Nutrendo io posizioni fortemente contrarie al modello migratorio in essere, i saputi di turno, convinti di cogliermi in fallo, non mancano mai di ricordare le mie origini di meridionale, Siciliano per essere precisi, trapiantato al nord. Tempi strani questi nostri, dove l'aver contratto esperienza di certi temi, a detta di alcuni, invece di offrire una posizione privilegiata sugli stessi, quantomeno l'aver appreso la capacità di saper disarmare certi artifici retorici, invece da invogliare, dovrebbe scoraggiare dal parlarne.
Ma tant'è. Dunque, per non irritare nessuno, proviamo a cambiare argomento, o meglio giriamoci intorno parlando d'altro, precisamente di documentari. Concentrandoci nello specifico su un periodo e su un'area geografica particolare: l'Italia tra i primi anni cinquanta e la prima metà degli anni sessanta.
Benissimo, se empiricamente, adesso voi provate a fare negli archivi Rai, o su YouTube, ricerche sul paese di allora, vedrete che per il Nord Italia vi compariranno risultati come il magnifico "Viaggio nella valle del Po" di Soldati, mentre per il Meridione, a meno di non effettuare ricerche più mirate, vi compariranno risultati dove si parlerà esclusivamente di povertà e di migrazione. Mezza penisola più isole, ridotte a un non luogo, il cui unico obiettivo dei suoi abitanti pare fosse quello di sfuggirvi. Ad essere ostinati, ecco comparire qualche titolo che parla di mafia o banditismo. Ma bisogna essere davvero caparbi per trovare documenti come quelli girati da Vittorio De Seta in Sicilia, Sardegna e Calabria, o il mitico documentario a corollario del libro "Le terre del rimorso" (nomen omen), che si avvalse della consulenza di De Martino, sulla Taranta. Comunque, vuoi per le origini nobiliari del primo, vuoi per la fede socialista del secondo, anche questi documentari, pur bellissimi, se paragonati a progetti come quello di Soldati dedicati al Nord, lasciano trasparire un mondo senza gioia.
Una civiltà intera ridotta alle sue piaghe, dove l'immigrazione, per essere resa accettabile a chi la riceveva, da possibilità, diventava l'unico destino auspicabile, e dunque l'accoglienza si trasformava in un atto di dovuta carità, verso chi arrivava.
Come se Pitrè, che per la sola Sicilia, nemmeno cinquant'anni prima, non gli bastarono venticinque volumi per descrivere le usanze di un popolo, non fosse mai esistito. Tutto pare ridursi in povertà, arretratezza, immigrazione e speranzosi investimenti da parte di Roma. Per il resto, da mangiare pane duro, da bere lacrime e come musica pianto. Il Meridione era una "questione", non un territorio.
C'è voluto di tempo e di fatica per cambiare (ma solo in parte, perché ai tempi la narrazione era così forte che i meridionali stessi ormai sono convinti di molto di quanto allora detto) questa narrativa, utile alla politica industriale di allora. Proprio per questo, io mi domando: chissà quanto tempo ci vorrà e se si farà in tempo a cambiare lo stesso ritornello, stavolta non più rivolto a territori tutto sommato piccoli, ma a continenti interi.
Ed è in forza di questo background che, quando sento pronunciare la parola accoglienza, da certi figuri, io non posso fare altro che tradurla in sfruttamento. Non come singolo caso, capiamoci, solo un presuntuoso parlerebbe dei singoli casi, senza esserci addentrato. Nessuno pretende di fare le pulci al signor Ben Alì o al signor Chen, che dopo innumerevoli sacrifici sono riusciti a farsi una posizione. Qui si sta parlando di sistema.
Con una differenza importante rispetto ad allora: i migranti degli anni ’50–’60 erano una variante della stessa cultura, perciò potevano essere descritti come un ramo arretrato della pianta nazionale. Questo permetteva una narrazione che generava un senso di vergogna da parte di chi la subiva: si trattava pur sempre di italiani giudicati da altri italiani.
I migranti di oggi, invece, provengono da tradizioni differenti. Non si percepiscono come una variante della cultura ospitante, ma come altro. E quando una cultura spesso raffinata, viene raccontata solo attraverso le sue criticità, non nasce vergogna: nasce rivalsa. Non perché “odino”, ma perché sanno di non appartenere alla tradizione culturale che li giudica, e reagiscono come reagisce chi vede la propria storia ridotta a un problema.