domenica 4 gennaio 2026

Ancora qualche considerazione sul Venezuela


Premessa
12-01-2026

Dopo la pubblicazione di questo articolo, ho ricevuto da varie parti l'accusa di essere filotrumpiano. Ho deciso di inserire questa breve premessa per chiarire questo equivoco.

Semplicemente non lo sono e personalmente considero quello che è successo in Venezuela nei giorni scorsi un atto di bullismo internazionale. Molto più di quanto fatto dalla Russia in Ucraina, se non altro per il fatto che i russi, prima di passare alle maniere forti, hanno cercato di concludere un accordo in modo pacifico. 

Ma questi sono giudizi morali e in questo genere di considerazioni lasciano il tempo che trovano. Per quel che mi riguarda, mi basta sia chiaro che quando dico che l'operazione di Trump in Venezuela è stata brillante, mi riferisco a cose come la sua efficacia (a mio giudizio) o la bravura operativa. Se poi quella stessa azione è qualcosa di criminale, il problema è degli elettori di Trump e degli altri stati suoi alleati. Che a dirla tutta dovrebbero essere abituati a certi metodi, visto che, esclusa forse la sfrontatezza, non sono un'innovazione di questo presidente. 

Lo scopo di questo articolo è quello di dare una lettura strategica di ciò che sta avvenendo: quello che voglio far passare non è che Trump sia una specie di genio o ciò che fa sia giusto, ma che sia lui sia il gruppo di potere che rappresenta, la classe dirigente di cui è espressione, per intenderci, stanno portando avanti una strategia. Che poi questa strategia salverà l'America o ne accelererà il declino sarà il tempo a svelarlo. Ma in ogni caso è giunta l'ora di rendersi conto di questa verità di fatto. E per farlo occorre smontare due narrative opposte ma false entrambe. Quella dei trumpiani, che tendono a minimizzare ciò che è accaduto, così come altre mosse dell'americano. E quella di coloro che, rimasti fedeli ai precedenti gruppi di potere,  vorrebbero far passare l'inquilino della Casa Bianca come un pazzo incompetente che agisce d'impulso, avulso a ogni forma di razionalità. Se nella lettura dell'articolo traspare nei confronti di Trump più entusiasmo di quanto fosse necessario, è solo per controbilanciare l'atteggiamento di superiorità e di disprezzo nei confronti dello stesso, con cui chi, in questi giorni, scrivendo su questa faccenda, ha adornato il nulla che ha capito.

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Meno male che Trump era solo un idiota: in mezza giornata si è ripreso il Venezuela, in barba a decenni di manovre russe e cinesi.

Per fortuna che l'America è ridotta allo sfascio. Nel frattempo ha messo a segno la più brillante "operazione militare" degli ultimi cinquant'anni. Pulita, veloce, risolutiva.


Lo stesso Putin, secondo gli analisti tra i leader più abili del nostro tempo, nel tentativo di raggiungere un obiettivo politico simile, si è ritrovato impantanato in Ucraina, come sappiamo. Sì, va bene, ci sono tutte le differenze del mondo in mezzo: scale di potere e di mezzi completamente diversi. Ma non riconoscere il punto è fazioso.


A proposito di Putin, dicevano anche che Trump fosse un pupazzo nelle mani del russo, e che questi ad agosto ad Anchorage fosse riuscito addirittura a calargli le braghe. La verità che emerge è che solo il tempo ci dirà cos'altro ha concesso il presidente russo per ottenere il permesso americano di riprendersi quel pezzettino di cortile di casa.

America is back, sbandierava l'osannato Biden, trascinandola nel frattempo in una serie di figuracce internazionali: figuracce vere, non del tipo gossip di cui certa stampa accusa Trump. Ma è stato proprio Trump, con questa operazione, che ha fatto capire a turchi, iraniani, coreani e cinesi chi è che comanda. Anche gli altri leader mondiali ricorderanno la fine di Maduro quando dovranno decidere con chi schierarsi. L'ha fatto mostrando il vero asso nella manica americano, la proiezione di potenza, l'ha fatto nel modo migliore possibile: ovvero senza remore, svelando che sono ancora loro ad avere in mano il bastone più grosso. A differenza dei suoi predecessori, l’ha fatto senza intraprendere operazioni megalomani, il cui esito è sempre incerto, come dimostrano i casi dell’Ucraina o del Medio-Oriente. Basta usare asset strategici come il dollaro, in maniera raffazzonata e rischiosa. Basta vuote minacce che alimentavano in più di un attore la tentazione di scoprire se quelle minacce fossero reali oppure un bluff.

Ditelo ancora che Trump è solo un buffone, prendetelo ancora in giro per la sua inadeguatezza, intanto che la nostra dirigenza, unica al mondo ha accettato supinamente e su tutta la linea la sua politica sui dazi. Mentre saldiamo il conto, ridiamo ancora un poco alle sue sparate. 

Naturalmente un intervento così spregiudicato presenta anche molti rischi: per cominciare nello stesso Venezuela, l'operazione potrebbe rivelarsi meno risolutiva di quanto io stesso la sto valutando. Gli americani in questi ultimi anni si sono dimostrati maestri a destabilizzare paesi nemici, ma quando dopo si è trattato di rimetterli in piedi, hanno dato pessima prova di sé. Basta pensare all'Iraq, anche Bush l'indomani della cattura di Saddam cantava vittoria, sappiamo tutti come è andata a finire. Le dichiarazioni di Trump paiono far capire che anche le prossime mosse sarebbero state già pianificate e che tutto sia sotto controllo. La maniera brillante con cui ha disinnescato il conflitto tra Israele e Iran ci induce a concedergli fiducia. Ma è fiducia a credito.

Poi c'è il fronte russo. Nonostante gli ucraini plaudano all'azione americana, questa operazione offre delle ottime giustificazioni all'operazione speciale russa. C'è da aggiungere anche che il Venezuela era soprattutto un alleato cinese, che gli americani se lo siano ripreso non so fino a che punto infastidisca realmente Putin...

