sabato 4 aprile 2026

Arrivederla Vittorio

Risveglio triste quello di stamane. Come al solito, intanto che aspettavo la moka, stavo spulciando le ultime novità attraverso il cellulare. Così apprendo della scomparsa di Vittorio Messori.


Messori, per me, è una figura importante, direi fondamentale per il mio percorso di conversione. Ai tempi, avevo da poco scoperto che la religione non era solo materia per Beghine, ma racchiudeva in sé anche una dimensione virile, fatto che mi spinse ad aprirmi all'argomento. Poi venne una gita (di piacere) a Siena: la chiesa di San Domenico, con la testa di santa Caterina lì bell'esposta, e il disagio per una religione che, sebbene, da un lato mi attraesse, dall'altro mi scandalizzava. Quel suo ostinato attaccamento ai feticci, alla materia, mi pareva concedesse troppo se non alla dimensione magica, superstiziosa, quantomeno a quella popolare. Fu poco tempo dopo che trovai, in un mercatino, per pochi euro, l'ennesima ristampa del suo libro "Ipotesi su Gesù". Una rivoluzione: attraverso quel libro compresi che la fede poteva essere affrontata anche partendo da basi razionali.

Non mi fermai lì; dopo passai alla serie vivaio, proprio allora la Sugarco li stava rieditando arricchendo l'opera di un nuovo volume. Dopo quelli, lessi tutto il resto. Naturalmente, tutto ciò non fu un percorso lineare e spontaneo. Così come Vittorio non fu il solo autore che lessi. Ma fu sempre Messori a fornirmi la mappa per quel mondo, per me così nuovo: fu lui, infatti, attraverso i suoi libri, a svelarmi quella logica dell'et et, del questo e quello, senza la quale certe dinamiche del cattolicesimo rischiano di sembrare folli.


Mi sarebbe piaciuto conoscerlo di persona. Sono stato anche diverse volte a Maguzzano, però, un po’ per contingenze, un po’ per altro, mi sono trattenuto. Non per timidezza, figurarsi, ma per rispetto: se c'è una cosa che traspare dai suoi libri, oltre alla fede naturalmente, è l'invito, spesso fermo, a concentrarsi sul tema, non su chi lo propone. Francamente, a parte i soliti convenevoli, poco avrei potuto dirgli che non gli avessero già detto altri prima di me. Una foto di cortesia, qualche stretta di mano: davvero, queste cose avrebbero potuto giovare a uno di noi due?


Il libro che meno avevo compreso del suo percorso fu proprio l'ultimo, quel "Quando il cielo ci fa segno", che, probabilmente, anche per il clima del periodo in cui uscì, suscitò in me più di una perplessità: ma come, un divulgatore così serio della fede, proprio adesso, "a fine carriera", ricorre a certi espedienti? Si mette a parlare di segni e miracoli quotidiani?


Strano il destino, ma proprio in questo periodo sto affrontando con approccio diverso quel testo, che adesso, comprendendolo meglio, mi appare come la conclusione più coerente di un percorso rivendicato fin dagli esordi e racchiuso in quell'et et che Messori aveva fatto proprio, assieme a un motto del suo caro Pascal: "L'ultimo passo della ragione è riconoscere che c'è un'infinità di cose che la superano".

sabato 21 marzo 2026

Guerra all'Iran, perché è un suicidio.



Nel frattempo che i giornali ci informano dei devastanti attacchi che ogni giorno Israele e Stati Uniti infliggono all'Iran, cosa che da quanto vorrebbero fare intendere, sta minando sempre più le possibilità del regime di resistere. Probabilmente e questo fatto che ha convinto quegli stessi canali di informazione che non sia importante dare adeguato spazio alle notizie di senso contrario. Poi vai a sapere perché i prezzi al distributore continuano ad aumentare e la dirigenza americana comincia a perdere pezzi (https://www.open.online/2026/03/17/joe-kent-vs-trump-dimissioni-antiterrorismo-usa-guerra-iran-israele/).

Io sono stato accusato di assumere un comportamento partigiano, filorusso e antiamericano. Ciò perché nel caso della guerra in Ucraina, oltre che schierarmi per le ragioni di Mosca ho sempre detto che quel conflitto i russi non potessero perderlo. Mentre nel caso dell'intervento in Iran già il giorno dopo ho definito l'attacco americano un "suicidio".

Prima di entrare nel merito però, vorrei far notare una questione davvero curiosa che penso sia degna di attenzione: per documentarmi meglio, ho fatto anche un giro tra i forum e la sezione commenti dei giornali che riportano notizie sulla guerra e mi sono accorto di come la gente, onesta a differenza mia, lurido putiniano. "Tifi Stati Uniti" non per ragioni concrete, ma per il semplice fatto che è convinta che vinceranno, per citare un utente di quei forum, "sono troppo forti per non vincere". Mussolini una volta disse che il popolo è "puttana" penso che questo sia un ottimo esempio di quanto, perlomeno quella volta, avesse ragione. Torniamo a noi. 



Il fatto che mi pare molti non colgono è che le sorti di una guerra moderna non dipendono soltanto dalla forza bruta. Se fosse così effettivamente l'Iran non avrebbe scampo. Ma la questione è molto più complessa e per spiegarla voglio cominciare con una metafora; immaginate una sera mentre tornate a casa, vi si avvicina uno sbandato che vi minaccia con un coltello, quest'ultimo è completamente fatto, anche per questo non sarebbe un problema per voi, invece del portafoglio estrarre la pistola che avete in tasca e sparargli. Dico sparargli perché il tizio per come è combinato nel vedere l'arma non si lascerebbe dissuadere. Però, fatti i vostri calcoli nel portafoglio avete solamente pochi euro. Così decidete che alla fin fine conviene consegnarglielo, piuttosto che impelagarsi in una serie di strascichi giudiziari e rimorsi di coscienza. La verità è che in una situazione simile, mentre lo sbandato non ha nulla da perdere, voi rischiate di perdere tutto ciò che avete costruito. L'America in un certo senso, si trova in una condizione analoga: gli americani si sono cacciati in un conflitto dove per loro la vittoria sarebbe sì, un importante obiettivo strategico, ma dall'altro lato c'è un regime che lotta per la sua stessa esistenza. Se questo non bastasse, anche le condizioni di vittoria sono asimmetriche da un lato ci sono loro cui per vincere serve rovesciare il regime, o quantomeno trasformarlo in un governo accondiscendente. Dall'altra gli ayatollah, cui per vincere basta semplicemente rimanere al potere. 


In tale contesto, per riuscire a raggiungere i rispettivi obiettivi gli iraniani sono cinquant'anni che si preparano all'evenienza di un conflitto, e adesso godono anche dell'appoggio russo e cinese. Mentre per gli americani, l'Iran fino a poco prima delle ostilità era più che altro un fastidio, che si perdeva dentro questioni molto più importanti, gestibile tramite sanzioni e intelligence

Dissipiamo ogni dubbio: che gli americani siano arrivati poco preparati a questo conflitto non è solo un'ipotesi, ma qualcosa di già dimostrato: infatti considerate le varie dichiarazioni fatte sia da Washington che da Gerusalemme, tutto lascia pensare che il piano originale dell'amministrazione americana fosse quello di decapitare il regime e sostituirlo con una dirigenza più compiacente, magari grazie all'aiuto di una sollevazione popolare. Naturalmente, dopo la morte di Khamenei, non è successo niente di tutto ciò. Anche il fatto che gli americani non sappiano cosa fare adesso, se non continuare a bombardare e a tentare di far fuori altri pezzi grossi, è un fatto sotto gli occhi di tutti. Ma anche i bombardamenti a tappeto non mi pare stiano avendo molto successo, le principali città iraniane sono state duramente colpite, ma la popolazione, sarà perché memore della precedente dittatura filo americana, sarà per via della sua storia millenaria, non sta voltando le spalle ai suoi leader. Il regime resta saldo. Non si è attenuato nemmeno il lancio incessante di missili e droni contro obiettivi statunitensi, israeliani o verso i loro alleati nella zona. Cosa ancora più importante, i bombardamenti non hanno scalfito di un millimetro il controllo che gli iraniani mantengono sullo stretto di Hormuz. 


Insomma, dovrebbe apparire chiaro che la questione non è solo un fatto di potenza bruta ma di carico bellico sostenibile. E in questo contesto, per i motivi che abbiamo evidenziato prima, gli iraniani possono permettersi di sopportare di più, mentre gli USA, similmente all'onesto cittadino della metafora iniziale, ad alzare il livello dello scontro sono quelli che hanno più da perdere. 

Per cominciare nello scacchiere diplomatico: che diversi alleati degli americani non sono contenti di questa operazione è un fatto che non si riesce più a nascondere, nonostante le parole di circostanza, i politici non riescono piu a trattenere le preoccupazioni per lo shock energetico che l'Iran pare intenzionata a mettere in atto. Ci sono poi i paesi mediorientali che,  a causa del loro posizionamento, hanno assistito al danneggiamento delle proprie infrastrutture petrolifere e l'interruzione delle esportazioni di gas e greggio. Oltre alla perdita dei loro investimenti nel settore turistico e di hub internazionali, settori a cui stavano puntando fortemente.

Legato alla diplomazia, ma non solo c'è il soft Power, l'immagine che l'America vuole proiettare di sé, sia verso se stessa che verso il mondo. gli Stati Uniti si presentano come l'impero del bene, per quanto i media possano essere compiacenti e per quanto realmente ci si impegni a fare il minimo dei danni collaterali possibili, una guerra è pur sempre una guerra, ogni vittima innocente di questo conflitto non solo danneggia l'immagine che il mondo ha dell'America, ma indebolisce anche la volontà dell'opinione pubblica interna di proseguire. 

Poi ci sono i morti Americani: abbiamo già visto che il bombardamento dall'alto non sembra funzionare per destabilizzare il regime. L'uso dell'arma nucleare è pura fantascienza, il solo minacciare di usarla scatenerebbe un "liberi tutti" e una corsa alla bomba, che per l'America sarebbe addirittura meglio perdere male questa guerra che gestire simili conseguenze. 

Dunque se si vuole vincere non rimane che inviare delle truppe di terra, ma gli iraniani hanno già fatto capire che non aspettano altro per fargli vedere quanto cara hanno intenzione di vendere la loro pelle. Se non bastasse la determinazione degli iraniani, c'è inoltre la morfologia del territorio in prevalenza montuoso, con un'estensione  paragonabile a quella di tutta l'Europa occidentale ad assicurargli profondità strategica. Ho già scritto che un'operazione di questo genere farebbe apparire il conflitto Russo-Ucraino una scampagnata. Probabilmente alla fine gli USA riuscirebbero a portare a casa una vittoria simile a quelle raggiunte in Iraq o in Afghanistan, ma a costi umani, sociali e politici, altissimi. Costi che a differenza di russi e degli stessi iraniani, in un'operazione del genere non possono permettersi. 



