto connotati di dignità, trasformandosi in una contrapposizione colta tra gli stalinisti che parlano di realizzazione coerente, e gli antistalinisti che ribattono con l'ideale tradito. Riprova che spesso la cosiddetta cultura, nonostante i termini tecnici e il linguaggio forbito non è altro che lana caprina di stampo ideologico

In realtà la questione è abbastanza semplice: è assolutamente vero che Stalin abbia commesso molti sbagli, errori che col senno di poi appaiono lampanti. Ma a meno di non aspettare un messia inviato dal cielo, sto comunismo lo si deve fare con gli uomini, e gli uomini, si sa, per loro natura sbagliano. Quindi magari cosa più giusta, invece di biasimare Stalin perché non rappresenta il "comunista ideale" sarebbe confrontarlo con i concorrenti di allora, ovvero Trotsky. Per prima cosa sfatiamo un mito in quanto a crudeltà (sulle quali tornerò dopo) Trotsky per quello che ha dato a vedere, non mi pare fosse molto più tenero del georgiano.

Per quanto riguarda capacità e doti politiche, la realtà dei fatti non è molto incoraggiante. Intanto Trotsky ai tempi occupava incarichi gerarchicamente superiori a Stalin, il fatto che quest'ultimo gli fece fare la fine che sappiamo non testimonia a favore del genio politico di Trotsky. Se passiamo poi al programma concreto che quest'ultimo voleva attuare le cose vanno di male in peggio. Però prima di spiegare perché, una precisazione. Questo non è un saggio storico, ma un articolo a suffragio di una specifica tesi, ovvero che Stalin non sia un fenomeno accidentale in seno al comunismo, ma un suo prodotto legittimo. Per forza di cose sto facendo generalizzazioni e lavoro d'ascia, perché quel che mi preme è solo mostrare come la mia tesi si basa sui fatti e non su reinterpretazioni ideologiche.

Detto questo, dicevamo, il piano di Trotsky era quello di una rivoluzione permanente esportata in ogni angolo del globo. Potrei terminare la questione con un artificio retorico, ricordando di come gli stessi Stati Uniti, il paese più potente del globo rischiano oggi di trovarsi a gambe all'aria a causa della bella idea di "esportare la democrazia". Ma qui siamo messi ancora peggio, la Russia post rivoluzione era un paese arretrato, profondamente diviso, scosso da immani tensioni al suo interno.  Resta vero che l'armata rossa, così come organizzata da lui, riuscì a venire a capo delle forze della reazione internazionale, ma questo in territorio russo. Penso che nessuno possa dubitare che le grandi potenze di allora, se davvero dovevano preservare il loro di assetto statuale, avrebbero messo in campo ben altre risorse. Si dice anche che sotto la guida di Trotsky l'industrializzazione della Russia sarebbe avvenuta ugualmente, visto che era avviata da prima che Stalin salisse al potere, ma sarebbe avvenuta con metodi più democratici e umani. Tutto ciò sarebbe stato interessante osservarlo, giacché una cosa del genere fino ad allora non si era mai vista nemmeno nei paesi più liberali. Tanto è vero che il comunismo nacque proprio in reazione alle terribili condizioni di vita degli operai. Comunque quello che sappiamo per certo è che sotto i successori di Stalin, il progresso di quella nazione, salvo alcuni settori, non riuscì più a tenere il passo con gli altri paesi. Un handicap che la Russia moderna ancora paga.

Sicuramente sotto Trotsky il comunismo sovietico avrebbe imboccato strade diverse. Ma con queste premesse dubito fortemente che gli esiti sarebbero stati così memorabili.


Ok, chiarito che le alternative reali allo stalinismo, non fossero così auspicabili come qualcuno vorrebbe far passare, resta ancora da far luce su un punto fondamentale: ma Stalin era un vero comunista oppure fu solo uno spietato dittatore che cavalcò la causa proletaria per soli fini personali? 

Per me la risposta è chiarissima: sì, Stalin credette davvero nell'ideale comunista e cercò di realizzarlo. Nel resto di questo scrittino cercherò di spiegare perché.

