mercoledì 7 ottobre 2026

Confessioni

Oggi, così per gioco, ho provato a far leggere una serie di pezzi di questa specie di diario a un'intelligenza artificiale, chiedendole poi di tracciare una specie di profilo, individuare i miei difetti e magari suggerirmi dei testi per mitigarli.

Precisamente l'ho fatto fare a due differenti modelli. Per cominciare, in questo genere di esperimenti se volete provare anche voi, vi sconsiglio DeepSeek, uso spesso questo modello ma per questo genere di cose non va proprio bene, visto che l'essere conservatori o avere certe posizioni è già di per sé un difetto da correggere.

Detto questo, devo dire che mi è parso utile come esperimento, sono emersi delle debolezze e dei difetti caratteriali o di mentalità, che anche se non me ne rendevo conto, adesso che mi sono stati fatti notare, ammetto di soffrire. Però entrambi i modelli erano d'accordo nel affibbiarmi due caratteristiche che respingo in toto. Adesso i "saputi" potrebbero liquidarmi spiegandomi che gli LLM hanno dei bias di conformità, ovvero questi strumenti vengono addestrati con linee guida fortemente orientate, per tale ragione la deviazione da determinati canoni culturali, o la non presenza di determinate sensibilità viene visto come un difetto da correggere. Ovvero esattamente, come ho accennato prima, quello che ha tentato di fare DeepSeek dopo aver letto alcune cose che ho scritto. Il fatto è che soprattutto per la seconda caratteristica, non sono solo gli LLM ad accusarmi di soffrirne, perciò quanto meno per i lettori umani, penso sia giusto scrivere questo breve chiarimento. 

La prima caratteristica è il mio presunto disprezzo per la mediocrità. Il considerare una vita ordinaria come una vita spesa male. Non è assolutamente vero. Anzi mi pare qualche anno addietro di aver pure scritto un elogio della normalità. Uno degli episodi storici che mi sono più cari è quello in cui i senatori vanno da Diocleziano per implorarlo di indossare ancora una volta la corona imperiale, e questo gli risponde che se loro vedessero come crescevano bene i broccoli nel suo orto, non farebbero simili richieste. So che il brano intende dire una cosa ben precisa ma a me piace interpretarlo in maniera letterale.

Per la mia vita non chiedo di meglio che un lavoro che mi renda indipendente, una casetta con un giardino (una passione che ho in comune con l'imperatore) la mia libreria, e l'opportunità di poter coltivare le mie passioni e i miei affetti.

Io non predico di vivere da eroe, ma di essere degni se il caso lo richiede di tale appellativo. Ma badate, l'eroe non è Rambo è quel signore che almeno ogni tanto, non tutte le volte perché è una cosa veramente difficile, lo so, ma almeno ogni tanto, riesce a vincere se stesso e non si volta dall'altra parte se vede qualcuno in difficoltà.

In un mondo dove sempre più si cerca di fare passare il messaggio di accontentarsi per ciò che si è, io urlo forte che bisogna guardare l'esempio più in alto, perché possiamo migliorare. E migliorare non vuol dire nient'altro di tentare di fare ogni volta con un po' di maggiore impegno ciò che si fa, di provare ad essere persone un po' migliori, Michelangelo che non era un pittore, ha dato il meglio di sé per la cappella Sistina, se ci avesse messo meno impegno, noi oggi probabilmente avremmo lo stesso un'opera che considereremo un capolavoro, ma grazie a Dio, Michelangelo è andato oltre. Se ieri passeggiando per strada salutavamo solo le persone amiche, oggi proviamo a salutare anche gli sconosciuti che incontriamo ogni giorno e domani quelli che vediamo per la prima volta. Questa è la mia idea di miglioramento. Se ieri non avessimo mai tradito un amico, oggi applichiamo lo stesso principio a uno sconosciuto e domani a essere corretti con un nemico.

Non disprezzo affatto chi non ci riesce io per primo mi rammarico spesso di non riuscire quasi mai a comportarmi come mi piacerebbe. Spesso mi vergogno a posteriori di certe decisioni. Però resto convinto che invece di dire va bene lo stesso, sia meglio lasciarsi ispirare dall'esempio più in alto, anche se non lo raggiungeremo mai. Quanto meno ci avrà aiutato ad alzarci un pochino.

La seconda accusa che mi è stata rivolta e che non mi riconosco è quella di essere cinico e poco empatico. Vedete io ho una debolezza: ho sempre paura di essere frainteso. Per questo, specie quando scrivo, mi piace parlare per quanto mi riesce il più chiaro possibile mischiando i registri, se lo ritengo utile e senza troppe contorsioni. Inoltre nonostante nelle piccole cose sia un bugiardo cronico, amo la verità; se per far felice una persona basta dirgli che il mio colore preferito è il giallo, non ho problemi a giurarglielo. Ma se vuole sentire da me che siamo vicini alla pace nel mondo, ha sbagliato persona.

Se sto parlando di fenomeni sociali o di masse, e devo dare un giudizio negativo su quel gruppo, Io lo faccio, non mi interessa niente che quel gruppo è formato da individui con storie e motivazioni anche razionali. Se come gruppo emerge un comportamento idiota, per me sono una massa di idioti. Gli italiani che nel quaranta entrarono nella seconda guerra mondiale erano una combriccola di idioti, presi nell'insieme il mio giudizio non può essere che tale. Poi so bene che ci furono singole persone e, non furono poche, che pagarono molto caro la loro opposizione al fascismo, se si scende al particolare, a loro tutto il mio rispetto la dignità individuale è un'altra cosa. Ma se rimaniamo sul generale, il giudizio non cambia. Dobbiamo ragionare così perché è il mondo che così funziona; quando caddero le bombe le case degli oppositori al regime furono colpite come tutte le altre. L'esempio principe di questo discorso sono i palestinesi. Adesso so benissimo che questi poveretti si sono ritrovati in casa un problema molto più grande di loro, so anche che ogni famiglia ha almeno un morto da ricordare e che gli israeliani non aspettano altro che un buon motivo per cacciarli via. Ma appunto perché so tutte queste cose penso che sono un popolo di teste di cazzo, perché dopo tutto questo tempo dovrebbero pur averlo capito che la loro strategia fatta di violenza è fallimentare e con molta probabilità i loro capi sono dei porci che si sono arricchiti con i finanziamenti delle altre comunità arabe, speculando sulla loro pelle. Invece loro no, nei primi anni duemila quando gli israeliani avevano fatto loro qualche concezione, votano Hamas. Se conosco gli Israeliani in quel momento hanno brindato a caviale e champagne, certi che dopo aver dato una mano, adesso potevano riprendersi tutto il braccio.

Sto usando un linguaggio troppo duro nei confronti di un popolo dove ogni giorno muoiono anche tanti bambini? Può darsi, ma su certe cose la penso come Funari: "se uno è un testa di cazzo, non puoi dirgli sciocchino, devi dirgli proprio testa di cazzo. Altrimenti può capitare che questo si faccia delle illusioni".

Però, non pensiate che non mi dispiace per quella gente: La mia non è mancanza di empatia è che se sto descrivendo una dinamica, perdermi nelle emozioni dei protagonisti secondo me spesso rischia di fare perdere il focus, se ti parlo di guerra e tu vuoi sapere cosa provano i singoli soldati ascoltati la guerra di Piero o leggiti un racconto. Io non nego l'esistenza di questi aspetti, affermo che inserirli in quello che ho scritto a meno che non ci sia un preciso motivo è inutile. Stessa cosa vale per i singoli: io posso anche comprendere perché tizio abbia fatto determinate scelte, ma non posso assolverlo dal giudizio sulle sue scelte.