Questa, rispetto alla guerra in Ucraina per i russi, non è una guerra esistenziale per gli Stati Uniti. Nemmeno il più bifolco dei bifolchi sperduto sui monti Appalachi, potrebbe credere che l'Iran possa mettere in discussione il ruolo degli Stati Uniti nel mondo. Al contrario lo scontro in Iran ha le giuste caratteristiche per trasformarsi nella madre di tutti i conflitti del tipo che Trump aveva promesso che mai più avrebbero interessato gli Stati Uniti: quelli incerti, lunghissimi, dispendiosi, e dalla portata strategica tutto sommato limitata.

Gli Iraniani in questi cinquant'anni non si sono organizzati per diventare una superpotenza militare, non ne erano in grado. Più saggiamente, si sono strutturati per rendere il costo della vittoria insostenibile per gli Stati Uniti. E se una superpotenza non può permettersi il costo della vittoria, allora la guerra è automaticamente persa. E nelle condizioni attuali una sconfitta per gli Stati Uniti, se non è un suicidio, poco ci manca.


Per comprendere ciò, non serve essere antiamericani: semplicemente smetterla di fare come gli utenti dei forum di cui parlavo all'inizio e cominciate a fare una lettura obiettiva dei fatti. Con questo post ho provato ad esporre la mia interpretazione.


venerdì 13 marzo 2026

Discorso sul (mio) metodo

A seguito del mio precedente post, ho ricevuto alcune critiche al mio approccio alle relazioni internazionali che trovo non solo sensate, ma addirittura stimolanti. Per tale motivo penso che sia giusto fare alcune precisazioni. Inizialmente avrei voluto fare una breve postilla sotto il post in questione, ma poi, considerando che le osservazioni che mi sono state mosse partivano sì da quel testo ma solo come esempio per criticare il mio metodo in generale, ho ritenuto più opportuno fare un nuovo post a sé, da tenere come riferimento se mi ritrovassi in circostanze analoghe.



In breve, mi si accusa, non di dire cose false o sbagliate di per sé, ma di sopravalutare la razionalità degli attori in gioco. I miei testi su questo genere di argomento, soffrono di una pulizia logica che non trova riscontro nel mondo reale. Nella realtà le decisioni geopolitiche di solito hanno una nascita molto più "confusa". Per restare all'articolo sulla guerra in Iran ad esempio, mi si rimprovera di non tenere in considerazione i problemi giudiziari di Netanyahu, o la megalomania di Trump, o ancora la rivalità tra le varie agenzie Usa e le correnti presenti in queste agenzie, eccetera. In breve la mia analisi pare quasi parlare di una mossa sbagliata dentro una partita a scacchi.


Tutto vero, ad esempio nell'articolo in questione ho evitato di dire che a mia opinione il motivo principale che ha spinto Trump ad attaccare l'Iran, fosse il fatto di essersi montato la testa dopo il successo dell'operazione venezuelana e, magari mal consigliato da qualcuno, ha pensato di poter replicare lo stesso schema in Iran.  Però il fatto è che le mie analisi lavorano su un livello diverso.


Per cominciare riconosco che partire dalle analisi dei retroscena che hanno portato a certe decisioni, può aiutare a capire quali sono i reali obiettivi che i soggetti vogliono perseguire. Ma un'analisi del genere sarebbe stata utile ad esempio nell'attacco all'Iran del giugno 2025. Allora ragionare sulla genesi degli eventi avrebbe potuto aiutare a capire se l'amministrazione Trump avesse agito in quel modo solo per permettere agli alleati israeliani di tirare il respiro, oppure per terminare  la questione ed avvertire che la sua presidenza non si sarebbe lasciata trascinare in un ennesimo conflitto. Ciò ci avrebbe permesso di prepararci meglio alle sfide attuali. Ma in questa situazione, la portata di quanto successo e così sistemica, che ormai gli obiettivi iniziali di Trump sono diventati solo una curiosità per gli storici del futuro. Non dico che non siano cose importanti, ma giunti a questo punto mi paiono più cose per addetti ai lavori.



Dedicandomi invece a un’analisi strutturale degli eventi geopolitici, penso, nel mio piccolo, di riuscire a dire qualcosa di interessante. Per capire come secondo me funzionano fenomeni di questo tipo, dovete immaginarvi migliaia di persone che sono chiamate a disegnare un singolo punto dentro una circonferenza delimitata. Ogni persona sceglierà dove disegnare il suo punto per ragioni proprie e spesso in maniera indipendente dalle scelte altrui, altre volte in contrasto e altre ancora in collaborazione. Insomma un caos totale. Ma quel caos se guardato da lontano rivelerà un disegno ben preciso. Le relazioni internazionali funzionano in maniera analoga perché, per quanto siano confuse o personali le cause che hanno messo in moto gli eventi, alla fine i giocatori in campo, saranno comunque costretti dall'ambiente in cui agiscono a muoversi secondo certe logiche di potere. 
È vero che ad un certo punto nel testo analizzo brevemente le ratio che l'America poteva avere nell'intraprendere questo conflitto. Ma me ne servo come di uno strumento retorico: un test logico che mi aiutava a spostare l'attenzione sugli effetti sistemici.


Riconosco le ragioni di politologi come Allison, penso anch'io che le decisioni di politica estera non derivano sempre da una strategia razionale dello Stato, ma spesso dal funzionamento interno delle organizzazioni e dalle lotte di potere tra persone e istituzioni che lo compongono. Considero il suo saggio Essence of Decision un testo illuminante per comprendere come la dietrologia che immagina piani segreti coerenti è spesso una forma di onanismo intellettuale.  Ma per quanto siano state bizzarre le cause che hanno portato Kennedy a autorizzare l'operazione baia dei porci, il conoscerle o meno non serve a farci intuire che il suo fallimento avrebbe avvicinato l'isola caraibica ai russi.


Sono convinto anch'io che la genesi di questo attacco è probabilmente dovuta a fattori contingenti come quelli che mi sono stati segnalati. Ma le conseguenze strutturali che descrivo: l'effetto su Russia, Cina, Europa, e la contraddizione con la dottrina America First, rimangono valide. Bisogna solo riconoscere (cosa che faccio ben volentieri), che anche le reazioni di questi attori a loro volta non saranno la controparte reale di un'elegante mossa scacchistica, ma il risultato della mediazione di un analogo caos decisionale.


Insomma non è per snobismo o faciloneria che generalmente non faccio quel tipo di analisi, semplicemente il mio interesse è concentrato su un altro livello e visto che scrivo per hobby non per lavoro, su quello mi concentro.

giovedì 5 marzo 2026

Parliamo di Trump: il paradosso Iraniano

La mia posizione su Trump è abbastanza chiara: non faccio parte né dei suoi detrattori né dei suoi supporters. Non lo considero chissà quale statista, tuttavia mi pare miope l'atteggiamento di chi lo rappresenta come una specie di bambinone ottuso, finito chissà come nella stanza dei bottoni. I metodi del personaggio sono certamente sui generis, ma poi le sue mosse seguono una certa ratio e chi, distratto dai primi, non valuta i secondi, sta sbagliando approccio. Inoltre, guardo con simpatia al suo movimento, perché sono convinto che nel bene o nel male con il suo America First può riuscire a rompere questo ordine internazionale. Cosa che considero positivissima; da quando è caduta l'Unione Sovietica il potere si è sempre più concentrato nelle mani di un solo paese e di una élite ancora più ristretta di individui, fatto che reputo nocivo sia nel senso materiale che in quello culturale.


Dentro questa logica considero il ridimensionamento del potere americano non solo positivo, ma addirittura inevitabile. Positivo per quanto detto sopra. Inevitabile perché come scrissi tempo addietro, nonostante qualche segnale contrario, di cui ho anche parlato, non reputo che gli Stati Uniti riusciranno a riprendersi dalla crisi esistenziale che li ha colpiti, e a tornare ciò che erano. Poco cambia se, solo per fare un esempio tra i tanti, adesso il woke è stato sostituito dal rambismo di Trump. Il male si è spostato da un estremo all'altro, ma in ogni caso il paese non sembra più capace di trovare un equilibrio.

Ma appunto, io auspicavo un ridimensionamento degli Stati Uniti che magari desse la possibilità alle altre nazioni occidentali di emergere. Non di certo un suicidio. In tal senso avevo giudicato positivamente il nuovo piano strategico statunitense, che faceva ben sperare che finalmente la dirigenza di quel paese avesse capito che la cosa più importante da fare, era ridurre la sovraesposizione evitando di lanciarsi in avventurismi pericolosi e cercando invece di rafforzare le proprie posizioni.
 
Poi però attaccano l'Iran, ed è inevitabile chiedersi com'è che quella nazione finisca sempre per commettere gli stessi errori.

Considerati i rischi, l'America, soprattutto quella di Trump, non aveva nessun buon motivo per attaccare quel paese: 
 

Per quanto riguarda il nucleare, non solo le agenzie internazionali, ma addirittura lo stesso Trump, l'indomani dell'attacco dello scorso giugno, ha affermato che l'Iran non rappresentava più un pericolo nucleare imminente. Poi, anche grazie all'operazione Maduro la dirigenza iraniana aveva fatto capire che era disposta a scendere a compromessi ragionevoli. Già con l'amministrazione Obama si era trovato un'accordo che soddisfava quasi tutte le parti in causa, eccetto Israele e la fazione più intransigente della dirigenza statunitense. Ricordiamo che quell'accordo è saltato per volontà americana.

Se parliamo di ristabilire la propria credibilità, sempre l'episodio venezuelano aveva ben chiarito come la proiezione di potenza statunitense sia ancora intatta. Semmai, azioni come queste, dal decorso tutt'altro che liniare, rischiano di minare la loro autorevolezza; in tal senso ricordo che gli Stati Uniti sono decenni che non vincono una guerra, nel senso comunemente inteso. In ogni caso, nulla farebbe bene alla reputazione americana quanto un presidente dagli umori meno ondulatori.

Se si voleva compattare il fronte interno, o esibire delle facili vittorie in occasione delle elezioni di questo autunno, escludendo Cuba, sarebbe stato più saggio e coerente continuare col riaffermare la propria egemonia sui paesi dell'America Latina. Interventi mediaticamente meno spettacolari rispetto all'operazione iraniana, ma infinitamente meno rischiosi. 


L'avvicinamento iraniano ai russi e ai cinesi si deve soprattutto alle minacce americane, piuttosto che a qualche affinità con quegli altri. Con molte probabilità se Stati Uniti e Israele avessero allentato la pressione, non dico che li avrebbero portati dalla loro parte, ma è probabile che i rapporti con le altre potenze si sarebbero raffreddati. A ogni modo gli americani hanno vinto la prima guerra fredda con l'Iran era ostile.

Gli statunitensi con comportamenti simili danno l'impressione di giocare la partita considerandosi gli unici seduti al banco, il rischio che le altre potenze  inizino a comportarsi allo stesso modo non è da sottovalutare. Di sicuro se l'obiettivo è dividere i paesi avversari, questa non è la giusta strategia.