Per fare questo bisogna prima di tutto chiarire una cosa: per valutare un uomo, così come un periodo storico, non possiamo usare i nostri metri di giudizio ma quelli dell'uomo o del periodo stesso.  Questo non per assolvere o condannare l'uomo o il periodo storico in oggetto, ma per comprenderne davvero scopi e intenzioni. Per quanto riguarda la figura di Joseph Stalin, stiamo parlando di un figlio di contadini georgiani, appartenenti ad un impero che considerava i suoi contadini poco più che animali da reddito, dove le purghe e le deportazioni erano cosa comune già dai tempi dei primi zar. Per quanto riguarda le altre potenze stiamo parlando di un mondo dove pochi lustri dopo la presa al potere di Stalin, in Germania si predicava lo sterminio delle razze inferiori e la messa in schiavitù di quelle intermedie. Mentre la potenza leader del mondo libero, pochi scrupoli si fece a lanciare bombe nucleari su due città inermi, ed è meglio non parlare del bombardamento di Tokyo, così come è meglio tacere sui crimini commessi dall'impero nipponico su cinesi e coreani durante i periodi dell'occupazione.

Parlando del Marxismo-leninismo in sé, invece possiamo dire che questa ideologia si basa sul materialismo storico. Nel  concreto della sua applicazione politica, ciò vuol dire ridurre l'uomo a semplice funzione del processo storico, La ferma convinzione che esiste solo quello che si vede, le idee, la cultura stessa non sono altro che un prodotto del substrato dove nascono e si sviluppano. Sul piano oggettivo, per il marxista tra un formicaio e una nazione non c'è nessuna differenza, non perché il marxismo neghi in toto l’umanità dell’uomo, ma perché nella sua traduzione amministrativa il singolo vale solo in quanto parte del tutto. Sia la nazione che il formicaio, nel rispetto delle rispettive biologie, possono essere organizzate al meglio garantendo il maggior benessere possibile a tutti i suoi membri, rispettando determinate leggi, leggi che per quanto riguarda gli esseri umani il comunismo proclamava di aver scoperto. Il problema di Stalin era quello di fare sì che tutti in Russia accettassero ed applicassero queste leggi, e farlo prima che le classi e i sistemi che traevano un vantaggio iniquo nella non applicazione di queste leggi, in particolare la borghesia e i sistemi capitalistici, riuscissero a sopraffare il sistema. Per raggiungere il suo obiettivo, un po' per inclinazione, un po' perché i cambiamenti che pretendeva lo esigevano, scelse il terrore. Continuando il paragone con il formicaio, Stalin forte del suo materialismo non ha fatto altro che quello che avrebbe fatto una formica regina, che dovendo difendere il suo formicaio e volendolo strutturare al meglio nel minor tempo possibile non si è fatta scrupolo di sacrificare la vita di milioni di singoli individui, forte della convinzione che l'insieme sia infinitamente più importante del singolo.


Ecco che si contraddice dirà qualcuno, prima parla di Stalin e dello stalinismo come prodotto legittimo del comunismo e poi blatera di inclinazioni. Ma io non ho negato che Stalin è il risultato di un certo imprinting culturale. Ma il fatto è che i compagni che lo conoscevano, se lo hanno sopranominato "Stalin" e "non fiocco di neve", suvvia!  Dovevano pur aver capito il tipo. Ma malgrado ciò, se non hanno mai pensato che questa inclinazione fosse una buona ragione per non promuoverlo ai massimi vertici dello stato, dovrà pur esserci stato un motivo.  Tale motivo e perché anche loro erano convinti che "la rivoluzione non era un ballo delle debuttanti" e per costruire l'uomo nuovo sovietico, occorresse il pugno di ferro, anzi d'acciaio. Vero è che Lenin stesso, nel suo famoso testamento, stigmatizzò l’ascesa di Stalin, definendolo troppo “rude”. Ma stiamo parlando di quel Lenin che in prima persona, quando ce ne fu bisogno, non si fece scrupoli a instaurare il "terrore rosso" o a istituire la Ceka, la famosa polizia segreta.