Dopo c'è appunto la Cina, il rischio è che esasperata dall'ennesimo colpo di mano avversario, si convinca a usare gli stessi sistemi per Taiwan. Sarebbe una catastrofe mondiale.

Ma soprattutto con l'attacco alla sovranità del Venezuela è scivolato l'ultimo velo che copriva la farsa del diritto internazionale. Non tanto nei confronti dei rivali che già  sapevano benissimo quanto vale questa particolare forma del diritto, ma verso i clientes, che dopo ottant'anni di egemonia americana un po' alla pantomima ci credevano. 


Trump, salvo i modi, si sta rivelando un giocatore razionale. Resta da capire se, nel suo agire spregiudicato, abbia davvero tenuto conto delle carte in mano agli avversari. Le incognite sono tante, così come tanti sono i problemi che affliggono l'America. Oggi forse dovrebbe apparire chiaro che chi è stato eletto per risolverli non è solo un incapace sprovveduto. Per i più riflessivi ci voleva poco, non si arriva dove è riuscito ad arrivare Trump, così, per caso. C'è da stare attenti però a non fare l'errore opposto, cioè idealizzare troppo tale personaggio, in questo ci aiuta lo stesso Trump, visto che non si è certo risparmiato a dare prova di tutti i suoi limiti. Resta comunque il fatto che sembra abbia compreso, se non tutti, almeno alcuni dei principali problemi che affliggono l'America dei nostri tempi: l'ideologia globalista, la sovraestensione e la perdita di industrie. Che la classe dirigente di cui Trump è espressione sappia davvero risolverli, rimane tutto da dimostrare. Mi pare però che quanto meno, a modo loro, ci stiano provando.

Intanto, i russi sono ancora lì, fermi a cercare di pelare il gatto ucraino. Gli europei soffrono la peggiore crisi di leadership di tutta la loro storia. Mentre i cinesi paiono statue impassibili, quegli altri dalla Siria al Venezuela, passando per l'Iran, malmenano i loro alleati, e il massimo di cui fino ad ora hanno saputo fare sfoggio sono state le dichiarazioni di protesta. 

E sul Venezuela in sé, cosa si può dire? Personalmente, a essere sincero posso dire poco: ho conosciuto gente venezuelana che abitando ancora lì, mi ha spiegato che il problema del paese sono gli Stati Uniti con il loro embargo e i continui sabotaggi. Così come ho conosciuto venezuelani emigrati che accusavano il proprio governo di tutti i guai di quella terra. Anche tra gli esperti, quantomeno in quelli seri, non ho trovato giudizi più unanimi. Quale delle due correnti è più influenzata dalla propaganda lo lascio a voi decidere, di certo nessuna delle due fazioni ha influenzato le scelte che si sono compiute sulla testa del paese. Dal canto mio, quello che so è che sbagliano, sia chi pensa che adesso grazie all'America la nazione entrerà in una nuova fase di libertà e sviluppo, sia chi pensa che gli americani insedieranno un governo corrotto e repressivo. Ieri come oggi il futuro di quello stato è in mano ai suoi abitanti, che questo futuro sia guidato da un buon governo o da una manica di corrotti, non è cosa che importa agli americani, l'importante è che sia allineato ai suoi interessi. Cosa che ai tempi era vera anche con la stessa Cina, che ricordo, non fu considerata un rivale perché stava arricchendosi, ma perché pretese una propria autonomia strategica.

E per quanto riguarda l'Italia? Intanto chi adesso  sta accusando il governo di non prendere una ferma posizione di condanna, sta lavorando più per la poltrona che per gli interessi del paese, né più né meno di quanti lo esortavano ad essere più intransigente nei confronti della Russia. 

Per quanto riguarda tutti gli altri, può piacere o meno ma il paese è inserito dentro una certa alleanza e li dentro deve agire. Io sono il primo a dire che questo governo si è dimostrato troppo entusiasta nel condannare la Russia per l'invasione ucraina. Ma chi forse un poco per ripicca, un poco per ideologia, pretenderebbe lo stesso atteggiamento anche nei confronti degli americani, forse non ha capito quali sarebbero le conseguenze.

Per i più idealisti invece, ammesso e non concesso che la difesa dei principi sia faccenda di un capo di Stato, sicuramente non è con proclami e altri strumenti retorici che questi si difendono.


Gli eventi si susseguono, e tutto ancora può succedere, ma lo ripeto: una cosa deve essere chiara fin da subito: bisogna smetterla di guardare Trump dall'alto in basso, considerando tutto ciò che fa come una pagliacciata. Abbiamo avuto conferma già con l'amministrazione Biden: forse cambieranno i modi, ma è ingenuo illudersi che passato il ciclone Trump, il nuovo presidente tirerà un colpo di spugna e tutto ritornerà come prima.
Il fatto di non trovarci davanti a un novello Teddy Roosevelt, personaggio al quale tra l'altro Trump si ispira, era chiaro fin dalla sua prima campagna elettorale, ma altrettanto chiaro appare che malgrado l'imprevedibilità e i metodi eterodossi le azioni di Trump seguono una propria logica. E se l'Europa continuerà a fare finta di niente, sottovalutandolo, sarà proprio lei a pagarne il prezzo più alto. 

sabato 3 gennaio 2026

Venezuela lo specchio delle nostre ipocrisie

Tanto tuonò che piovve!  E per concludere Trump ha finalmente attaccato il Venezuela. Trumpianamente, si capisce: ovvero in modo da non capirci niente. Così si resta nel dubbio:  stiamo assistendo ad una guerra oppure a una scaramuccia tra bulli? Ma tant'è, come ci ha insegnato Barbero, oggigiorno le guerre si fanno ma non si dicono.

Che prima o poi sarebbe finita così lo dissi già ai tempi del Nobel per la pace alla Machado, era chiaro persino ai ciechi che dare un premio ad un oppositore del governo in questo periodo, voleva dire fornire un ottimo pretesto morale per portare avanti attacchi contro lo stesso. Ormai quel premio ha ben poco di prestigioso, serve solo a legittimare certe istanze, a coadiuvare la predisposizione nella gente affinché siano accettati determinati interessi.

