martedì 30 dicembre 2025

Ancora sulla famiglia nel bosco

Ritorno al caso della famiglia nel bosco, ma non per parlare di loro. Come già chiarito, essendomi interessato al caso in maniera superficiale, penso di aver scritto già tutto ciò che di interessante potevo dire sull'argomento. Al massimo potrei smorzare l'ottimismo con cui chiudevo quel post: scrissi infatti che probabilmente alla fine per la famiglia le cose si sarebbero aggiustate e si sarebbe trovato un compromesso. Ahimè, non avevo calcolato che l'intervento di Salvini avrebbe polarizzato lo scontro. Così adesso sono scese in campo le tifoserie, che purtroppo per la famigliola non stanno solo sui social a sputare sentenze su persone a loro perfettamente sconosciute. Gente cui massimo traguardo della vita è stato aprire una pagina Facebook, che però pretende di spiegare agli altri qual è il giusto modo di vivere. Ma sono annidati tra la magistratura, gli ordini professionali, gli assistenti sociali, eccetera, Insomma in tutti quei settori che hanno vero potere decisionale sui destini di quella gente.


Volevo parlare invece di un articolo di Open che conclude con questo pistolotto moraleggiante: "Naturalmente il pensiero che tutti gli scienziati che si occupano e si sono occupati di minori abbiano descritto pratiche di educazione dopo aver studiato per anni e le procedure dei tribunali siano affidate a professionisti non sfiora neppure chi parla di «diabolici disegni» dei quali, come succede spesso nelle narrazioni complottiste, non ci sono però mai i nomi e i cognomi di chi li avrebbe fatti. Un classico."  Qui l'articolo completo.


Bene, questa chiusa è il sunto perfetto della babberia che ci ha colpito e si è fatta palese ai tempi del COVID, ovvero l'idolatria dell'esperto. In realtà trattasi di un male antico, da sempre nella società esistono caste che pretendono di essere ascoltate e decidere perché detentori del sapere: gli scribi, i mandarini, i sacerdoti eccetera. Così come da sempre esistono gruppi che per interesse o ignoranza sono pronti a sostenere queste istanze. 



Il fatto è che l'occidente anche grazie a un personaggio per altri versi detestabile quale Lutero, dovrebbe essere vaccinato contro questo genere di cose. Invece no, non abbiamo fatto in tempo a liberarci dei preti -- che, anche se cattolico lo riconosco, troppo spesso inorgogliti dalla consapevolezza di possedere la verità ultima, hanno preteso di dire la propria anche su quelle penultime -- ed ecco che si fanno spazio gli scienziati.

Meglio ancora, presunti tali, perché, chiariamoci, il termine scienziato nella nostra lingua individuava una ben specifica categoria, mentre ultimamente si sta usando questo termine per definire un gruppo abbastanza ampio di studiosi. Ma a voler essere precisi il più delle volte ci troviamo davanti a studiosi di discipline che semplicemente utilizzano, o millantano di utilizzare il metodo scientifico.

Ma non è solo questo il punto, il punto è che questo genere di persone, che pretendono che tutti tacciano, quando parla la Scienza (rigorosamente in maiuscolo). Così come i loro antenati non avevano capito la religione, non hanno capito cos'è la scienza. Con la differenza che mentre quelli ubbidendo ai preti, magari potevano almeno sperare nel paradiso, questi qui rischiano solo di dare troppo potere a chi potrebbe farne un uso egoistico. Non serve scomodare il "complottismo" come ingenuamente fa il redattore di open, per giustificare tutto ciò, basta ricordare la naturale tendenza di ogni forma di potere a conservarsi e perpetuarsi.

Già, perché se parliamo di "scienziati" o genericamente di "esperti", stiamo comunque parlando di uomini, i quali sono sempre vittime di tentazioni, ideologie e pregiudizio. La tentazione è quella di agire in malafede per interesse personale. Le ideologie non sono solo di credo politico, ma anche e forse ancor di più di convinzione scientifica; la storia della scienza è piena di scienziati poco disposti ad abbandonare vecchi paradigmi (e fruttuose cattedre) per adottarne di nuovi. Per quanto riguarda l'esperienza personale, per restare al tema iniziale, facciamo un esempio di fantasia: provate ad immaginare l'esperto che deve decidere sul caso dei bimbi nel bosco, se magari da piccolo, durante le vacanze estive, fosse stato costretto dai genitori a lavorare controvoglia nella fattoria dei nonni. pensate che genere di opinione potrebbe avere di questa famiglia, che vorrebbe vivere insieme ai figli in un bosco per tutto l'anno! 

Ma al di là degli uomini. E la scienza stessa che non funziona così, nessuno scienziato serio pretende di essere portatore di verità universali, lo scienziato al massimo, ha modelli che funzionano, il suo regno è quello della probabilità e della statistica. Lui è simile ad un nuotatore, che ad ogni tuffo si immerge sempre più in profondità dentro l'abisso, ma con la consapevolezza che mai riuscirà a toccare il fondo.


Questo vuol dire che non esiste verità? un'opinione vale l'altra e il relativismo ha vinto? No, certamente no, lo scienziato, così come il mandarino (l'uomo di cultura), e lo stesso prete, nel loro ambito sono strumenti potenti e quasi sempre affidabili. Il problema è che nessuna di queste categorie, (così come di nessun'altra) possono arrogarsi il diritto di avere l'ultima parola, nella maniera nel contempo specifica e universale. Chiunque invita esplicitamente ad affidarsi a loro, a "lasciarli lavorare" acriticamente, in realtà, sta cercando solo di addormentare le coscienze, e questa è una strada diretta verso L'oscurantismo, non verso il progresso. 



In foto Egas Moniz, brillante medico premio Nobel 1949, per il perfezionamento della pratica medica della lobotomia.


domenica 28 dicembre 2025

Decenni


Ci sono decenni che visti da lontano  paiono somigliare a quelle giornate. Non il decennio in sé, si capisce, ma la percezione che ne resta. Quasi fosse quello l'importante, come la morale in una favola.

Gli anni settanta, ad esempio, hanno il sentore di certi pomeriggi vuoti, un poco claustrofobici. Quelli in cui ce ne si sta da soli senza niente da fare, nemmeno un film da guardare. magari passato a dormire. Soli in una casa dai mobili squadrati e dai colori neutri, giornate inquiete e un po' angoscianti. Ma era normale, c'era da rimettersi dai bagordi del giorno prima, quegli anni sessanta dall'atmosfera festosa e tutti quei colori. 
Qui la luce è quella dei pomeriggi d'autunno, quasi velata, forse fuori piove. Come musica di sottofondo, direi che è perfetto Morricone, non quello epico dei western di Leone, ma quello uscito fuori da certi film italiani: indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, il clan dei siciliani, gli scassinatori, eccetera. Geniale come al solito, ma un po' ossessivo.

Gli anni ottanta invece hanno la frizzantezza del mattino, magari in giro per il paese a fare spesa, ma non il giorno di mercato. C'è la luce della tarda primavera e si ha voglia di parlare con i bottegai e con gli altri passanti. C'è una festa in avvicinamento, forse un compleanno, il santo del paese o chissà ché, si è in cerca di qualche idea per renderla ancora più memorabile. La musica è quella leggera italiana, orecchiabile di buona scuola, allegra e non troppo impegnata.

Con gli anni novanta torniamo ad atmosfere più simili ai settanta, ma una calma più controllata, non si sta a casa apatici, si esce fuori in strada a cercare qualcuno con cui fermarsi, magari in un bar di prima periferia, per chiacchierare un poco e organizzarsi per il fine settimana. Anche qui la luce è quella estiva, ma da secondo pomeriggio, non c'è più la chiarezza del mattino, si fanno invece spazio mille tonalità. la freschezza della mattinata ormai è solo un ricordo, ma il caldo non è più quello feroce delle ore meridiane. La musica dipende dalla radio del bar scelto, si sente comunque l'influenza americana, soprattutto del rap e del pop.

Poi venne il duemila. L'atmosfera era di primavera e di festa di paese. Purtroppo di festa andata a male, causa un acquazzone non previsto. Così ci si ritrova in casa, pentiti di non essere andati fuori porta, dubbiosi su come continuare la giornata. Ma intanto il tempo passa e quasi con naturalezza, c'è chi si accomoda davanti al monitor di un computer, chi invece opta per un centro commerciale.

venerdì 26 dicembre 2025

Liberismo




Leggevo ieri un tweet dell'istituto liberale (un nome, un programma), la solita solfa dove si impreca contro lo Stato a detta loro troppo "socialista".

Questa volta in particolare se la prendevano contro il sistema sanitario, a sentire sempre loro antidemocratico. Può sembrare una boutade, ma per chi coglie il sottointeso il senso del messaggio è abbastanza agghiacciante:


Infatti questi signori partono dal giusto presupposto che viviamo in un mondo dove le risorse sono limitate, nel caso specifico a essere limitato è il tempo a disposizione dei medici a curare i pazienti. In un sistema sanitario gratuito gestito dallo Stato come il nostro, il medico deve per forza curare chiunque gli si presta davanti.


Ma in un mondo dove appunto le risorse sono scarse, si creano storture, perché il medico non potrà scegliere di curare chi secondo loro è il più meritevole (ovvero chi ha possibilità di pagare di più), ma dovrà scegliere in base ad altri criteri (in genere l'urgenza medica).
Ciò farà sì che magari venga curato prima il soggetto poco produttivo, arrecando, in un'ottica efficientista, un danno alla società nel suo insieme.



In un sistema liberista invece il dottore sarebbe libero di scegliere di curare chi vuole lui, ovvero chi paga di più, che disponendo di più risorse economiche, per forza di cose è anche il soggetto più produttivo, che in questo modo potrebbe tornare in pista prima. Aggiungo io, ma sottointeso in un discorso simile: pazienza poi se il vecchio ottantenne improduttivo ha un infarto in corso e l'imprenditore un'unghia incarnita.

Insomma, come dicevo all'inizio la solita solfa: meno Stato, più efficienza. Il problema di questa gente è che non solo pretende di scegliere il gioco ma anche di stabilire regole ed eccezioni.



Il classico caso di chi possedendo un martello, crede che tutto sia un chiodo: in questo caso l'economia e le capacità economiche. Ma perché dovremmo dare questa preminenza alla gente capace di fare soldi? Perché lo Stato dovrebbe lasciare liberi di agire come vogliono, solo chi ha talento economico? Esistono decine di settori altrettanto se non più importanti. Ad esempio perché dovremmo regolamentare le possibilità dello scienziato di fare i suoi esperimenti, ostacolando così la scoperta di nuove cure contro le malattie?