È vero che la destabilizzazione dell'Iran indebolisce la Cina, che molto dipende da quel paese per i suoi approvvigionamenti energetici. Ma rinforza la Russia che adesso può trattare con la Cina da una posizione di forza: con un Iran destabilizzato, non è più solo Mosca che ha bisogno di Pechino per vendere le proprie risorse energetiche, ma è anche la Cina che diventa più dipendente da quelle risorse per continuare il suo sviluppo. 

Considerato tutto ciò, davvero era così importante per Trump sconfiggere il regime? Proprio lui che aveva fatto dello slogan "basta guerre inutili" uno dei suoi cavalli di battaglia? Trump ha dato a intendere ai suoi lettori che America First significava anche riduzione della sovraestensione imperiale, ma un’azione militare di tale intensità in Medio Oriente è incoerente con la sua stessa dottrina.


l'Iran è una realtà statuale molto più solida e organizzata rispetto ai precedenti avversari americani della regione. Inoltre, per quanto difficilmente rischieranno di esporsi più del dovuto, a differenza dell'Afghanistan o dell'Iraq, gode del supporto russo e cinese. Il regime negli ultimi tempi aveva perso popolarità. Ma abbiamo già visto come le ingerenze esterne al contrario lo rafforzino. Non riesco a vedere quali siano stati i fattori che hanno spinto Trump a non pensare che questa operazione potrebbe diventare l'ennesima infinita guerra americana divoratrice di risorse. Se l'intervento aereo non dovesse essere sufficiente per rovesciare il regime, Trump si vedrà costretto o ad ammettere la resa, oppure inviare truppe terrestri con il rischio che l'operazione militare speciale russa, in confronto sembri una scampagnata. Gli statunitensi con l'operazione in Ucraina volevano logorare la Russia; questa operazione offre una magnifica occasione a russi e cinesi di fare altrettanto.



Di sicuro, fin dai primi momenti, con la scelta di colpire le strutture americane in tutti i paesi dell'area, e il blocco dello stretto, gli iraniani hanno fatto capire che sono disposti a giocarsi il tutto per tutto.


Francamente, per quanto mi sforzi, gli unici soggetti che mi pare, indipendentemente dall'esito, possano trarre qualche vantaggio da questo attacco sono i sauditi, che, nonostante la mediazione cinese, continuano a considerare lo Stato sciita un rivale spirituale oltre che politico. E gli israeliani che, benché non sia dottrina ufficiale, per aumentare la propria sicurezza, da sempre operano per destabilizzare i grandi blocchi statali della regione su linee etnico/religiose. In tal senso, l'attacco all'Iran nell'immediato può avvantaggiarli, ma se io facessi parte della dirigenza turca, inizierei a preoccuparmi.



Per il resto, l'unico risultato che con questo attacco Trump ha portato sicuramente a casa è stato quello di avvicinare il mondo un po' di più alle barbarie: in senso letterale del termine, non si rapiscono e non si ammazzano i leader delle altre nazioni come in un volgare regolamento di conti tra bande. Gli americani da sempre si considerano un gradino superiore agli altri paesi, ma perlomeno, fino a non molto tempo fa cercavano di salvare le apparenze. Adesso invece, già l'operazione Maduro è stata alquanto discutibile. Ma la decapitazione della dirigenza iraniana ha dimostrato ancora più chiaramente che non rispettano nessun'altra autorità tranne la propria. Non è questione di diritto internazionale, ed è inutile parlare di buoni e cattivi per giustificare tale genere di operazioni; semplicemente partendo da queste premesse nessuno si fiderà a intavolare una trattativa, cose del genere rendono inutile la diplomazia.


E per quanto riguarda l'Europa? Che posizione ha l'Europa in tutto ciò?

Se mi permettete l'espressione, come al solito l'Europa ha il ruolo del "fesso" o della vittima se preferite: gli Stati Uniti hanno iniziato a rendere instabili le aree di rifornimento energetico europeo nel 2003 con l'invasione dell'Iraq, poi sono passati al Nord Africa e infine alla Russia. Con il conflitto in Iran, adesso, pare che abbiano ricominciato il giro. Se non c'è intenzione dietro, poco ci manca. 

martedì 3 marzo 2026

Ancora qualche pensiero (semiserio) sui fatti Iraniani

A leggere gli scribacchini che scrivono sui giornali, uno ha l'impressione che gli iraniani in Italia siano qualche milionata: non si spiega altrimenti l'invasione delle piazze d'Italia per festeggiare la fine della sanguinaria dittatura. Poi controlli le statistiche e in realtà sono circa diecimila sparsi per il Paese. Praticamente c'ha più tifosi il Lumezzane. Avete mai sentito i giornali fare articoli entusiasti sui tifosi del Lumezzane che festeggiavano una vittoria della squadra?

Dittatura, a ben pensarci, un po' strana: gli ammazzano il leader supremo, che per quella gente era un po' Papa, un po' Duce, e la popolazione iraniana (sempre secondo gli scribacchini di cui sopra) scende nelle strade a festeggiare impunemente. Ma ’sti ayatollah non erano terribili? Come che non li sterminano?

Non lo so, tanto per dire, francamente a me pare più liberticida il duo Carlo Calenda–Pina Picierno: che ormai non si è liberi manco di mangiarsi un’insalata russa, che spuntano codesti figuri ad accusarti di putinismo. Ed ecco che, a nominarli, mi intristisco, mi viene da piangere: perché mi ricordo quando a scuola si rideva dei romani leggendo che Caligola aveva fatto per senatore un cavallo; pensate cosa diranno i posteri di noi quando apprenderanno che abbiamo fatto Calenda ministro!

Continuando a parlare di cose nostre, l’Italia per rimarcare il suo ruolo di paese poco serio, ha già fatto la sua solita figura barbina: mentre nel mondo scoppia tutta ’sta confusione, noi abbiamo il fascistissimo ministro della Difesa sperduto a Dubai. E siccome il ridicolo di ritrovarsi in una zona di conflitto, alla vigilia dell’attacco alleato (ma con gli americani siamo ancora alleati?), non gli pareva già abbastanza grosso, tornando in patria abbandona mogli e figli, non avendo il coraggio di giustificare davanti ai propri elettori l’uso del volo militare per i congiunti. Che robe! Questi qui non hanno il coraggio nemmeno di affrontare gli elettori per mettere al sicuro la famiglia, e Mussolini voleva vincerci la guerra!


Ma le nazioni europee non sono solo divertimento, il vecchio continente è anche ricco di grande cultura. Infatti, scrissi in un precedente post, che ormai si era talmente abituati ai brutali metodi americani che tutti gli scandalizzati per l'invasione russa in Ucraina, quelli che: "c'è un aggredito e un aggressore" e non volevano sentire ragioni. Su questa nuova aggressione non hanno battuto ciglio. Mi sbagliavo, in realtà stavano applicando un concetto dantesco. Così per contrappasso, se con gli ucraini si era al loro fianco "senza sé e senza ma". Questa volta bisogna far pressione sugli iraniani aggrediti affinché si facciano bombardare senza reagire.

Nel frattempo lo ayatollah, da grande guida quale era, anche nel morire ha voluto impartire un ultimo insegnamento. Stavolta rivolto ai complottisti. Tale insegnamento è che spesso per spiegare certi avvenimenti non serve immaginare, chissà quali piani cervellotici, basta la cretineria umana. Ma come! Dico io: l'imminenza del conflitto era chiarissimo a tutti, che americani e israeliani siano infidi e non ci si può fidare è altrettanto risaputo, così come ormai è acclarato che nel regolare i rapporti con gli altri stati, più che come statisti si comportano come capi mafia. E lui che fa? Invece di nasconderli il più lontano possibile dalla sua persona, se ne sta in mezzo ai suoi cari, causandone lo sterminio. A volte penso che gli USA comandino il mondo, perché, benché scemi, alla fin fine sono i meno scemi. 

domenica 1 marzo 2026

Attacco all'Iran, ovvero degli untori

Quando arrivò al capitolo sulla peste che colpì Milano nel 1630, Manzoni si appassionò alle vicende di due presunti untori del morbo: Guglielmo Piazza e Gian Giacomo Mora, processati sommariamente  e giustiziati con atroci torture. Al Mora fu anche distrutta la casa-bottega. Al suo posto, come monito venne eretta sulle macerie dell'abitazione una colonna infame.


Dicevamo che Manzoni si appassionò così tanto a questa vicenda, che alla fine per non appesantire troppo il testo decise di dedicargli una trattazione a parte, una sorta di appendice saggistica al suo capolavoro. Storia della colonna infame, appunto

Con quel testo il grande romanziere voleva smascherare un meccanismo mentale: quello dell'isteria collettiva che diventa giustizia.


Manzoni non era un illuso: sapeva che già centinaia di migliaia di persone prima di lui e dell'episodio raccontato, erano morti atrocemente, sotto gli occhi soddisfatti e bestiali dei propri simili. Il suo intento era distruggere i falsi alibi, cosciente che nemmeno dopo di lui sarebbe cambiato granché.


Ne danno brutale prova alcune reazioni all'ingiustificato attacco Statunitense alla repubblica islamica dell'Iran. Già, quanto meno per mio conto, quello che mi fa più impressione in queste ore non è l'attacco israeliano-statunitense di per sé. In un'ottica di potenza, benché la decisione del presidente americano non mi pare saggia, e comunque comprensibile. Anche la brutalità dell'attacco è un qualcosa a cui gli Stati Uniti ci hanno abituati, e così bene che tutti gli indignati per i poveri ucraini nemmeno ci stanno facendo caso.



Quello che mi fa veramente schifo sono i vari commenti degli imbecilli nostrani, che alle notizie di morte che arrivano da quel paese, festeggiano sui social. Gente che l'Iran non saprebbe trovarlo nemmeno sulla cartina geografica (ma forse nemmeno la propria nazione) che blatera di democrazia, cultura superiore, e altre fregnacce che gli sono state inculcate, tramite giornali e tv. 


Sono i discendenti di coloro che gridavano festanti quando si giustiziavano gli untori, la stessa ignoranza, la stessa infondata opinione di saperla lunga. La stessa immonda bramosia di veder versare il sangue di coloro che nel bene o nel male si discostano troppo dalla loro limitata comprensione del mondo. 

Faccio fatica a immaginare se questa mossa di Trump potrà aiutarlo a conservare la primazia occidentale o meno. Quello che invece mi chiedo è se davvero imbecilli simili si meritano il benessere di cui godono.

martedì 24 febbraio 2026

Referendum le ragioni del forse



Sta per arrivare marzo e con esso si avvicina il referendum sulla giustizia. Come di solito accade per questo genere di cose, il clima è quello da derby: è normale, l'argomento è complicato e molti preferiscono affidarsi ai propri opinion leader di riferimento. 


Però non so fino a che punto tale strategia possa essere una scelta saggia; sia da una parte che dall'altra, questa categoria spesso sembra privilegiare le ragioni della fazione piuttosto che fare considerazioni di merito.