Quanto detto assolve Stalin dalle sue colpe? 
No niente affatto, ma le contestualizza e le relaziona all'ideologia di cui era portatore. Allo stesso modo di come non si può assolvere il nazismo e incolpare il solo Hitler dei crimini della Germania del suo tempo. Probabilmente Stalin non era inevitabile, ma resta comunque perfettamente compatibile con il sistema che lo generò.


Personalmente sono convinto che l'uso della violenza non sia eliminabile da un regime comunista, in quanto solo in questo modo tale ideologia può essere applicata a gruppi numerosi di individui. Ma in un serio dibattito, considero legittima la tesi di chi pur ammettendo gli eccessi e gli sbagli di Stalin ne rivendica l'eredità concludendo che l'ideale perseguito resta comunque nobile.  inaccettabile invece resta la posizione di chi vorrebbe epurare la figura del dittatore Georgiano e di altri come lui dalla storia del comunismo per rifarsi una verginità.

giovedì 18 dicembre 2025

De Germania

Leggevo l'ennesimo articolo sulla decadenza europea. Davvero, faccio fatica a credere che un continente di millenaria esperienza politica possa essersi ridotto ad offrire questo spettacolo di sé al mondo. Persino l'America di Biden prima, e quella di Trump adesso, senza paura di smentite, tra i peggiori presidenti che quel paese abbia mai espresso, ha tentato di portare avanti una visione. Da noi il nulla. Un continuo inseguire l'attimo, senza nessuna strategia a lungo termine, nessun piano di riserva se le cose non vanno come sperato. 

Più ci penso, più non mi torna che un continente intero si sia rincitrullito così tanto da essersi fatto imporre da un vecchio rincoglionito come Biden (o meglio dal gruppo di potere che rappresentava), l'idea che fosse possibile infliggere una sconfitta strategica alla Russia, senza un piano di riserva, una via di fuga. È qualcosa che non sta minimamente in piedi.


Eppure, così paiono essere andate le cose. Cui prodest? 

La Gran Bretagna, naturalmente non va considerata, quello è un paese a sé. Chi si interessa a questo genere di dinamiche può vedere anche da solo che essa in questa operazione, nel rischiare grosso, qualcosa da guadagnare effettivamente poteva avercelo. Ma nell'unione propriamente detta? 

Sì, la Polonia e i paesi baltici in generale hanno acquistato molta rilevanza strategica nel contesto europeo, a onor del vero si sono tolti anche più di una soddisfazione contro l'odiato orso russo. Ma se la Russia adesso vince a cosa è servito, insistendo con questa escalation, rischiano di fare la fine di una donna innamorata che si busca una polmonite, pur di vedere il medico del suo cuore. L'escalation ha aumentato la loro importanza strategica, ma adesso, soprattutto dopo Trump, il filo sta per rompersi. Con la loro appartenenza alla Nato, davvero poco c'era da preoccuparsi, quantomeno in tempi brevi di qualche pretesa russa nei loro confronti. Dal punto di vista economico i fondi UE dirottati in Ucraina, avrebbero fatto comodo soprattutto a questi paesi, invece che per la guerra, potevano essere usati per puntellare il ritrovato benessere. Il gran sultano è andato avanti mezzo millennio promettendo al popolo che il prossimo anno sarebbero giunti alla mela rossa. Davvero i leader di questi Stati sono incapaci a tal punto da essersi dovuti sporcare le mani sul serio, per placare il risentimento anti-russo che cova nella pancia delle loro nazioni?