Comunque sarà divertente adesso guardare l'Europa e i vari governanti; quelli ché fino a ieri blateravano di aggredito e aggressore nel caso della Russia. Poveretti, che arrampicata sugli specchi dovranno fare per giustificare l'intervento statunitense. Sugli Israeliani, sono stati ancora fortunati, che Tel Aviv abbia dato un aiutino, o meno, i nostri politici potevano sempre tirare in ballo il 7 ottobre per giustificare l'aggressione, ma qui non ci sono proprio scuse. Sono in arrivo sanzioni anche per Washington? Vabbè, a dire il vero, visti i livelli a cui siamo arrivati non mi stupirei più di tanto se la linea sarà: Zelensky è buono, Maduro cattivo. Probabilmente pochi contesterebbero tale lettura. 


Ma divertente è anche guardare l'indignazione degli antiamericani. Tutti a imprecare, a stramaledir (direbbe qualcuno), contro lo zio Sam. Che dal canto suo ha fatto (a quanto pare con più successo) né più né meno di quello che sta facendo la Russia in Ucraina: riaffermare un'egemonia dentro ciò che considera il proprio cortile di casa. Putin con la scusa del nazismo, in Ucraina. Trump con quello della droga, in Venezuela. Ognuno, non senza qualche ragione, si arrangia con ciò che può. È tanto per dirla tutta, il petrolio in questa storia c'entra fino ad un certo punto, le potenze attaccano per ribadire chi comanda dentro il proprio spazio vitale, non per ritagliarsi il ruolo del benzinaio. 


Mi dispiace un po' per i sognatori di entrambi i fronti, sia chi vede in Ucraina il sorgere di un mondo multipolare più giusto del precedente, sia chi spera che l'America libererà il Venezuela dall'oppressione di un governo autoritario. Però, concedetemelo, è un po' ingenuo addossare alle potenze finalità moraleggianti fino a tal punto. Signori, siamo discendenti di Roma! Almeno in Italia si dovrebbe aver presente che gli imperi si muovono seguendo logiche di interesse. Capisco che non sia da tutti leggersi i libri di Kissinger o interpretare nel giusto modo le azioni di un Biden, ma Trump l'ha detto chiaro e tondo: Make American Great Again.

giovedì 1 gennaio 2026

Fine anno coi botti



E anche il duemilaventicinque si è concluso, ma non si ferma la lunga lotta dell'Italia contro la felicità, in ogni sua forma ed espressione. Anzi, la notte di fine anno è uno dei fronti più avanzati di questa guerra.

Mi riferisco naturalmente ai fenomeni di contestazione contro i botti di Capodanno, che, partiti come legittimi movimenti di sensibilizzazione contro indubbie esagerazioni, causa ogni anno di diversi ferimenti, anche gravi. Ormai hanno assunto come scopo la volontà di stigmatizzare l'usanza in tutte le sue forme. Poco importa se si parla di botti di Kalashnikov oppure di un'innocente stella filante. Tant'è vero che in molte parti della penisola si vietano tout court questo tipo di pratiche.


Non a caso, tra i soldati più attivi in questa dura lotta troviamo i sindaci, che un po' per appecoronamento alla moda, un po' per farsi notare e un po' per evitare guai nella loro città. Emettono ordinanze sempre più restrittive, quando non di vero e proprio divieto. 

La scusa più comune di questi tempi è quella della protezione degli animali (ma sta facendosi largo anche la lotta contro l'inquinamento). All'apparenza una nobile causa, ma in realtà un furbesco pretesto: allora, premesso che sì, sono capitati casi di stormi, in genere piccioni, che per loro sfortuna ritrovatisi al centro dell'evento, finiscono con lo schiantarsi in massa oppure a morire di crepacuore. E ancora sì, esistono cani che hanno particolare timore di questo genere di rumori. Stiamo comunque parlando di davvero pochi casi, in realtà il fenomeno è di molto sovradimensionato dai media, dalle organizzazioni animaliste e dal passaparola. Per quanto riguarda i volatili, più che una particolare debolezza di cuore di questi pennuti, il problema è dovuto al loro sovrannumero dentro le nostre città. Per i cani e gli altri animali domestici, invece una delle cause per cui questi animali vivono male il capodanno è che non sono stati abituati ai rumori. Ma soprattutto, gran parte della paura che animali come i cani, manifestano in queste occasioni, più che ai rumori in sé è dovuta al senso di disagio e di pericolo che i padroni trasmettono loro.


Per quanto riguarda gli animali selvatici propriamente detti, il  problema è ancora più irrilevante. Chi se lo pone, probabilmente non ha mai assistito alla furia che si scatena durante un temporale estivo, così come ad altri fenomeni che sia per estensione, sia per intensità fanno impallidire i poveri botti di capodanno, quantomeno quelli legali. 

Ad ogni modo, il punto è che naturali o artificiali, esistono rumori molto più impattanti al benessere animale, rispetto ai bistrattati botti. Come, ad esempio, quello delle sirene, che per via delle particolari frequenze che questo genere di suono emette, sia per lo strumento che lo propaga: un mezzo che si va, via via, avvicinando. È molto più problematico per il benessere dei nostri amici a quattro zampe.

Anche riguardo i ferimenti e i danni provocati dai botti, a ben guardare, sono quasi tutti provocati da ordigni illegali e da altre pratiche sconsiderate. tragedie che esigerebbero appelli al buon senso, non allarmismi e divieti gratuiti.

Comunque sono cosciente che questa è una battaglia persa in partenza, finché posso mi godo i rumori, i colori e anche gli odori dei fuochi artificiali. Consapevole che non sarà ancora per molto. La logica non può nulla nel regno dell'ideologia. E qui, appunto, come scrivevo siamo in uno dei settori più avanzati nella quotidiana lotta dell'Italia contro la felicità. Un territorio ostile, dove si incontrano e si uniscono le forze di chi, perfettamente a suo agio nel ruolo di neotenia preferisce delegare anche le pur minime responsabilità. con quelle dello Stato, che non essendo in grado di censurare i comportamenti illeciti, preferisce tagliare la testa al toro e stigmatizzare il fenomeno in sé. E ancora le forze degli amministratori che alla prevenzione del rischio, preferiscono la sua totale cancellazione. E infine il supporto degli annoiati cronici, disposti a supportare qualsiasi battaglia purché gli garantisca un po' di epicità e di diversivo alla monotonia quotidiana.

