Quando si parla di giovani, un'accusa ricorrente che le vecchie generazioni rivolgono loro è quella di essere più «rincitrulliti» della generazione che li ha preceduti. È un qualcosa di assolutamente fisiologico: probabilmente già ai tempi dei Neanderthal i più vecchi rimproveravano i loro giovani, sostenendo che «ai loro tempi era diverso e che adesso sta tutto andando a rotoli».
Anche se non penso che il problema sia generazionale, ma piuttosto sociale, in quest'epoca mi pare davvero di scorgere un irrigidimento culturale che mi dà da pensare. Questo irrigidimento si può osservare, ad esempio, quando ci imbattiamo in una visione dogmatica della scienza, ovvero lo scientismo. Ma anche questa evenienza, purtroppo, è solo sintomo, non causa, di un problema più generale, di cui vorrei parlare provando a introdurre situazioni e personaggi apparentemente scollegati tra loro. Vediamo se ci riesco.
Prima di continuare, però, per evitare fraintendimenti, credo sia meglio esplicitare subito il mio focus: questo testo, nel suo piccolo, non è una critica filosofica alla scienza o al sapere in generale; è invece una critica culturale ed educativa a un modo di formare le persone.
Mi capita di imbattermi nell'ennesimo post di Luca Romano, conosciuto anche come l'Avvocato dell'Atomo, dove stavolta se la prendeva con la sociologia, invitando i lettori a segnalargli, se conoscevano dei «papers» seri usciti su questa disciplina, perché lui era riuscito a trovare solo robaccia. Chi mi legge da un po' di tempo dovrebbe aver presente che io ho sempre biasimato la pretesa epistemologica di alcune discipline di voler attribuire ai propri risultati quell'autorità di «legge fisica» tipica delle scienze dure, fraintendendo, tra l'altro, il tipo di modelli generati da quelle discipline stesse, modelli che restano sempre rivedibili e sottoponibili al criterio della falsificabilità.
In teoria la mia visione e quella di Romano parrebbero non divergere così tanto: io affermo che certe discipline sono pretenziose nel voler rivendicare lo stesso grado di affidabilità delle scienze dure. Lui sostiene che a rapportarsi proprio con una di quelle discipline, cioè la sociologia e applicando i criteri della SCIENZA ha trovato solo robaccia. Riporto testualmente la parte che più ci interessa ai fini di questo scrittino; per chi volesse leggere tutto il post, se lo cerchi su Facebook:
Amicici, domanda per quelli di voi che hanno lauree umanistiche.
Qualcuno mi può linkare cortesemente dei paper di sociologia seri, che raggiungono conclusioni affidabili e falsificabili, i cui risultati sono replicabili (e replicati) e il cui metodo di indagine ha almeno la parvenza di un che di scientifico (niente p-hacking, cecchini texani e amenità analoghe)...
Anche senza continuare la citazione, quello che l'autore chiede in quel post semiserio mi pare sia abbastanza chiaro: sta cercando qualche «patente» che attesti che la sociologia sia una disciplina seria. Per dirla in breve, applica un particolare ideale di scientificità come criterio decisivo per giudicare una disciplina nel suo complesso, senza nemmeno provare a domandarsi quali oggetti, metodi e tipi di risultato siano in questione. Ed è proprio questo quello che ci differenzia: per me certe discipline si attribuiscono un'aura che non gli appartiene, per Romano il fatto di non possedere quell'aura le squalifica dalla categoria delle scienze serie, ovvero l'unico campo del sapere che secondo lui vale qualcosa.
Adesso, io non ce l'ho assolutamente con Luca Romano, sia chiaro; è che il suo post mi è parso perfetto perché mette in risalto quella mentalità «scientista» oggi imperante alle nostre latitudini, dove si fa un uso ideologico del rigore scientifico come strumento di delegittimazione di discipline, idee o addirittura singoli individui.