Discorso a parte è il linguaggio politicamente corretto che va di moda oggi, lì, ad esagerare, lo faccio proprio di gusto, l'ultimo caso è stato il post su Beppe Grillo dove trattano con un certo disprezzo, le donnine che dopo vent'anni si ricordano di essere state stuprate. Adesso io non nego che sono successi dei veri abusi e a queste persone va tutta la mia solidarietà, però ciò non toglie che ci siano stati molti casi dove l'accusa di stupro erano false e sono servite o per rovinare la vita dell'accusato o per riavviare la carriera della vittima. Davanti a casi del genere non sono io che devo moderare il linguaggio per rispetto delle vere vittime. Ma quest'ultime che devono rincarare la dose per distanziarsi da tale schifo.

Con questo penso di aver detto tutto ciò che avevo da dire. Alla prossima.

domenica 4 ottobre 2026

I sempre giovani

Su un social mi capita di cliccare una pubblicità: l'applicazione mostrava una serie di vecchie foto che ritraevano vari giovani durante i concerti. Sotto le foto, didascalie scherzose tipo: «Vedi questo ragazzo con la cresta? È il signor Rossi e oggi fa l'assessore al comune tal dei tali. Quest'altra, ritratta col solo reggiseno, invece è l'Erminia, diventata severissima professoressa di un liceo». E così via di questo passo. Quello che mi ha colpito sono stati i molti commenti rabbiosi contro la pubblicità: «Come vi permettete di immaginare che quella sia diventata una brava nonna e quell'altro un tranquillo ingegnere? E se invece sono rimasti ciò che erano allora?».


Insomma, per una buona parte dei commentatori immaginare che quella gente potesse essere cresciuta e maturata era un vero problema, qualcosa di addirittura offensivo. Loro, ad esempio, non sono mai cambiati e non cambieranno mai!


Effettivamente, solo uno che, invece del cervello, lascia parlare i suoi ormoni da adolescente può esprimere pensieri del genere. Quindi, sì, loro non sono cambiati, o meglio maturati. Non pensate che la stia facendo grossa. Perché quello che ho descritto di per sé sarà anche un episodio banale, ma mi pare un buon indizio per intuire i motivi per cui siamo finiti in una crisi demografica, il Paese va male e l'economia non prospera: noi siamo una società che non vuole crescere, la maggioranza di noi è soddisfatta della posizione che occupa e non ambisce a progredire di più, ma che anzi vede il maturare come una perdita di coerenza, addirittura un tradire se stessi.


Adesso è importante evitare un equivoco: quei commenti non stavano difendendo il diritto di singoli individui a perseguire una scelta, i tizi delle foto erano perfetti sconosciuti e a nessuno dei commentatori importava veramente qualcosa delle loro scelte, stavano invece difendendo una mentalità. Poi, per evitare di aggiungere confusione alla confusione, è meglio chiarirlo subito: il mio non è un inno alla carriera, che considero un falso e deleterio mito, ma la semplice constatazione che il tempo scorre e che l'essere umano, volente o nolente, è destinato al cambiamento. Far finta di poter rimanere sempre uguali non è una guerra contro il mondo, ma contro la propria biologia.


Non sto affermando neanche che certe cose, crescendo, andrebbero messe da parte. Semplicemente, nella maggioranza dei casi, con l'aumentare delle possibilità e dell'esperienza, certe passioni giovanili dovrebbero ridimensionarsi di per sé, per lasciare posto ad altre dimensioni della vita che meritano di essere provate.


D'altronde, è sempre stato così: la gioventù, da che mondo è mondo, da sempre è stata l'età delle massime energie, ma dal minimo potere, qui inteso come padronanza su se stessi, possibilità di scelta e di incidere sul mondo . Proprio questa differenza tra energia e potere fa sì che in quel periodo della vita divampino le grandi passioni totalizzanti. Passioni che, mano a mano che si cresce e si acquista sempre più potere sul proprio destino e, in misura diversa, su quello della comunità, vanno raffreddandosi o evolvono in qualcosa di più costruttivo.


Niente da fare, pare che l'eroe simbolo di quest'epoca sarà il punk a bestia, che per pochi spiccioli accetta di farsi fotografare insieme ai turisti nei luoghi più iconici della capitale inglese. Sperando a furia di salti mortali di riuscire a fine giornata, con i pochi soldi guadagnati, a permettersi un panino, una birra e i pannoloni per l'incontinenza.


Questa generazione ha rinunciato al potere, non del tutto conscia che le energie le verranno sottratte lo stesso. Perché il potere, salvo quello che deriva dalla nostra stessa consapevolezza e dalle nostre capacità, risponde in alla società; le energie fisiche, invece, rispondono alla biologia e, benché al diminuire dell'una aumenti l'altra, queste due dimensioni non sono inversamente proporzionali. Lo so, io sono un complottista, ma non posso fare a meno di pensare che questo equivoco faccia comodo a molti. 




Dico questo perché mi accorgo di come le agenzie di validazione supportino tale mito, e di come abbia fatto presa fra la gente: non negatelo, già vi vedo mentre descrivevo il signor Rossi o la professoressa Erminia, anche voi ve li figuravate come due persone diventate anonime e insignificanti! Ma in realtà l'Erminia ha fatto il giro del mondo ed è un'esperta di alpinismo, mentre il signor Rossi fa immersioni subacquee e, per quanto riguarda la sua attività politica, più di un collega lo vede già condurre le sue battaglie in Parlamento.



Perché la verità è che, nella famosa canzone di Paoli, in realtà non erano gli altri amici ad avere svenduto l'ideale, ma era lui, un povero coglione, che, rimanendo seduto al bar a criticare quello che non va, è diventato solo un povero vecchio avvinazzato.


mercoledì 30 settembre 2026

Beppe Grillo, il ritorno?

È riapparso Beppe Grillo. Meglio, ha fatto un'ospitata su un palcoscenico importante, non nei suoi spettacoli o altri eventi comunque seguiti solo da fedelissimi. Di certo, l'avrà fatto per togliersi qualche sassolino dalle scarpe, in questo clima di pre-campagna elettorale. Personalmente, l'ho sempre apprezzato, più come fustigatore del potere che come capo popolo. Sì, vabbè, la gita sul Britannia insieme a Draghi e tutto il resto. Ma poi, valla a sapere la verità.

Comunque, mi piacevano i suoi spettacoli, ho seguito il V-Day e tutto il resto e, infine, lo ammetto, nel 2018 ho votato i Cinque Stelle. Non me ne pento, anzi, resto convinto che il governo giallo-verde sia stato uno dei migliori governi del Paese dai tempi di Tangentopoli. Sorvoliamo su ciò che è venuto dopo. Li hanno mangiati a poco a poco, similmente a un branco di sardine attorniato dai predatori.

Non per vantarmi, invece sì, cazzo! Ma ricordo come fosse ieri che, l'indomani della firma di adesione dell'Italia alla Via della Seta, commentai: «Fai passare qualche mese e vedrai che spunterà qualche donnina a denunciare di essere stata violentata da Grillo qualche secolo fa».

Si sa, o si dovrebbe saperlo: la realtà supera sempre la fantasia. Infatti fu il figlio, tempo dopo, a essere coinvolto in una brutta faccenda di stupro. Evidentemente la gente era stufa di tutte queste donnine con la memoria lunga.

Sta di fatto che Grillo, tra la morte di Casaleggio e questa vicenda familiare, ha deciso di eclissarsi. Poi il COVID19, il governo Draghi il Movimento ha compiuto quel processo di normalizzazione che tutti conosciamo.

Peccato. Magari è stata davvero tutta una presa in giro fin dall'inizio. Però, a ripensarci, non posso non pensare che è stato un vero peccato.

https://youtu.be/QaE00l6JZ8w?is=Lbc8W8W9qquN8o_0

lunedì 21 settembre 2026

Guido Carli

Oggi, se vi va, vorrei proporvi un esperimento mentale. Facciamo tutti finta che ognuno di noi abbia un'attività in proprio, non importa quale: scegliete pure il mestiere che più vi piacerebbe fare, il panettiere, il libraio o quello che più vi aggrada. La cosa importante è che sia vostra e che possiate gestirla come meglio credete.