Nel mio piccolo, io porto avanti la lotta, fedele all'imperituro esempio di Napoli, che incurante dei caduti, ogni anno è in prima fila contro chi vorrebbe spegnere definitivamente i nostri accendini.

Buon anno a tutti!

martedì 30 dicembre 2025

Ancora sulla famiglia nel bosco

Ritorno al caso della famiglia nel bosco, ma non per parlare di loro. Come già chiarito, essendomi interessato al caso in maniera superficiale, penso di aver scritto già tutto ciò che di interessante potevo dire sull'argomento. Al massimo potrei smorzare l'ottimismo con cui chiudevo quel post: scrissi infatti che probabilmente alla fine per la famiglia le cose si sarebbero aggiustate e si sarebbe trovato un compromesso. Ahimè, non avevo calcolato che l'intervento di Salvini avrebbe polarizzato lo scontro. Così adesso sono scese in campo le tifoserie, che purtroppo per la famigliola non stanno solo sui social a sputare sentenze su persone a loro perfettamente sconosciute. Gente cui massimo traguardo della vita è stato aprire una pagina Facebook, che però pretende di spiegare agli altri qual è il giusto modo di vivere. Ma sono annidati tra la magistratura, gli ordini professionali, gli assistenti sociali, eccetera, Insomma in tutti quei settori che hanno vero potere decisionale sui destini di quella gente.


Volevo parlare invece di un articolo di Open che conclude con questo pistolotto moraleggiante: "Naturalmente il pensiero che tutti gli scienziati che si occupano e si sono occupati di minori abbiano descritto pratiche di educazione dopo aver studiato per anni e le procedure dei tribunali siano affidate a professionisti non sfiora neppure chi parla di «diabolici disegni» dei quali, come succede spesso nelle narrazioni complottiste, non ci sono però mai i nomi e i cognomi di chi li avrebbe fatti. Un classico."  Qui l'articolo completo.


Bene, questa chiusa è il sunto perfetto della babberia che ci ha colpito e si è fatta palese ai tempi del COVID, ovvero l'idolatria dell'esperto. In realtà trattasi di un male antico, da sempre nella società esistono caste che pretendono di essere ascoltate e decidere perché detentori del sapere: gli scribi, i mandarini, i sacerdoti eccetera. Così come da sempre esistono gruppi che per interesse o ignoranza sono pronti a sostenere queste istanze. 



Il fatto è che l'occidente anche grazie a un personaggio per altri versi detestabile quale Lutero, dovrebbe essere vaccinato contro questo genere di cose. Invece no, non abbiamo fatto in tempo a liberarci dei preti -- che, anche se cattolico lo riconosco, troppo spesso inorgogliti dalla consapevolezza di possedere la verità ultima, hanno preteso di dire la propria anche su quelle penultime -- ed ecco che si fanno spazio gli scienziati.

Meglio ancora, presunti tali, perché, chiariamoci, il termine scienziato nella nostra lingua individuava una ben specifica categoria, mentre ultimamente si sta usando questo termine per definire un gruppo abbastanza ampio di studiosi. Ma a voler essere precisi il più delle volte ci troviamo davanti a studiosi di discipline che semplicemente utilizzano, o millantano di utilizzare il metodo scientifico.

Ma non è solo questo il punto, il punto è che questo genere di persone, che pretendono che tutti tacciano, quando parla la Scienza (rigorosamente in maiuscolo). Così come i loro antenati non avevano capito la religione, non hanno capito cos'è la scienza. Con la differenza che mentre quelli ubbidendo ai preti, magari potevano almeno sperare nel paradiso, questi qui rischiano solo di dare troppo potere a chi potrebbe farne un uso egoistico. Non serve scomodare il "complottismo" come ingenuamente fa il redattore di open, per giustificare tutto ciò, basta ricordare la naturale tendenza di ogni forma di potere a conservarsi e perpetuarsi.

Già, perché se parliamo di "scienziati" o genericamente di "esperti", stiamo comunque parlando di uomini, i quali sono sempre vittime di tentazioni, ideologie e pregiudizio. La tentazione è quella di agire in malafede per interesse personale. Le ideologie non sono solo di credo politico, ma anche e forse ancor di più di convinzione scientifica; la storia della scienza è piena di scienziati poco disposti ad abbandonare vecchi paradigmi (e fruttuose cattedre) per adottarne di nuovi. Per quanto riguarda l'esperienza personale, per restare al tema iniziale, facciamo un esempio di fantasia: provate ad immaginare l'esperto che deve decidere sul caso dei bimbi nel bosco, se magari da piccolo, durante le vacanze estive, fosse stato costretto dai genitori a lavorare controvoglia nella fattoria dei nonni. pensate che genere di opinione potrebbe avere di questa famiglia, che vorrebbe vivere insieme ai figli in un bosco per tutto l'anno! 

Ma al di là degli uomini. E la scienza stessa che non funziona così, nessuno scienziato serio pretende di essere portatore di verità universali, lo scienziato al massimo, ha modelli che funzionano, il suo regno è quello della probabilità e della statistica. Lui è simile ad un nuotatore, che ad ogni tuffo si immerge sempre più in profondità dentro l'abisso, ma con la consapevolezza che mai riuscirà a toccare il fondo.


Questo vuol dire che non esiste verità? un'opinione vale l'altra e il relativismo ha vinto? No, certamente no, lo scienziato, così come il mandarino (l'uomo di cultura), e lo stesso prete, nel loro ambito sono strumenti potenti e quasi sempre affidabili. Il problema è che nessuna di queste categorie, (così come di nessun'altra) possono arrogarsi il diritto di avere l'ultima parola, nella maniera nel contempo specifica e universale. Chiunque invita esplicitamente ad affidarsi a loro, a "lasciarli lavorare" acriticamente, in realtà, sta cercando solo di addormentare le coscienze, e questa è una strada diretta verso L'oscurantismo, non verso il progresso. 