In genere i liberisti a questo punto si appellano ad un ipotetico efficientamento del sistema, Moloch questo smentito sia dai fatti; il pessimo sistema sanitario statunitense (di media 12000 annuì di spesa a testa, contro i nostri 4000), sia dalle leggi economiche stesse, spiegatemi infatti come sia mai possibile che tante piccole realtà, riescano ad essere più efficienti ed economiche di una grande economia di scala. Siccome è più facile spostare una montagna che cambiare un'idea, a questo punto i liberisti rilanciano che, vero, l'economia di scala è più vantaggiosa in termini di forza contrattuale e cose cosi, ma tante piccole realtà in competizione tra loro portano nel mercato molta più innovazione, tutta a vantaggio dei pazienti. Falso anche questo, la realtà ha dimostrato che le spese maggiori di tali realtà non vanno in ricerca e sviluppo, ma invece nel reparto marketing. Le ricerche importanti di solito sono finanziate dal pubblico, solo in un secondo momento scendono in campo i privati. La parabola dei vaccini COVID docet.


Comunque, scegliendo questa strada, bisogna avere il coraggio di andare fino in fondo, per quale diavolo di motivo, lo Stato dovrebbe arrogarsi il diritto di decidere quali settori devono essere lasciati liberi e quali regolamentati? 
Per fare un esempio, questa volta estremo, se uno è bravissimo ad entrare senza essere visto nelle case di maiali troppo arricchiti, portagli via tutto e sventrare chi non riesce a difendersi da solo, perché lo stato anche qui non dovrebbe applicare un modello darwiniano? 

Con questo pensiero vi saluto e vi faccio gli auguri di buon Natale.

lunedì 22 dicembre 2025

Stalin, ovvero della rivoluzione tradita

Ogni tanto, da parte di qualcuno, salta fuori la polemica su Stalin traditore della rivoluzione. A dire il vero Stalin non è che il capofila di una lunga lista di nomi. Incredibile come, a sentire i compagni, il comunismo è un'ideologia in cui sistematicamente a prendere il potere sono quelli che di comunismo non hanno capito nulla, tutta gente interessata solo al potere e che hanno portato la causa alla deriva.

Battute a parte, la questione Stalin traditore dell'idea vs Stalin aderente in tutto e per tutto all'ideologia marxista-leninista, ha anche assunto connotati di dignità, trasformandosi in una contrapposizione colta tra gli stalinisti che parlano di realizzazione coerente, e gli antistalinisti che ribattono con l'ideale tradito. Riprova che spesso la cosiddetta cultura, nonostante i termini tecnici e il linguaggio forbito non è altro che lana caprina di stampo ideologico

In realtà la questione è abbastanza semplice: è assolutamente vero che Stalin abbia commesso molti sbagli, errori che col senno di poi appaiono lampanti. Ma a meno di non aspettare un messia inviato dal cielo, sto comunismo lo si deve fare con gli uomini, e gli uomini, si sa, per loro natura sbagliano. Quindi magari cosa più giusta, invece di biasimare Stalin perché non rappresenta il "comunista ideale" sarebbe confrontarlo con i concorrenti di allora, ovvero Trotsky. Per prima cosa sfatiamo un mito in quanto a crudeltà (sulle quali tornerò dopo) Trotsky per quello che ha dato a vedere, non mi pare fosse molto più tenero del georgiano.

Per quanto riguarda capacità e doti politiche, la realtà dei fatti non è molto incoraggiante. Intanto Trotsky ai tempi occupava incarichi gerarchicamente superiori a Stalin, il fatto che quest'ultimo gli fece fare la fine che sappiamo non testimonia a favore del genio politico di Trotsky. Se passiamo poi al programma concreto che quest'ultimo voleva attuare le cose vanno di male in peggio. Però prima di spiegare perché, una precisazione. Questo non è un saggio storico, ma un articolo a suffragio di una specifica tesi, ovvero che Stalin non sia un fenomeno accidentale in seno al comunismo, ma un suo prodotto legittimo. Per forza di cose sto facendo generalizzazioni e lavoro d'ascia, perché quel che mi preme è solo mostrare come la mia tesi si basa sui fatti e non su reinterpretazioni ideologiche.

Detto questo, dicevamo, il piano di Trotsky era quello di una rivoluzione permanente esportata in ogni angolo del globo. Potrei terminare la questione con un artificio retorico, ricordando di come gli stessi Stati Uniti, il paese più potente del globo rischiano oggi di trovarsi a gambe all'aria a causa della bella idea di "esportare la democrazia". Ma qui siamo messi ancora peggio, la Russia post rivoluzione era un paese arretrato, profondamente diviso, scosso da immani tensioni al suo interno.  Resta vero che l'armata rossa, così come organizzata da lui, riuscì a venire a capo delle forze della reazione internazionale, ma questo in territorio russo. Penso che nessuno possa dubitare che le grandi potenze di allora, se davvero dovevano preservare il loro di assetto statuale, avrebbero messo in campo ben altre risorse. Si dice anche che sotto la guida di Trotsky l'industrializzazione della Russia sarebbe avvenuta ugualmente, visto che era avviata da prima che Stalin salisse al potere, ma sarebbe avvenuta con metodi più democratici e umani. Tutto ciò sarebbe stato interessante osservarlo, giacché una cosa del genere fino ad allora non si era mai vista nemmeno nei paesi più liberali. Tanto è vero che il comunismo nacque proprio in reazione alle terribili condizioni di vita degli operai. Comunque quello che sappiamo per certo è che sotto i successori di Stalin, il progresso di quella nazione, salvo alcuni settori, non riuscì più a tenere il passo con gli altri paesi. Un handicap che la Russia moderna ancora paga.

Sicuramente sotto Trotsky il comunismo sovietico avrebbe imboccato strade diverse. Ma con queste premesse dubito fortemente che gli esiti sarebbero stati così memorabili.


Ok, chiarito che le alternative reali allo stalinismo, non fossero così auspicabili come qualcuno vorrebbe far passare, resta ancora da far luce su un punto fondamentale: ma Stalin era un vero comunista oppure fu solo uno spietato dittatore che cavalcò la causa proletaria per soli fini personali? 

Per me la risposta è chiarissima: sì, Stalin credette davvero nell'ideale comunista e cercò di realizzarlo. Nel resto di questo scrittino cercherò di spiegare perché.

Per fare questo bisogna prima di tutto chiarire una cosa: per valutare un uomo, così come un periodo storico, non possiamo usare i nostri metri di giudizio ma quelli dell'uomo o del periodo stesso.  Questo non per assolvere o condannare l'uomo o il periodo storico in oggetto, ma per comprenderne davvero scopi e intenzioni. Per quanto riguarda la figura di Joseph Stalin, stiamo parlando di un figlio di contadini georgiani, appartenenti ad un impero che considerava i suoi contadini poco più che animali da reddito, dove le purghe e le deportazioni erano cosa comune già dai tempi dei primi zar. Per quanto riguarda le altre potenze stiamo parlando di un mondo dove pochi lustri dopo la presa al potere di Stalin, in Germania si predicava lo sterminio delle razze inferiori e la messa in schiavitù di quelle intermedie. Mentre la potenza leader del mondo libero, pochi scrupoli si fece a lanciare bombe nucleari su due città inermi, ed è meglio non parlare del bombardamento di Tokyo, così come è meglio tacere sui crimini commessi dall'impero nipponico su cinesi e coreani durante i periodi dell'occupazione.

Parlando del Marxismo-leninismo in sé, invece possiamo dire che questa ideologia si basa sul materialismo storico. Nel  concreto della sua applicazione politica, ciò vuol dire ridurre l'uomo a semplice funzione del processo storico, La ferma convinzione che esiste solo quello che si vede, le idee, la cultura stessa non sono altro che un prodotto del substrato dove nascono e si sviluppano. Sul piano oggettivo, per il marxista tra un formicaio e una nazione non c'è nessuna differenza, non perché il marxismo neghi in toto l’umanità dell’uomo, ma perché nella sua traduzione amministrativa il singolo vale solo in quanto parte del tutto. Sia la nazione che il formicaio, nel rispetto delle rispettive biologie, possono essere organizzate al meglio garantendo il maggior benessere possibile a tutti i suoi membri, rispettando determinate leggi, leggi che per quanto riguarda gli esseri umani il comunismo proclamava di aver scoperto. Il problema di Stalin era quello di fare sì che tutti in Russia accettassero ed applicassero queste leggi, e farlo prima che le classi e i sistemi che traevano un vantaggio iniquo nella non applicazione di queste leggi, in particolare la borghesia e i sistemi capitalistici, riuscissero a sopraffare il sistema. Per raggiungere il suo obiettivo, un po' per inclinazione, un po' perché i cambiamenti che pretendeva lo esigevano, scelse il terrore. Continuando il paragone con il formicaio, Stalin forte del suo materialismo non ha fatto altro che quello che avrebbe fatto una formica regina, che dovendo difendere il suo formicaio e volendolo strutturare al meglio nel minor tempo possibile non si è fatta scrupolo di sacrificare la vita di milioni di singoli individui, forte della convinzione che l'insieme sia infinitamente più importante del singolo.


Ecco che si contraddice dirà qualcuno, prima parla di Stalin e dello stalinismo come prodotto legittimo del comunismo e poi blatera di inclinazioni. Ma io non ho negato che Stalin è il risultato di un certo imprinting culturale. Ma il fatto è che i compagni che lo conoscevano, se lo hanno sopranominato "Stalin" e "non fiocco di neve", suvvia!  Dovevano pur aver capito il tipo. Ma malgrado ciò, se non hanno mai pensato che questa inclinazione fosse una buona ragione per non promuoverlo ai massimi vertici dello stato, dovrà pur esserci stato un motivo.  Tale motivo e perché anche loro erano convinti che "la rivoluzione non era un ballo delle debuttanti" e per costruire l'uomo nuovo sovietico, occorresse il pugno di ferro, anzi d'acciaio. Vero è che Lenin stesso, nel suo famoso testamento, stigmatizzò l’ascesa di Stalin, definendolo troppo “rude”. Ma stiamo parlando di quel Lenin che in prima persona, quando ce ne fu bisogno, non si fece scrupoli a instaurare il "terrore rosso" o a istituire la Ceka, la famosa polizia segreta.




Quanto detto assolve Stalin dalle sue colpe? 
No niente affatto, ma le contestualizza e le relaziona all'ideologia di cui era portatore. Allo stesso modo di come non si può assolvere il nazismo e incolpare il solo Hitler dei crimini della Germania del suo tempo. Probabilmente Stalin non era inevitabile, ma resta comunque perfettamente compatibile con il sistema che lo generò.


Personalmente sono convinto che l'uso della violenza non sia eliminabile da un regime comunista, in quanto solo in questo modo tale ideologia può essere applicata a gruppi numerosi di individui. Ma in un serio dibattito, considero legittima la tesi di chi pur ammettendo gli eccessi e gli sbagli di Stalin ne rivendica l'eredità concludendo che l'ideale perseguito resta comunque nobile.  inaccettabile invece resta la posizione di chi vorrebbe epurare la figura del dittatore Georgiano e di altri come lui dalla storia del comunismo per rifarsi una verginità.

giovedì 18 dicembre 2025

De Germania

Leggevo l'ennesimo articolo sulla decadenza europea. Davvero, faccio fatica a credere che un continente di millenaria esperienza politica possa essersi ridotto ad offrire questo spettacolo di sé al mondo. Persino l'America di Biden prima, e quella di Trump adesso, senza paura di smentite, tra i peggiori presidenti che quel paese abbia mai espresso, ha tentato di portare avanti una visione. Da noi il nulla. Un continuo inseguire l'attimo, senza nessuna strategia a lungo termine, nessun piano di riserva se le cose non vanno come sperato. 

