Non tutti, intendiamoci, ad onor del vero solo una minoranza, comunque troppi per un post di così poche righe, dove era chiaramente specificato che l'autrice non aveva responsabilità per la situazione che presentava, che anzi si stava dando da fare per risolverla. Erano comunque troppi anche perché quei commenti, non è che sfogata la rabbia poi si adoperassero per dare qualche consiglio, risolvere la situazione insomma, si limitavano a insultare e basta.
Storia tutto sommato banale, ma che dimostra di come molte di queste persone non sono tanto interessate agli animali in sé (ma le dinamiche sono le medesime anche in gruppi dedicati ad altre passioni naturalmente), ma a sfogare la propria rabbia verso gli altri esseri umani, nel mentre, magari, ricevere sostegno da parte degli altri membri del gruppo. In parole povere, questa tipologia di persone non sono interessate alle bestiole, ma a marcare una distinzione, a creare un "Noi" e un "loro" per poi difenderlo. Che si tratti di una passione condivisa o di qualsiasi altro pretesto, in realtà poco importa.
Tale genere di dinamiche, non sono una prerogativa dei social network, i quali come ho tentato di spiegare in un precedente post, tutt'al più amplificano e rendono evidente il fenomeno: grazie ai social possiamo "sezionare" certe dinamiche, ad esempio in questo caso, rendendo lampante di come spesso l'oggetto del nostro interesse non è altro che un pretesto identitario, per esprimere odio e conformismo.
Un episodio per i più irrilevante, dicevo, che però mi pare emblematico di un concetto su cui sto riflettendo in questo periodo: le dinamiche di gruppo, in particolare la predominanza dell'appartenenza identitaria e dell'aderenza alla propria visione del mondo, rispetto all'utile e al vero.
In genere le persone non esprimono un concetto perché "sanno", ma perché quel concetto si inserisce bene nella loro visione del mondo e li rassicurano sul posto che pensano di occupare in esso. Così come nel gestire informazioni nuove, spesso non si interrogano su come usare quelle informazioni per qualcosa di utile (nel caso di prima ad aiutare le tartarughe), ma piuttosto a come usarle per ribadire o rafforzare la propria posizione nel gruppo; anche avversandole se è il caso, per esempio ostracizzando chi le promuove per far sfoggio della propria virtù e aderenza al sentire condiviso.
Ho provato a sottoporre queste ultime costatazioni ad un'intelligenza artificiale, per vedere se riusciva a suggerirmi ulteriori spunti di riflessione. La I.A. ha concordato in linea generale, concludendo però che ciò in realtà è positivo per chi riesce a comprendere questo tipo di dinamiche: "chi riesce, anche solo ogni tanto, a ribaltare questo meccanismo ha un vantaggio enorme: vede prima, capisce meglio e si fa manipolare molto meno."
Non sempre questo è vero. C'è un racconto di H. G. Wells, dove il padre della fantascienza anglosassone, prende in giro il famoso detto: nel paese dei ciechi, il guercio è re. In questa spassosa novella ricca di situazioni paradossali, Wells racconta di come un esploratore scopre una civiltà nascosta, dove tutti sono ciechi per natura. Un po' per necessità un po' per amore, l'eroe della storia è costretto a stabilirsi in mezzo a loro e perciò si impegna a farsi accettare da questa comunità. All'inizio dell'avventura il protagonista è fiducioso che grazie al vantaggio della vista riuscirà a ottenere una posizione di rilievo dentro il suo nuovo gruppo. Scoprirà suo malgrado che questo suo vantaggio di vedere cose che gli altri non vedono, gli porterà soltanto emarginazione e stigma sociale.
La stessa emarginazione che ad esempio porta a includere un numero sempre maggiore di persone sotto la denominazione di complottista o dietrologo, con poca distinzione se i bersagli di tali etichette sostengono che la terra sia piatta, o semplicemente offrono una diversa interpretazione degli eventi, ma non per questo priva di una qualche legittimità.
Evitiamo fraintendimenti, qui non abbiamo fatto tutta questa tirata per finire a fare l'elogio del complottista, cosa che abbiamo già fatto per altro, ma chiarire come anche questo tipo di processi godono di una propria economia, dove così come in tutte le economie, non sempre la scelta più logica risulta essere anche la più vantaggiosa. Perché un'informazione nuova e non condivisa da tutti può dividere il gruppo, perciò chi ne è portatore rischia di vedersi isolato, come nel racconto di Wells.
Alla fine, raramente scoprire una verità in sé porta qualche vantaggio, semmai, a fare la differenza è riuscire poi a capire come utilizzare questa conoscenza a proprio favore. Ma questo è un altro paio di maniche
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