In foto Egas Moniz, brillante medico premio Nobel 1949, per il perfezionamento della pratica medica della lobotomia.


domenica 28 dicembre 2025

Decenni


Ci sono decenni che visti da lontano  paiono somigliare a quelle giornate. Non il decennio in sé, si capisce, ma la percezione che ne resta. Quasi fosse quello l'importante, come la morale in una favola.

Gli anni settanta, ad esempio, hanno il sentore di certi pomeriggi vuoti, un poco claustrofobici. Quelli in cui ce ne si sta da soli senza niente da fare, nemmeno un film da guardare. magari passato a dormire. Soli in una casa dai mobili squadrati e dai colori neutri, giornate inquiete e un po' angoscianti. Ma era normale, c'era da rimettersi dai bagordi del giorno prima, quegli anni sessanta dall'atmosfera festosa e tutti quei colori. 
Qui la luce è quella dei pomeriggi d'autunno, quasi velata, forse fuori piove. Come musica di sottofondo, direi che è perfetto Morricone, non quello epico dei western di Leone, ma quello uscito fuori da certi film italiani: indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, il clan dei siciliani, gli scassinatori, eccetera. Geniale come al solito, ma un po' ossessivo.

Gli anni ottanta invece hanno la frizzantezza del mattino, magari in giro per il paese a fare spesa, ma non il giorno di mercato. C'è la luce della tarda primavera e si ha voglia di parlare con i bottegai e con gli altri passanti. C'è una festa in avvicinamento, forse un compleanno, il santo del paese o chissà ché, si è in cerca di qualche idea per renderla ancora più memorabile. La musica è quella leggera italiana, orecchiabile di buona scuola, allegra e non troppo impegnata.

Con gli anni novanta torniamo ad atmosfere più simili ai settanta, ma una calma più controllata, non si sta a casa apatici, si esce fuori in strada a cercare qualcuno con cui fermarsi, magari in un bar di prima periferia, per chiacchierare un poco e organizzarsi per il fine settimana. Anche qui la luce è quella estiva, ma da secondo pomeriggio, non c'è più la chiarezza del mattino, si fanno invece spazio mille tonalità. la freschezza della mattinata ormai è solo un ricordo, ma il caldo non è più quello feroce delle ore meridiane. La musica dipende dalla radio del bar scelto, si sente comunque l'influenza americana, soprattutto del rap e del pop.

Poi venne il duemila. L'atmosfera era di primavera e di festa di paese. Purtroppo di festa andata a male, causa un acquazzone non previsto. Così ci si ritrova in casa, pentiti di non essere andati fuori porta, dubbiosi su come continuare la giornata. Ma intanto il tempo passa e quasi con naturalezza, c'è chi si accomoda davanti al monitor di un computer, chi invece opta per un centro commerciale.

venerdì 26 dicembre 2025

Liberismo




Leggevo ieri un tweet dell'istituto liberale (un nome, un programma), la solita solfa dove si impreca contro lo Stato a detta loro troppo "socialista".

Questa volta in particolare se la prendevano contro il sistema sanitario, a sentire sempre loro antidemocratico. Può sembrare una boutade, ma per chi coglie il sottointeso il senso del messaggio è abbastanza agghiacciante:


Infatti questi signori partono dal giusto presupposto che viviamo in un mondo dove le risorse sono limitate, nel caso specifico a essere limitato è il tempo a disposizione dei medici a curare i pazienti. In un sistema sanitario gratuito gestito dallo Stato come il nostro, il medico deve per forza curare chiunque gli si presta davanti.


Ma in un mondo dove appunto le risorse sono scarse, si creano storture, perché il medico non potrà scegliere di curare chi secondo loro è il più meritevole (ovvero chi ha possibilità di pagare di più), ma dovrà scegliere in base ad altri criteri (in genere l'urgenza medica).
Ciò farà sì che magari venga curato prima il soggetto poco produttivo, arrecando, in un'ottica efficientista, un danno alla società nel suo insieme.



In un sistema liberista invece il dottore sarebbe libero di scegliere di curare chi vuole lui, ovvero chi paga di più, che disponendo di più risorse economiche, per forza di cose è anche il soggetto più produttivo, che in questo modo potrebbe tornare in pista prima. Aggiungo io, ma sottointeso in un discorso simile: pazienza poi se il vecchio ottantenne improduttivo ha un infarto in corso e l'imprenditore un'unghia incarnita.

Insomma, come dicevo all'inizio la solita solfa: meno Stato, più efficienza. Il problema di questa gente è che non solo pretende di scegliere il gioco ma anche di stabilire regole ed eccezioni.



Il classico caso di chi possedendo un martello, crede che tutto sia un chiodo: in questo caso l'economia e le capacità economiche. Ma perché dovremmo dare questa preminenza alla gente capace di fare soldi? Perché lo Stato dovrebbe lasciare liberi di agire come vogliono, solo chi ha talento economico? Esistono decine di settori altrettanto se non più importanti. Ad esempio perché dovremmo regolamentare le possibilità dello scienziato di fare i suoi esperimenti, ostacolando così la scoperta di nuove cure contro le malattie?

In genere i liberisti a questo punto si appellano ad un ipotetico efficientamento del sistema, Moloch questo smentito sia dai fatti; il pessimo sistema sanitario statunitense (di media 12000 annuì di spesa a testa, contro i nostri 4000), sia dalle leggi economiche stesse, spiegatemi infatti come sia mai possibile che tante piccole realtà, riescano ad essere più efficienti ed economiche di una grande economia di scala. Siccome è più facile spostare una montagna che cambiare un'idea, a questo punto i liberisti rilanciano che, vero, l'economia di scala è più vantaggiosa in termini di forza contrattuale e cose cosi, ma tante piccole realtà in competizione tra loro portano nel mercato molta più innovazione, tutta a vantaggio dei pazienti. Falso anche questo, la realtà ha dimostrato che le spese maggiori di tali realtà non vanno in ricerca e sviluppo, ma invece nel reparto marketing. Le ricerche importanti di solito sono finanziate dal pubblico, solo in un secondo momento scendono in campo i privati. La parabola dei vaccini COVID docet.