Più ci penso, più non mi torna che un continente intero si sia rincitrullito così tanto da essersi fatto imporre da un vecchio rincoglionito come Biden (o meglio dal gruppo di potere che rappresentava), l'idea che fosse possibile infliggere una sconfitta strategica alla Russia, senza un piano di riserva, una via di fuga. È qualcosa che non sta minimamente in piedi.


Eppure, così paiono essere andate le cose. Cui prodest? 

La Gran Bretagna, naturalmente non va considerata, quello è un paese a sé. Chi si interessa a questo genere di dinamiche può vedere anche da solo che essa in questa operazione, nel rischiare grosso, qualcosa da guadagnare effettivamente poteva avercelo. Ma nell'unione propriamente detta

Sì, la Polonia e i paesi baltici in generale hanno acquistato molta rilevanza strategica nel contesto europeo, a onor del vero si sono tolti anche più di una soddisfazione contro l'odiato orso russo. Ma se la Russia adesso vince a cosa è servito, insistendo con questa escalation, rischiano di fare la fine di una donna innamorata che si busca una polmonite, pur di vedere il medico del suo cuore. L'escalation ha aumentato la loro importanza strategica, ma adesso, soprattutto dopo Trump, il filo sta per rompersi. Con la loro appartenenza alla Nato, davvero poco c'era da preoccuparsi, quantomeno in tempi brevi di qualche pretesa russa nei loro confronti. Dal punto di vista economico i fondi UE dirottati in Ucraina, avrebbero fatto comodo soprattutto a questi paesi, invece che per la guerra, potevano essere usati per puntellare il ritrovato benessere. Il gran sultano è andato avanti mezzo millennio promettendo al popolo che il prossimo anno sarebbero giunti alla mela rossa. Davvero i leader di questi Stati sono incapaci a tal punto da essersi dovuti sporcare le mani sul serio, per placare il risentimento anti-russo che cova nella pancia delle loro nazioni?

I membri storici dell'unione, come Italia e Francia, magari in un ridimensionamento della Germania avrebbero potuto avere qualcosa da guadagnare, ma da un crollo come quello a cui stiamo assistendo, non penso proprio. Anche a causa di ciò che è  avvenuto in Ucraina, la crisi è tornata a farsi sentire, i governi sono traballanti, con molti stati che rischiano di finire in mano a partiti estremisti.
Sanchez in Spagna fa quello che in genere fanno i governi spagnoli, dichiarazioni eclatanti, gesti solenni, ma poi calate le luci si muove con i piedi di piombo. Sa che la sua maggioranza è fragile. Macron in Francia insieme alla Germania di Scholz sono stati i leader che più di tutti si sono spesi per scongiurare il conflitto ucraino. Oggi però il suo consenso interno è ai minimi storici. E la sua linea si è progressivamente appiattita su quella dell'Unione; a quanto dicono alcuni esperti il suo obiettivo immediato è succedere alla von der Leyen. Infine la Meloni in Italia. Confesso che personalmente stimo questa donna, ma non mi aspettavo e non mi aspetto grandi cose da lei, con l'eredità che si porta dietro il suo partito, è forse tra i leader europei la più facilmente disinnescabile. Lei sembra saperlo e a vedere il suo operato, pare proprio che il suo obiettivo principale sia quello di durare.


Resta lei, la Germania appunto, la nazione che più di tutti ha perso da questa situazione, e più di tutti si sta spendendo per perpetrarla. La Germania che se ne frega se gli buttano giù il Nord Stream e accetta di buon grado di diventare lo zimbello del mondo, la Germania che da due decenni ed oltre investe sui rapporti con la Russia e che a causa della fine di quegli stessi rapporti è in crisi nera. La Germania che fino a ieri aveva a capo uno dei più brillanti politici della scena mondiale: Angela Merkel, e da un giorno all'altro si ritrova guidata da una serie di Cancellieri che definire mediocri è un complimento.


Premetto che il mio è solo un gioco ipotetico, un divertissement, ma se questo fosse un gioco tipo: indovina il colpevole, io punterei tutto sulla Germania. Proviamo  a ricapitolare: i baltici sono accecati dal loro risentimento antirusso, gli inglesi anche, con in più l'ambizione di riaffermare il loro ruolo di prima potenza d'Europa e seconda dell'impero (ruolo questo, che per inciso in altri tempi non sarebbe dispiaciuto alla Russia). Spagna, Francia e Italia, chi per un motivo, chi per l'altro, è tanto se ai loro governi è consentito di rimanere in piedi, resta qualche battitore libero sia interno che esterno all'unione, come l'Ungheria di Orban e la Turchia di Erdogan. Tutto il resto perlopiù comparse. 

Ma quello tedesco è un caso diverso. È davvero possibile che la classe dirigente tedesca butti tutto alle ortiche; il benessere economico, i rapporti con la Russia, la transizione energetica, la preminenza europea, solo perché qualche neocon americano ha fatto la voce grossa? Possibile che abbiano dimenticato il profetico fuck Europe della Nuland? 

Forse no, e per capirlo basta guardare il modo quasi ossessivo con il quale puntano sul riarmo europeo (tedesco). Secondo il parere degli esperti, in realtà utile solo per salvare l'economia, ma qualche sospetto dovrebbe suscitarlo: E se la Germania avesse acconsentito a tutto lo sconquasso che sta capitando sul vecchio continente, per avere la possibilità di riarmarsi senza indispettire gli altri stati europei e soprattutto gli amici americani? 


Non si discute, gli sta costando moltissimo, ma davvero un paese con la storia della Germania avrebbe avuto una possibilità più conveniente. Sul serio l'America, la Francia, la Gran Bretagna, la Russia stessa, la stessa Italia, senza le attuali contingenze, avrebbero permesso anche il solo parlare di riarmo tedesco? Questo oltranzismo europeo, ricordiamolo, sotto guida tedesca, che sta sfasciando la NATO, sicuri che sia solo miopia di tutta la classe dirigente europea?  Se invece, per alcuni, fosse un modo per buttare all'aria l'assetto europeo post 1945 senza finire per forza di cose in una nuova guerra di vaste proporzioni, se la Germania, o meglio se parte della leadership tedesca avesse scelto di accettare di pagare oggi un conto salato, per conquistare domani una sovranità strategica?  Se lo strazio a cui stiamo assistendo non è in realtà l'agonia del trapasso, ma il travaglio di un nuovo attore geopolitico? 

La verità probabilmente sta in una miscela tossica di entrambe le ipotesi: calcolo freddo da parte di alcuni (che vedono nella crisi l'unica chance di cambiare lo status quo) e caos miope da parte di molti altri, che agiscono per sopravvivere, trascinati dagli eventi. L'esito dipenderà da quale componente prevarrà.

giovedì 27 novembre 2025

New York 2025

Guardavo una parodia su Instagram: undici settembre, attentato alle torri gemelle, migliaia di persone in piazza contro l'islam.... Qualche anno dopo; duemilaventicinque, stessa città, stessa folla, ma adesso tutti a festeggiare il primo sindaco musulmano della metropoli.



Il video vorrebbe forse evidenziare una contraddizione, la memoria corta della gente, la mancanza di rispetto per la storia; l'asservimento di un popolo all'ideologia. Tutto vero, tutto valido in qualsiasi altro luogo del mondo, ma non lì, a New York, Stati Uniti. Lì, sbaglia bersaglio, riuscendo per eterogenesi dei fini, a illustrare bene quale sia la vera forza (sopita) dell'America: cioè la capacità di assimilare, di digerire tutto, ricavarne energia, e rendere ogni cosa americana. Era la stessa forza di Roma.



La vera debolezza dell'America di questi anni, semmai è stata proprio il contrario, ovvero la paura di essere respinta, quella propensione a farsi piccina, per timore di sopraffare, di soffocare anche le più improbabili minoranze, finendo così per generare enclavi, non più cittadini. Questo timore ha lasciato troppo spazio all'altro modello di convivenza, che per un'alchimia conosciuta solo dentro gli imperi, coesiste contemporaneamente all'assimilazione: il multiculturalismo (ovvero integrazione senza assimilazione). Per giunta, pretendendo che anche le province, soprattutto quelle europee, le più servili, adottassero tale modello quale strumento funzionale alla globalizzazione. 


Naturalmente causando ancora più disastri che in patria, non disponendo questi stati di sufficiente "forza imperiale" per reggere tale compito. Esempio lampante di tutto ciò è la Gran Bretagna, che nel tentativo di scimmiottare il suo passato, va perdendo la sua identità nel sogno vano di assimilare forze ormai troppo soverchianti per una piccola isola quale in effetti è.


Personalmente questo nuovo sindaco di New York mi sta antipatico: probabilmente un idiota tenuto in piedi dalla propaganda. Gli stessi slogan, le stesse promesse da cui abbiamo imparato a diffidare già ai tempi di Obama. Dubito che persino coloro che lo hanno spinto, abbiano capito fino in fondo ciò che facevano, probabilmente in ossequio ai tempi volevano solo proporre un candidato polarizzante in sfregio a Trump. Ma nonostante tutto, il fatto che sia stato eletto mi pare un segno di vitalità per gli Stati Uniti. 



venerdì 21 novembre 2025

Vita nei boschi

Sto seguendo a tempo perso la storia di quei due genitori inglesi che vivono dentro i boschi dell'Abruzzo, a cui si vuole revocare la custodia dei figli perché secondo gli assistenti sociali non conducono una vita idonea a garantire ai minori una corretta crescita.

Per caso, mi è capitato sottomano un post del ministro Salvini, che col tempismo che lo contraddistingue ha lanciato un meme, che dice pressappoco così: perché gli assistenti sociali invece di occuparsi di questa famiglia, non vanno a vedere in che condizioni vivono i bambini nei campi rom? 

Tralasciando che essendo Salvini membro del governo in carica, certi quesiti, invece che sui social, dovrebbe porli ai ministri competenti suoi colleghi. In realtà questa domanda è a mio parere meno banale di quanto sembri, perché al netto del populismo di cui l'ha caricata Salvini, può condurci a riflessioni interessanti. Dunque proviamo a domandarcelo anche noi: perché lo stato interviene qui in modo così diretto, mentre altrove chiude un occhio, anche davanti a situazioni di più grave degrado?

Secondo me per il semplice fatto che, seppur con qualche impegno, questa famiglia rappresenta un modello di vita alternativo, veramente percorribile da una discreta fetta di popolazione, mentre lo stile di vita, per esempio degli zingari, con tutto il rispetto, no.

Questa storia mette in crisi il modello efficientistico dell'esistenza votata alla produttività, anche personale, che la nostra società ha fatto proprio. Perciò non basta che simili condizioni di vita appaiano scomode e faticose quali sono. Perché a differenza di altre realtà, restano comunque condizioni tutto sommato dignitose: da quello che si apprende, i genitori in questione hanno un certo capitale economico e sono provvisti di buona cultura, anche l'abitazione descritta da alcuni, come fatiscente, in realtà pare essere dotata di pannelli solari e di altri strumenti moderni che la rendono autosufficiente. Insomma un modello di vita diverso, certamente duro, ma difficilmente definibile degradato.