Bene, ci siete fin qui? Allora continuiamo. Questa attività non l'abbiamo aperta noi, anzi, ha una storia abbastanza travagliata. Infatti, è stata inaugurata parecchie decadi fa da dei soci che l'hanno fondata rilevando i vari locali e i macchinari necessari dai vari colleghi sparsi per la città. Poi l'ha gestita per un paio di decenni un tipo antipatico, un megalomane che quasi la portava al fallimento. Infine siamo arrivati noi che, dopo i primi tempi un po' duri, adesso le cose paiono andare abbastanza bene. Anzi, perché essere modesti? Diciamo le cose come stanno: la nostra azienda è tra le più floride della città, non stiamo a impuntarci in che posizione di preciso, ma comunque tra le prime sette.


Purtroppo, però, c'è un "ma": l'azienda, ribadiamolo, va bene, non c'è nulla che possa fare temere qualche catastrofe, però la nostra gestione risulta un po' troppo slegata, specie nelle finanze: sconti ai clienti, qualche prestito con le banche, un rapporto un po' troppo informale con i fornitori, dipendenti a cui a volte si accordano troppi permessi, mentre altre volte li si costringe a fare straordinari su straordinari. Nulla di serio, come già detto, anzi, parte del nostro successo e anche merito della nostra capacità di gestire le cose in questo modo. Però, confessiamocelo: ci piacerebbe riuscire a disciplinare di più questi aspetti, soprattutto a tenere i conti in ordine.


Ci siete ancora? Ottimo. Come dicevamo, siamo stati bravi, abbiamo fatto prosperare la nostra attività più di quanto sperassimo, però adesso ci stiamo rendendo conto che è terminata l'età pionieristica, adesso occorre dotarsi di una buona disciplina aziendale. Insomma, l'abbiamo capito tutti: quello che ci serve è più rigore.


Così decidiamo di rivolgerci al nostro commercialista di fiducia, non uno qualsiasi, badate bene, uno dei più stimati della città, uno che già in precedenza ci ha tolto le castagne dal fuoco. Dai, facciamola semplice: uno che sa davvero il fatto suo. Allora andiamo da questo qui che ci spiega che lui ha già analizzato la situazione e che il nostro problema alla fine dei conti siamo noi stessi. "Inutile illudersi", afferma il luminare, "noi siamo degli spendaccioni casinisti e finché ne avremo facoltà non cambieremo il nostro modo di operare". "Perciò, che fare?", domandiamo noi all'esperto.


La questione è seria, afferma lui, specie al giorno d'oggi, dove la concorrenza che viene da fuori città comincia a farsi più pressante, eppure la soluzione è semplice. Infatti, quello che ci serve è semplicemente un vincolo esterno. Adesso, noi siamo iscritti a un sindacato di categoria, qualcosa di simile a un'unione di tutte le attività come le nostre presenti nel territorio. Ora questo sindacato ha una specie di direttorio che per chi vuole aderirvi si offre di regolare la gestione dell'attività secondo i suoi criteri: basta delegare a quest'ultimo il potere di decidere quanto e come possiamo comprare e vendere, cosa concedere e cosa negare ai nostri dipendenti, e il gioco è fatto: anche noi avremo i conti in ordine, similmente ai colleghi/concorrenti che compongono il suddetto direttorio, tutto ciò inoltre ci permetterà di integrarci meglio in questa "unione", potendo così opporre maggiore forza alle sfide che provengono dall'esterno.

Voi accettereste questa proposta?

Vi ritenete così incapaci da non riuscire da soli a tenere i conti in ordine in casa vostra?

Accettereste che sia un consiglio composto anche dalla concorrenza a decidere come voi dovete impiegare le vostre finanze? 

No?


Eppure l'abbiamo fatto. L'uomo che vedete in foto si chiama Guido Carli, è considerato uno dei più influenti economisti italiani di ogni tempo, stimato e ascoltato in ambito internazionale. Per il nostro discorso, Carli fu anche il più autorevole teorico del vincolo esterno, la concezione secondo cui l'Italia avrebbe dovuto utilizzare vincoli internazionali/europei per imporsi dall’esterno quelle discipline che la politica interna non riusciva a imporsi da sola.


Adesso devo confessarlo, non ho speso molto ad approfondire la figura di Carli, mi è bastato apprendere questo concetto che aveva degli italiani, quindi di se stesso, per decidere che c'erano figure più interessanti da approfondire, piuttosto che uno che si riteneva incapace di saper badare da sé al proprio portafoglio. Mi dispiace, ho letto gli argomenti a difesa del suo pensiero, ma mi è bastata una domanda a demolirle tutte: perché la politica europea dovrebbe essere scevra dai difetti che lui imputava alla politica italiana?


La mia risposta è semplice: non lo è. L’Unione europea non è un’entità sovranazionale eterea, calata dall’alto da illuminati. È fatta dagli Stati, dai loro governi, dai loro compromessi, dai loro interessi, dalle loro lobbies, dalle loro clientele e anche dalle loro ipocrisie. Se il problema italiano è la difficoltà a imporre disciplina e interesse generale contro particolarismi, non c’è nessuna garanzia che a Bruxelles le cose vadano diversamente, si sta solo spostando la questione a un livello ancora più lontano dal controllo di chi davvero in uno stato democratico avrebbe potere di intervenire: i cittadini stessi.


È vero, lo spostamento della "stanza dei bottoni" ha significato anche uno slittamento della gestione del potere dal piano puramente politico ad una gestione di tipo tecnico-finanziario. Ma in estrema sintesi, il problema resta il medesimo: perché i tecnici o i finanzieri dovrebbero gestire la cosa pubblica in maniera più etica e morigerata rispetto a un politico? 


Perché un politico che per accontentare gli elettori, sperpera denaro pubblico per incentivare i consumi è così peggio di un banchiere che per accontentare i mercati, i consumi li reprime al punto di lasciare migliaia di famiglie sul lastrico?


Forse cambiano le logiche e i poteri a cui si risponde, ma le criticità in realtà sono le medesime. Con un problema in più, oserei aggiungere: se, come abbiamo accennato, spostando le decisioni da Roma a Bruxelles, abbiamo aggiunto un grado di separazione tra cittadini e gestione del potere, traslando quest'ultimo dalla politica a una sua gestione tecnico-finanziaria, abbiamo reso quasi inutile il mezzo con cui i cittadini possono contestare le scelte che considerano sbagliate: stiamo parlando dello strumento del voto.  


Perciò, concludendo, in verità non posso dire se Carli in questa sua scelta di appoggiare certe idee fosse guidato da banale ideologia in ciò che diceva, oppure da altri interessi, quali l'ambizione di casta. Quello che so, e su cui dovreste riflettere anche voi, è che la prossima volta che sentirete qualcuno blaterare che qualcosa "ce lo chiede l'Europa". Tutti noi dovremmo riflettere meglio su ciò che tale frase implica.



venerdì 11 settembre 2026

Documentari

Nutrendo io posizioni fortemente contrarie al modello migratorio in essere, i saputi di turno, certi di cogliermi in fallo, non mancano mai di ricordare le mie origini di meridionale trapiantato al nord. Tempi strani questi nostri, dove l'aver maturato esperienza di certi temi, mettendomi così in una posizione privilegiata rispetto agli stessi e avendo appreso la capacità di riconoscere certi artifici retorici, a detta di alcuni, anziché invogliare, dovrebbe scoraggiarmi dal parlarne.


Ma tant'è. Dunque, per non irritare nessuno, cambiamo argomento e parliamo d'altro, precisamente parliamo di documentari. Concentrandoci nello specifico su un periodo e su un'area geografica particolare: l'Italia tra i primi anni cinquanta e la prima metà degli anni sessanta.