Comunque, scegliendo questa strada, bisogna avere il coraggio di andare fino in fondo, per quale diavolo di motivo, lo Stato dovrebbe arrogarsi il diritto di decidere quali settori devono essere lasciati liberi e quali regolamentati? 
Per fare un esempio, questa volta estremo, se uno è bravissimo ad entrare senza essere visto nelle case di maiali troppo arricchiti, portagli via tutto e sventrare chi non riesce a difendersi da solo, perché lo stato anche qui non dovrebbe applicare un modello darwiniano? 

Con questo pensiero vi saluto e vi faccio gli auguri di buon Natale.

lunedì 22 dicembre 2025

Stalin, ovvero della rivoluzione tradita

Ogni tanto, da parte di qualcuno, salta fuori la polemica su Stalin traditore della rivoluzione. A dire il vero Stalin non è che il capofila di una lunga lista di nomi. Incredibile come, a sentire i compagni, il comunismo è un'ideologia in cui sistematicamente a prendere il potere sono quelli che di comunismo non hanno capito nulla, tutta gente interessata solo al potere e che hanno portato la causa alla deriva.

Battute a parte, la questione Stalin traditore dell'idea vs Stalin aderente in tutto e per tutto all'ideologia marxista-leninista, ha anche assunto connotati di dignità, trasformandosi in una contrapposizione colta tra gli stalinisti che parlano di realizzazione coerente, e gli antistalinisti che ribattono con l'ideale tradito. Riprova che spesso la cosiddetta cultura, nonostante i termini tecnici e il linguaggio forbito non è altro che lana caprina di stampo ideologico

In realtà la questione è abbastanza semplice: è assolutamente vero che Stalin abbia commesso molti sbagli, errori che col senno di poi appaiono lampanti. Ma a meno di non aspettare un messia inviato dal cielo, sto comunismo lo si deve fare con gli uomini, e gli uomini, si sa, per loro natura sbagliano. Quindi magari cosa più giusta, invece di biasimare Stalin perché non rappresenta il "comunista ideale" sarebbe confrontarlo con i concorrenti di allora, ovvero Trotsky. Per prima cosa sfatiamo un mito in quanto a crudeltà (sulle quali tornerò dopo) Trotsky per quello che ha dato a vedere, non mi pare fosse molto più tenero del georgiano.

Per quanto riguarda capacità e doti politiche, la realtà dei fatti non è molto incoraggiante. Intanto Trotsky ai tempi occupava incarichi gerarchicamente superiori a Stalin, il fatto che quest'ultimo gli fece fare la fine che sappiamo non testimonia a favore del genio politico di Trotsky. Se passiamo poi al programma concreto che quest'ultimo voleva attuare le cose vanno di male in peggio. Però prima di spiegare perché, una precisazione. Questo non è un saggio storico, ma un articolo a suffragio di una specifica tesi, ovvero che Stalin non sia un fenomeno accidentale in seno al comunismo, ma un suo prodotto legittimo. Per forza di cose sto facendo generalizzazioni e lavoro d'ascia, perché quel che mi preme è solo mostrare come la mia tesi si basa sui fatti e non su reinterpretazioni ideologiche.

Detto questo, dicevamo, il piano di Trotsky era quello di una rivoluzione permanente esportata in ogni angolo del globo. Potrei terminare la questione con un artificio retorico, ricordando di come gli stessi Stati Uniti, il paese più potente del globo rischiano oggi di trovarsi a gambe all'aria a causa della bella idea di "esportare la democrazia". Ma qui siamo messi ancora peggio, la Russia post rivoluzione era un paese arretrato, profondamente diviso, scosso da immani tensioni al suo interno.  Resta vero che l'armata rossa, così come organizzata da lui, riuscì a venire a capo delle forze della reazione internazionale, ma questo in territorio russo. Penso che nessuno possa dubitare che le grandi potenze di allora, se davvero dovevano preservare il loro di assetto statuale, avrebbero messo in campo ben altre risorse. Si dice anche che sotto la guida di Trotsky l'industrializzazione della Russia sarebbe avvenuta ugualmente, visto che era avviata da prima che Stalin salisse al potere, ma sarebbe avvenuta con metodi più democratici e umani. Tutto ciò sarebbe stato interessante osservarlo, giacché una cosa del genere fino ad allora non si era mai vista nemmeno nei paesi più liberali. Tanto è vero che il comunismo nacque proprio in reazione alle terribili condizioni di vita degli operai. Comunque quello che sappiamo per certo è che sotto i successori di Stalin, il progresso di quella nazione, salvo alcuni settori, non riuscì più a tenere il passo con gli altri paesi. Un handicap che la Russia moderna ancora paga.

Sicuramente sotto Trotsky il comunismo sovietico avrebbe imboccato strade diverse. Ma con queste premesse dubito fortemente che gli esiti sarebbero stati così memorabili.


Ok, chiarito che le alternative reali allo stalinismo, non fossero così auspicabili come qualcuno vorrebbe far passare, resta ancora da far luce su un punto fondamentale: ma Stalin era un vero comunista oppure fu solo uno spietato dittatore che cavalcò la causa proletaria per soli fini personali? 

Per me la risposta è chiarissima: sì, Stalin credette davvero nell'ideale comunista e cercò di realizzarlo. Nel resto di questo scrittino cercherò di spiegare perché.

