Ecco allora che partono le grandi inchieste dei quotidiani e dei programmi TV. Gli specialisti interpellati parlano e spiegano, attribuendo la responsabilità ora a questo ora a quello. Alla fine quando si tirano le somme, concludono che è tutta colpa di un generico disagio giovanile. Disagio di cosa non si capisce bene, essendo queste le generazioni più privilegiate che la storia ricordi.
Vero, io stesso denuncio che la nostra società sta vivendo un preoccupante declino. Adesso il futuro che ci si prospetta, sembra molto più minaccioso rispetto a come appariva solamente alcuni decenni fa. Ma bisogna anche contestualizzare. Ammesso e concesso che sia veramente così, perché lo è, comunque parliamo di standard di vita incommensurabilmente più agiati, di quelli in cui si viveva solo ottant'anni fa.
È innegabile, ci avevano promesso un castello e ci ritroviamo in una villetta a schiera. Ma i nostri bisnonni vivevano sotto i ponti. C'è da arrabbiarsi, sicuro. Ma anche per il tipo di violenza che si sta manifestando non venite a parlarmi del disagio che questi esperti lasciano sotto intendere, anche perché basta fare una rapida ricerca per scoprire che la maggioranza di queste violenze viene commessa da immigrati di seconda generazione.
E qui casca l'asino, direbbe Totò. Perché vedete, dinamiche analoghe si sono già verificate in Francia e nei paesi del Nord Europa, per esempio, ma in misura minore anche qui da noi, nel Nord Italia con l'emigrazione meridionale. Esattamente con gli stessi protagonisti: giovani immigrati di seconda generazione, e in questi casi le violenze si sono verificate in periodi e contesti dove le generali condizioni di vita erano in continuo miglioramento.
Per tali ragioni, io mi ritrovo più in sintonia con quelli che spiegano questo fenomeno, attribuendo il nascere della violenza, al senso di rivalsa di questi giovani, che a differenza dei genitori stanno abbastanza bene e non conoscono le condizioni di vita dei luoghi d'origine, ma nel contempo si rendono conto che per la maggioranza di loro sono precluse le opportunità di vita riservate ai nativi.
Capiamoci non è questione di razzismo, non solo perlomeno. sono dinamiche sociali difficilmente corregibili. sia per disponibilità economica, sia per differenze culturali, il fatto stesso di essere figli di emigranti è un fattore che favorisce l'emarginazione e la tendenza a ritrovarsi tra persone in condizioni simili o comunque altri emarginati.
Sfatiamo subito le obiezioni più comuni; sì, finché nella comunità c'è solo Alì, magari si può fare una colletta e mandarlo in piscina tutte le domeniche insieme agli altri bimbi, ma se gli Alì diventano una decina... Discorso simile per la questione culturale, se la famiglia d'origine ha già di suo una buona cultura e una certa elasticità mentale, il figlio sarà più avvantaggiato nell'integrarsi nel nuovo ambiente. Purtroppo di solito queste non sono quasi mai le caratteristiche delle famiglie che emigrano.
A questo punto gli obiettori di prima potrebbero ribattere che non le comunità, ma lo Stato dovrebbe occuparsi di risolvere la questione attraverso la scuola e i sussidi. Naturalmente non funziona così, per quanto specialmente negli ambienti di sinistra, si tende a considerare lo Stato quasi come un Deus ex machina. La verità è che lo Stato può mitigare certi fenomeni, ma non può eliminarli, prova ne è, che se fosse così semplice correggere certe dinamiche sociali, l'avremmo già fatto per alcuni tristemente famosi, quartieri di Napoli, di Palermo o di Bari vecchia. Ma per amor di speculazione, ammettendo che sia possibile correggere questi fenomeni aumentando la spesa nella scuola e nel sociale, forse lo si potrebbe fare con dei tassi di immigrazione fisiologici, ma con una popolazione straniera che oggi ha raggiunto il 10% del totale, è un'opzione sia politicamente sia economicamente insostenibile.
Inoltre, come se i problemi culturali ed economici già di per sé non bastassero ad alimentare questi fenomeni di ghettizzazione e la conseguente nascita di gang tribali, ci sono poi le differenze etniche a favorire tali processi, Dal lato esterno alimentando i pregiudizi, dall'interno invece favorendo il senso di appartenenza e l'instaurazione di norme, reti e pratiche condivise. Anche qui non è una questione di pregiudizi razziali, ma antropologica, già i romani ebbero problemi di integrazione nonostante la classe dirigente del tempo, poco si curava di cosa pensassero i locali, e i loro migranti fossero alti e biondi. Solo il tempo e il bisogno di fare fronte comune contro nuove invasioni, ha permesso alle diverse popolazioni difondersi per diventare un tutt'uno. Ma fino a che il tempo non avrà fatto il suo corso le differenze fisiche restano.
