L'uso dei social ad esempio mi ha convinto che gli esseri umani non sono cambiati così tanto, come invece spesso ci raccontiamo. Anche se non fa piacere ammetterlo, siamo gli stessi che secoli fa andavano appresso l'inquisitore e gridavamo a morte l'eretico. Sì, oggi non è più di moda aggrapparsi alle tonache, ma ci stringiamo al camice dello scienziato con la stessa foga e spirito fanatico. Anche la pulsione di violenza e di morte non è scemata. Nei nostri tempi non possiamo gridarlo più liberamente come una volta, ma basti ricordare quando si invocava la sospensione delle cure sanitarie per i no-vax?
Un'altra convinzione maturata attraverso i social è che l'essere umano ha ancora ben radicato in sé il desiderio di appartenenza, il voler fare parte di un gruppo. Ecco, forse sotto questo aspetto i social qualche danno l'hanno fatto: perché sono riusciti a sublimare questo desiderio a misura degli individualisti che siamo diventati; ovvero salvando solo la parte gratificante. Appartenere ad un gruppo reale infatti richiede confronto, accettare visioni differenti e la capacità di mediazione continua. Nei gruppi reali però questi sforzi sono ripagati da una vera coesione del gruppo, che sarà pronto a lottare per interessi e ideali comuni.
I social network eliminano tutto questo, in parte per il fenomeno delle "camere dell'eco": Internet, non avendo limitazioni geografiche, facilita l'incontro virtuale di persone che ragionano in modo simile. Ma soprattutto perché questi strumenti premiano un tipo di discussione superficiale e veloce scoraggiando l'approfondimento. Parlando di politica ad esempio, dentro i social network noi siamo la vera destra o la vera sinistra, e chi non la pensa come noi è il nemico, al massimo un cretino, e se il capo stesso della nostra fazione, nella realtà, ogni tanto dice cose che stridono un po' con il nostro modo di vedere, mica lo fa perché quelle cose le pensa veramente; il capo quelle cose le dice, perché appunto ci sono anche i cretini di prima, e in qualche modo bisogna pur farli contenti!
Un gruppo sublimato, dicevo appunto, dove noi facciamo parte di questo partito ideale di cui siamo anche custodi dell'ortodossia, l'interazione con gli altri membri si riduce ad un like, la condivisione di qualche post, o altri ammiccamenti simili. Dove, soprattutto, la maggior parte del tempo è impiegata a scontrarsi con chi consideriamo un avversario. Poco importa se magari una volta il cosiddetto avversario sarebbe stato il compagno di sezione o comunque un alleato. Già perché quando su un social qualcuno manifesta un pensiero su un argomento controverso, per quanto questo pensiero sia chiaro, non sta esprimendo un'opinione, ma sta fornendo uno strumento utile a questo tipo umano a classificarlo. Questo è in ultima analisi il fenomeno della polarizzazione di cui si parla tanto.
Tutto ciò è un problema non tanto per gli effetti in sé, il solo fatto che fenomeni simili si concretizzino, auto evidenzia i limiti della democrazia. Ma perché quel meccanismo di appagamento senza impegno che ho prima descritto, impedisce nella realtà la formazione di forze, magari dietro a leader o gruppi di pensiero, capaci di contestare realmente il sistema in essere. In sostanza i social funzionano davvero come una sorta di anestetici, quali alcuni pensatori lungimiranti li hanno descritti.
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