Per fare questo bisogna prima di tutto chiarire una cosa: per valutare un uomo, così come un periodo storico, non possiamo usare i nostri metri di giudizio ma quelli dell'uomo o del periodo stesso.  Questo non per assolvere o condannare l'uomo o il periodo storico in oggetto, ma per comprenderne davvero scopi e intenzioni. Per quanto riguarda la figura di Joseph Stalin, stiamo parlando di un figlio di contadini georgiani, appartenenti ad un impero che considerava i suoi contadini poco più che animali da reddito, dove le purghe e le deportazioni erano cosa comune già dai tempi dei primi zar. Per quanto riguarda le altre potenze stiamo parlando di un mondo dove pochi lustri dopo la presa al potere di Stalin, in Germania si predicava lo sterminio delle razze inferiori e la messa in schiavitù di quelle intermedie. Mentre la potenza leader del mondo libero, pochi scrupoli si fece a lanciare bombe nucleari su due città inermi, ed è meglio non parlare del bombardamento di Tokyo, così come è meglio tacere sui crimini commessi dall'impero nipponico su cinesi e coreani durante i periodi dell'occupazione.

Parlando del Marxismo-leninismo in sé, invece possiamo dire che questa ideologia si basa sul materialismo storico. Nel  concreto della sua applicazione politica, ciò vuol dire ridurre l'uomo a semplice funzione del processo storico, La ferma convinzione che esiste solo quello che si vede, le idee, la cultura stessa non sono altro che un prodotto del substrato dove nascono e si sviluppano. Sul piano oggettivo, per il marxista tra un formicaio e una nazione non c'è nessuna differenza, non perché il marxismo neghi in toto l’umanità dell’uomo, ma perché nella sua traduzione amministrativa il singolo vale solo in quanto parte del tutto. Sia la nazione che il formicaio, nel rispetto delle rispettive biologie, possono essere organizzate al meglio garantendo il maggior benessere possibile a tutti i suoi membri, rispettando determinate leggi, leggi che per quanto riguarda gli esseri umani il comunismo proclamava di aver scoperto. Il problema di Stalin era quello di fare sì che tutti in Russia accettassero ed applicassero queste leggi, e farlo prima che le classi e i sistemi che traevano un vantaggio iniquo nella non applicazione di queste leggi, in particolare la borghesia e i sistemi capitalistici, riuscissero a sopraffare il sistema. Per raggiungere il suo obiettivo, un po' per inclinazione, un po' perché i cambiamenti che pretendeva lo esigevano, scelse il terrore. Continuando il paragone con il formicaio, Stalin forte del suo materialismo non ha fatto altro che quello che avrebbe fatto una formica regina, che dovendo difendere il suo formicaio e volendolo strutturare al meglio nel minor tempo possibile non si è fatta scrupolo di sacrificare la vita di milioni di singoli individui, forte della convinzione che l'insieme sia infinitamente più importante del singolo.


Ecco che si contraddice dirà qualcuno, prima parla di Stalin e dello stalinismo come prodotto legittimo del comunismo e poi blatera di inclinazioni. Ma io non ho negato che Stalin è il risultato di un certo imprinting culturale. Ma il fatto è che i compagni che lo conoscevano, se lo hanno sopranominato "Stalin" e "non fiocco di neve", suvvia!  Dovevano pur aver capito il tipo. Ma malgrado ciò, se non hanno mai pensato che questa inclinazione fosse una buona ragione per non promuoverlo ai massimi vertici dello stato, dovrà pur esserci stato un motivo.  Tale motivo e perché anche loro erano convinti che "la rivoluzione non era un ballo delle debuttanti" e per costruire l'uomo nuovo sovietico, occorresse il pugno di ferro, anzi d'acciaio. Vero è che Lenin stesso, nel suo famoso testamento, stigmatizzò l’ascesa di Stalin, definendolo troppo “rude”. Ma stiamo parlando di quel Lenin che in prima persona, quando ce ne fu bisogno, non si fece scrupoli a instaurare il "terrore rosso" o a istituire la Ceka, la famosa polizia segreta.




Quanto detto assolve Stalin dalle sue colpe? 
No niente affatto, ma le contestualizza e le relaziona all'ideologia di cui era portatore. Allo stesso modo di come non si può assolvere il nazismo e incolpare il solo Hitler dei crimini della Germania del suo tempo. Probabilmente Stalin non era inevitabile, ma resta comunque perfettamente compatibile con il sistema che lo generò.


Personalmente sono convinto che l'uso della violenza non sia eliminabile da un regime comunista, in quanto solo in questo modo tale ideologia può essere applicata a gruppi numerosi di individui. Ma in un serio dibattito, considero legittima la tesi di chi pur ammettendo gli eccessi e gli sbagli di Stalin ne rivendica l'eredità concludendo che l'ideale perseguito resta comunque nobile.  inaccettabile invece resta la posizione di chi vorrebbe epurare la figura del dittatore Georgiano e di altri come lui dalla storia del comunismo per rifarsi una verginità.

giovedì 18 dicembre 2025

De Germania

Leggevo l'ennesimo articolo sulla decadenza europea. Davvero, faccio fatica a credere che un continente di millenaria esperienza politica possa essersi ridotto ad offrire questo spettacolo di sé al mondo. Persino l'America di Biden prima, e quella di Trump adesso, senza paura di smentite, tra i peggiori presidenti che quel paese abbia mai espresso, ha tentato di portare avanti una visione. Da noi il nulla. Un continuo inseguire l'attimo, senza nessuna strategia a lungo termine, nessun piano di riserva se le cose non vanno come sperato. 

Più ci penso, più non mi torna che un continente intero si sia rincitrullito così tanto da essersi fatto imporre da un vecchio rincoglionito come Biden (o meglio dal gruppo di potere che rappresentava), l'idea che fosse possibile infliggere una sconfitta strategica alla Russia, senza un piano di riserva, una via di fuga. È qualcosa che non sta minimamente in piedi.


Eppure, così paiono essere andate le cose. Cui prodest? 