Bene, adesso se empiricamente, voi provate a fare negli archivi Rai, o su YouTube, ricerche sul paese di allora, vedrete che per il Nord Italia vi compariranno risultati come il magnifico "Viaggio nella valle del Po" di Soldati, mentre per il Meridione, a meno di non effettuare ricerche più mirate, vi compariranno risultati dove si parlerà esclusivamente di povertà e di migrazione. Se scriviamo un generico "documentari sud Italia anni 50" su RaiPlay, per esempio il primo risultato utile sarà: viaggio nel sud di Virgilio Sabel. Per carità un lavoro eccezionale, un documentario inchiesta che fa scuola ancora oggi e che nulla ha da invidiare a operazioni analoghe come quella portata a termine da Sidney Sonnino il secolo prima. Ma appunto un'inchiesta, genere che si propone di evidenziare problemi e spiegarne le cause. Nulla a che vedere con i documentari come quelli di Soldati, dove la povertà era sì presente, ma insieme ad essa veniva mostrato l'orgoglio di un popolo, i suoi valori e un'idea romantica del passato di quelle terre: cibo, tradizioni, gioia di vivere.

Penso di essermi spiegato; mezza penisola più isole, ridotte a un non luogo, dove l'unico obiettivo dei suoi abitanti pareva essere quello di sfuggirvi. Ad essere ostinati, ecco comparire qualche titolo che parla di mafia o banditismo. Ma bisogna essere davvero caparbi per trovare documenti come quelli girati da Vittorio De Seta in Sicilia, Sardegna e Calabria, o il mitico documentario a corollario del libro "La terra del rimorso" (nomen omen), che si avvalse della consulenza di De Martino, sulla Taranta. Comunque, vuoi per le origini nobiliari del primo, vuoi per la fede socialista del secondo, anche questi documentari, pur bellissimi, se paragonati a progetti come quello di Soldati dedicati al Nord, lasciano trasparire un mondo senza gioia.

Una civiltà intera ridotta alle sue piaghe, dove l'immigrazione, per essere resa accettabile a chi la riceveva, da possibilità, veniva descritta come l'unico destino auspicabile, e dunque l'accoglienza si trasformava in un atto di dovuta carità verso chi arrivava. 

Come se Pitrè, che per la sola Sicilia, nemmeno cinquant'anni prima, non gli bastarono venticinque volumi per descrivere le usanze di un popolo, non fosse mai esistito. Tutto pare ridursi in povertà, arretratezza, immigrazione e salvifici investimenti da parte di Roma. Per il resto, da mangiare pane duro, da bere lacrime e come musica pianto. Il Meridione era diventato una "questione", non più un territorio.

Una narrativa, questa, dura a morire persino in quegli stessi luoghi, dove è stata a tal punto interiorizzata da renderli complici di un'economia dell'assistenzialismo che ha fatto più male che bene.

Specifichiamolo, ciò che veniva raccontato in articoli e documentari come quelli citati, non erano assolutamente bugie, anzi, ma offrivano soltanto una visione parziale, utile alla politica industriale di allora. Proprio per questo, io mi domando: chissà quanto tempo ci vorrà e se si farà in tempo a cambiare lo stesso ritornello, stavolta non più rivolto a territori tutto sommato piccoli, ma a continenti interi.

Ed è in forza di questo background che, quando sento pronunciare la parola accoglienza, da certi figuri, io non posso fare altro che tradurla in sfruttamento. Non come singolo caso, capiamoci, solo un presuntuoso parlerebbe dei singoli casi, senza esserci addentro. Nessuno pretende di fare le pulci al signor Ben Alì o al signor Chen, che dopo innumerevoli sacrifici e con l'aiuto di brava gente, sono riusciti a farsi una posizione. Qui si sta parlando di sistema.

Con una differenza importante rispetto ad allora: i migranti degli anni ’50–’60 erano una variante della stessa cultura, perciò potevano essere descritti come un ramo arretrato della pianta nazionale. Questo permetteva una narrazione che generava un senso di vergogna da parte di chi la subiva: si trattava pur sempre di italiani giudicati da altri italiani.

I migranti di oggi, invece, sono stranieri, spesso provengono da tradizioni molto differenti. Giustamente non si percepiscono come una variante della cultura ospitante, ma come altro. E quando una cultura spesso raffinata, viene raccontata solo attraverso le sue criticità, non nasce vergogna: nasce rivalsa. Non perché “odino”, ma perché sanno di non appartenere alla tradizione culturale che li giudica, e reagiscono come reagisce chi vede la propria storia ridotta a un problema.



giovedì 27 agosto 2026

Parliamo di pensioni

Stavo chiacchierando oggi con un cliente, a riguardo di uno degli spauracchi del moderno modello produttivo, ovvero il sistema pensionistico. Il mio amico (sì, non c'è niente di male a diventare amici con i clienti, a patto che non chiedano sconti), dovevo aspettarmelo, non ha perso tempo a tirare fuori la solita solfa sull'aumento dell'aspettativa di vita e bla bla bla.

Ammetto che mi ha fatto un po' specie constatare di come certe vere e proprie "credenze" abbiano fatto presa, anche in persone che in qualche modo dovrebbero avere le mani in pasta. Ma tant'è. Chiariamoci, io non ho ambizione di profeta, dunque, con questo scrittino non ho intenzione di convincere nessuno. Perché lo riconosco fin da subito: oggigiorno solo uno con la vocazione da Messia (o da martire) potrebbe mettersi a parlare di questi argomenti con la seria speranza di convincere qualcuno che tutta la narrativa sulle pensioni, sia un discorso fallato già in partenza. Almeno di non trovare qualcuno già sciroccato di suo, come ad esempio qualche comunista o altra gente del genere.

Il fatto è che, da ogni parte, c'è una vera e propria campagna a tappeto che continua a martellare sull'assioma che si vive sempre più a lungo, perciò bisogna rivedere la previdenza sociale e cose così. In forza di ciò, i governi, se un po' accorti, su questo argomento possono fare facilmente carne di porco con la buona speranza di suscitare tra la gente null'altro che qualche mugugno.

Per esempio, se non ho capito male, il nuovo sistema di conteggio pensionistico, senza le correzioni introdotte da provvedimenti come "quota 100", adesso calcolerebbe un aumento dell'aspettativa di vita media di tre mesi ogni anno. A sentire questi "esperti", tutti economisti, non medici, chiariamolo: "oggi tutti noi viviamo un decennio in più, ma con le energie di chi ha vissuto un decennio di meno", Prodi docet.

La verità è che l'aumento dell'aspettativa di vita è un vecchio spauracchio dei pensatori di stampo liberista e maltusiano per demolire il sistema pensionistico. Tanto per fare un esempio, già Einaudi ai suoi tempi prevedeva a breve il fallimento dell'INPS a causa di tutti quei Matusalemme che allora reclamavano la pensione. Sono passati più di settant'anni dai suoi tempi e, a parte qualche film di genere, non vedo tra di noi tutti questi immortali.

Il fatto è che questa gente ha gioco facile a improvvisarsi profeta; d'altronde chi, anche a costo di qualche sacrificio, non vorrebbe sentirsi rassicurare: "tu camperai a lungo". Purtroppo la realtà è un'altra; intanto a un aumento di aspettativa di vita non corrisponde un aumento della capacità di sostenere una vita economicamente lunga: un muratore, per dire, potrebbe vivere fino a duecento anni, ma questo non sottintende minimamente che possa essere capace di tirar di cazzuola fino a centosessant'anni o giù di lì. Ma il nocciolo vero è che con le nostre attuali conoscenze tecnico-scientifiche, a meno di non voler chiudersi sotto una campana di vetro, lasciando questo mondo con ancora su il cellophane, il picco, per quanto riguarda l'aspettativa di vita, è già stato raggiunto. Mettetevelo bene in testa: tutto quello che potete guadagnarvi di extra è solo affare vostro, a costo però di rinunce e con la speranza di aver avuto una discreta dose di fortuna genetica.

Allora, ipotizzando che sia rimasto qualcuno che non sia scappato scandalizzato dal fatto che sostengo il concetto che continuando a vivere ci si stia avvicinando alla morte e non si stiano invece guadagnando anni di vita, chiediamoci perché il sistema pensionistico sta diventando insostenibile? Cioè, se la durata media della vita è un dato grosso modo prevedibile, perché tutti si stracciano le vesti, manco questo fosse un cavallo imbizzarrito che non si può proprio sapere dove andrà a scalciare?