Adesso, non voglio entrare nei tecnicismi della legge né analizzarla nei dettagli, ci hanno già provato stimati professori, portando a casa figure barbine. Penso però che abbiano visto giusto quelli che dicono che con questa manovra il governo vuole togliere potere alla magistratura. Ma francamente non capisco dove sia il problema; avendo in passato militato nella sinistra, ricordo che ai tempi eravamo i primi a sostenere che bisognava "tagliare le unghie ai magistrati". 

In realtà, capisco benissimo quale sia il punto: adesso una parte della magistratura appare ben disposta con quella parte politica, e a molti non piace l'idea che la destra la limiti. Personalmente ritengo lo stesso che queste non siano delle buone ragioni per cambiare idea, anche perché, secondo me, tale buona disposizione non è dovuta al fatto che i giudici siano diventati tutti comunisti come diceva Berlusconi, con tutta probabilità deve esserci qualche altra spiegazione.

Anche le ragioni del "no" al sorteggio mi convincono poco e per lo stesso identico motivo: molti di quelli che oggi criticano questo metodo, fino a qualche anno fa lo auspicavano (internet ha la memoria lunga) come soluzione per stroncare il fenomeno delle correnti. La paura che vengano estratte persone non idonee mi pare un non problema: nel caso, faranno parte di un organo collegiale, non servono dei leader; se queste figure sono state ritenute adatte a insegnare, patrocinare cause e giudicare i cittadini, mi paiono adatte anche a fare tutto il resto. In caso contrario il problema è altrove.

La difesa della costituzione e la prevenzione della deriva autoritaria poi, francamente più che argomenti mi paiono dei pretesti: visto il  passato fascista, non dico che questi non siano argomenti importanti, ma mi sarebbe piaciuto vedere invece che dei muri, delle proposte alternative. Trattare queste cose come se ci trovassimo davanti a testi sacri e dogmi religiosi mi sembra invece una posizione ideologica e polarizzante.  



A ogni modo questi sono principalmente problemi di natura politica, per la gente comune la questione veramente importante è un'altra. Quando una persona normale pensa ai tribunali, li percepisce come qualcosa di lontano con cui si avrà a che fare al massimo per un contenzioso su un debito non saldato, o perche finalmente ci si è decisi a portarvi il fastidioso vicino. In verità però finire trascinati in qualcosa di ben più grave è questione di un attimo: basta una svista per essere coinvolti in un incidente stradale e solo un po' di sfortuna per passare nel posto sbagliato al momento sbagliato. 

Ad esempio così, per curiosità ho fatto una piccola ricerca, dove ho scoperto che in carcere ci sono decine di persone che prese dalla rabbia o dal panico hanno abusato del diritto alla legittima difesa. Non sto difendendo a prescindere queste persone, sto solo ammettendo che francamente in un'eventuale situazione simile faccio fatica a immaginare come potrei comportarmi. 
Quello che so di certo, è che in un ipotetico strascico giudiziario, mi sentirei alquanto turbato, nel ritrovarmi in un processo dove il magistrato che mi deve giudicare potrebbe dipendere per l'avanzamento di carriera, dal voto del pm che mi sta accusando. Non dubito siano degnissime persone, ma in certe realtà, anche a tutela dell'onorabilità dell'ordinamento dovrebbe valere il principio di precauzione. 


Infine, sono proprio alcune delle argomentazioni di chi difende l'attuale sistema di cose che mi convincono più di tutto che invece si farebbe bene a cambiarle: infatti dicono questi ultimi, che con l'attuale ordinamento il pubblico ministero ha una formazione da giudice, ovvero sia più interessato a scoprire la verità piuttosto che a portare a casa un colpevole. Non dubito che nella maggior parte dei casi sia effettivamente così. Ma può essere possibile che la categoria dei giudici sia l'unico gruppo umano dove l'amore della verità prevalga sempre sull'interesse personale? E se, proprio nell'unico caso in cui ci sia un pm egoista, il magistrato giudicante si trovasse a fare un ragionamento simile? Potrebbe, magari a livello inconscio, dare più peso alle ragioni del collega rispetto a quelle dell'avvocato difensore.

Un rischio che il giorno dopo la fine di una dittatura, magari valeva la pena correre, per evitare pericoli ben più gravi a livello generale. Ottant'anni dopo mi pare francamente eccessivo.

lunedì 23 febbraio 2026

La lotteria dell'evoluzione culturale: tra complottismo e determinismo.

La criticità principale dei cosiddetti dietrologi, consiste nell'ostinarsi ad aggiungere livelli di complessità per spiegare eventi e circostanze per cui la spiegazione ufficiale risulta fumosa o comunque poco credibile. Naturalmente esistono anche (e sono la maggioranza) chi inciampa nell'errore opposto: la semplificazione, vedendo ogni cambiamento come un naturale progresso della nostra civiltà, come se tutto ciò che accade fosse inevitabile e spontaneo.

Ad esempio, leggevo ieri una discussione dove si parlava del rilassamento dei costumi e di fenomeni quali OnlyFans: i dietrologi attribuivano tutto questo a un non meglio precisato piano di contenimento della popolazione, anche attraverso la destabilizzazione dei rapporti di coppia. 

Probabilmente non è da escludere che a un qualche gruppo di potere, effettivamente tale effetto non dispiaccia. Anzi, con discreta probabilità farà quanto è nelle sue possibilità per favorire certe dinamiche. Ma il pensare che esista addirittura un progetto studiato a tavolino per ottenere questo risultato è qualcosa che non regge, né al principio di Occam, né alla realtà: infatti se il piano fosse davvero quello di far diminuire la popolazione, avrebbe poco senso concentrarsi proprio sugli occidentali, mentre ci sono altre civiltà che stanno crescendo molto più di noi. 

Effettivamente esistono spiegazioni meno cervellotiche. Senza per questo cadere nella trappola opposta: pensare che certe cose siano del tutto spontanee e si basano sul naturale progresso culturale della nostra civiltà. Insomma anche chi pensa che mostrare le chiappe in rete, magari a pagamento, sia un segno di progresso e di apertura mentale è al quanto fuori strada.


Qualcuno forse ricorderà le vicende di Madameweb, un'insegnante di Pordenone, che ormai vent'anni fa, salì agli onori della cronaca per la sua passione per il sesso, specialmente se disinibito. Nonostante le sue avventure ai tempi riempissero i rotocalchi, adesso è pressoché dimenticata. A riprova di ciò, se si prova a fare una ricerca impostando come parametro di ricerca soltanto il suo nickname, senza aggiungere altri dettagli specifici, l'onnisciente Google ci mostrerà come risultati rilevanti solamente pagine riguardanti l'ennesimo film americano di supereroi. Non è colpa sua, la poverina ha mancato di tempismo.

Adesso, in tempi più maturi per influencer e OnlyFancer, probabilmente avrebbe potuto mettere da parte un piccolo gruzzoletto. Già. Ma senza personaggi come Madameweb, cose come Onlyfans oggi sarebbero tollerate?

Probabilmente sì, lei era solo un granello piuttosto piccolo di un meccanismo assai complesso. Ma senza le centinaia di Madameweb che si sono susseguite, e soprattutto senza gli sforzi dei vari opinion leader, nonché dei poli mediatici per normalizzare prima, e promuovere poi il cambio di costume. Con tutta probabilità no.

Avete presente la teoria dell'evoluzione? Detta in maniera molto, terra-terra: una popolazione X è composta da vari individui con particolari caratteristiche che alle condizioni di partenza, sono neutrali o comunque poco rilevanti per la sopravvivenza quotidiana. Per esempio una popolazione di lupi, oltre agli individui con un pelo per così dire normale, è composta da soggetti con un pelo che tende ad essere più lanoso, caratteristica utilissima in caso il clima diventi più rigido. Mentre altri, sono provvisti di un pelo più leggero, ottimo per i climi caldi. Nel caso in cui le condizioni climatiche diventassero davvero più calde o più fredde, i soggetti con il pelo più adatto alla nuova situazione si troveranno ad essere avvantaggiati, quindi il loro numero tenderà ad aumentare fino a diventare dominante. In tutto questo, il concetto fondamentale è che dietro a quanto descritto non c'è nessuna programmazione: nessuno ha convinto certi lupi a dotarsi di una pelliccia più o meno folta, loro se la sono ritrovata addosso per caso, semplicemente la fortuna ha fatto sì che quella determinata caratteristica, fino a ieri ininfluente, oggi diventasse vantaggiosa.


Come ha intuito tra gli altri, il biologo Richard Dawkins, anche la diffusione delle idee avviene in modo analogo. Perciò quando si spalanca una finestra di Overton, non dobbiamo immaginare grandi vecchi che elaborano piani mefistofelici per mutare questo o quell'altro paradigma, ma correnti di potere, fatte da industrie, politici, scienziati, eccetera, spesso non coordinati tra loro, che per un motivo o per l'altro hanno interesse che certi comportamenti diventino leciti e accettati in società. Per fare ciò si adoperano affinché vengano "premiate", rendendole pop e rappresentate in maniera via via sempre più positiva, persone che per loro indole (ma a volte anche per calcolo, per essere riusciti a fiutare i tempi) attuano già certi comportamenti, senza bisogno di nessuna cooptazione esplicita.


Come ho già detto, con molta probabilità, dentro le correnti di potere che rendono possibili molti di questi cambi di paradigma, ci sono davvero anche gruppi di pensiero che vedono di buon occhio ciò che sta avvenendo, ma il maggior contributo che questi gruppi danno al fenomeno, oltre a qualche finanziamento come nel caso delle fondazioni Soros ad esempio, e quello di fornire un apparato etico-filosofico su cui poggiarsi. Non hanno creato una situazione, hanno sfruttato un'occasione, così come il viticultore piemontese non ha creato la vite di Nebbiolo: lui si è limitato a proteggerlo e favorirne la diffusione. 


Ecco perché l'esempio che più si avvicina a ciò che avviene nei cambiamenti culturali è quello della selezione artificiale: dove ad esempio migliaia di pastori, lavorando indipendentemente con scambi minimi fra di loro,  seguendo il proprio interesse, giungono grazie a pressioni selettive intenzionali ma non coordinate a un risultato comune: la nascita di una sottospecie di pecora adatta ai loro scopi (più latte, più carne, più lana, maggiore resistenza al territorio). 

mercoledì 18 febbraio 2026

Narrazioni 2: denudiamo la Tina

Approfitto delle osservazioni che mi sono state rivolte riguardo il precedente post, per provare a chiarire alcuni punti. Prima, però, una precisazione: nello scrivere quel testo non volevo fare un elogio dei bei tempi andati, di cui anzi riconosco limiti e criticità, piuttosto mi interessava far notare come queste criticità siano state trasformate in veri e propri dogmi narrativi ("non c'era alternativa") per giustificare e creare consenso intorno a un cambio di paradigma economico che fu politico, non tecnico. 