Va bene, l'Avvocato dell'Atomo è un influencer e ci sta che interpreti un certo ruolo; va bene anche che lo estremizzi un poco: in un'epoca di identitarismo social, fare il duro e puro, quello squadrato, in termini di visibilità, aiuta. Tutto giusto, dicevamo, ma, appunto, il fatto che abbia un seguito di pubblico così numeroso, a mio modo di vedere, dimostra che queste modalità di concepire la scienza sono apprezzate.
Peccato, però, che ritenere il metodo scientifico, per il solo fatto di essere applicato, una garanzia di dignità dello studio, di autorevolezza o di verità sia un modello di pensiero tra i più dogmatici che ci siano. Per dire: io potrei studiare scientificamente il volo degli asini, senza che l'applicazione di questo metodo contribuisca a rendere la questione più importante nemmeno di un briciolo. Anzi, se avessi applicato il metodo poetico o filosofico alla questione, forse ne avrei ricavato qualcosa di più interessante. Perché, appunto, il valore di un metodo dipende anche dalla sua appropriatezza rispetto all'oggetto e allo scopo dell'indagine: quello scientifico è uno strumento, e come tutti gli strumenti ha i suoi usi propri e impropri.
Evitando di fare nomi, il rampollo di una notissima dinastia di imprenditori scopre, alla morte del padre, di essere stato definitivamente tagliato fuori da qualsiasi incarico di responsabilità nell'azienda di famiglia. Così come afferma lui, decide di scrivere un libro per togliersi qualche sassolino dalle scarpe. Per motivi che non starò a spiegare, mi capita di assistere a una delle presentazioni promozionali del libro, dove il nostro dà sfoggio di una cultura veramente notevole. Il giorno dopo ne parlo con un mio amico notaio che aveva seguito la vicenda per curiosità professionale. Questi mi chiede che idea mi fossi fatto. «Ti dirò», gli rispondo, «persona molto colta e preparata, con una sicurezza di sé che lasciava trasparire consapevolezza delle proprie qualità. Ma io, a pensare a tutte quelle persone che dipendono dall'azienda per mantenersi, dopo aver assistito a questa presentazione, non posso fare a meno di pensare che il padre abbia fatto bene a escluderlo dalla gestione aziendale. Ripeto: ieri sera ha dato prova di una cultura eccezionale, passando con disinvoltura da un argomento all'altro durante la presentazione del suo libro, ma, nonostante questo, io non posso fare a meno di pensare che il padre abbia fatto bene a escluderlo dall'azienda».
Fu allora che il notaio mi permise di vivere una piccola epifania, facendomi cogliere una differenza che io, forse per deferenza verso la conoscenza, non sapevo esplicitare: «È erudito, non intelligente», mi disse. Sì, era proprio così, e questo discorso non valeva solo per l'erede deluso: la distinzione tra erudizione e intelligenza, intesa come capacità di transfer, mi forniva uno strumento per leggere le persone che fino ad allora non avevo mai posseduto.
Adesso, forse, qualcuno si starà chiedendo che relazione ci sia tra il post di cui parlavamo all'inizio e l'episodio che ho appena raccontato. Ebbene, questa relazione consiste nel fatto che, a mio parere, le persone che hanno quel tipo di visione fideistica della scienza sono state formate dando priorità alla loro erudizione, piuttosto che stimolandone l'intelligenza. Lo si intuisce dal modo di ragionare: sembra quasi che si muovano su diagrammi di flusso e fatichino a tracciare sentieri alternativi. Lo si vede benissimo dall'estrema polarizzazione del discorso pubblico: o si sta di qua oppure di là. Pochissimi paiono ancora capaci di adottare posizioni intermedie o svilupparne di nuove.
Il nozionismo usato come metodo di insegnamento, la sempre più marcata specializzazione del sapere, l'eccessiva importanza che la nostra società riserva ai titoli di studio, la crescente rilevanza data a strumenti di sintesi come il numero di pubblicazioni o l'impact factor, senza un adeguato bilanciamento ottenibile con uno sviluppo sano del pensiero critico e l'abitudine al problem solving, rischiano di creare un fraintendimento che porta, tra l'altro, a scambiare la conoscenza per competenza tout court.