La risposta è semplice: non è l'aumento di aspettativa di vita media ad essere diventato un parametro fuori controllo, ma il sistema economico in sé, che si è sempre più strutturato in modo da non poter sostenere a lungo i soggetti improduttivi.

Faccio solo un esempio fra i tanti possibili, giusto per fare capire cosa intendo: se ricordate, almeno chi c'era, una volta le merci costavano più care, vero, però quel sovraprezzo garantiva una durata assai maggiore delle stesse. Solo per esempio, io sono un amatore della tecnologia anni 80 e possiedo impianti hi-fi e altri apparati dell'epoca che funzionano ancora benissimo con una manutenzione minima.

Una durabilità, quella di allora, perfettamente in grado di sostenere la vita e soprattutto il reddito di un pensionato, che, a meno di casi eccezionali, non può certo permettersi la sostituzione di televisione, frigorifero, lavatrice, stereo, eccetera ogni cinque o sei anni.

Prima le cose costavano di più ma duravano tanto, adesso costano meno, anche di molto, ma si rompono subito, oppure hanno bisogno di una manutenzione continua. Un sistema, questo, che può andare benissimo per un utente produttivo, ma assolutamente penalizzante per tutti gli individui che si ritrovano fuori dal giro.

Ed ecco spiegato allora uno dei motivi per cui oggi dentro quel giro cercano di tenervici il più a lungo possibile. Non l'unico, certo, ma secondo me uno dei più emblematici per spiegare in maniera semplice il cambio di paradigma.

Quindi i problemi di cui soffre il sistema pensionistico, sono tutte "fregnacce"?

No, certo che no, i problemi sono reali e urgenti, a partire dalla crisi demografica che stiamo vivendo(comunque mitigata dall'aumento di produttività). Poi, a ogni modo ormai siamo dentro questo stato di cose e, finché vi restiamo, una pezza bisogna pur metterla. Quello che è importante capire però, è che la prospettiva con cui si guardano le cose, non solo fa sorgere nuovi problemi, come abbiamo visto, ma determina la scelta delle soluzioni ai problemi stessi. E come ho cercato di fare capire, il punto di vista che oggi ci viene offerto, non è affatto neutro. Quando ci viene detto, per esempio, che per rendere il sistema più solido bisogna alzare l'età pensionabile, e affidarsi, almeno in parte al sistema pensionistico privato. Non ci stanno offrendo delle semplici soluzioni da ragioneria, perché quelle soluzioni comportano, che gli individui siano costretti a restare nel processo produttivo per più tempo, e che il sistema pensionistico venga ancora di più integrato dentro l'attuale modello economico e le sue logiche finanziarie. E queste sono scelte anche politiche, scelte su cui, per carità, si può anche discutere. A patto però che vengano presentate per ciò che realmente sono e non come fossero un destino.


sabato 22 agosto 2026

Aggressione

Ricordo che quando ero ragazzo, quindici, sedici anni al massimo. Un pomeriggio qualunque, me ne uscii di casa vestendomi tutto agghindato: pantaloni neri, una polo dello stesso colore, cintura alla moda e una giacca verde marcio, le scarpe non ricordo. Probabilmente l'effetto che ispirava un abbigliamento del genere su un ragazzino della mia età era, in verità, ridicolo. Ma allora, in piena crisi ormonale, le si provava tutte per farsi notare dalle ragazze, anche se gli effetti non erano quelli sperati...

Ricordo che quel giorno in paese c'era un vagabondo. Quel pezzo di merda, vedendomi vestito così tutto tirato, cominciò ad insultarmi, scambiandomi probabilmente per il figlio fighetto di chissà quale borghese. Rotto dove non batte il sole, mio padre faceva il muratore! Datemi pure del codardo, ma mi spaventai, non solo di dover venire alle mani con sto tizio: a sedici anni qualche scazzottata magari uno l'aveva già fatta, ma all'epoca non c'erano tanti vagabondi rissosi in giro per le strade. Ma soprattutto, ciò che mi fece paura era il dover fare i conti con me stesso: era il periodo in cui mi avvicinai al comunismo, e dentro di me facevo una fatica boia ad ammettere che una persona emarginata potesse essere anche uno stronzo di merda.

Sì, perché adesso possiamo dirlo tranquillamente, il tizio in questione era un pezzo di merda; intanto perché tu, adulto, non te la prendi con uno sbarbato. Secondariamente, perché, disparità di esperienze o meno, se hai quel minimo di dignità, quel poco che basta a differenziarti da un animale, non cerchi di metter sotto uno che neanche conosci perché la fantasia ti ha detto di fare così.

Mi capitasse oggi una scena simile, se il senso di compatimento non dovesse prevalere, probabilmente sistemerei la faccenda con una chiave inglese. Però per il giovane socialista di allora fu una bella batosta, il fatto è che le ideologie, spesso, più che delle lenti per interpretare il mondo, sono dei veri e propri paraocchi, che non dividono solo la realtà in bianco e nero, ma spesso decidono cosa dobbiamo vedere e cosa no. Parlando di esseri umani, sono come delle coperte, sotto cui nascondiamo, facendone un unico mucchio, le persone in carne ed ossa.

Sì, perché il problema di allora non era il tizio in quanto tale, ma il fatto che con la sua pagliacciata aveva messo in discussione tutta la mia scala di valori adolescenziali.

Ero giovane, naturalmente ho resistito e diventai comunista lo stesso. Anzi, siccome un po' stronzo lo ero di già, catalogai quell'episodio tra le cose che mi facevano approvare il perché il compagno Stalin dovette operare certe volte in determinate maniere: servivano appunto per sistemare gente di quel genere.

Illusa gioventù! Dovevo ancora maturare, dovevo convertirmi, per capire che le persone hanno dignità singolarmente, proprio in quanto esseri umani, non per la classe o altro a cui appartengono. Ero lontano dal capire che i pezzi di merda si trovano in eguali proporzioni in ogni strato sociale. Ma soprattutto dovevo capire che se uno ti guarda storto, affossando la tua autostima, magari puoi tirargli un pugno in faccia, ma non puoi certo pretendere che finisca in un gulag! Sarà poco, ma personalmente, mi pare già un bel progresso.

PS 

Quella giacca non l'ho più messa. Era pacchiana.

PPS 

Sì, ricordo tutto, sono un tipo astioso.

lunedì 17 agosto 2026

Il falò delle vanità

Avviso: il testo contiene possibili spoiler, se siete nati dopo il duemila e continuate a leggere, poi non venite a rompermi il cazzo che vi ho rovinato la trama. Che poi se uno legge solo per quello, era meglio continuare con Paperino.



Ripresolo in mano per una citazione che mi serviva per un mio scrittino, alla fine ho riletto per intero il falò delle vanità di Tom Wolfe. Un libro che, come il buon vino, migliora col tempo, e che perciò, a distanza di quasi quarant'anni da quando fu scritto, possiamo ormai definire un classico a tutti gli effetti. Non solo perché la satira di Wolfe ci regala uno dei ritratti più lucidi e veritieri di quel mondo e di quegli anni, ma anche e soprattutto perché, pur con tutto il suo humour, è riuscito a intuire dove quella visione del mondo ci avrebbe condotto nei decenni successivi. 