Il problema non sono gli immigrati in sé, gli islamici, gli albanesi, i Rumeni, non sono portatori di particolari tare. Prima abbiamo fatto cenno al fatto che dinamiche simili anche se più limitati, si svilupparono anche ai tempi della grande migrazione interna, ma ancora gli italiani, assieme agli Irlandesi, agli ebrei, eccetera si sono fatti notare ai tempi delle grandi migrazioni verso gli Stati Uniti. La gravità di questi fenomeni e in verità, principalmente una questione di numeri e gestione del problema.
Di numeri perché appunto più aumentano gli immigrati, meno saranno le risorse disponibili per integrarli, più fatica faranno i cittadini stessi ad accoglierli in seno nelle comunità, e ancora gli immigrati stessi saranno più propensi a ghettizzarsi con i propri connazionali.
Di gestione perché passare da periodi dove: "accogliamoli tutti!" A periodi dove: "dagli allo straniero", non e proprio il sistema giusto ne per una politica migratoria coerente ne per infondere nella popolazione la giusta disposizione d'animo, qualsiasi cosa si voglia fare.
Ma queste sono cose sapute e risapute, di cui non si vuole parlare seriamente perché come gestire il fenomeno immigrazione è una decisione già presa e non si intende tornare indietro. Perciò non si farà altro che gridare all'ennesima emergenza del cazzo, a cui rispondere con provvedimenti del cazzo.
Ricordo una quindicina di anni fa', forse qualcuno in più che l'emergenza erano gli incidenti stradali. I numeri dell'emigrazione di massa, aveva raggiunto una dimensione tale da cominciare a fare massa critica, insomma iniziavano a farsi notare. Si sa che l'alcol è storicamente lo strumento più usato dai poveri e dagli emarginati per consolarsi dalle loro pene, in più spesso queste persone erano di cultura islamica dove l'alcol è vietato, perciò con una limitata tolleranza verso lo stesso. Ciò comportò un considerevole aumento di gravi incidenti stradali dove erano coinvolti stranieri.
Precisiamolo, non erano solo gli stranieri a causare incidenti, noi siamo storicamente un paese indisciplinato alla guida, nell'italia di allora si contavano circa tremila morti l'anno. Ma Siccome gli incidenti dove erano coinvolti emigrati suscitavano indignazione ed effettivamente erano in aumento, i giornali martellavano su quelli.
Dato che in democrazia le leggi devono essere uguali per tutti, il governo di allora che era dello stesso colore di quello di adesso, rispose con una riforma del codice della strada e una revisione del limite alcolemico consentito. Ciò scatenò il panico tra gli avventori e mise in grave difficoltà i piccoli ristoratori. Infatti questa norma contribui a cambiare le abitudini a tavola degli italiani che da sempre oltre al cibo in queste occasioni cercavano il piacere della convivialità e del bere in compagnia.
Può darsi che mi sbaglio ma secondo la mia opinione l'inizio dei problemi di molte trattorie e il boom degli all you can eat, andrebbe ricercato lì. Non che la moda di questa tipologia di locali non avrebbe preso piede anche qui, ma essendo il nostro, un paese con una forte tradizione culinaria, con molta probabilità anche questo processo avrebbe avuto sviluppi simili a quelli che si sono registrati in paesi come la Francia. Invece la stretta sul alcol contribuì in maniera determinante alla trasformazione delle abitudini e nel modo di approcciarsi alla ristorazione degli italiani, il COVID ha fatto il resto.
Siccome alle destre evidentemente le norme punitive piacciono anche a questa nuova emergenza hanno risposto allo stesso modo: con una serie di norme che limitano enormemente la portabilità degli strumenti da taglio. Avevo quattordici anni quando iniziai a portare sempre con me il mio fidato Victorinox. Ne avevo venti invece, quando girando per controllare i vari palazzi gestiti della mia impresa, gli anziani che vi abitavano cominciarono a chiedermi qualche favore: cambiare una lampadina, svitare una mensola, eccetera. Da adesso in poi quando qualcuno mi chiederà qualche favore del genere gli dirò di rivolgersi a Salvini o alla Meloni. Per le escursioni nei boschi invece vedrò di organizzarmi a modo di trafficante d'armi. Così siamo ridotti.
Ma agli italiani evidentemente le norme restrittive indipendentemente dalla loro utilità, piacciono. Stavo guardando infatti su internet, una videorecensione di un coltello da bushcraft. Roba da appassionati di escursioni come me. Non vi dico il numero di commenti di rimprovero rivolti all'autore del video, che a detta dei commentatori pubblicizzava un'arma vietata dalla legge. Inutile ribattere che con giustificato motivo certe armi si possono ancora portare con sé. Questi amanti della libertà, replicavano proponendo di portarsi dietro gli utensili più improbabili per sostituire la pericolosa lama.
Fortuna vuole, che per la tranquillità di questi solerti commentatori, a differenza di noi escursionisti, i giovani problematici sono rispettosi delle leggi. Leggevo infatti proprio l'altro giorno, che l'ennesima aggressione in cui ci è scappato il morto, è stata portata a termine con un cacciavite.
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