Scrivendo quel post, il mio scopo principale era e rimane mostrare quanto sia facile manipolare la percezione pubblica. Nel fare ciò, ho dato per scontato che quei dogmi fossero, non dico rigettati dalla popolazione, ma quantomeno ridimensionati. Mi sono invece accorto che, per ribattere all'esempio della mia tesi, sono stati usati gli stessi slogan che, sia allora sia in seguito, servirono a giustificare quanto era stato fatto. Insomma, la manipolazione ha funzionato così bene che la prova stessa che dovrebbe smascherarla, ancora oggi viene considerata una narrazione credibile dei fatti. 

Per tale motivo, in questo post, quasi a puntellamento dell'altro, vorrei provare a minare alcuni dei mantra ordoliberisti. 

In particolare vorrei concentrarmi su tre argomenti che mi sono stati realmente citati d'esempio come dimostrazione che: There is no alternative.

Sono argomenti che, benché tirati in ballo da persone diverse, funzionano su più livelli, ovvero hanno una progressione, perciò le tratterò in un certo ordine.

La prima obiezione mi ricorda di come l'Italia del periodo fosse preda del malaffare, dell'inflazione galoppante e vedesse crescere il debito pubblico in maniera esponenziale. Non c'è dubbio che queste criticità fossero tutte presenti. Il problema, ricordiamolo, non consiste nel fatto che queste debolezze del paese fossero in realtà inesistenti, ma nel loro uso come martello ideologico, spesso aggravando gli effetti che ne sarebbero conseguiti. Questo per convincerci che per salvarsi vi fosse un'unica soluzione. Se prendiamo l'inflazione, ad esempio, non c'è dubbio che l'Italia soffrisse di un problema di inflazione galoppante, alimentata dalla spesa pubblica e da certi ammortizzatori sociali come la scala mobile. Ma per dipingere la situazione ancora più nera ci si appella alla famosa inflazione a due cifre, che fu un problema anch'esso reale, ma che interessò principalmente gli anni settanta e i primissimi anni ottanta, e fu per lo più conseguenza di una serie di shock mondiali che si verificarono in quegli anni. Altro aspetto non secondario è il fatto che, sebbene alimentassero il fenomeno stesso, gli ammortizzatori sociali mitigavano non poco gli effetti dell'inflazione sulla popolazione. Ma soprattutto dobbiamo ricordare che la ricchezza reale era in aumento, fatto che di per sé non rendeva l'inflazione meno problematica, ma dimostrava che il paese disponeva ancora di risorse sufficienti, per intervenire sulle rigidità del sistema, compreso il superamento della scala mobile, con interventi meno drastici. 

Anche l'aumento considerevole del debito pubblico di quegli anni, in realtà non era solo colpa del malaffare come spesso ripetono certi slogan: per prima cosa ricordiamo che il debito diventò sempre più ingestibile a seguito del famoso divorzio tra tesoro e banca d'Italia (l'indipendenza delle banche centrali, uno dei Princìpi cardini dell'economia liberista) tale divorzio voluto da Ciampi e Andreatta (onore al merito), aveva lo scopo di ridurre l'inflazione (che come ho detto prima quantomeno nelle fasi più acute era in realtà legata a contingenze internazionali) e rendersi più credibili agli occhi dei mercati adottando il modello tedesco in prospettiva della futura integrazione europea. Il punto che forse questi illustri economisti non avevano considerato è che prima di "voler fare come la Germania", sarebbe stato il caso di escogitare un modo affinché il paese reale gli somigliasse un po' di più, e magari verificare che si disponesse delle stesse risorse di cui disponevano i tedeschi.

Tornando al tema della corruzione, nessuno nega che il paese fosse preda di malaffare diffuso; perciò molte spese di bilancio seguivano logiche clientelari non l'interesse pubblico, come d'altronde dimostrerà lo scandalo di tangentopoli. Ma per quanto odiosa come pratica, in un contesto macroeconomico, si parla di cifre tutto sommato basse nel bilancio dello stato: alcuni punti di PIL. Ci si dimentica invece, che un'altra parte di quel debito venne contratto per una serie di investimenti pensati in un contesto di tassi bassi e politica industriale attiva, il nuovo paradigma economico cambiando le carte in tavola, non solo impedì molti investimenti futuri, ma riuscì a rendere insostenibili anche le spese già fatte, trasformandole in merezm passività. Ma al di là di tutto, la considerazione da fare è una sola: per contenere il malaffare politico, ha senso ridurre la capacità dello Stato di intervenire nell'economia e di far fronte alle difficoltà che si presentano. Oppure c'erano altre soluzioni meno drastiche?

A questo punto, gli economisti liberisti potrebbero ribattere che in realtà il divorzio ha solo messo a nudo l'insostenibilità di quel modello, basato sulla stampa di moneta per garantirsi una copertura finanziaria. In realtà, anche qui, non voglio negare un problema ma cercare di inquadrarlo in un contesto più ampio. Dentro questo contesto, l'idea che la spesa pubblica italiana fosse insostenibile diventa un'affermazione non del tutto dimostrata dai fatti, al contrario i dati ci dicono che al netto degli interessi la spesa pubblica era in linea con la media OCSE, come mostrano i dati comparativi europei. Semmai fu la spesa per interessi che in Italia passò dall'8% del Pil nel 1984 all'11,4% nel 1994, mentre in Europa restava intorno al 4%.
Tutto ciò per dire che il vero problema del nostro debito, come si è dimostrato in seguito, era che una parte considerevole di esso serviva per coprire le spese ordinarie. Ma ciò vuol dire che più che un problema del sistema in sé, c'era un problema di disciplina economica in chi era chiamato a gestire quel sistema. Certamente è chiaro a tutti che fosse necessario introdurre delle regole che garantissero un po' di disciplina. Ma noi abbiamo fatto un po' come quel marito che per evitare che la moglie (il Tesoro) spendesse tanto, gli ha proibito di ritirare soldi in banca (il divorzio banca d'Italia-Tesoro) per poi consigliargli di rivolgersi a uno strozzino (i mercati), sperando che gli interessi abnormi la scoraggiassero ad esagerare nelle spese.


La seconda obiezione fa leva sul famoso attacco alla lira, evidenziando di come quell'attacco finanziario fu un avvertimento che se non si correva presto ai ripari i nodi ormai erano giunti pericolosamente al pettine. In realtà le cose non andarono esattamente così, premesso che a livello personale considero questo episodio un vero e proprio atto di pirateria finanziaria, per cui sarebbe stato più opportuno far rispondere dal ministero della difesa che da quello del tesoro. A ogni modo, mi pare fondamentale ricordare che tutta l'operazione prende avvio in un contesto internazionale, l'Italia non era il bersaglio specifico dell'attacco. Se noi fummo particolarmente colpiti, fu proprio perché il paese era già instradato verso il nuovo indirizzo economico che si era scelto di percorrere, l'Italia del periodo, come abbiamo visto, aveva già aderito ad alcuni dei famigerati vincoli esterni (indipendenza banca centrale, adesione allo sme, stabilità monetaria, eccetera) ma senza preoccuparsi di possedere i parametri economici adatti a sostenerli. In tale modo la nazione, quando si ritrovò preda degli attacchi degli speculatori, era da un lato gravata delle fragilità del vecchio sistema, e dall'altro impossibilitata a utilizzare gli strumenti utili a difendersi a causa degli impegni internazionali assunti. Per tentare di salvare il salvabile l'allora ministro Ciampi (sempre lui) commise una serie di errori che ancora oggi vengono citati come casi di studio: alzò i tassi, bruciò riserve. Ma furono manovre disperate che come molte analisi economiche riconoscono finirono per aggravare la recessione senza salvare la moneta. Alla fine la lira fu costretta ad uscire dallo SME e si svalutò comunque, ma con un'economia già indebolita. Come beffa finale, negli anni successivi Ciampi e gli altri artefici di quelle scelte, presero a indicare ciò che era successo appunto come prova delle fragilità italiane e dell'inevitabilità delle riforme.



L'ultima argomentazione che suona a mo' di profezia, richiama in causa il default argentino, sostenendo che se noi avessimo continuato nell'andazzo precedente, avremmo fatto la stessa fine. Vero, così come se in macchina continuassimo ad andare dritto alla prossima curva finiremo fuori strada, chissà perché per evitare il sinistro, invece che spegnere la macchina e proseguire con altro mezzo, tutti preferiscono intervenire sul volante e correggere la traiettoria. Intanto come già ho cercato di chiarire nello scorso post, l'economia non è una scienza esatta, anche se l'Italia pre-92 e l'Argentina del default avessero avuto realmente condizioni simili, non è affatto detto che avremmo seguito la stessa dinamica economica. In ogni caso, la verità è che in realtà i paesi si trovavano in condizioni molto diverse. Per cominciare l'Argentina proveniva da un recente passato fatto da instabilità politica e di regimi autoritari. L'Italia, invece, passata l'esperienza fascista, aveva alle spalle quasi mezzo secolo di relativa calma. Ma soprattutto, il paese di allora era una nazione industrialmente avanzata, addirittura tra le prime al mondo, le famiglie contavano su un risparmio privato da fare invidia e il debito pubblico era prevalentemente in mani interne. Così come l'Argentina le esportazioni avevano un peso significativo sulle nostre entrate, ma le nostre esportazioni erano estremamente diversificate. L'economia argentina invece, era legata all'esportazione di materie prime e fortemente indebitata con l'estero. Ma ancora più importante, fatto su cui si preferisce sorvolare è che uno dei principali motivi per cui l'Argentina fu costretta a dichiarare default, fu proprio perché anche quel paese decise di legarsi a un vincolo esterno. Precisamente legò il valore del pesos a 1:1 rispetto al dollaro,  che è un po' quello che abbiamo fatto noi con l'euro, e lo fece per gli stessi motivi: riduzione dell'inflazione eccetera. Qualcuno potrebbe obiettare che in realtà l'euro non è currency board, vero, non c'è un tasso fisso con una moneta estera, ma una moneta unica con una banca centrale comune. Ma a fini pratici, per quello che conta in un paese in difficoltà il meccanismo è lo stesso: se si perde competitività non si può più svalutare per ritrovarla. Sappiamo tutti come è andata a finire.

lunedì 9 febbraio 2026

Narrazioni


Qualche post fa, scrissi che i social sono un ottimo posto per osservare certe dinamiche sociali. Proprio in questi giorni mi è capitata una cosa curiosa: in una pagina dove si parla di anni Ottanta, il gestore ha fatto un post un po' malinconico ricordando le vecchie lire. Non vi dico gli insulti della gente.

Prendo spunto da questo episodio, perché mi sembra perfetto per mostrare come una narrazione collettiva, se portata avanti da media e istituzioni in modo organizzato, possa diventare più forte della realtà stessa. Non è la prima volta che mi imbatto in questo tipo di fenomeno, ne ebbi esperienza già ai tempi del COVID, quando notai che chi dava retta ai vari giornali e telegiornali, iniziò a comportarsi come se ci trovassimo davanti a una nuova peste nera, mentre all'opposto, coloro che seguivano i siti per così dire complottisti, addirittura negavano del tutto il fenomeno, con bella pace della realtà in entrambi i casi. 