Qualcuno ha detto che i classici sono quei libri che, nonostante il passare del tempo, hanno sempre qualcosa da insegnare, e l'opera di Wolfe di cose da insegnare ne ha parecchie, per esempio, a un primo livello di lettura, ci mostra sul nascere molti tic dell'attuale società, il politicamente corretto, la questione razziale, certe rivendicazioni progressiste eccetera. Mostra tali fenomeni, quando non erano ancora diventati una nevrosi collettiva, e perciò prendendoli sul serio quanto basta, ovvero ridicolarizandone le degenerazioni.
Memorabile, in tal senso, è verso la conclusione del libro lo sfogo del portavoce del reverendo Bacon, dove l'accusa di razzismo viene usata come clava dialettica di delegittimazione:  "Buck Jones, portavoce della Solidarietà per tutta la gente del reverendo signor Bacon, ha liquidato l'accusa dell'avvocato Killian come "il solito linguaggio razzista senza senso di un lacchè di un ben noto capitalista razzista" che cerca di "evitare di pagare quel che deve per la distruzione razzista di un ottimo giovane".  Pare di ascoltare certi discorsi nonsense in cui è degenerato il movimento Black Lives Matter, o per restare a casa nostra, una certa sinistra, se solo sostituissimo la parola "razzista" con "fascista".


Non potendo riportare tutto il libro, in questo breve testo, sia per gusto personale, sia per rendere omaggio al fatto che Wolfe, si dice, sia l'inventore del termine radical-chic, ho preferito portare ad esempio quel mondo. Non mancano però passi succosi che smascherano e ridicolizzano anche tutte le altre classi e fazioni della nostra società, a cominciare da quella agiata del protagonista, ma non risparmiando nemmeno l'ambiente dell'autore, ovvero il giornalismo. 



Però, detto questo, se dovessi spiegare la vera anima del libro, il filo conduttore profondo di tutta la vicenda, io personalmente la definirei con tre parole: 



La prima parola è codici. Sì, perché il libro di Wolfe è soprattutto una perfetta parabola che spiega quanto siano importanti i codici. Viviamo in un mondo dove puoi anche essere un signore dell'universo a Wall Street, ma se ti ritrovi di notte nel Bronx e non conosci i codici, il linguaggio di quell'ambiente, finirai divorato. Perché se mentre stai risalendo una rampa autostradale, all'improvviso ti si presenta un ostacolo e quando scendi per rimuoverlo, vedi due tizi avvicinarsi,  non sai, non riesci a capire se quei due ti si stanno avvicinando per darti una mano oppure rapinarti. 

Perciò non importa più se la prossima azione che farai è quella giusta oppure sbagliata, perché sei entrato in un mondo dove si parla una lingua che non conosci: allora chi sei e tutto ciò che fai diventano irrilevanti. 

È un libro che mostra come la  conoscenza dei codici, l'abbiamo visto, sia fondamentale per leggere una situazione. ma ci spiega anche come quegli stessi codici servano a esibire uno status, a dichiarare un'appartenenza, e come tutto ciò sia sufficiente, per salvare o condannare, la vita di un uomo. 



La seconda parola per spiegare il libro è potere. si parla di potere, di come ci si illuda che esso derivi solo da sé stessi, dalla propria forza. Questo è un libro che parla di gente che non si rende conto di come il potere in realtà è sempre un fenomeno sociale, fatto di relazioni. Da ciò deriva che, più potere si possiede, più ci saranno altri che cercheranno in qualche modo di sfruttarlo per accrescere il proprio. Gli antichi dicevano che il potere è sempre sotto assedio. Sherman evidentemente non conosceva questo detto, perciò non si rese conto che ciò che gli era successo realmente quella notte nel Bronx non contava poi molto. Quello che davvero importava agli altri protagonisti della vicenda era il suo status, da sfruttare per accrescere il proprio.


Infine, l'ultima parola è controllo. Questa è forse la parola più importante. Perché quello che abbiamo in mano è soprattutto un libro che parla di controllo, o meglio dell'illusione di poter controllare il nostro mondo. Sherman McCoy si illude di poter controllare la sua vita, il suo destino, di essere "un signore dell'universo". Fallow si illude di poter controllare la rappresentazione pubblica della realtà; Kramer la giustizia, Weiss la politica, Bacon la sua comunità e così via. In realtà tutti sono incastrati in un meccanismo più grande e complesso, che altro non è se non la società stessa. Un mondo che, visto nel suo insieme, li rivela per ciò che realmente sono: piccoli personaggi che contribuiscono ad alimentare quel meccanismo con il proprio ego.



C'è in ultimo da dire che questo è un libro dannatamente divertente, e ciò, se permettete, già di per sé lo rende meritevole di esser letto.


domenica 16 agosto 2026

Progresso

L'ascidia è un simpatico animaletto marino con una caratteristica davvero interessante: alla nascita è fornito di un rudimentale sistema nervoso che gli serve per spostarsi e trovare un luogo dove stabilirsi. Però, progredendo nello sviluppo e raggiungendo lo stadio adulto, una volta fatto tutto ciò, prende il suo bel sistema nervoso e lo elimina, per così dire, lo "digerisce" in larga parte, perché non gli serve più. 



Sono emigrato dal mio paese d'origine ormai più di trent'anni fa. Ai tempi il mio paesino era una cittadina dalle dimensioni medie, grossomodo diecimila abitanti. Ricordo che quando ancora vi abitavo, il paese era fornito di tutto, cartolerie, ferramenta, supermercati, fruttivendoli, negozi di ogni tipo, persino alcuni di giocattoli. 

Questa vivacità commerciale, che nel nostro caso specifico si presentava forse in una forma particolarmente ricca, per l’epoca era comunque abbastanza comune in tutti i posti simili al nostro. Produceva un effetto collaterale tutt'altro che banale, perché rendeva la cittadina molto viva e socialmente attiva. C'era gente che andava a fare la spesa, altra che semplicemente usciva per guardare le novità alle vetrine, altra ancora veniva dai paesi limitrofi per sbrigare commissioni e così via. Il fatto è che tutta questa gente non sbrigava solamente il proprio daffare e poi via, ma sfruttava l'occasione soprattutto per incontrarsi, chiacchierare, organizzare cose e cose del genere, rendendo, appunto, ricca la vita sociale del borgo. 


Come dicevo, sono più di trent'anni ormai che manco e, ogni volta che mi capita di ritornare, mi rendo conto di come siano pian piano scomparse molte di quelle attività che permettevano l'esistenza di quella rete di relazioni sociali di cui spiegavo prima. Di fatto, a ogni mio ritorno, girando per il paese nei giorni normali, mi sono reso conto che quel brulicare di umanità che ricordavo si andava sempre più assottigliando, fino a diventare impercettibile per me, che sono "forestiero", e tanti negozi sono ormai chiusi. 

Fino a non molto tempo fa, ho sempre attribuito la colpa principale di tutto ciò al fatto di trovarci nel Meridione, lo spopolamento del Sud e cose del genere. Può darsi che in larga misura sia effettivamente così. Ma alcune dinamiche attive nella città in cui risiedo mi avevano già persuaso che in ogni caso, il male fosse più profondo. Oggi ho realizzato definitivamente che in effetti non era solo quello il problema. 


Stamattina presto, per questioni che non starò a dire, ho accompagnato mia moglie a prendere il treno alla stazione di Fidenza. Essendo molto presto e non avendo per la giornata granché da fare, ho pensato di approfittarne e fare, una volta partita la moglie, un giro per il borgo dove ho passato molti pomeriggi e tante domeniche della mia adolescenza. 

Adesso, dovete sapere che abitando io a Cremona, non mi capitano molte occasioni di andare a bighellonare a Fidenza, perciò, se non erano vent'anni, saranno stati almeno una quindicina d'anni che non facevo un giretto con calma per il centro della città.

Capiamoci, non è che in tutto questo tempo non ci avessi più messo piede,  però, sì, prendi una volta il treno alla stazione e ti accorgi che hanno rifatto tutta la piazza circostante e sono sorti dei modernissimi palazzi e tutto appare più bello e moderno. Sì, un'altra volta vai all'ospedale nuovo e vedi come è più comodo e bello rispetto al vecchio (per chi ha la macchina). Ancora, sì, un'ennesima volta  vai all'outlet e ti accorgi di tutto quello che gli hanno costruito attorno, così pensi che ormai il vecchio Borgo San Donnino sia sempre più una cittadina con tutti i crismi. Però, appunto, un giro vero e proprio per il centro della città erano minimo quindici anni che non lo facevo. 