Adesso, dopo il clamore mediatico suscitato, il messaggio che sta passando è che certe scelte non sono praticabili, in quanto le uniche alternative che la società può tollerare al modello dominante sono o vivere nel degrado ai limiti della legalità, oppure condurre una vita da eccentrico, in solitaria. Figura quest'ultima, addirittura utile, per dare l'illusione che esistono alternative al modello standard. Ma una famiglia intera con tanto di figli e animali al seguito, per giunta all'apparenza felici, proprio no, è una cosa troppo destabilizzante.

Dunque la società, così come un po' tutti i sistemi organizzati, cerca di salvaguardarsi, infischiandosene delle condizioni dei bimbi veramente ai margini e accanendosi contro la famigliola inglese. Che forse riuscirà a vincere la sua causa e alla fine troverà un accordo. Ma solo come eccezione, una concessione che la società gli dona come atto di generosità, non di diritto.


lunedì 17 novembre 2025

Giovani

Stiamo lasciando il mondo a generazioni radicalmente diverse dalle precedenti. Non voglio impuntarmi sul fatto che siano peggiori. Restano comunque portatori di una visione aliena, di cui faccio fatica a comprendere le logiche oltre l'immediato. Questo non capire mi rende inquieto sul futuro. Non è questione di invecchiare. Nelle leve precedenti,  ognuno seguiva proprie vie. Le generazioni passate magari non capivano e perciò contestavano queste vie.  Ma grossomodo gli obiettivi erano i medesimi: progresso sociale, felicità, benessere. Quantomeno per sé medesimi e i propri cari. 

Leggevo proprio adesso i commenti sotto l'articolo dell'ennesimo allarme: i giovani non fanno più figli. La maggior parte dei commenti incolpava la scarsità di denaro.  Anche se le condizioni generali sono realmente peggiorate e la stabilità di un tempo nel bene come nel male, diventa sempre più una chimera. In fondo, lo sappiamo: ciò è solo il pretesto di chi non vuole guardarsi dentro e cerca una giustificazione esterna: è colpa di...  

In verità continuiamo a vivere in uno dei periodi con i più alti tassi di benessere diffuso che la storia ricordi. La Grecia classica, Roma, il Rinascimento, erano periodi di profonda miseria se paragonati alla nostra decadenza, di diverse misure di grandezza, per giunta.

Alla fine, però, leggo un commento più meditato: i giovani hanno smesso di fare figli perché sono più responsabili delle precedenti generazioni, motivo per cui  sanno quale responsabilità e impegno comporta. 

Poveri ragazzi disgraziati: questo vi hanno trasmesso i vostri padri, solo la fatica, solo l'impegno di continuare la vita. Case piene di benessere, ma prive della gioia di condividere, fosse anche un torsolo di mela per ricevere un sorriso. 

Eppure, nonostante allevati come fardelli, lo stesso viziati, al punto da non consentirgli di crescere.  Estranei all'idea di mettere in discussione il mondo così come fatto loro intravedere. Immuni contro la vecchia caparbietà dei giovani di provare a stravolgerlo prendendosene sulle spalle le responsabilità.

Così disabituati all'incertezza del vivere, da pretendere stabiliti standard, anche per commettere il più basilare gesto d'amore.


Allora eccoli a giustificare la ritrosia a impegnarsi, come se fosse un atto d'altruismo. Negare il futuro a chi spetta di diritto per risparmiare loro le fatiche del vivere.


Nichilismo come amore.

lunedì 10 novembre 2025

Eterno ritornò



Leggevo oggi, la notizia che forse il cosiddetto big crush, la contrazione dell'universo fino a concentrarsi in uno stato di densità e temperatura estremamente elevate, è più probabile di quanto si credeva. Se questa probabilità fosse reale, in un universo squisitamente materiale, praticamente l'intero cosmo sarebbe una specie di polmone che si dilata e si contrae ciclicamente. 

Una pacchia per tutti i fautori dell'eterno ritorno. Per curiosità ho provato a chiedere a varie intelligenze artificiali di calcolarmi in un tempo infinito, quanti cicli sarebbero occorsi per tornare allo stato corrente. La risposta è stata che non erano in grado, le combinazioni sono così tante, che anche in un tempo infinito, rimane estremamente improbabile che la nostra attuale combinazione si sia già verificata e che si verificherà in seguito. 

Questo in realtà non è un paradosso, le condizioni che hanno portato l'universo al suo stato attuale sono così singolari, che le probabilità che si ripetano sono praticamente nulle. Detto in parole semplici, aspettarsi che in un tempo illimitato il nostro universo possa ripetersi, è un po' come aspettare che in un tempo infinito un cane possa volare; in teoria non si può escludere, ma nel concreto...

E vabbè! Diranno i più scafati, in fin dei conti, non serviva scomodare un'intelligenza artificiale per arrivare a certe conclusioni, bastava un po' di matematica. Ancora meno, mi viene da ribattere, basta un po' di buon senso per ripudiare una vita finta, simile ad un videogioco o a un film da riavvolgere e ripetere per l'occasione.

Sarò malizioso io, ma pare proprio che l'universo, anche nel caso non ci fosse stato nessuno a pensarlo, è come se fosse stato pensato per fare in modo che ogni sua possibile manifestazione resti unica è non replicabile.

Ogni cosa che accade qua giù è unico è irripetibile. Come una gemma 

domenica 9 novembre 2025

Berlino 9 novembre 1989



Conoscevo un tempo un ingegnere. Questo qui mi raccontava che molto per lavoro, un poco per passione, era riuscito nel corso della vita a girare tutti i paesi del mondo. 

Ricordo che una volta gli chiesi quale fosse il posto più bello che avesse visto. Rispose senza esitare: la Nuova Zelanda. Mi spiegò che il resto del mondo pur nella sua diversità aveva delle cose in comune, la Nuova Zelanda invece era proprio diversa. Ma non era la diversita in sé a fargliela preferire. Il fatto, mi disse, e che da ingegnere il resto del mondo gli pareva quasi un prototipo. La nuova Zelanda sembrava la versione finale.

A questo punto gli chiedo anche quale fosse il posto più brutto che avesse visto. Anche qui non ebbe esitazioni: la Germania Est, non per il luogo in sé, mi disse, ma per la gente. Continuò spiegandomi che per lavoro aveva visitato un po' tutti gli stati comunisti, e in alcuni aveva trovato anche  degli aspetti piacevoli, soprattutto nelle zone lontane dalle grandi città, dove era ancora vivo un modo di vivere che da noi era andato perduto. Ma la Germania Est era diversa, la gente gli appariva sfiduciata e apatica, poco interessata a vivere, tirava avanti e basta. Più che un luogo dove vivere la D.D.R. gli parve una specie di purgatorio.

Oggi ricorre l'anniversario della caduta del muro e leggo sui profili social di molti amici interessati a questo genere di cose, una sorta di rimpianto per quel giorno, un "era meglio prima". Effettivamente non posso biasimarli, le motivazioni che adducono sono reali e condivisibili. Quel crollo doveva essere la fine delle minacce di guerra che gravavano sull'Europa, invece pochi anni dopo scoppiarono le violenze nei balcani. Da lì doveva cominciare un era di benessere anche per tutta quella gente, invece molti da questo lato hanno perduto il proprio. 


Però, mi domando, com'è che siamo diventati così, talmente sfiduciati da preferire quel mondo cupo al nostro?

Mi sembra che quel grigiore di cui parlava l'ingegnere, quel disinteresse alla vita, il  tirare avanti apatico, non era quel muro a generarlo, ma piuttosto lo conteneva. No non sto dicendo che è colpa di quelli che stavano dall'altra parte. Mi pare invece che la caduta di quel muro ha fatto ammalare la nostra classe dirigente della stessa malattia di cui soffriva la loro: la cieca tracotanza, la stupida convinzione di essere nel giusto e tanto sarebbe bastato per trascinare il mondo ovunque volessero.

No, io non rimpiango la caduta di quel muro, spero però che crolli presto anche l'altro lato. 

Capitalisti ladri!


La storia del capitalismo statunitense si potrebbe dividere grosso modo in quattro grandi periodi. Il primo periodo è quello dei grandi magnati, conosciuti anche come "i baroni ladri". Uomini spietati spesso venuti su dal nulla, che hanno fondato veri e propri imperi monopolistici. L'epoca dei Rockefeller e dei Carnegie, per intenderci. Padre nobile del tempo considero lo stesso Edison, quanto meno in senso spirituale, geniale inventore, sì, ma che non si tirò indietro nel far incenerire vivo addirittura un elefante, oltre a tante altre povere bestiole, offrendo tali spettacoli a migliaia di persone al solo scopo di screditare la corrente alternata del rivale Tesla.

Il secondo periodo è quello dei manager, dove i grandi industriali non potevano più divorarsi tra di loro o soffocare ogni tipo di concorrenza, ma dovevano competere tra essi e integrarsi con la società circostante. Questo cambiamento di metodi non fu un'illuminazione sulla via di Damasco, ma avvenne perché lo stato si accorse che servivano delle regole. Non si poteva lasciare tutto in mano ai privati,  liberi così di creare monopoli colossali. L'uomo più rappresentativo di questo periodo è senza dubbio Alfred Sloan della General Motors. Ma chi secondo me rappresenta meglio il cambiamento fu Henry Ford, uno che si è fatto da sé, come i grandi magnati della generazione precedente, ma che riuscì a primeggiare non solo grazie a pratiche feroci, ma soprattutto per l'implementazione di una serie di innovazioni tecniche e di procedure. Sistemi, questi, che gli diedero un effettivo vantaggio su tutti gli altri.

Il terzo periodo è quello della grande finanza. Verso la seconda metà degli anni settanta, gli "spiriti animali" del capitalismo, compresero che se volevano continuare ancora a mungere le proprie mucche, il pascolo doveva spostarsi in una zona più redditizia: ovvero a Wall Street. Questa fu l'epoca di nomi leggendari come: Michael Milken o Jack Welch. Ma forse la figura più iconica di tutte è un personaggio immaginario: Gordon Gekko.

Infine il quarto periodo, il nostro, dove tutto, industria, finanza, potere, si sta spostando dal reale al virtuale. Le nuove divinità del capitalismo hanno preso un po' da tutti quelli che li hanno preceduti: sono geniali, spietati, possiedono grandi doti manageriali e spesso non hanno cognomi risonanti. Questo è il tempo dei Gates, degli Jobs, dei Zuckerberg e ancora dei tanti Elon Musk. Un'epoca la nostra, dove si fatica a distinguere il tycoon dal profeta. 


Anche se riconosco che non erano tanto gli uomini che, in ultima analisi, cresciuti nello stesso humus, rispondono alle stesse logiche, ma fu l'epoca ad essere più affascinante. Personalmente la parte che preferisco di questa epopea americana, è la prima, quella dei "robber Baron" dei baroni ladri appunto. Penso però che questo epiteto non sia propriamente adatto, in verità trovo molto più appropriata la traduzione scelta nella versione italiana del libro che racconta il periodo e canonizzò il nomignolo: capitalisti rapaci.