Tornando all'episodio di prima, la narrazione economica ancora dominante, evidentemente a differenza di quella pandemica, fu fatta in un periodo in cui giornali e istituzioni erano reputati più affidabili. Infatti, in questo caso le critiche al post andavano tutte in una direzione: quella ordoliberista.

Così eccoci a leggere gente anche di una certa età, vale a dire persone che hanno vissuto i fatti in prima persona, spiegare che l'andazzo era insostenibile, l'inflazione galoppante, il debito pubblico alle stelle, per non parlare della debolezza della lira e tutto il resto del ciarpame. Ciarpame che però, dimentichi dell'alto tasso di dinamismo economico e sociale dell'epoca, ha dato giustificazione affinché scelte squisitamente politiche, quali l'indipendenza delle banche centrali, il contenimento dell'inflazione, il vincolo esterno, potessero essere vendute come necessità tecniche, con un tocco di giustizia morale per giunta! (Ricordate lo slogan "stiamo vivendo sopra le nostre possibilità").

La verità è che l'economia non è una scienza, nel senso comunemente inteso di questo termine. Le sue conclusioni non indicano destini, in realtà, data una situazione iniziale, nessuno sa davvero come realmente si evolverà la situazione (vi ricordo solo che a un mese dalla crisi del 2008 c'erano ancora economisti di primo piano che prospettavano situazioni rosee per il futuro).

Intendiamoci, non è che queste cose fossero un bene, anzi, è assolutamente vero che l'Italia del periodo avesse una politica economica molto "garibaldina", per non dir peggio. Ma la scelta di cambiare paradigma economico per risolvere queste criticità fu squisitamente politica.

Eppure coloro che commentavano il post, nel dare del periodo e degli sbagli commessi una descrizione che rientra perfettamente nei canoni di una teoria economica, precisamente della teoria ordoliberista appunto, erano genuinamente convinti di illustrare un dato di fatto: niente più che la realtà.

Teoria economica, che per inciso, non solo ha regalato al nostro paese vent'anni di stagnazione economica con l'impoverimento delle classi medie e basse, ma che proprio in questo periodo sta mostrando tutti i suoi limiti anche nel suo paese natale: la Germania. 

Quello che mi fa più specie di tutta questa storia è il fatto che in questioni come il COVID, in fin dei conti certe dinamiche sono comprensibili: in fondo i virus sono esseri invisibili e finché uno non ne fa esperienza diretta, una persona normale fa fatica a quantificare se il pericolo sia reale o meno. Ma lo stravolgimento delle politiche economiche del paese, quello invece ha colpito tutti, il fatto che da un certo momento in poi i governi hanno preferito dare priorità alla stabilità monetaria, piuttosto che alla crescita, è qualcosa di talmente pervasivo che non può passare inosservato, qui bisogna proprio essere vittime di un lavaggio del cervello per non notare la differenza. 

Lavaggio che, in un certo senso, anche evitando di evocare scenari distopici, pare proprio essere avvenuto: solo per esempio, tra i commenti ne leggevo uno che ipotizzava che senza il passaggio dal vecchio paradigma al nuovo, saremmo finiti in una specie di medioevo tecnologico. Infatti continuava, ricordando quanto costavano i telefonini negli anni ottanta, e proseguiva concludendo che se oggi avessimo ancora la lira, questi gadget tecnologici sarebbero prodotti dai prezzi improponibili per il paese. Teoria ingenua, ma che ha suscitato una pioggia di like. Senza soffermarci sui motivi più astrusi del perché una conclusione simile sia come minimo rozza, l'idea che un paese come il nostro, fin da subito tra i più entusiasti nell'adottare questa tecnologia, adesso potrebbe vantare una propria industria nazionale, evidentemente a questi signori è completamente estranea.

Il punto non sta tanto nel difendere un modello rispetto ad un altro, euro vs Lira tanto per dire, visto il piano della discussione si può anche accettare l'ipotesi che l'adozione delle politiche ordoliberiste di cui l'euro è sigillo, fosse la scelta migliore per il paese. Quello che è profondamente sbagliato consiste nell'aver riscritto il passato, per far credere che questa fosse l'unica alternativa possibile, quello che mi appare profondamente insano e che una balla così colossale sia stata digerita da quasi tutti, per il solo fatto che tutti la ripetevano. Nonostante ancora adesso, qui e ora paghiamo il fatto che allora come oggi, questa fosse soltanto un'ipotesi.

venerdì 6 febbraio 2026

Epstein

Sto seguendo per quanto c'è permesso, il cosiddetto caso Epstein, che da ciò che si è potuto capire è molto più di un banale scandalo sessuale e molto meno di quello che i complottisti prospettavano.


Molto meno dicevamo, ma ancora abbastanza da far pensare che questi tizi, i quali fino a ieri prendevamo in giro raffigurandoli con in testa un copricapo fatto di carta stagnola, ultimamente ci stanno azzeccando un po' troppo.

Personalmente, mi trovo d'accordo con coloro che sostengono che si sta spettacolarizzando eccessivamente questa vicenda, alimentando più i pruriti che il senso di giustizia dei cittadini americani. Ma a patto che questa posizione non finisca per sminuire il caso in sé: ci sono state troppe morti sospette e si è scelto di sacrificare nomi troppo importanti perché essa sia solo un fuocherello di paglia. Il voler trasformare il tutto in gossip morboso, addirittura in un'occasione di business, magari sfruttando proprio la naturale tendenza al complottismo, oltre a essere favorito da un'inclinazione di quel popolo per la spettacolarizzazione, mi pare semmai un modo per disinnescare il tutto.


Pensatela come vi pare, ma se si lasciano cadere teste del calibro di Bill Gates,  allora forse l'urgenza è quella di salvare nomi più importanti, quantomeno a livello sistemico. Tra l'altro, il fatto che Gates in questo periodo abbia deciso di pubblicare le sue memorie mi suggerisce che la decisione di esporlo sia stata una scelta pensata e discussa, non improvvisa, e che tutta questa voglia di raccontarsi del miliardario sia in realtà un modo per parare il colpo, un tentativo di limitare i danni quanto più possibile.

Ma se i livelli coinvolti sono così in alto, possibile che i servizi segreti non abbiano provveduto a disinnescare prima una bomba del genere? Qui non stiamo parlando solo di un banale scandalo sessuale; le dichiarazioni che hanno accompagnato il rilascio di parte del materiale sono state abbastanza esplicite quando hanno specificato che si è preferito non divulgare immagini e filmati con scene di tortura e forse anche di peggio. Insomma roba da far accapponare la pelle.


Il fatto che tutto ciò non si sia potuto neutralizzare, dicevo, mi fa intuire che a essere coinvolti, non c'è solo qualche mela marcia, ma tutto un sistema. Tale conclusione spiegherebbe perché i servizi invece che combattere il fenomeno hanno preferito gestirlo. Alla fine dei conti la solita vecchia storia, il potere se riesce bada prima di tutto a conservarsi, con buona pace per le vittime.




Per concludere, quanto detto finora mi porta a fare due ulteriori considerazioni a carattere generale:

La prima è di natura più teologica: mi fa davvero specie vedere questi uomini di potere, molti atei dichiarati. Un po' tutti con un atteggiamento critico verso la religione e le sue "superstizioni". Tutti a parole amici dell'umanità. Ma in privato, una volta calate le tende si abbandonavano a riti che possiamo definire tranquillamente satanici. Che questi signori ne fossero consapevoli o fossero solo ubriacati dal hybris, c'è qualcosa di fortemente anticristico in tutto ciò.

La seconda considerazione riguarda l'internazionalità di questa gente. La parte del leone la fanno naturalmente gli americani, ma a partecipare a questi "festini" c'era praticamente gente di tutto il mondo. E questo più di ogni altra cosa dovrebbe rendere evidente che le classi dirigenti di molti paesi, specie in occidente, ormai si considerano "razza a sé". Appare chiaro che per questa gente non esistono più concetti come la destra, la sinistra, la nazione o le etnie. Per loro esiste solo l'alto dove collocano se stessi, a cui, nel privato, tutto è concesso. E il basso costituito da persone, anzi meglio "risorse umane", perfettamente intercambiabili, da gestire con promesse e belle parole. Anche in ciò, se me lo permettete, intravedo qualcosa di molto satanico.

sabato 31 gennaio 2026

Ancora su Trump



La mia posizione sulla guerra in Ucraina che, considerata l'idiozia dei tempi, oltre a esigenze di sintesi, potremmo definire "filorussa", mi ha fatto entrare in contatto con molti esponenti del cosiddetto antagonismo, sia di destra che di sinistra.

Molti di questi contatti si sono rivelati conoscenze preziose che mi hanno permesso di raffinare i miei punti di vista e di approcciare il mondo con uno sguardo più maturo. Molti altri invece, forse più interessati a fare "cordata" che discussione, come era prevedibile, con il mutare delle contingenze stanno scomparendo come neve al sole, poco male. Non faccio parte di nessun circolino, e non mi interessa nemmeno entrarci, non per fortuna, i miei guadagni si basano su cose più solide. Ciò che mi dispiace è vedere come il nuovo corso degli eventi stia pregiudicando anche quanto di buono fatto in passato, specie in termini di alfabetizzazione strategica.

Quando parlo di nuovo corso degli eventi, mi riferisco naturalmente all'asteroide chiamato Donald Trump, nonché all'interpretazione che sia da una parte, sia dall'altra si sta cercando di far passare a riguardo.

Fa un po' specie vedere gli stessi che invitavano a studiare la complessità, i rapporti di forza, spiegando le azioni di Russia, Cina, Iran, eccetera, adesso adottare gli stessi toni moraleggianti, quelli che fino a ieri imputavano al mainstream, ora che devono parlare delle azioni statunitensi e occidentali, pare abbiano dimenticato tutto ciò che dicevano allora. Oggigiorno, mentre questi esperti adoperano un doppio standard nel giudicare cose come ad esempio il cambio di regime riuscito di Trump in Venezuela e quello non riuscito di Putin in Ucraina, appare evidente che la presunta alfabetizzazione strategica, la pretesa di spiegare le dinamiche del potere, fosse selettiva, utile a supportare una narrazione diversa da quella maggioritaria, ma non per questo meno ideologica. 

Giustificare le débacle cinesi o russe come lungimiranza, fermarsi ad un interpretazione in termini di buoni e cattivi di certi tumulti che stanno avvenendo negli Stati Uniti, o parlare della politica sui dazi in forma esclusivamente macchiettistica, in realtà poco si discosta dalle dichiarazioni di una Ursula Von Der Leyen che blaterava di russi che rubavano chip dalle lavatrici o altre stupidaggini simili. 

Francamente, mi preoccupa la cattiva interpretazione,  che anche dentro questi gruppi si sta adottando per spiegare il fenomeno Trump e le sue conseguenze. Che in ultima analisi consiste da parte di tanti in un totale appiattimento alla propaganda mainstream, solo perché questa è utile alla loro causa. Tale comportamento sta contribuendo al fatto che un fenomeno di questa portata venga letto in chiave totalmente sbagliata in paesi come il nostro.