L'ho fatto oggi e mi è morto il cuore. Quasi tutti i negozi "storici" sono spariti, quelli che ne hanno preso il posto mi sono parsi scialbi, sicuramente meno curati, meno da "centro". Comunque anche questi non erano molti, dove i locali non erano vuoti, una sovrabbondanza di negozi etnici (ma quanti kebab mangia la gente?), self-service e negozietti che riparano cellulari.

Capiamoci, non è che abbia qualcosa in particolare contro queste attività: il problema sarebbe esattamente lo stesso se al posto dei dieci kebab ci fossero dieci negozi di würstel bavaresi. Ma, a parte descrivere un dato di fatto, queste attività mi paiono semplicemente il segno più evidente del cambiamento. Quando al posto di decine di attività diverse, ciascuna con la propria clientela e la propria funzione, trovi sempre più spesso le stesse tipologie di negozio, le stesse che trovi in mille altri centri, il luogo perde inevitabilmente parte della propria identità.
 

Ho passato l'adolescenza a Busseto, che era ed è un gran bel paesone, ma per noi ragazzini dell'epoca, sul finire delle medie, Fidenza era un'altra cosa, quasi una città, un posto dove per quelli della nostra età si poteva trovare tutto ciò che poteva interessarci, musica, fumetti, videogame e un bel corso dove provare qualche approccio maldestro con le ragazze, lontano da occhi indiscreti di amici e conoscenti vari. Oggi mi sono reso conto che quella Fidenza non c'è più. E no, non è questione di nostalgia, non sto parlando di quello. Quello è un fenomeno normale e non starei qui a scriverne, ho provato a spiegarlo con l'esempio del mio paese: è lo scadimento della qualità della vita in quel luogo, quello di cui sto parlando; l'impoverimento del tessuto sociale.

E no, non vale che oggi era l'indomani di ferragosto, non so come spiegarlo, ma uno lo percepisce a pelle se qualcosa è legato al contesto o invece è qualcosa di più sistemico. Si nota l'abbandono, capisci se un luogo è meno frequentato di quando ci andavi tu, specie se appunto non lo vivi tutti i giorni. 

Ecco, qualcuno adesso dirà che è colpa dei centri commerciali, qualcun altro del commercio online, altri ancora faranno la colpa alle amministrazioni, che per eccesso di buonismo, hanno rinunciato a una politica di selezione e valorizzazione delle attività commerciali del centro, finendo così per consentire l’apertura di esercizi senza una vera valutazione della loro utilità per il tessuto commerciale e della loro capacità di contribuire alla vita del paese. 

Altri ancora diranno che questo è semplicemente il progresso e perciò bisogna adattarvisi, perché è così che vanno le cose. Ecco, io mi rivolgo proprio a questi. Ricordatevi dell'ascidia. Non tutto quello che è progresso è positivo per esseri pensanti. 


lunedì 3 agosto 2026

Gita a Pavia



 

Oggi ritorno a Pavia e, visto che gli impegni erano pochi, con mia figlia ne abbiamo approfittato per completare il tour della città interrotto a gennaio.

Se la volta scorsa, anche perché fuori programma, abbiamo preferito limitarci a fare un giro per il centro storico senza tappe specifiche, questa volta, evitando volutamente di soffermarci su quella che considero una ferita ancora sanguinante della città, il vuoto lasciato dalla torre civica, a mio avviso ricostruibilissima, in piazza del Duomo, ci siamo concentrati su due dei luoghi tra i più significativi dell'ex capitale longobarda, almeno secondo me: San Pietro in Ciel d'Oro e San Michele Maggiore.

Di San Michele, che dire?  Per me personalmente, l'arte, quantomeno in ambito religioso, poteva benissimo fermarsi col romanico e il gotico che ne sarei stato ben contento. Quelle mura massicce e austere che, nel gotico, grazie all'introduzione dell'arco a sesto acuto si fanno leggere, il chiaroscuro, l'uso sapiente della pietra. Lo ripeto: questi stili sono la quintessenza dell'architettura, e San Michele Maggiore è la quintessenza del romanico lombardo.

San Pietro in Ciel d'Oro invece, oltre ad essere uno straordinario edificio già di per sé, è il luogo che custodisce le spoglie mortali di Sant'Agostino, un gran santo, nonché uno dei miei idoli intellettuali. Un gigante senza tempo.

Ed è proprio mentre spiegavo queste cose a mia figlia che mi sono accorto di come il pensiero, in apparenza così etereo, se ben fondato è più durevole della pietra stessa: l'attuale San Michele risale circa al millecento, ovvero Nove secoli fa, e anche se ancora bellissima anzi forse lo è diventata di più, i suoi anni si notano tutti, a cominciare dalla facciata con i suoi bassorilievi tornati allo stato di abbozzi. È il tempo capriccioso che sulla pelle dell'uomo si impegna nello scolpire e nell'intagliare quasi fossimo pietra, mentre con quest'ultima si diverte a levigare, lisciare e arrotondare, cancellando così i segni lasciati dalla mano dell'uomo, quasi volesse restituirle una nuova giovinezza.

Il pensiero di Sant'Agostino invece no, benché con molta probabilità le pietre consumate che oggi costituiscono la basilica ai suoi tempi fossero ancora attaccate alla roccia madre, le sue parole restano ancora fresche e vive, taglienti e profonde come la prima volta che furono pronunciate. Fatte salve le conoscenze scientifiche e materiali, davvero pochissimo altro di ciò che ha scritto nelle sue lettere o nelle confessioni può considerarsi superato. Agostino è passato indenne al crollo del suo mondo e, con ogni probabilità, sopravviverà anche al nostro così che quando dei nostri bei monumenti non resteranno che ruderi, il suo pensiero si continuerà ancora a studiare con lo stesso immutato interesse.






mercoledì 29 luglio 2026

No, no e ancora no; un Paese in guerra col futuro

Nel mio comune d'origine, durante la pandemia di COVID-19 il sindaco ha emesso un'ordinanza per bloccare l'installazione delle antenne 5G. Sì, proprio così, avete letto benissimo, l'allora primo cittadino ha dato credito alle frange più estreme e rozze del complottismo.

vabbè! Pensai allora:  siamo in Sicilia, una spiegazione del perché la mia terra sta scivolando nel terzo mondo doveva pur esserci. A essere onesti, per migliorare la mia autostima di siciliano, subito dopo pensai che l'allora sindaco non poteva davvero essere così capra da credere veramente in queste cose, probabilmente ha scelto questa castrazione tecnologica per motivi di bieca politica.


Nel piccolo comune dove abito adesso, qui in Lombardia, una multinazionale ha espresso interesse per comprare nelle campagne circostanti l'area di un insediamento produttivo ormai dismesso, per trasformarlo, ampliandolo, in un immenso data center. Leggo oggi che il comune ha espresso parere sfavorevole. Con le scuole intercomunali costruite "a soli" un paio di km di distanza è un progetto troppo rischioso, per non parlare del consumo di tutto quel suolo, adesso ecologicamente impiegato nella produzione intensiva di grano turco.

Cos'altro posso dire: siamo un paese in guerra senza quartiere col futuro, convinto di tirare avanti mettendola nel culo al prossimo. Adesso, potrei fare un discorso sulla competenza, di come, oggigiorno, anche per gestire un paesino nel culo del mondo servono delle nozioni minime. Ma in realtà non è davvero questo il male, la competenza chi la vuole se la crea, non si chiede che siano i burocrati a progettare queste strutture, basta che siano in grado di valutarne il rapporto costi/benefici (ritorni elettorali esclusi).