Rapace è molto più appropriato che ladro, perché il ladro ruba per bisogno o avidità. La rapacità è una dote naturale, qualcosa che viene da dentro. Già, perché il fatto è che per me personaggi del genere offrono uno squarcio, un'opportunità di penetrare l'animo umano. Prendete un Carnegie per esempio. Un vero avvoltoio. Non si fece mai scrupolo di sfruttare fino all'osso i suoi sottoposti. Famoso è l'episodio quando per far terminare uno sciopero non ebbe remore a mandare contro i suoi operai gli uomini dell'agenzia Pinkerton, causando decine di morti. 


Eppure quello stesso uomo, una volta andato in pensione, non si risparmiò nell'utilizzare il suo enorme patrimonio per fondare centinaia di istituzioni benemerite. Allora è facile capire che questo ladrocinio, questa rapacità, non è dovuta all'egoismo ma a un modo di vedere il mondo. 

Carnegie è figlio dei nostri tempi. Lui non sente nessuna empatia, nessun dovere verso l'uomo semmai; lui si sente in obbligo verso l'umanità. Anzi, per essere ancora più chirurgici, verso una determinata classe dell'umanità: quella degli individui a cui riteneva di appartenere. Ovvero la stirpe degli uomini geniali. In questo senso Carnegie fu un vero marxista, materialista e credente nel determinismo molto più di Lenin e di chiunque altro. La sua filantropia non serviva per alleviare le sofferenze di tutti, ma per dare l'opportunità a quelli come lui di emergere. Questo solo in realtà gli interessava. Le sue idee di classi sociali non erano definite per censo ma in maniera ancora più scientifica, rispetto allo stesso Marx: per il filosofo tedesco, le classi sono frutto della fortuità, dei rapporti storici; se la classe in cui nasci controlla i mezzi, allora conduci il gioco. Per quelli come Carnegie, è affare di genetica, tutto sta nel fare in modo che chi è nato con i requisiti giusti riesca a emergere. 

E sta qui tutta la differenza tra capitalismo e comunismo. Perché in questo universo ogni estremo a tirarlo troppo, finisce col toccarsi. 

mercoledì 5 novembre 2025

La corsa allo sviluppo



"La vita è l’adattamento continuo di   relazioni interne a relazioni esterne.”
                                 Herbert Spencer





Mi è capitato di leggere l'ennesimo articolo sul tema: "guardate cosa fa la Cina! Guardate come sono avanti! E noi?".
Di fondo, l'allarme lanciato da questo e da altri articoli simili non è campato in aria, ma secondo me sbaglia obiettivo. 

Il fatto è che queste domande (con relative risposte) non dovrebbero essere destinate a indagare il breve periodo. La Cina, per restare in argomento, riflette sul proprio destino già dai tempi della politica delle tre grandi cose.

Al contrario qui da noi, quando si parla di certi temi, pare che le decisioni passate non contino; si fa leva solamente sulla forza del numero, la panacea di tutti i mali. Dunque, essendo piccoli ci vuole più Europa.  Ma la verità è che quando Olivetti morì prematuramente, lasciammo correre. Lo stesso avvenne quando un tragico incidente, poco dopo, si portò via Mario Tchou, il geniale ingegnere italo-cinese, padre nobile dell'informatica italiana. E stiamo parlando degli anni '60! 

Per quanto ci si ricami sopra, e si voglia illudere la gente, certi risultati non si raggiungono solo grazie alla forza del numero come la vulgata blatera. Il punto è che ai tempi pioneristici dell'informatica, l'Italia dette retta a chi, come l'ingegner Valletta e gli amici americani di casa Agnelli consigliarono al Paese di dedicarsi a cose più immediate. Trascurando così un settore che grazie a nomi quali appunto quelli di Olivetti, Tchou e ancora Perotto, Faggin e molti altri, tanto poteva dare alla nazione. Certi risultati, specie nei settori di frontiera, si raggiungono con politiche accorte e con investimenti nel corso dei decenni.  

Coloro che dirigono la discussione adesso dicono che l'economia del paese non è in grado di sopportare gli investimenti che settori come appunto l'informatica richiedono, perciò c'è da mettersi il cuore in pace e lasciare fare all'Europa. Ma questa è una bugia di stampo assolutorio e partigiano. Ciò che sfugge è che questo treno è stato perso molto tempo prima, e proprio come un vero treno, se l'Italia fosse salita nel momento giusto avrebbe potuto trovare un suo cantuccio. 


Chi adesso, a convoglio in corsa, ride perché il paese gli arranca dietro con gambe stanche, è ignorante e in malafede. La colpa non sta nelle gambe del paese, ma nella testa, che ha deciso troppo tardi quando era il momento di metterle in moto.

Guardate il Giappone o la Corea se non siete convinti, partirono da condizioni simili alle nostre, forse anche peggiori, ma provate a dir loro che hanno bisogno di un'Unione Europea per superare le sfide del futuro, vi riderebbero in faccia. Chi nel mondo dell'innovazione auspica investimenti con ritorni immediati o è un truffatore, oppure ha sbagliato mestiere. In realtà non è la ricchezza a generare innovazione, ma esattamente il contrario. 

Così come ancora oggi non è assolutamente vero che bisogna avere risorse miliardarie per l'innovazione tecnologica. In realtà esistono altre strade, come dimostrano il CERN di Ginevra e la Stazione Spaziale Internazionale. Anzi fare consorzi internazionali di questo tipo, invece che unioni politiche, permetterebbe la reperibilità di risorse ancora maggiori, perché consentirebbe l'adesione di realtà statali geograficamente lontane.


Ma allora perché tutti sentenziano che bisogna unirsi, che il paese da solo non può farcela: perché tutta questa enfasi sull'Europa? 


Intanto, come comoda via di fuga: non è il massimo per un politico dover confessare ai propri elettori che il treno è perso e serve rimboccarsi le maniche per prendere il successivo. Molto meglio raccontargli che possiamo prendere un modernissimo aereo. Ma in verità c'è un altro motivo, tutt'altro che secondario: a mio avviso non è un caso che UE e NATO vadano così a braccetto. Entrambe le strutture nascono per rispondere alle stesse esigenze di stabilità e deterrenza perché sia la NATO che l'Europa unita servono principalmente a evitare conflitti interni e reggere l'urto di una guerra nucleare. Non lo discuto: un'Europa unita può vantare una forza economica in grado di tirare fuori cifre importanti e così recuperare il gap con gli altri paesi, e tutta una serie di altri vantaggi. Come del resto ci raccontano ogni giorno televisioni e giornali.  Ma, secondo me, il motivo principale è quello militare. Un paesino come l'Italia, in caso di guerra non si può permettere una bomba atomica su Udine. Uno stato grande quanto l'Europa . GLI STATI GRANDI SERVONO PER ADATTARSI ALLA SCALA DI DISTRUZIONE CHE LE ARMI MODERNE PERMETTONO. 

Per supportare tale tesi, che in tempi di cretineria diffusa, mi pare bene specificare: si tratta di speculazione, naturalmente non ho prove, ma qualche indizio sì. Per cominciare, se guardiamo a l'Europa politica è la sua stessa organizzazione interna a rivelarlo, scegliendo di frammentare le sedi del potere sul territorio. Certo, è anche il risultato dei vari compromessi tra stati, ma quello che viene fuori è una forma di ridondanza strategica. Continuando, io tutti questi investimenti faraonici non li vedo, le industrie nazionali sono ancora tutte concentrate sui business storici. Mentre le spese dell'Unione, nonostante i nomi altisonanti, sono giusto quel minimo necessario per tenere il passo del resto del mondo. Va bene, grandi proclami, ma alla fine cosa di concreto? Il massimo che ho visto è stato convincere qualche azienda ad aprire delle filiali in loco. In tutti i settori di frontiera l'unione mi pare più interessata a normare gli sviluppi dell'alleato americano che proporre dei propri percorsi di sviluppo.


Ma l'indizio più lampante di tutto ciò sta proprio nel cuore stesso d'Europa, mi riferisco alla Svizzera, che, contando almeno fino a ieri sulla secolare neutralità, non ha sentito la necessità di proporzionarsi a una scala di distruzione nucleare: gli basta, come ha fatto, adeguare i propri mezzi all'eventualità di uno scontro ai suoi confini. 


Perché dietro ogni annuncio di progresso, il potere non cerca il futuro, ma cerca di sopravvivere. 

domenica 2 novembre 2025

Nebiosi pomeriggi




Erano belli quei pomeriggi grigi,
Come usciti da un orologio guasto,
Aspettando i passi sulle scale.
Il vociare degli adulti,
Gli effluvi di cucina, la leggerezza.

Il tempo ha fatto razzia di quei giorni:
allora parevano colossi,
adesso soltanto sagome;
Resta, ultimo rifugio, 
un moto di pensiero.

martedì 28 ottobre 2025

Una mosca



Ottobre inoltrato, e sul tavolo due mosche. Fastidiose come tutte le mosche, ma più vecchie, più anziane. Gli antichi, le mosche autunnali, le credevano incattivite, rancorose per la vita che le abbandonava. No, sono solo più lente, più vecchie. Attonite davanti il proprio destino. Come un cane o come un Cristiano.

Sullo stesso tavolo, un piatto pieno di briciole di torta: la mosca vi si fionda, ancora per un'ultima volta, incurante dei giganti che un tempo le parevano così lenti. Adesso la fame e la stanchezza sono a suo sfavore. Giorni andati, d'estate, con quegli occhi e quelle ali, pareva che il mondo fosse suo. Ali e occhi come pochi altri esseri nel mondo.  Ancora: gli antichi pensavano che le mosche fossero figli del demone, tanto erano potenti gli insetti fastidiosi. A vederle adesso l'impressione è confermata; figlie di un diavolo ingannatore, che prima esalta e dopo distrugge. 

Allora tanto vale catapultarsi fra le briciole e li far concludere il destino. Così avrebbe sentenziato l'insetto, se capace di pensiero. Ma per tanto, basta l'istinto a giungere a analoga conclusione.


Lì, io colgo il fastidioso scocciatore di certe dolci mattine estive, dei miei pomeriggi d'ozio. Mi basterebbe allungare la mano, meglio ancora la paletta! E farei vendetta del loro ronzare inopportuno, di tutte le loro intromissioni maleducate. Ma proprio sul più bello, io esito; che onore c'è nel concludere così l'antica battaglia. Troncare sul più bello il saziarsi del insetto, oramai Vecchio e affamato. 

Non c'è forse più giustizia nell'accordare tregua, e concedere così alla povera bestiola, la gioia di un ultimo pasto, forse l'unico tranquillo di tutta un'esistenza? 

venerdì 24 ottobre 2025

Ancora sul declino americano


Ieri sera ho ascoltato una conferenza interessante di Lucio Caracciolo, dove il famoso studioso geopolitico, abbandonati certi sorrisini di commiserazione, non solo riconosce che la grave crisi che gli Stati Uniti stanno vivendo è cosa più seria di quanto si vuole far credere, ma addirittura la diagnostica non come un declino, magari rapido, ma come un vero e proprio crollo.