I membri storici dell'unione, come Italia e Francia, magari in un ridimensionamento della Germania avrebbero potuto avere qualcosa da guadagnare, ma da un crollo come quello a cui stiamo assistendo, non penso proprio. Anche a causa di ciò che è  avvenuto in Ucraina, la crisi è tornata a farsi sentire, i governi sono traballanti, con molti stati che rischiano di finire in mano a partiti estremisti.
Sanchez in Spagna fa quello che in genere fanno i governi spagnoli, dichiarazioni eclatanti, gesti solenni, ma poi calate le luci si muove con i piedi di piombo. Sa che la sua maggioranza è fragile. Macron in Francia insieme alla Germania di Scholz sono stati i leader che più di tutti si sono spesi per scongiurare il conflitto ucraino. Oggi però il suo consenso interno è ai minimi storici. E la sua linea si è progressivamente appiattita su quella dell'Unione; a quanto dicono alcuni esperti il suo obiettivo immediato è succedere alla von der Leyen. Infine la Meloni in Italia. Confesso che personalmente stimo questa donna, ma non mi aspettavo e non mi aspetto grandi cose da lei, con l'eredità che si porta dietro il suo partito, è forse tra i leader europei la più facilmente disinnescabile. Lei sembra saperlo e a vedere il suo operato, pare proprio che il suo obiettivo principale sia quello di durare.


Resta lei, la Germania appunto, la nazione che più di tutti ha perso da questa situazione, e più di tutti si sta spendendo per perpetrarla. La Germania che se ne frega se gli buttano giù il Nord Stream e accetta di buon grado di diventare lo zimbello del mondo, la Germania che da due decenni ed oltre investe sui rapporti con la Russia e che a causa della fine di quegli stessi rapporti è in crisi nera. La Germania che fino a ieri aveva a capo uno dei più brillanti politici della scena mondiale: Angela Merkel, e da un giorno all'altro si ritrova guidata da una serie di Cancellieri che definire mediocri è un complimento.


Premetto che il mio è solo un gioco ipotetico, un divertissement, ma se questo fosse un gioco tipo: indovina il colpevole, io punterei tutto sulla Germania. Proviamo  a ricapitolare: i baltici sono accecati dal loro risentimento antirusso, gli inglesi anche, con in più l'ambizione di riaffermare il loro ruolo di prima potenza d'Europa e seconda dell'impero (ruolo questo, che per inciso in altri tempi non sarebbe dispiaciuto alla Russia). Spagna, Francia e Italia, chi per un motivo, chi per l'altro, è tanto se ai loro governi è consentito di rimanere in piedi, resta qualche battitore libero sia interno che esterno all'unione, come l'Ungheria di Orban e la Turchia di Erdogan. Tutto il resto perlopiù comparse. 

Ma quello tedesco è un caso diverso. È davvero possibile che la classe dirigente tedesca butti tutto alle ortiche; il benessere economico, i rapporti con la Russia, la transizione energetica, la preminenza europea, solo perché qualche neocon americano ha fatto la voce grossa? Possibile che abbiano dimenticato il profetico fuck Europe della Nuland? 

Forse no, e per capirlo basta guardare il modo quasi ossessivo con il quale puntano sul riarmo europeo (tedesco). Secondo il parere degli esperti, in realtà utile solo per salvare l'economia, ma qualche sospetto dovrebbe suscitarlo: E se la Germania avesse acconsentito a tutto lo sconquasso che sta capitando sul vecchio continente, per avere la possibilità di riarmarsi senza indispettire gli altri stati europei e soprattutto gli amici americani? 


Non si discute, gli sta costando moltissimo, ma davvero un paese con la storia della Germania avrebbe avuto una possibilità più conveniente. Sul serio l'America, la Francia, la Gran Bretagna, la Russia stessa, la stessa Italia, senza le attuali contingenze, avrebbero permesso anche il solo parlare di riarmo tedesco? Questo oltranzismo europeo, ricordiamolo, sotto guida tedesca, che sta sfasciando la NATO, sicuri che sia solo miopia di tutta la classe dirigente europea?  Se invece, per alcuni, fosse un modo per buttare all'aria l'assetto europeo post 1945 senza finire per forza di cose in una nuova guerra di vaste proporzioni, se la Germania, o meglio se parte della leadership tedesca avesse scelto di accettare di pagare oggi un conto salato, per conquistare domani una sovranità strategica?  Se lo strazio a cui stiamo assistendo non è in realtà l'agonia del trapasso, ma il travaglio di un nuovo attore geopolitico? 