Questa forma mentis, però, a mio parere, rischia di renderci simili a topi di laboratorio, i quali, dentro le loro gabbiette, sanno benissimo quale tasto premere per avere acqua, cibo o altro di loro interesse. Ciò fa sì che, se osservati in tale ambiente, appaiano molto più intelligenti delle loro controparti selvatiche. Ma, se collocati in un contesto diverso, morirebbero di fame o, comunque, farebbero molta fatica a capire cosa fare.
Quei topi eseguono le loro procedure, senza la minima cognizione del rapporto che esiste tra il bottone schiacciato e il risultato ottenuto, in poche parole: sono soltanto ammaestrati. Potete rendervi conto di tale somiglianza, semplicemente parlando con questo genere di persone: vi accorgerete che, appena si esce dal loro campo di interesse, non hanno le minime capacità critiche per valutare autonomamente un argomento e si affidano completamente all'autorevolezza della fonte da cui reperiscono le notizie, anche quando a una persona «normale» appare evidentissimo che quelle stesse fonti, per quanto autorevoli, sono viziate da interessi di parte o, quantomeno, ideologici.
Stiamo costruendo una società pronta ad assorbire acriticamente tutto ciò che le viene insegnato, così come i topi di laboratorio di prima sono fiduciosi che ogni volta che schiacceranno il bottone riceveranno quanto richiesto. Questa tipologia di persone è certa che l'autorità risponderà loro solo su principi di verità. Naturalmente, essendo le discipline intangibili come le divinità di cui si vorrebbe che prendessero il posto, come sempre avviene in casi simili, tutto questo culto per la disciplina si trasforma per molti in venerazione per i sacerdoti: ovvero gli specialisti.
Un esponente celebre di questo paradigma di pensiero è, a mio avviso, il filosofo della scienza nonché fisico Giovanni Boniolo, pensatore che io ho apprezzato tantissimo nel periodo pre-pandemico per le sue battaglie sul giusto metodo del «saper ragionare», ma che successivamente ha assunto posizioni, a mio avviso, sempre più dogmatiche, passando così dalla formula «se si è interessati a un argomento, bisogna dotarsi degli strumenti intellettuali per saper distinguere l'esperto dall'imbonitore» alla più irricevibile «soltanto gli esperti riconosciuti hanno i requisiti per parlare del proprio argomento di competenza».
Posizione, questa, resa manifesta con la celebre replica all'altrettanto celebre articolo di Cacciari e Agamben ai tempi del COVID, dove accusava questi ultimi di questionare su argomenti come i vaccini e la pandemia senza che possedessero la minima competenza medica. Sbagliando, tra l'altro, bersaglio, visto che sia Cacciari sia Agamben, almeno in quell'articolo specifico, questionavano sì, ma sulla gestione politica dei vaccini e della pandemia, non su questi argomenti di per sé. A meno che, secondo Boniolo, in caso di pandemia occorra affidare la dittatura ai medici, in caso di guerra ai generali, in caso di crisi agli economisti e così via. Nell'eventualità, anche sperando che questi professionisti fossero spinti solo da altruismo e non da interessi o ideologie personali, mi pare comunque una prospettiva alquanto distopica.
Restando ancora un poco su questo filosofo, in modo da evidenziare meglio la deriva che certi modi di pensare comportano, ricordo che, nell'ultima conferenza a cui ho assistito (online), se la prendeva, senza nominarlo, con il fisico e inventore F. Faggin, alludendo a lui quale esempio di personaggio che, avendo competenze e meriti in un settore, si permette poi di discettare anche su argomenti in cui non ha nessuna competenza. Il richiamo alle teorie sulla consapevolezza di Faggin è evidente. In quest'ultimo caso, Boniolo dà l'impressione di essere sostenitore di un marcato esclusivismo epistemico, visto che non dà alcun peso al fatto che Faggin (che non può essere certo considerato uno sprovveduto) afferma di essersi dedicato agli studi della coscienza per buona parte degli ultimi trent'anni della sua vita, probabilmente avvalendosi anche di consulenti di un certo peso. Cosa non difficile da supporre, considerando anche le sue disponibilità economiche.