La Gran Bretagna, naturalmente non va considerata, quello è un paese a sé. Chi si interessa a questo genere di dinamiche può vedere anche da solo che essa in questa operazione, nel rischiare grosso, qualcosa da guadagnare effettivamente poteva avercelo. Ma nell'unione propriamente detta

Sì, la Polonia e i paesi baltici in generale hanno acquistato molta rilevanza strategica nel contesto europeo, a onor del vero si sono tolti anche più di una soddisfazione contro l'odiato orso russo. Ma se la Russia adesso vince a cosa è servito, insistendo con questa escalation, rischiano di fare la fine di una donna innamorata che si busca una polmonite, pur di vedere il medico del suo cuore. L'escalation ha aumentato la loro importanza strategica, ma adesso, soprattutto dopo Trump, il filo sta per rompersi. Con la loro appartenenza alla Nato, davvero poco c'era da preoccuparsi, quantomeno in tempi brevi di qualche pretesa russa nei loro confronti. Dal punto di vista economico i fondi UE dirottati in Ucraina, avrebbero fatto comodo soprattutto a questi paesi, invece che per la guerra, potevano essere usati per puntellare il ritrovato benessere. Il gran sultano è andato avanti mezzo millennio promettendo al popolo che il prossimo anno sarebbero giunti alla mela rossa. Davvero i leader di questi Stati sono incapaci a tal punto da essersi dovuti sporcare le mani sul serio, per placare il risentimento anti-russo che cova nella pancia delle loro nazioni?

I membri storici dell'unione, come Italia e Francia, magari in un ridimensionamento della Germania avrebbero potuto avere qualcosa da guadagnare, ma da un crollo come quello a cui stiamo assistendo, non penso proprio. Anche a causa di ciò che è  avvenuto in Ucraina, la crisi è tornata a farsi sentire, i governi sono traballanti, con molti stati che rischiano di finire in mano a partiti estremisti.
Sanchez in Spagna fa quello che in genere fanno i governi spagnoli, dichiarazioni eclatanti, gesti solenni, ma poi calate le luci si muove con i piedi di piombo. Sa che la sua maggioranza è fragile. Macron in Francia insieme alla Germania di Scholz sono stati i leader che più di tutti si sono spesi per scongiurare il conflitto ucraino. Oggi però il suo consenso interno è ai minimi storici. E la sua linea si è progressivamente appiattita su quella dell'Unione; a quanto dicono alcuni esperti il suo obiettivo immediato è succedere alla von der Leyen. Infine la Meloni in Italia. Confesso che personalmente stimo questa donna, ma non mi aspettavo e non mi aspetto grandi cose da lei, con l'eredità che si porta dietro il suo partito, è forse tra i leader europei la più facilmente disinnescabile. Lei sembra saperlo e a vedere il suo operato, pare proprio che il suo obiettivo principale sia quello di durare.


Resta lei, la Germania appunto, la nazione che più di tutti ha perso da questa situazione, e più di tutti si sta spendendo per perpetrarla. La Germania che se ne frega se gli buttano giù il Nord Stream e accetta di buon grado di diventare lo zimbello del mondo, la Germania che da due decenni ed oltre investe sui rapporti con la Russia e che a causa della fine di quegli stessi rapporti è in crisi nera. La Germania che fino a ieri aveva a capo uno dei più brillanti politici della scena mondiale: Angela Merkel, e da un giorno all'altro si ritrova guidata da una serie di Cancellieri che definire mediocri è un complimento.


Premetto che il mio è solo un gioco ipotetico, un divertissement, ma se questo fosse un gioco tipo: indovina il colpevole, io punterei tutto sulla Germania. Proviamo  a ricapitolare: i baltici sono accecati dal loro risentimento antirusso, gli inglesi anche, con in più l'ambizione di riaffermare il loro ruolo di prima potenza d'Europa e seconda dell'impero (ruolo questo, che per inciso in altri tempi non sarebbe dispiaciuto alla Russia). Spagna, Francia e Italia, chi per un motivo, chi per l'altro, è tanto se ai loro governi è consentito di rimanere in piedi, resta qualche battitore libero sia interno che esterno all'unione, come l'Ungheria di Orban e la Turchia di Erdogan. Tutto il resto perlopiù comparse. 

Ma quello tedesco è un caso diverso. È davvero possibile che la classe dirigente tedesca butti tutto alle ortiche; il benessere economico, i rapporti con la Russia, la transizione energetica, la preminenza europea, solo perché qualche neocon americano ha fatto la voce grossa? Possibile che abbiano dimenticato il profetico fuck Europe della Nuland? 

Forse no, e per capirlo basta guardare il modo quasi ossessivo con il quale puntano sul riarmo europeo (tedesco). Secondo il parere degli esperti, in realtà utile solo per salvare l'economia, ma qualche sospetto dovrebbe suscitarlo: E se la Germania avesse acconsentito a tutto lo sconquasso che sta capitando sul vecchio continente, per avere la possibilità di riarmarsi senza indispettire gli altri stati europei e soprattutto gli amici americani? 


Non si discute, gli sta costando moltissimo, ma davvero un paese con la storia della Germania avrebbe avuto una possibilità più conveniente. Sul serio l'America, la Francia, la Gran Bretagna, la Russia stessa, la stessa Italia, senza le attuali contingenze, avrebbero permesso anche il solo parlare di riarmo tedesco? Questo oltranzismo europeo, ricordiamolo, sotto guida tedesca, che sta sfasciando la NATO, sicuri che sia solo miopia di tutta la classe dirigente europea?  Se invece, per alcuni, fosse un modo per buttare all'aria l'assetto europeo post 1945 senza finire per forza di cose in una nuova guerra di vaste proporzioni, se la Germania, o meglio se parte della leadership tedesca avesse scelto di accettare di pagare oggi un conto salato, per conquistare domani una sovranità strategica?  Se lo strazio a cui stiamo assistendo non è in realtà l'agonia del trapasso, ma il travaglio di un nuovo attore geopolitico? 

La verità probabilmente sta in una miscela tossica di entrambe le ipotesi: calcolo freddo da parte di alcuni (che vedono nella crisi l'unica chance di cambiare lo status quo) e caos miope da parte di molti altri, che agiscono per sopravvivere, trascinati dagli eventi. L'esito dipenderà da quale componente prevarrà.