Finalmente! Dico io, adesso anche qui da noi, forse, si smetterà di parlare di sesso degli angeli. Capisco che ormai il solo nominare la Russia senza inventarsi qualche altra improbabile malattia da affibbiare al suo presidente, classifichi automaticamente chi lo fa come putiniano. E che se si parla d'America, l'ordine di scuderia è di rappresentarla come una forte e felice nazione, purtroppo momentaneamente tenuta in ostaggio dal malvagio Trump. È a onor del vero,  in tal senso anche il direttore di Limes, nonostante si sia sempre mosso con intelligenza, ha dovuto pagare la sua libbra di carne.  Ma uno studioso che vuole continuare a chiamarsi tale, prima di tutto nel rapportarsi con i fatti, deve dotarsi di una lente interpretativa onesta e indipendente, non degli stessi occhiali che chi è interessato a controllare la narrazione gradirebbe fossero sul naso di tutti.  È in tal senso confesso che la mia stima, va verso il povero professor Orsini, che nonostante le tonnellate di fango che gli hanno spalato addosso, alla fine dei conti, se andiamo a ripescare le sue previsioni sono molto più in linea con ciò che poi è effettivamente avvenuto.



Tuttavia, nonostante abbia apprezzato il cambio di passo, devo dire che una prognosi così nefasta mi lascia alquanto perplesso. Vero che la situazione in America è piuttosto seria: da un lato il declino relativo rispetto alle nuove potenze emergenti. Dall'altro, perlomeno dal duemila in poi tutta una serie di presidenti assolutamente inadatti alle sfide che le contingenze storiche prospettavano davanti.  E a dirla tutta, le stesse politiche di Bill Clinton se giudicate col senno del poi non si sono rivelate così lungimiranti. Continuando, anche sul piano sociale, l'America non se la passa tanto bene, i vecchi conflitti, mai risolti, stanno venendo a galla tutti in blocco, e fenomeni come la polarizzazione delle posizioni ne stanno facendo nascere di nuovi.

Però, appunto, nonostante le difficoltà non mancano, mi pare che stavolta Caracciolo nel dare per spacciati gli Stati Uniti, anche se solo per provocazione, pecchi dal lato opposto. La potenza militare del paese è fuori discussione, la sua moneta, nonostante i colpi autoinflitti, detta ancora legge e sul piano scientifico e culturale, gli Stati Uniti rimangono il faro del mondo. Nel mentre i suoi rivali fanno tutt'ora fatica a tenere il passo, la Russia benché non sia più quella degli anni novanta, soffre di alcune debolezze che gli eventi degli ultimi anni hanno chiaramente evidenziato, mentre la Cina rimane ancora inchiodata alle sue coste, dimostrando che il "contenimento" americano regge ancora. Comunque ho già scritto sia di quali sono a mia opinione gli assi che l'America ha ancora da giocare, sia dei motivi per cui questa crisi è particolarmente grave, a ragione di ciò non starò a dilungarmi. 


Invece mi piacerebbe provare a ipotizzare quali sono le strategie,  un po' spontanee, un po' pilotate dall'alto, che l'America sta provando ad applicare per provare a salvarsi. Intanto diciamo subito che cercare di puntellare il primato tecnico scientifico, e riportare la produzione a casa è una cosa talmente ovvia che non la definirei nemmeno una strategia, ma un semplice atto dovuto. Detto questo mi pare che le principali strategie,  finora emerse siano tre. Non si tratta di un numero casuale, visto che secondo me operano su piani differenti, ovvero: culturali, geopolitici e sistemici. Ma esaminiamole meglio:

La prima, quella più delirante consiste nel fare una specie di rito di purificazione collettivo. Questo per me, sono fenomeni come l'ideologia woke (ma anche il movimento m.a.g.a.)  e simili. Un'isteria di massa, alla quale gli americani cadono spesso preda quando si trovano davanti a qualche crisi. Poco importa se i presunti nemici si chiamano: streghe, negri (nel sud dopo la guerra di successione), comunisti o maschio bianco etero. Lo scopo mi pare chiaro il ritrovare una coesione sociale dopo aver redento o epurato i cattivi. Un lascito del puritanesimo.

La seconda strategia, anche questa in qualche modo ricorrente consiste nello spostare l'attenzione sul nemico esterno. La strategia del primissimo Trump con la Cina. Ma anche quella sia dei neocon, che dei democratici di Biden contro la Russia ( ai tempi, subito dopo che si insediò, ebbi gioco facile a predire che quel presidente ci avrebbe riportato indietro in una nuova guerra fredda).

 
La terza strategia, sicuramente la più ambiziosa, è quella che sta provando a mettere a segno il blocco di interessi che supporta la presidenza Trump, un insieme eterogeneo di settori economici, politici e culturali che hanno trovato in lui un veicolo utile, ma di cui la presidenza stessa è solo la parte pubblica e sacrificabile, come dimostra il fatto che tale processo, anche se in modo più defilato, è andato avanti anche sotto la presidenza Biden. E a mio vedere, consiste in una riforma in toto del sistema di governo con un'accentramento dei poteri. qualcuno forse ricorderà che ne accennai già, cercando di spiegare cosa questo avrebbe comportato per noi. Precisamente quando scrissi che con la crisi dell'egemonia americana, le libertà democratiche di cui gli stati satelliti come il nostro godevano, erano destinate a contrarsi, perché l'egemone avrebbe accorciato la cinghia. 


Ma questa contrazione non è destinata solo agli stati clientes, la causa principale del male di cui soffre l'America è interna, ed è lì che bisogna intervenire. Stiamo parlando Più precisamente dell'estrema frammentazione dei poteri e dei relativi interessi che ha colpito gli stati Uniti negli ultimi decenni, Insomma una società democratica può mandare avanti uno stato finché tutti si naviga grosso modo verso la stessa direzione, ma quando iniziano a circolare idee come: "la società non esiste, esistono solo gli individui", o che: "le aziende devono rendere conto solo ai propri azionisti", anche le superpotenze iniziano ad arrancare.

Quando si è al centro del mondo, il fatto che la classe che gestisce il denaro, compresa la propria, sia globalista, è una buona cosa, perché da che mondo è mondo, questo genere di flussi si muovono dalla periferia verso il centro. Ma in un mondo sempre più multipolare, questo tipo di gioco comincia a essere rischioso.  Specialmente senza un nemico percepito come tale che aiuti a tenere tutto unito. Va bene che la cultura anglosassone promuove la filantropia, ma con l'elemosina non si manda avanti una nazione, specie se questa ha ambizioni egemoniche. 

Quindi, l'obiettivo è quello di far tornare a coincidere, per quanto possibile, gli interessi della varie classi sociali, in special modo della classe dirigente del paese, con quelli della nazione nel suo insieme. Francamente in questo processo faccio fatica a prevedere se alla fine saranno gli oligarchi delle classi dirigenti, a rinunciare ad alcune loro prerogative e fonti di guadagno (soprattutto quelli derivati dalla sovraestensione del paese), per provare una nuova ripartenza. Oppure per l'ennesima volta sarà la nazione, a piegarsi ai loro interessi,  magari prendendo una banale deriva autoritaria. l'America è il paese delle libertà, ma che il massimo rappresentante di questa scuola di pensiero, sia un palazzinaro di New York,  non mi fa ben sperare.


Comunque, passando oltre simili dettagli, se dettagli si possono chiamare, quello che si sta cercando di fare, per arrivare a tale obiettivo mi pare abbastanza chiaro: le pressioni sulla corte suprema, la delegittimazione del congresso, la decapitazione di alcuni enti e la soppressione di altri, non sono solo gli effetti delle schermaglie tra Donald Trump e gli apparati americani, ma qualcosa di molto più serio: il tentativo di rifondare lo Stato americano, adottando nuovi principi e strumenti ritenuti più adatti a gestire le sfide dei nostri tempi. Se volete, un po' quello che avvenne a Roma quando si passo dalla Repubblica all'impero. Il paragone può sembrare azzardato, soprattutto se confrontiamo il valore umano degli attori coinvolti. Ma il meccanismo, la concentrazione dei poteri in risposta al caos è sorprendentemente simile. Naturalmente che questa transizione riesca, è ancora tutto da vedere, anche perché, per l'appunto ai tempi il capo dei populisti si chiamava Cesare, mentre il nostro si chiama Trump. Ma tant'è, la storia sa essere una gran burlona. 



giovedì 16 ottobre 2025

Sulla strage di Castel d'Azzano

Niente, ma per me come si sta facendo passare la tragedia dei tre carabinieri morti e degli altri quindici tra le forze dell’ordine feriti non è accettabile.

Innanzitutto per le persone morte. Non che uno che sceglie di fare un determinato mestiere certe evenienze non le metta in conto. Ma se un militare deve proprio rendere l'anima prima del tempo, spera magari di farlo da eroe, non certo per sfrattare tre individui semi deficienti, per conto di non so quale banca.

È proprio qui che sta l'altra cosa che proprio non mi va giù; davvero servivano una ventina di persone tra militari e forze di sicurezza, per buttare fuori dalla loro casa tre vecchi al limite della semplicità mentale?  Si, avevano precedenti, avevano anche minacciato gesti inconsulti. Infatti l'operazione dove si è verificata la strage serviva per bonificare il casolare da eventuali pericoli.  Ma ciò non invalida quanto voglio dire. Anzi lo rinforza. Tanto è vero che l'assedio alla casa dei Ramponi, invece di evitarla, ha concretizzato la minaccia paventata dai fratelli. Non sono un esperto di queste cose, e per giunta parlo col senno del poi, quindi magari questa è la procedura standard e non si poteva procedere altrimenti. Ma a pelle mandare una mezza brigata, per perquisire la casa di tre individui, con fragilità conclamate, mi pare una scelta poco lungimirante. Forse un azione meno appariscente sarebbe potuta essere più efficace, e in questo senso non penso vi fossero problemi di costi. Visto che comunque mandare venti uomini, alcuni appartenenti a reparti speciali, non deve essere stato proprio economico.

Che i tre stragisti non fossero delle volpi, non ci piove. Lo dimostrano i fatti; se così non fosse, avrebbero lasciato volentieri quella stamberga alle banche,  invece di rovinarsi definitivamente, rovinando altre vite, potevano occupare qualche abitazione più moderna e confortevole, lasciata incustodita da qualche altro disgraziato come loro. Sicuro, avessero scelto questa strada si sarebbero sistemati rischiando molto meno.


Ma no! Lasciamo da parte sfoghi e polemiche. Questo non è il caso. Il fatto e che un certo buonismo impedisce di chiamare le cose con il loro nome. Ma allora come si fa a ragionarci attorno! 