Niente da fare: anche se hai rivoluzionato per sempre la società con alcune delle più importanti invenzioni della storia e hai passato gli ultimi decenni della tua vita a formarti su una nuova disciplina, se non hai un titolo accademico e, a maggior ragione, se contraddici le opinioni comuni sull'argomento, secondo Boniolo non dovresti parlarne. Imbonitore!
E questo ci porta all'ultimo aspetto che volevo trattare, ovvero la presunzione che questi eruditi miopi e superbi nutrono verso chi, secondo il loro giudizio, non è di pari livello.
Prendiamo ad esempio un popolare gruppo Facebook in cui ci si diverte a creare meme con facce celebri che, camuffate un poco, vengono presentate come quelle di personaggi controversi: l'occupante abusivo di case, l'immigrato scroccone, il borseggiatore sfacciato, eccetera.
Il senso del gruppo è abbastanza esplicito: approfittando dell'algoritmo che rende virali alcuni di questi meme, si ride alle spalle degli ingenui che, non riconoscendo il personaggio, prendono per vere le informazioni riportate.
Già così la cosa suona abbastanza priva di senso, visto che alcuni dei personaggi trasformati sono così di nicchia che verrebbe da domandarsi se il problema sia «l'analfabeta funzionale» che non li riconosce o «l'istruito» che ha pensato di farci un meme.
Il fatto è, però, che spesso altri appartenenti al gruppo, per stare al gioco, fanno battute di biasimo contro il meme in questione. Bene, se provate a seguire gruppi simili, noterete che è abbastanza frequente che, di fronte a una battuta particolarmente efficace, questi maestri del pensiero critico scambino l'altro appartenente al gruppo per un «boomer» caduto in trappola. Così capita che, il più delle volte, in gruppi simili i membri finiscano per prendersi in giro tra loro stessi.
I gruppi Facebook non sono gli unici posti dove possiamo trovare tale presunzione; ad esempio lo possiamo percepire ancora meglio nel mondo dell'informazione, dove certi giornalisti, in forza di una cultura mediamente superiore a quella dei propri lettori, si illudono di poter trattare questi ultimi come dei fessi, riportando notizie o versioni delle stesse che, francamente, altro non sono che un insulto all'intelligenza di chi legge. Famigerati sono, in tal senso, almeno per chi sta seguendo le vicende belliche in Ucraina, l'articolo del giornale online Open dove si sosteneva che i russi, ormai a corto di armi, fossero costretti ad affrontare i nemici facendosi forza con pale da trincea, chissà poi perché, del 1800. Oppure l'articolo apparso su la Repubblica, poco dopo l'inizio delle ostilità, dove si affermava che Putin, reso ormai folle dalla malattia che lo affliggeva, si curasse bevendo sangue di cervo.
Ma articoli di tal genere, che manifestano il più totale disprezzo per le capacità critiche dei lettori, si possono trovare praticamente in ogni settore, dall'economia alla cronaca nera; non c'è da meravigliarsi che i lettori si allontanino. Penso che, in tal senso, il culmine lo si sia toccato durante la pandemia di COVID-19, quando le notizie e i modi di fare dei giornalisti per convincere i lettori a vaccinarsi erano così insultanti dell'intelligenza di questi ultimi che, come risultato, hanno contribuito a creare un clima di sfiducia verso la medicina ufficiale come mai si era visto in questo paese.
Si potrebbe pensare che le situazioni che ho scelto di narrare (e quante ne ho lasciate fuori) siano banali episodi: l'influencer che serra le fila dei propri lettori, il rampollo che si pavoneggia, il filosofo intransigente, gli spiritosi dei meme, i giornalisti coi loro articoli sensazionalistici. Invece secondo me sono tutti indizi di uno stesso problema, la sostituzione della capacità di riflettere, con tutti i suoi rischi, con l'automatismo mentale. La rinuncia a creare cittadini per formare invece bravi addetti specializzati. Forse singolarmente sono solo scintille, ma lette nel loro insieme mi pare somiglino troppo a un incendio. E, a costo di deludere i miei Neanderthal, non sono stati i giovani ad appiccarlo.
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