Ma proprio per ciò, per gli effetti che un personaggio simile sta determinando, accettare la narrazione che lo caricaturizza come una specie di scimmione impazzito riuscito chissà come ad entrare nella sala comandi, è un errore gravissimo, allo stesso modo, se non peggio, di quando giornali e televisioni descrivevano Vladimir Putin come un dittatore sanguinario, che da un giorno all'altro si fosse svegliato con la folle idea di ricostruire l'URSS riconquistando i vecchi territori. 



Non penso che tutti siano in malafede. Probabilmente molti hanno coltivato false aspettative, adesso che queste aspettative sono state deluse, si riallacciano alla narrazione mainstream, quasi per ripicca. Personalmente penso che l'abbaglio sia stato tutto loro, che hanno letto il personaggio con lenti interpretative lontane dalla realtà americana. 

Tutto ciò non toglie che da ogni parte si guardi, la lettura che si sta dando sia fuorviante e pericolosa: Trump, o per meglio dire questo nuovo orientamento della dirigenza americana, con ogni probabilità è qualcosa destinato a durare. Perciò prima riusciremo tutti quanti a interpretarlo nel giusto modo meglio sarà per noi. 

In questo post, nel mio piccolo non voglio atteggiarmi ad esperto di geopolitica: è stato un caso che sulla questione Ucraina, da appassionato di cose russe e grazie a qualche buona lettura sulla politica internazionale, sono riuscito a intuire prima di molti altri dove le contingenze stavano andando a parare, perciò mi limiterò a tracciare qualche conclusione logica, solo per il gusto di farlo e nulla più.


Ma prima, a scanso di equivoci sarà meglio ribadirlo, non considero Donald Trump l'uomo della provvidenza, onestamente giudico con simpatia il personaggio solo in virtù del suo potenziale distruttivo rispetto al deleterio sistema in essere. 


Di certo Trump non è Talleyrand, questo appare chiarissimo. È un individuo sui generis, estraneo al mondo politico dove il non detto, il sottointeso spesso è più importante di quello che accade alla luce del sole. Il politico che più gli rassomiglia, malgrado lui mal tollerasse questo accostamento è il nostro Silvio Berlusconi. Proprio il paragone con quest'ultimo, specie a noi italiani dovrebbe averci fatto intuire che non bisognerebbe sottovalutare il presidente americano. Purtroppo però la smemoratezza generale ormai è patologica.


Intanto per parlare del fenomeno Trump c'è da partire da due dati di fatto:

Prima di tutto c'è da convincersi, da farsi entrare bene in testa che Donald Trump non è un allegro pasticcione venuto su per caso. La sua storia passata dimostra che l'uomo ha capacità e qualità che indipendentemente dal modus operandi lo collocano nei personaggi fuori dal comune, no, i miliardi che possiede non bastano a spiegarne l'ascesa, l'America è piena di miliardari, così come la Russia è piena di ex agenti del KGB e noi siamo pieni di gente che se fossero al posto di Trump, Xi o Putin, avrebbero già risolto i guai del mondo.


Inoltre bisogna chiarire che per raggiungere la posizione che Trump è riuscito a conquistarsi, occorre fare parte di gruppi di potere, scuole di pensiero. Per quanto una persona sia ricca o capace, per giungere a certi livelli, le qualità individuali non bastano.


Partendo da una posizione che accetta questi concetti in quanto ovvi riflettendoci un po' su , viene facile poi riconoscere alcuni punti chiave da essi derivati: 

Le azioni dell'amministrazione americana seguono una logica, perseguono degli obiettivi e fanno intuire un piano per raggiungerli. Attenzione, riconoscere tutto ciò non vuol dire minimamente avvalorare certe scelte, personalmente, per ora, non mi ci metto nemmeno a discquisire se le mosse di Trump siano quelle giuste oppure accelereranno la crisi americana. Ciò che è importante, consiste nel capire che questa amministrazione ha individuato dei problemi e crede di aver trovato delle soluzioni per risolverli. I metodi di Trump per attuare queste soluzioni, per quanto folkloristici, non devono sviare dal fatto che si sta perseguendo un obiettivo. 

Se ai nostri occhi appare come un energumeno che sta distruggendo l'ordine costituito intorno a sé, occorre prendere in seria considerazione l'ipotesi che molto probabilmente quello sia proprio il suo scopo. È no, per quanto gli altri strillino che sta sbagliando, se uno considera un edificio pericolante, minarlo e farlo venire giù, non è detto sia una cattiva idea. Nonostante le lamentele di chi quel palazzo l'aveva costruito, per scoprire la verità serve accertare se le fondamenta siano effettivamente marce.

Perché bisogna  rendersi conto che le forze che considerano la soluzione intravista dal gruppo di potere rappresentato da Trump sbagliata, ovvero coloro che hanno governato gli Stati Uniti negli scorsi decenni, faranno di tutto per ostacolare questa amministrazione, se non altro per non farsi sostituire. Siccome appunto quest'altro gruppo di potere ha fino a ora occupato tutti i posti che contano, ha dalla sua un discreto arsenale per tentare di riuscire nel proprio intento. In primis un controllo più radicato sui mezzi di informazione (qualcuno la chiamerebbe egemonia culturale). Ma anche la fedeltà dell'establishment di tutti i paesi alleati, quali ad esempio gran parte dei paesi europei. 

E questo ci porta a comprendere perché la cornice interpretativa intorno a questo personaggio sia così polarizzante: attorno alla figura di Trump si sta consumando anche una lotta tra vecchi e nuovi poteri. Per vincere questa battaglia anche l'orientamento dell'opinione pubblica risulta fondamentale.


Detto questo, per riuscire ad orientarsi e farsi almeno una vaga idea di ciò che sta succedendo, rimane un ultimo punto importante da chiarire, probabilmente l'accusa più seria che da parte di molti viene rivolta a questa presidenza. Ovvero in che misura Trump possa essere pericoloso per la democrazia e lo stato di diritto. In verità,  penso che lo possa essere molto, ma Trump è un sintomo non la causa. Gli Stati Uniti sono un'impero in crisi e tutti i sistemi di potere in crisi si irrigidiscono. Se non fosse arrivato Trump, sarebbe stato qualcun altro, d'altronde anche i democratici sotto Biden sebbene più elegantemente non sono stati da meno. E anche noi in Europa ultimamente sarebbe meglio che ci guardassimo allo specchio. La verità è che se gli Stati Uniti riusciranno a risolvere le proprie contradizioni interne la situazione si farà meno tesa, ma se la decadenza americana continuerà a evolvere anche la corsa verso l'autoritarismo non accennerà a diminuire.



Ok, ammesso quantomeno per ipotesi che quanto fin qui detto fornisca la giusta chiave per  interpretare i fatti che stanno avvenendo, per quanto riguarda l'Italia, cosa dovremmo fare? 

Vista la nostra posizione la cosa più saggia da fare è riuscire a capire come trarre il massimo vantaggio dalla situazione attuale. Una cosa che mi pare, con un po' di timidezza e salvo altre lacune, l'attuale governo sta tentando di fare. Nonostante le critiche non solo dell'opposizione più legata al vecchio establishment , ma anche di chi fino a ieri si stracciava le vesti gridando contro le nostre posizioni anti-russe e che oggi pretenderebbe che il governo per correttezza morale dichiarasse guerra agli Stati Uniti.

Comunque a mio avviso, il maggior pericolo di questa situazione per noi europei, è che supportati dalla narrazione convergente, passino i messaggi che Donald Trump sia solo l'ennesimo sintomo del declino americano da un lato, o venga di nuovo interpretato come un'eccezione anomala e passeggera dall'altra. Sono diagnosi entrambe sbagliate, perché da un lato l'America, declino o meno, resterà al centro della scena mondiale ancora per molti decenni. Dall'altro invece, ormai deve essere chiaro a tutti che importanti gruppi di potere sono insoddisfatti dell'attuale stato delle cose e, se non riusciranno a modificarlo con Trump, ritenteranno con  J.D. Vance o un'altra figura analoga per cambiare il sistema. 


venerdì 30 gennaio 2026

Dinamica dell'odio




Torniamo a parlare ancora di gruppo e dinamiche sociali, attraverso la lente privilegiata dei social network. Su un gruppo dedicato alle tartarughe, una ragazza pubblica delle foto in cerca di consigli. Scrive che frequenta un ragazzo che possiede due testuggini. Secondo lei le bestiole non vivono in modo adeguato: ambiente troppo stretto, poca acqua nella vasca, eccetera. Il post era chiarissimo, la ragazza ha ben specificato che i due rettili non erano suoi e che lei personalmente non ne sapeva molto su quel genere di animali. Semplicemente aveva osservato la situazione e, rendendosi conto che non era ottimale, per migliorarla, ha pensato di chiedere aiuto a qualcuno più esperto di lei, lì sul social. Dove, naturalmente, l'hanno riempita di insulti. 



Non tutti, intendiamoci, ad onor del vero solo una minoranza, comunque troppi per un post di così poche righe, dove era chiaramente specificato che l'autrice non aveva responsabilità per la situazione che presentava, che anzi si stava dando da fare per risolverla. Erano comunque troppi anche perché quei commenti, non è che sfogata la rabbia poi si adoperassero per dare qualche consiglio, risolvere la situazione insomma, si limitavano a insultare e basta.


Storia tutto sommato banale, ma che dimostra di come molte di queste persone non sono tanto interessate agli animali in sé (ma le dinamiche sono le medesime anche in gruppi dedicati ad altre passioni naturalmente), ma a sfogare la propria rabbia verso gli altri esseri umani, nel mentre, magari, ricevere sostegno da parte degli altri membri del gruppo. In parole povere, questa tipologia di persone non sono interessate alle bestiole, ma a marcare una distinzione, a creare un "Noi" e un "loro" per poi difenderlo. Che si tratti di una passione condivisa o di qualsiasi altro pretesto, in realtà poco importa. 


Tale genere di dinamiche, non sono una prerogativa dei social network, i quali come ho tentato di spiegare in un precedente post, tutt'al più amplificano e rendono evidente il fenomeno: grazie ai social possiamo "sezionare" certe dinamiche, ad esempio in questo caso, rendendo lampante di come spesso l'oggetto del nostro interesse non è altro che un pretesto identitario, per esprimere odio e conformismo.

Un episodio per i più irrilevante, dicevo, che però mi pare emblematico di un concetto su cui sto riflettendo in questo periodo: le dinamiche di gruppo, in particolare la predominanza dell'appartenenza identitaria e dell'aderenza alla propria visione del mondo, rispetto all'utile e al vero.

In genere le persone non esprimono un concetto perché "sanno", ma perché quel concetto si inserisce bene nella loro visione del mondo e li rassicurano sul posto che pensano di occupare in esso. Così come nel gestire informazioni nuove, spesso non si interrogano su come usare quelle informazioni per qualcosa di utile (nel caso di prima ad aiutare le tartarughe), ma piuttosto a come usarle per ribadire o rafforzare la propria posizione nel gruppo; anche avversandole se è il caso, per esempio ostracizzando chi le promuove per far sfoggio della propria virtù e aderenza al sentire condiviso. 