Intanto, i tre, se li si chiama deficienti, non è per insultarli, ma per sottolineare la mancanza del minimo senso pratico e della misura. Non stiamo parlando di gente cattiva ma di persone perse! Basta guardarli per dimostrarlo; vivevano in un ambiente culturalmente arcaico, probabilmente al confine dell'analfabetismo, anche per questa loro ignoranza, si sono lanciati in investimenti imprudenti, per poi indebitarsi con le banche. O forse sono stati proprio i guai con le banche a ridurli così; sempre in tenzione come animali braccati, apatici a tutto il resto. Attenzione, per tale esito, non voglio colpevolizzare le banche, non è che adesso il funzionario che concede i prestiti, può fare anche da psicologo e misurare il quoziente intellettivo, di ogni ipotetico cliente.


Però, invece sarebbe doveroso che la società consideri queste situazioni e in qualche modo le tuteli. Perche se è insensato e ingiusto che tre carabinieri finiscano uccisi con altri quindici all'ospedale, nell'espletamento del loro dovere. E altrettanto insensato che tre vecchi, alla loro età e condizione siano costretti ad abbandonare la loro casupola e il loro fazzoletto di terra, a causa di un mondo che pur potendoselo permettere non conosce pietà. 


La questione non è facile, personalmente mi considero moderatamente libertario, mi parrebbe altrettanto orribile l'idea di uno stato che vieti a determinate persone la possibilità di fare ciò che gli pare con i propri risparmi. Ma con una povertà in aumento costante, casi di vecchietti che perdono la casa e si suicidano buttandosi dalla finestra, come quello di settimana scorsa. O di altri che invece fanno una strage come questo di cui stiamo parlando. Non possono essere fatti passare, come pur si sta tentando di fare, come episodi isolati. 


Ne tantomeno, seppur anche questo si sta cercando di fare, si può indirizzare tutto il biasimo verso gli esecutori materiali di quelle azioni. Per restare al caso specifico: si, loro hanno piazzato e innescato le bombole, ma sono l'ultimo anello di una catena che ci riguarda tutti. 
Ammettere che la nostra società soffre di queste fragilità, e raccontarle per quello che realmente sono, probabilmente non risolverà il problema, semmai situazioni come queste possano essere risolte. Ma resta comunque un passo nella direzione giusta. E ciò è importante, quantomeno per rispetto verso tutte le vite travolte da simili episodi.

sabato 11 ottobre 2025

Farfalle


C'è una farfalla posata sul ramo.
Al mio procedere si fa sospettosa,
ali in allerta.

comprendo il timore; 
è così eterea, 
Pare fatta di vento.
io così enorme,
lei solo un insetto.

Se solo sapesse, l'ingenua, 
è già stata preda.
Ho carpito ciò che agognavo di lei.

martedì 7 ottobre 2025

Cina, un interpretazione




Premesso che non sono un esperto di cose cinesi, quindi quello che dirò va preso come una personale ipotesi di lavoro, non come una verità assoluta. Mi sono deciso a scriverne perché secondo me spiega alcune cose della Cina che qui da noi vengono spesso fraintese. Gli amici esperti di questi argomenti mi perdoneranno anche qualche inevitabile generalizzazione, ma l'obiettivo è far passare il concetto, non fare un corso di storia.


In genere chi si avvicina allo studio del gigante asiatico, resta stupito di una cosa: la sua straordinaria continuità culturale e istituzionale nel corso dei secoli, più di cinquemila anni secondo la tradizione, almeno tremilaseicento secondo gli archeologi. Nessun'altra civiltà può reggerne il confronto; l'Egitto si è avvicinato con i suoi tremilacinquecento anni, ma ormai è morto da millenni, gli ebrei come popolo ci sono ancora, ma la diaspora ne ha stravolto istituzioni e in parte la cultura. La Chiesa Cattolica, l'istituzione più antica ancora esistente, come civiltà cristiana ha "solo" due millenni, quasi tre se gli riconosciamo continuità con la civiltà greco-romana. Comunque lontani dal record cinese. La Cina è un unicum, nessun altro popolo può vantare una persistenza così lunga e una tale coerenza identitaria sullo stesso territorio nucleare.

Anche i cinesi sono consapevoli di questa loro peculiarità, che ha alimentato una visione del mondo fortemente sinocentrica, probabilmente certi stereotipi occidentali di una Cina chiusa su se stessa sono eccessivi; gli storici sanno che in realtà l'impero di mezzo, specie sotto dinastie non Han, aveva una fitta rete di scambi commerciali e in alcuni periodi della sua storia, capitali come Chang'an, che per cosmopolitismo poco avevano da invidiare alla moderna New York.  Tuttavia è anche vero che hanno sempre visto il mondo esterno come un qualcosa di barbarico e a ragione, forieri di minacce, non a caso, per i più, il monumento simbolo di questa civiltà è un muro! 

Nel corso dei secoli infatti si sono dovuti difendere da numerosi tentativi di invasione. La più famosa, che rischiò di stravolgere il mondo cinese, fu quella mongola nel 1211. Dal canto loro, forse il più serio tentativo di avventurarsi fuori dal loro mondo, fu con l'ammiraglio Zheng He, sotto i Ming, la dinastia che scacciò gli invasori mongoli. Un'impresa straordinaria ma effimera, Zheng riuscí nel corso dei suoi viaggi a instaurare una vasta rete di relazioni con stati tributari, ma alla morte dell'imperatore, visti gli alti costi delle spedizioni, alla fine i cinesi preferirono smantellare la flotta e concentrarsi sui problemi interni.


Un'altra grave minaccia, se possibile ancora più insidiosa dell'invasione mongola, sconvolse la Cina e tutto l'estremo oriente a metà dell'ottocento con l'arrivo dei colonizzatori occidentali prima e l'invasione giapponese qualche decennio dopo. Un periodo triste e buio per la nazione del dragone, che non a caso viene ricordato come il secolo delle umiliazioni. Questo fu un periodo di guerre e sconvolgimenti che la misero a dura prova; le guerre dell'oppio, la rivolta dei boxer, la fine del dominio imperiale, eccetera. Davvero l'orgogliosa Cina, per riuscire a sopravvivere, ha dovuto guardarsi dentro e umiliarsi, ammettendo a sé stessa, che secoli di isolamento l'avevano fatta rimanere indietro, e adesso i popoli barbari in molte cose gli erano superiori.

Il passo successivo è forse conseguenza di questa ammissione, o forse fu l'esempio dell'invasore giapponese. Sta di fatto che appunto, così come il Giappone prima di loro, anche la Cina capì che se volevano sopravvivere come civiltà, prima di tutto occorreva occidentalizzarsi, e per fare ciò la Cina aveva davanti a sé due modelli: quello nazionalista a imitazione dei Giapponesi (che poi con la sconfitta dell'asse, evolverà in un sistema capitalistico all'americana) oppure il modello comunista.




Adesso prima di continuare, c'è da comprendere un concetto fondamentale: la cultura cinese è forgiata dal confucianesimo. Per i cinesi, concetti come l'autodeterminazione dell'individuo e la libertà sono sí valori presenti, ma interpretati in maniera profondamente diversa rispetto all'occidente. Per il cinese, la libertà, non vuole dire autonomia assoluta dell'individuo, ma piuttosto la possibilità di realizzare se stesso all'interno del tessuto sociale.  Di conseguenza, questi ideali individuali sono generalmente meno rilevanti e prioritari rispetto al concetto di "armonia sociale", ai doveri verso la propria comunità e all'adempimento dei propri ruoli relazionali. Una visione del mondo, più adattabile, con i dovuti aggiustamenti al sistema comunista, che al nazionalismo o al capitalismo.

Ed è per questo che Mao ha vinto; si dice spesso che Mao riuscí a sbaragliare i nazionalisti, perché i suoi fossero più organizzati e godevano di maggior sostegno popolare, ma chiedetevi, perché?

La risposta è che i comunisti ebbero più sostegno, perché il loro sistema era più comprensibile alla popolazione. Spesso si sente dire che quello cinese non è vero comunismo e in un certo senso è vero; che Mao ne fosse consapevole o meno, il suo comunismo fu un mezzo con cui la Cina riuscí a occidentalizzarsi senza stravolgersi e a traghettare  la "cinesita" nel mondo moderno, perché quello che davvero interessava ai cinesi era di rimanere tali. La posta in gioco non era solo la vittoria di un'ideologia, quanto la sopravvivenza della propria identità. Sì, questo processo non è stato indolore: il maoismo ha demolito simboli, istituzioni e pratiche tradizionali. Ha distrutto templi, clan, gerarchie confuciane, migliaia di vite. Ma sotto la superficie, i valori di fondo della cinesita: centralità dello stato, primato della comunità, armonia sociale, sono rimasti. È anche vero che oltre al comunismo la Cina ha adottato molti altri principi dall'occidente, che ancora oggi permangono. Ma il processo è ancora in essere, e più si avvicina alla meta, più si libererà delle sovrastrutture inutili, che non vuole dire buttare le bandiere rosse alle ortiche,  ma che quelle bandiere, con buona pace di Mao, saranno tessute con la cara e vecchia seta. Perché ogni ideologia, in Cina, finisce sempre per diventare cinese.

giovedì 2 ottobre 2025

Sulla deresponsabilizzazione della donna

Premesso che il succo di quanto dirò, con i dovuti distinguo,  credo sia valido anche per i maschi, vorrei cominciare con una storiella letta l'altro giorno su un social network.

Bene, c'era questa signora che lodava il comportamento del marito, perche a seguito delle reazioni di apprezzamento scomposte di altri due uomini. Quando lei gli ha chiesto se avesse esagerato a indossare un abito così provocante, quest'ultimo le ha risposto che lei era libera di vestirsi come gli pareva, erano semmai i due individui ad essere due cafoni ignoranti. Naturalmente anche i molti commenti al testo originale erano tutti elogiativi verso un marito così civile. 

Lungi da me voler giustificare certi comportamenti inappropriati. Personalmente trovo questo episodio illuminante di come si sia stravolto il senso delle fiabe: una volta quest'ultime servivano per mostrare come anche in un mondo da fiaba, appunto, il male e l'errore fossero dietro l'angolo. Adesso invece, storie come queste, servono esattamente per lo scopo contrario: insegnare che, sconfitti i pochi malvaggi superstiti, anche nel mondo reale, il bene trionfa. E che la volontà umana è qualcosa di tenace, addomesticabile dalla nostra razionalità.


Torniamo all'episodio di prima.
Nessuno mette in dubbio che la signora abbia tutto il diritto di vestirsi come più le garba, senza che ciò fornisca attenuanti a chicchessia.  Ma ribadito questo, per quanto lo si vorrebbe negare, il vestirsi è un modo di comunicare, e se comunichiamo in pubblico, non possiamo pretendere che chi ci circonda si tappi le orecchie (o gli occhi),  perché il messaggio che vogliamo trasmettere è rivolto a una specifica persona, se non addirittura solo a noi stessi. 