La verità probabilmente sta in una miscela tossica di entrambe le ipotesi: calcolo freddo da parte di alcuni (che vedono nella crisi l'unica chance di cambiare lo status quo) e caos miope da parte di molti altri, che agiscono per sopravvivere, trascinati dagli eventi. L'esito dipenderà da quale componente prevarrà.

giovedì 27 novembre 2025

New York 2025

Guardavo una parodia su Instagram: undici settembre, attentato alle torri gemelle, migliaia di persone in piazza contro l'islam.... Qualche anno dopo; duemilaventicinque, stessa città, stessa folla, ma adesso tutti a festeggiare il primo sindaco musulmano della metropoli.



Il video vorrebbe forse evidenziare una contraddizione, la memoria corta della gente, la mancanza di rispetto per la storia; l'asservimento di un popolo all'ideologia. Tutto vero, tutto valido in qualsiasi altro luogo del mondo, ma non lì, a New York, Stati Uniti. Lì, sbaglia bersaglio, riuscendo per eterogenesi dei fini, a illustrare bene quale sia la vera forza (sopita) dell'America: cioè la capacità di assimilare, di digerire tutto, ricavarne energia, e rendere ogni cosa americana. Era la stessa forza di Roma.



La vera debolezza dell'America di questi anni, semmai è stata proprio il contrario, ovvero la paura di essere respinta, quella propensione a farsi piccina, per timore di sopraffare, di soffocare anche le più improbabili minoranze, finendo così per generare enclavi, non più cittadini. Questo timore ha lasciato troppo spazio all'altro modello di convivenza, che per un'alchimia conosciuta solo dentro gli imperi, coesiste contemporaneamente all'assimilazione: il multiculturalismo (ovvero integrazione senza assimilazione). Per giunta, pretendendo che anche le province, soprattutto quelle europee, le più servili, adottassero tale modello quale strumento funzionale alla globalizzazione. 


Naturalmente causando ancora più disastri che in patria, non disponendo questi stati di sufficiente "forza imperiale" per reggere tale compito. Esempio lampante di tutto ciò è la Gran Bretagna, che nel tentativo di scimmiottare il suo passato, va perdendo la sua identità nel sogno vano di assimilare forze ormai troppo soverchianti per una piccola isola quale in effetti è.


Personalmente questo nuovo sindaco di New York mi sta antipatico: probabilmente un idiota tenuto in piedi dalla propaganda. Gli stessi slogan, le stesse promesse da cui abbiamo imparato a diffidare già ai tempi di Obama. Dubito che persino coloro che lo hanno spinto, abbiano capito fino in fondo ciò che facevano, probabilmente in ossequio ai tempi volevano solo proporre un candidato polarizzante in sfregio a Trump. Ma nonostante tutto, il fatto che sia stato eletto mi pare un segno di vitalità per gli Stati Uniti. 



venerdì 21 novembre 2025

Vita nei boschi

Sto seguendo a tempo perso la storia di quei due genitori inglesi che vivono dentro i boschi dell'Abruzzo, a cui si vuole revocare la custodia dei figli perché secondo gli assistenti sociali non conducono una vita idonea a garantire ai minori una corretta crescita.

Per caso, mi è capitato sottomano un post del ministro Salvini, che col tempismo che lo contraddistingue ha lanciato un meme, che dice pressappoco così: perché gli assistenti sociali invece di occuparsi di questa famiglia, non vanno a vedere in che condizioni vivono i bambini nei campi rom? 

Tralasciando che essendo Salvini membro del governo in carica, certi quesiti, invece che sui social, dovrebbe porli ai ministri competenti suoi colleghi. In realtà questa domanda è a mio parere meno banale di quanto sembri, perché al netto del populismo di cui l'ha caricata Salvini, può condurci a riflessioni interessanti. Dunque proviamo a domandarcelo anche noi: perché lo stato interviene qui in modo così diretto, mentre altrove chiude un occhio, anche davanti a situazioni di più grave degrado?

Secondo me per il semplice fatto che, seppur con qualche impegno, questa famiglia rappresenta un modello di vita alternativo, veramente percorribile da una discreta fetta di popolazione, mentre lo stile di vita, per esempio degli zingari, con tutto il rispetto, no.