Ho provato a sottoporre queste ultime costatazioni ad un'intelligenza artificiale, per vedere se riusciva a suggerirmi ulteriori spunti di riflessione. La I.A. ha concordato in linea generale, concludendo però che ciò in realtà è positivo per chi riesce a comprendere questo tipo di dinamiche: "chi riesce, anche solo ogni tanto, a ribaltare questo meccanismo ha un vantaggio enorme: vede prima, capisce meglio e si fa manipolare molto meno."

Non sempre questo è vero. C'è un racconto di H. G. Wells, dove il padre della fantascienza anglosassone, prende in giro il famoso detto: nel paese dei ciechi, il guercio è re. In questa spassosa novella ricca di situazioni paradossali, Wells racconta di come un esploratore scopre una civiltà nascosta, dove tutti sono ciechi per natura. Un po' per necessità un po' per amore, l'eroe della storia è costretto a stabilirsi in mezzo a loro e perciò si impegna a farsi accettare da questa comunità. All'inizio dell'avventura il protagonista è fiducioso che grazie al vantaggio della vista riuscirà a ottenere una posizione di rilievo dentro il suo nuovo gruppo. Scoprirà suo malgrado che questo suo vantaggio  di vedere cose che gli altri non vedono, gli porterà soltanto emarginazione e stigma sociale. 

La stessa emarginazione che ad esempio porta a includere un numero sempre maggiore di persone sotto la denominazione di complottista o dietrologo, con poca distinzione se i bersagli di tali etichette sostengono che la terra sia piatta, o semplicemente offrono una diversa interpretazione degli eventi, ma non per questo priva di una qualche legittimità.  

Evitiamo fraintendimenti, qui non abbiamo fatto tutta questa tirata per finire a fare l'elogio del complottista, cosa che abbiamo già fatto per altro, ma chiarire come  anche questo tipo di processi godono di una propria economia, dove così come in tutte le economie, non sempre la scelta più logica risulta essere anche la più vantaggiosa. Perché un'informazione nuova e non condivisa da tutti può dividere il gruppo, perciò chi ne è portatore rischia di vedersi isolato, come nel racconto di Wells.

Alla fine, raramente scoprire una verità in sé porta qualche vantaggio, semmai, a fare la differenza è riuscire poi a capire come utilizzare questa conoscenza a proprio favore. Ma questo è un altro paio di maniche

giovedì 29 gennaio 2026

l'illusione di sapere



Avete presente la rappresentazione classica dell'atomo, quella che lo raffigura come un mini sistema solare, con un nucleo al centro e gli elettroni a modo di pianeti che gli girano intorno. Oggigiorno tutti quelli che hanno studiato un po' di fisica sanno che questo modello non è corretto. Non tutti però sanno che di modelli atomici adottati dalla comunità scientifica ve ne furono molti, dal modello di Dalton agli inizi dell'Ottocento al modello quantomeccanico, adesso in vigore. 

La questione è che appunto la scienza non si prefigge una descrizione ultima della realtà, per il semplice fatto che essa è troppo vasta per conoscerla tutta, si limita ad approssimarla con modelli che spiegano determinati fenomeni, in modo da poter fare previsioni attendibili. Modelli che evolvono nel corso del tempo o addirittura cambiano del tutto in base alle nuove acquisizioni del sapere. 

Anche questo concetto nonostante alcuni fingono di non conoscerlo, pretendendo di attribuire alla scienza poteri che non ha, dovrebbe essere patrimonio comune.*


Quel che invece sfugge a molti è che tutto questo non è valido solo per la scienza, anche gli altri settori dello scibile tendono a funzionare così. 


A conferma di quanto ho scritto prima, mi è capitato giusto ieri di seguire un podcast dove un sedicente esperto di geopolitica tentava di spiegare i motivi delle mire espansionistiche di Trump sulla Groenlandia. Analisi impeccabile per carità! Il sedicente analista spiegava benissimo il bisogno degli Stati Uniti di affrancarsi dalla dipendenza dalle terre rare, l'incapacità europea in caso di attacco, di difendere l'isola, lo scioglimento dei ghiacciai, il controllo della rotta artica e tutto il resto.


Insomma le ragioni di Trump secondo l'esperto erano tutte proiettate verso il futuro e in un certo senso anche ragionevoli: l'Europa si è mostrata impreparata a difendere la posizione e viste le crescenti sfide che Russia e Cina rappresentano, adesso è meglio che l'America si occupi della questione in prima persona. 

Un ragionamento, quello di Trump poco ortodosso senza ombra di dubbio, ma comunque condivisibile. Se non fosse che gli americani, cosa che l'esperto evidentemente ignorava, è già da tempo che tentano di prendersi l'isola: con un'invasione vera e propria durante la seconda guerra mondiale, costretti poi per questione di immagine a doverla restituire, provarono a comprarla con Truman prima, e poi con Eisenhower. Ma visto che la Danimarca non si piegava e la guerra fredda richiedeva un fronte compatto, lasciarono perdere. 

Vinta la guerra fredda la questione pareva archiviata, considerato che l'America si trovava padrona del mondo, inutile impelagarsi su questioni di principio. Ma adesso, con l'affacciarsi di nuove sfide, ecco che torna in auge la vecchia idea. Tenendo in conto anche tutto questo, si capisce che il desiderio di Trump di annettere la Groenlandia non risponde solo a calcoli geopolitici ma appaga anche vecchi desideri. Un elemento che qualcuno potrebbe considerare secondario, ma invece importantissimo perché chiarisce in maniera definitiva la considerazione che l'America di Trump ha nei riguardi dell'Europa e che rendono tutte le argomentazioni del geopolitico, se prese considerando questi elementi, più una giustificazione a posteriori che un'analisi seria.


Un ottimo caso che dimostra ancora come i nostri modelli siano solo approssimazioni che si sforzano di costruire mappe, utilizzando quello che sappiamo della realtà. Ma soprattutto di quanto sia importante per affinare queste mappe, continuare nello studio. Multidisciplinare e cooperativo, si capisce, perché ormai appare chiaro che la vastità di conoscenze, indispensabili al giorno d'oggi per costruire modelli realistici, non sono padroneggiabili da un singolo individuo.


*In realtà alcune correnti filosofiche, sostengono che la scienza stia descrivendo la realtà, ma in maniera progressiva, cioè sviluppando modelli sempre più aderenti. Per restare all'esempio dell'atomo, chi intende la scienza in questo modo, nell'evoluzione del modello atomico non vede l'adozione di rappresentazioni più utili, ma una descrizione che via via si fa sempre più accurata. Una posizione filosoficamente legittima ma a mia opinione poco utile, per il semplice motivo che si basa su una scommessa, ma in realtà nessuno ci garantisce che un giorno potremmo arrivare alla verità ultima. 

mercoledì 28 gennaio 2026

De social network



Sono un discreto frequentatore dei social network.  A differenza di molti che demonizzano questi strumenti (per poi passarci sopra magari giornate intere) io invece credo che siano estremamente utili. Non solo a livello sociale, per tenere vive vecchie conoscenze che, per le contingenze della vita avremmo perso, o per farne di nuove, ma anche a livello personale, perché mi hanno permesso di capire che chi critica, qui come nella vita reale, anche se forte di numero, spesso non lo fa nel merito, ma per posizione presa, motivo per cui va considerato il giusto. Soprattutto però, trovo che questi mezzi siano utilissimi per poter vedere agire certe dinamiche sociali, con persone prive dei freni inibitori che la realtà spesso impone. Insomma, con tutti i distinguo del caso, l'uomo senza sovrastrutture. 


L'uso dei social ad esempio mi ha convinto che gli esseri umani non sono cambiati così tanto, come invece spesso ci raccontiamo. Anche se non fa piacere ammetterlo, siamo gli stessi che secoli fa andavano appresso l'inquisitore e gridavamo a morte l'eretico. Sì, oggi non è più di moda aggrapparsi alle tonache, ma ci stringiamo al camice dello scienziato con la stessa foga e spirito fanatico. Anche la pulsione di violenza e di morte non è scemata. Nei nostri tempi non possiamo gridarlo più liberamente come una volta, ma basti ricordare quando si invocava la sospensione delle cure sanitarie per i no-vax


Un'altra convinzione maturata attraverso i social è che l'essere umano ha ancora ben radicato in sé il desiderio di appartenenza, il voler fare parte di un gruppo. Ecco, forse sotto questo aspetto i social qualche danno l'hanno fatto: perché sono riusciti a sublimare questo desiderio a misura degli individualisti che siamo diventati; ovvero salvando solo la parte gratificante. Appartenere ad un gruppo reale infatti richiede confronto, accettare visioni differenti e la capacità di mediazione continua. Nei gruppi reali però questi sforzi sono ripagati da una vera coesione del gruppo, che sarà pronto a lottare per interessi e ideali comuni.

I social network eliminano tutto questo, in parte per il fenomeno delle "camere dell'eco": Internet, non avendo limitazioni geografiche, facilita l'incontro virtuale di persone che ragionano in modo simile. Ma soprattutto perché questi strumenti premiano un tipo di discussione superficiale e veloce scoraggiando l'approfondimento. Parlando di politica ad esempio, dentro i social network noi siamo la vera destra o la vera sinistra, e chi non la pensa come noi è il nemico, al massimo un cretino, e se il capo stesso della nostra fazione, nella realtà, ogni tanto dice cose che stridono un po' con il nostro modo di vedere, mica lo fa perché quelle cose le pensa veramente; il capo quelle cose le dice, perché appunto ci sono anche i cretini di prima, e in qualche modo bisogna pur farli contenti! 

Un gruppo sublimato, dicevo appunto, dove noi facciamo parte di questo partito ideale di cui siamo anche custodi dell'ortodossia,  l'interazione con gli altri membri si riduce ad un like, la condivisione di qualche post, o altri ammiccamenti simili. Dove, soprattutto, la maggior parte del tempo è impiegata a scontrarsi con chi consideriamo un avversario. Poco importa se magari una volta il cosiddetto avversario sarebbe stato il compagno di sezione o comunque un alleato. Già perché quando su un social qualcuno manifesta un pensiero su un argomento controverso, per quanto questo pensiero sia chiaro, non sta esprimendo un'opinione, ma sta fornendo uno strumento utile a questo tipo umano a classificarlo. Questo è in ultima analisi il fenomeno della polarizzazione di cui si parla tanto.

Tutto ciò è un problema non tanto per gli effetti in sé, il solo fatto che fenomeni simili si concretizzino, auto evidenzia i limiti della democrazia. Ma perché quel meccanismo di appagamento senza impegno che ho prima descritto, impedisce nella realtà la formazione di forze, magari dietro a leader o gruppi di pensiero, capaci di contestare realmente il sistema in essere. In sostanza i social funzionano davvero come una sorta di anestetici, quali alcuni pensatori lungimiranti li hanno descritti.