Una volta concordato che noi esseri umani, in ogni nostra azione e comportamento,  trasmettiamo messaggi, e che questi possono essere captati anche da destinatari a cui non sono rivolti. Allora, evitare fraintendimenti è anche per noi medesimi una forma di protezione. Il fatto è che oggi si pretende da sé stessi più di quanto è umanamente esigibile. Per restare in tema, ad esempio, una volta le donne e gli uomini già impegnati, avevano look e indossavano abiti diversi rispetto a chi era libero da vincoli. No, non era (solo) un imposizione patriarcale, ma un modo di evitare tentazioni. Perché si, può anche darsi che la quasi totalità di certi approcci sia solo fastidiosa, ma per la legge dei grandi numeri prima o poi potrebbe capitare l'avances fatta nella maniera giusta, che metterà a dura prova la nostra forza di volontà, magari un periodo difficile col partner, la paura di invecchiare, la semplice noia...

Non è solo questo, ovviamente, ma la scelta di sposarsi alla fine risponde anche a logiche di costi/benefici.  la persona scelta, anche se inconsciamente, è quella che in un campionario, comunque limitato se paragonato alla popolazione mondiale, risponde meglio alla domanda: Qual è la persona più idonea per costruire insieme una relazione duratura? È probabile, anzi certo che se poniamo la domanda: qual è la persona più adatta per  un'avventura di una sera? il candidato sarà un altro, magari meno intelligente e affidabile, ma più divertente, atletico e così via. 


Anche le dinamiche all'interno di una relazione seguono le stesse logiche, se ci si impegna in un legame stabile, oltre naturalmente all'affetto, è anche per dirottare le proprie energie in altri progetti oltre al corteggiamento; i figli, la sicurezza economica, eccetera. Questo fa sì che i rapporti di coppia si modifichino e che certe attenzioni, anche se vi si è rinunciato consapevolmente, inevitabilmente manchino.

Quello che la vulgata oggi vuole far passare, e che quelli che approcciano una donna vestita in un certo modo sono tutti dei maleducati, ma questo non è vero, in realtà, scartati i maleducati, tale pratica e una normale forma di corteggiamento, perciò come già detto prima, se si insiste su una certa via, potrebbe arrivare qualcuno che saprà fare il complimento giusto. Sì, una persona adulta, è capace di controllare certi istinti, ma è come tenere la nostra torta preferita in frigo, in bella vista quando decidiamo di iniziare una dieta, la prima settimana ok, resistiamo, ma alla decima? 


Non è un problema di non provocare gli "altri", fatto salvo le basilari regole di prudenza, non si discute che spetta comunque a loro rispettare certi limiti. L'abbiamo già detto: non vogliamo giustificare determinati comportamenti . Ma piuttosto sconsigliare di infliggere certe prove a noi stessi.
Rinunciare alla torta in frigo è un limite alla nostra libertà, ma un limite autoimposto per non stressare un obiettivo maggiore: la salute e il successo della nostra dieta. In ultima analisi tutti si sono concentrati sulla risposta del marito, ma essendo la signora una persona adulta dovrebbe sapere da sé se quel modo di vestirsi mette sotto stress qualcosa di più importante e se ne valga la pena.

Ed è proprio per questo che ho riportato tale storiella; perché porta in luce un certo tipo di mentalità dei nostri tempi che mira a deresponsabilizzare le donne. La signora lodando il comportamento del marito, stava nel contempo affermando che non è colpa sua se altri uomini ci provano, a volte in maniera rozza e offensiva, come nel caso raccontato. Ma faccio fatica a credere che non le capitano approcci più garbati e piacevoli, di cui esattamente come nel caso precedente lei è deresponsabilizzata, in fin dei conti lei sta solo vestendosi come più gli grada, ricordate?

Tale deresponsabilizzazione, naturalmente non si applica solo al modo con cui ci si relaziona col mondo, ma se mi permettete una semplificazione, praticamente ad ogni cosa. Dal diritto all'aborto, a quello alla carriera. 

Chiariamoci: evitiamo facili teorie complottiste, o peggio ancora incel, magari certe politiche, in verità visibili anche sul lato maschile, servono a demolire la graniticita di certi ruoli di genere. Battaglia questa anche condivisibile entro certi limiti, per tornare all'esempio, non si può ignorare che nelle società tradizionali, il compito di gestire la sessualità e le tentazioni, era affidato esclusivamente alle donne, mentre gli uomini, considerati incapaci di gestire i propri istinti erano quasi esonerati dal rispetto di un codice comportamentale. Ma qui quello che si contesta non è il fine in sé, ma i metodi, che a mio avviso risultano troppo distruttivi.

venerdì 26 settembre 2025

Economia terminale

Qualche tempo fa, scrissi un post parlando di assicurazioni, denunciando come nel tempo questi contratti si fossero trasformati per i meno accorti in sistemi "spenna polli". 

Purtroppo quel post è stato preso solo come uno sfogo personale, un modo come un'altro per scaricare la frustrazione. Non era questo lo scopo. So benissimo che le assicurazioni sono polizze create con l'obiettivo di garantire i contraenti da rischi fortuiti e accidentali, non una specie di scudo che li proteggerà da ogni evenienza. Quello che raccontando le mie vicissitudini speravo emergesse è il fatto che il concetto di fortuito e accidentale, rispetto a soli vent'anni fa si è ristretto un pochino. 

Una volta, per il cliente era più facile farsi rimborsare se una pianta ti cadeva sulla macchina, senza per forza dover esibire una sfilza di perizie che dimostrino in primo luogo, che l'albero non esibiva segni di cedimento.  In secondo luogo che si, in fondo, un po' rincoglioniti noi lo siamo davvero.

Il succo di quel che con quel post volevo dire, è che c'è una tendenza che prende sempre più piede, il capitalismo si sta trasformando, l'unico suo scopo adesso è fare profitto. Come è sempre stato, a ragione qualcuno dirà. Vero; ma la differenza sta nel fatto che adesso quel profitto, lo vuole a breve, brevissimo tempo, e poco importa se per raggiungere questo fine si rischia di tagliare i ponti col futuro.

Non ci credete?

Lasciamo perdere le assicurazioni.
Parliamo allora di tecnologia. Prendete aziende come Intel e IBM, due giganti del settore, un tempo bastava il solo nominarle, per trasmettere l'idea di innovazione. Bene, oggi IBM è quello che si definisce un'azienda zombi, cioè un'azienda troppo grossa per fallire, ma ormai irrimediabilmente fuori dal giro delle imprese che producono vera innovazione, resta solo un baraccone che si trascina per inerzia, da cui non aspettarsi chissà quali rivoluzioni. E Intel? Provate a leggere le ultime cronache, pare proprio avviata sulla stessa strada. Sapete perché? Per lo stesso identico motivo: per garantirsi ritorni più immediati, invece di concentrarsi sull'innovazione hanno preferito puntare sulla finanziarizzazione, in particolare sulla pratica del buyback ovvero investire sull'acquisto delle proprie stesse azioni, per mantenerne il prezzo alto. IBM addirittura aveva ceduto il proprio settore consumer, il più competitivo (e perciò più ricco di innovazioni) ad un'azienda cinese, la Lenovo.


Se dalla tecnologia ci spostiamo all'intrattenimento il discorso non cambia. Credo che dire che il mondo di Hollywood si sia inaridito sia un affermazione pacifica. Le idee originali si contano ormai su una sola mano, mentre siamo sempre più sommersi da film di supereroi, di sequel e di reboot .


Anche per i videogiochi il discorso è uguale. Ormai anche lì le cifre si sono fatte importanti e gli appassionati sono stati sostituiti da manager. E anche lì da tempo, siamo sopraffatti da grigi sequel che garantiscono pochi rischi e ritorni immediati.

Il discorso si può ampliare praticamente a qualsiasi settore dell'economia, comprese le specifiche, poco cambia. Giusto ieri parlavo con mia moglie (e se ne parlo è perché so che in molti vi si riconosceranno) di come il marchio non sia più sinonimo di affidabilità e qualità; devo davvero spiegare cosa sia l'obsolescenza programmata? Ma non è solo questo, anche comprare certi marchi alimentari oggigiorno non è più indice di garanzia, e che dire degli altri settori.

Un caso paradigmatico di quanto dico mi pare quello della Mercedes. Fino a non molto tempo fa industria simbolo della proverbiale affidabilità tedesca. Bene, proprio la Mercedes una decina d'anni fa nell'apice della sua popolarità ha dovuto fare una scelta: perseguire nella sua strada con motori e componenti sovradimenzionati che ne garantivano affidabilità e durata. Oppure abbassare un po' gli standard per rientrare in una fascia di prezzo che gli garantisse una clientela più ampia...

Naturalmente ha scelto la seconda possibilità. Seguita a onor del vero da tutte le altre grandi case tedesche.

Ma un sistema così, mi chiedo, può davvero funzionare? 
Senza dei parametri fissi, se non la legge che tutti vogliono ottenere il massimo offrendo in cambio il minimo. Ci può essere robustezza sufficiente a reggere un sistema economico complesso come il nostro? Guardate non è una domanda banale. Perché magari ancora riusciamo a capire se la bistecca che ci vendono al ristorante valga il suo prezzo o meno. Ma dubito che in molti riescano a fare la stessa cosa con il microprocessore che devono infilare dentro il proprio computer. E allora, allora senza fiducia vale la legge della giungla, e se la legge della giungla fosse sufficiente a creare civiltà. Ci avrebbero pensato già le scimmie.

Con buona pace di tutti i manager e gli studenti di economia, che mentre scavano la fossa, continuano a propagare il morbo da cui sono afflitti. 




Post scriptum 

Quanto detto può sembrare assurdo, addirittura contrario all'evidenza, se si pensa a quanti soldi spendano al giorno d'oggi le aziende per difendere la loro reputazione. 
Si questo è vero, ma il tipo di reputazione su cui le aziende sembrano concentrarsi oggigiorno è una reputazione di tipo etico-morale. Cioè alle aziende non interessa più di tanto farci vedere come sono bravi a costruire i prodotti che vendono. Ma piuttosto gli sta a cuore farci sapere quanto sono buone e rispettose; dell'ambiente, della diversità, eccetera. Insomma, pare quasi che alla industrie non importa poi molto dare l'impressione di essere costituite da gente che sa fare il proprio mestiere. Ma piuttosto di essere formate da gente con cui passereste volentieri una serata in compagnia.

Tutto ciò in linea col nuovo paradigma economico che si sta cercando di imporre per rivitalizzare l'economia dei paesi occidentali: ovvero le politiche green e la trasformazione dei beni materiali posseduti, in servizi. Paradossalmente anche la scarsa qualità di ciò che si compra potrebbe essere finalizzato a spingere i clienti verso questo nuovo modo di pensare. Se non fosse che queste cattive pratiche ormai sono troppo generalizzate, e tutto si riduce, come dicevamo all'inizio ad una questione di tempo. Quello che conta sono solo i risultati trimestrali. 

Per me è evidente: la colpa di tutto ciò è dovuta alla scomparsa degli imprenditori puri e la loro sostituzione con i manager, più abituati a analizzare dati, piuttosto che capire ciò che producono. Mi pare che anche di questo ho già scritto: il sistema si sta iper-specializzando nel realizzare profitti. È i sistemi iper-specializzati sono destinati a perdere di senso e implodere su se stessi, una legge da cui non si scappa.