Questa storia mette in crisi il modello efficientistico dell'esistenza votata alla produttività, anche personale, che la nostra società ha fatto proprio. Perciò non basta che simili condizioni di vita appaiano scomode e faticose quali sono. Perché a differenza di altre realtà, restano comunque condizioni tutto sommato dignitose: da quello che si apprende, i genitori in questione hanno un certo capitale economico e sono provvisti di buona cultura, anche l'abitazione descritta da alcuni, come fatiscente, in realtà pare essere dotata di pannelli solari e di altri strumenti moderni che la rendono autosufficiente. Insomma un modello di vita diverso, certamente duro, ma difficilmente definibile degradato.

Adesso, dopo il clamore mediatico suscitato, il messaggio che sta passando è che certe scelte non sono praticabili, in quanto le uniche alternative che la società può tollerare al modello dominante sono o vivere nel degrado ai limiti della legalità, oppure condurre una vita da eccentrico, in solitaria. Figura quest'ultima, addirittura utile, per dare l'illusione che esistono alternative al modello standard. Ma una famiglia intera con tanto di figli e animali al seguito, per giunta all'apparenza felici, proprio no, è una cosa troppo destabilizzante.

Dunque la società, così come un po' tutti i sistemi organizzati, cerca di salvaguardarsi, infischiandosene delle condizioni dei bimbi veramente ai margini e accanendosi contro la famigliola inglese. Che forse riuscirà a vincere la sua causa e alla fine troverà un accordo. Ma solo come eccezione, una concessione che la società gli dona come atto di generosità, non di diritto.


lunedì 17 novembre 2025

Giovani

Stiamo lasciando il mondo a generazioni radicalmente diverse dalle precedenti. Non voglio impuntarmi sul fatto che siano peggiori. Restano comunque portatori di una visione aliena, di cui faccio fatica a comprendere le logiche oltre l'immediato. Questo non capire mi rende inquieto sul futuro. Non è questione di invecchiare. Nelle leve precedenti,  ognuno seguiva proprie vie. Le generazioni passate magari non capivano e perciò contestavano queste vie.  Ma grossomodo gli obiettivi erano i medesimi: progresso sociale, felicità, benessere. Quantomeno per sé medesimi e i propri cari. 

Leggevo proprio adesso i commenti sotto l'articolo dell'ennesimo allarme: i giovani non fanno più figli. La maggior parte dei commenti incolpava la scarsità di denaro.  Anche se le condizioni generali sono realmente peggiorate e la stabilità di un tempo nel bene come nel male, diventa sempre più una chimera. In fondo, lo sappiamo: ciò è solo il pretesto di chi non vuole guardarsi dentro e cerca una giustificazione esterna: è colpa di...  

In verità continuiamo a vivere in uno dei periodi con i più alti tassi di benessere diffuso che la storia ricordi. La Grecia classica, Roma, il Rinascimento, erano periodi di profonda miseria se paragonati alla nostra decadenza, di diverse misure di grandezza, per giunta.

Alla fine, però, leggo un commento più meditato: i giovani hanno smesso di fare figli perché sono più responsabili delle precedenti generazioni, motivo per cui  sanno quale responsabilità e impegno comporta. 

Poveri ragazzi disgraziati: questo vi hanno trasmesso i vostri padri, solo la fatica, solo l'impegno di continuare la vita. Case piene di benessere, ma prive della gioia di condividere, fosse anche un torsolo di mela per ricevere un sorriso. 

Eppure, nonostante allevati come fardelli, lo stesso viziati, al punto da non consentirgli di crescere.  Estranei all'idea di mettere in discussione il mondo così come fatto loro intravedere. Immuni contro la vecchia caparbietà dei giovani di provare a stravolgerlo prendendosene sulle spalle le responsabilità.

Così disabituati all'incertezza del vivere, da pretendere stabiliti standard, anche per commettere il più basilare gesto d'amore.


Allora eccoli a giustificare la ritrosia a impegnarsi, come se fosse un atto d'altruismo. Negare il futuro a chi spetta di diritto per risparmiare loro le fatiche del vivere.


Nichilismo come amore.