Il fatto vero è che la nostra nazione odia il futuro, che questo sia rappresentato dalle nuove generazioni, ed infatti siamo il paese con le percentuali di natalità tra le più basse al mondo, o dalle tecnologie, poco cambia. La riprova: sempre nel paese dove vivo adesso, qualche decina di anni fa, una precedente amministrazione ha consentito un impianto di trattamento liquami senza problemi. Ok, si parla di un'altra amministrazione, di altro colore politico per giunta, ma cristo di Dio, siamo mille e trecento anime, l'umore generale è quello. La merda sì, i dati no.


Non voglio fare l'idiota entusiasta, né atteggiarmi a quello che la sa più lunga, so benissimo che dietro quei no ci sono anche delle problematicità reali, l'inquinamento elettromagnetico, il consumo di suolo, l'energia, eccetera. Però, il fatto è che il lavoro fa schifo, le industrie inquinano, deprimono e tutto quel mondo sporca. Non Stiamo parlando di costruire giardini o aree protette e perciò, sarebbe bello che queste cose venissero costruite distanti da noi. 


Ma come dicevano i latini: “Navigare necesse est, vivere non est necesse.”  noi siamo diventati il paese dei no:
No al nucleare,
No agli inceneritori,
No alle pale eoliche,
No all'alta velocità,
No alle acciaierie,
E adesso, no ai data center. E questo circolo vizioso non è un problema di classe dirigente, i due no ai referendum sul nucleare, e i vari comitati no-qualcosa, dimostrano chiaramente che il popolo in questa lotta contro la modernità è perfettamente allineato a chi lo rappresenta.



Nel mentre ci si lamenta che le condizioni di vita peggiorano, gli stipendi non aumentano, tutto si fa più duro. Ma per cosa pretendete che vi paghino? Per le vostre brutte facce? 

Un paese di santi, di poeti, di navigatori, di notai, commercialisti e sindaci, ai quali, forse troppo sazi, importa poco di tenere il passo,  pretendendo o illudendosi che a pagare loro le pensioni e a mantenerli nell'attuale stile di vita, saranno gli immigrati clandestini pagati tre euro l'ora per raccogliere pomodori.

domenica 19 luglio 2026

Gioielliere di Cuneo III post finale

Dopo i due precedenti post su Roggero, alcuni figuri, mi hanno scritto privatamente accusandomi che, prendendo le difese del gioielliere, "picchiatore di ex fidanzati delle figlie", ho mancato di pietà cristiana. Perciò ci tenevano a farmi sapere che non volevano più avere niente a che fare con un tipo come me. Mandare tal genere di messaggi all'altra gente, può capitare quando uno è soltanto un povero fesso, ma possiede un ego buono a gonfiare un dirigibile intero.

Allora, precisato che questo è uno spazio personale, quindi ciò che ci metto sopra è solo affar mio, e non implica minimamente che chi lo legga deve sempre essere d'accordo, che anzi, personalmente trovo stimolante leggere ciò che scrive chi la pensa diversamente, a patto che scriva di testa e non di pancia. Proviamo a rispondere. 


No, cari fessi, non ci siamo proprio; il cristiano è mite, non vigliacco: se un malintenzionato mi si avvicina con un coltello ed io ho con me una pistola, o comunque la possibilità di sopraffarlo, gli porgo il portafoglio per pietà, non per codardia.

Se invece il malintenzionato minaccia un mio caro, allora, col cazzo che gli porgo l'altra guancia, anzi lo metto in condizioni di non nuocere come meglio posso, e se ciò, in una persona non avvezza a tali situazioni, significa abbandonarsi all'istinto, come nel caso di Roggero, problemi di chi ha causato tale situazione: «Non est in potestate aggressoris moderari vim repulsam». A proposito, lo sapete che furono i fascisti in Italia a definire in maniera così rigida il concetto di proporzionalità nella legittima difesa (articolo 52 del codice penale Rocco)? Tornando ai cristiani, lo stesso Gesù reagì con durezza, nel constatare come fosse ridotto il tempio del Padre, non andò a lamentarsi con le autorità.

Ma tali persone, oltre a essere fessi, sono in aggiunta vigliacchi: infatti accusano il Roggero per una vecchia storia, dove, come ho riportato nel precedente post, avrebbe minacciato l'ex fidanzato della figlia e per questo avrebbe rimediato una condanna a due mesi di carcere. Insomma secondo loro quell'episodio dimostrerebbe che Roggero fosse un violento per natura. Si scopre oggi che il gentiluomo vittima di minaccia avrebbe malmenato la fidanzata, procurandole, sostengono alcune fonti, la rottura del timpano, per poi abbandonarla sul ciglio della strada.

Cioè, continuate a parlare di maschi tossici, e nel momento in cui un padre impartisce una sonora lezione a uno di questi elementi, voi ne prendete le difese?

Qual è il modello di padre che avete in mente, quello che dopo che un vigliaccone gli ha ammazzato la figlia, pretenderebbe che fossi io, solo perché maschio, anche se magari non ho mai fatto male a una mosca, a sentirmi in colpa, a chiedere scusa all'anima della ragazza. Ma andate a far ridere i polli. Vi è mai passato in mente l'ipotesi che la figlia del Ruggero sia uscita da quella relazione, senza altre conseguenze se non quelle di quella notte, proprio perché il padre è andato a dire il fatto suo all'ex fidanzato della ragazza?

Cosa mi dite? Che spetta sempre allo Stato far giustizia, che altrimenti sarebbe il far west? Davvero?

Mi dispiace per voi, ma con questa affermazione, non state proclamando chissà quale vetta del diritto, state soltanto dimostrando che oltre a essere malevoli e vigliacchi, siete anche delle neotenie, incapaci, quando le situazioni lo richiedono, di assumersi la minima responsabilità di quello che dicono. Gente che non ha gli attributi nemmeno per difendere la propria famiglia, e si nasconde dietro le sottane dello Stato



Lasciatevi spiegare una cosa: il diritto giuridico si sovrappone al diritto naturale, dal quale trae origine. Nel diritto naturale, l'uomo (e la donna naturalmente) è il solo padrone di sé stesso. Se questo si piega al diritto giuridico, rinunciando alle sue prerogative e riconoscendo che lo Stato è il solo autorizzato a fare uso della forza, lo fa nella convinzione che lo Stato la userà per proteggere chi gli ha conferito tale delega. Se lo Stato, specie in situazioni di emergenza, si dimostra sistematicamente incapace di esercitare tale potere per tutelarlo, allora il cittadino ha tutto il diritto di tornare alla legge di natura e proteggersi da solo.

È proprio qui, dove sostengo che Ruggero ha sbagliato. Dopo essere rientrato nella legge di natura, ha voluto subito tornare nel diritto giuridico, sperando che lo Stato, colto in fallo, riconoscesse che il gioielliere fosse tornato al diritto di natura, non per contrapporsi allo Stato, ma proprio a causa della sua assenza. Ho già spiegato perché secondo il mio punto di vista ciò era impossibile, perciò invece di perdere tutto dietro ai processi, avrebbe fatto meglio a mettersi al sicuro, in un paese più civile.

venerdì 17 luglio 2026

Gioielliere di Cuneo parte II

Non gli era però sfuggita la differenza strabiliante fra il comportamento dei detenuti membri del Partito e quello degli altri. I primi erano tutti, senza eccezione, silenziosi e terrorizzati, mentre i delinquenti comuni parevano ostentare la più totale indifferenza. Insultavano a gran voce le guardie, si dibattevano ferocemente quando gli sequestravano gli oggetti personali, scrivevano parole oscene sui muri, mangiavano di contrabbando cibo che tiravano fuori da misteriosi nascondigli nei vestiti, e arrivavano perfino a zittire con le loro urla il teleschermo quando tentava di impartire ordini. Altri, invece, sembravano andare d’accordo con le guardie, si rivolgevano a loro con soprannomi, le blandivano per farsi passare qualche sigaretta attraverso lo spioncino della porta. Dal canto loro le guardie, perfino quando erano costrette a usare modi bruschi, trattavano i criminali comuni con una certa tolleranza...
                                             G. Orwell 1984




Mi pare che il mio post di ieri su Roggero non sia stato compreso appieno, ed è stato letto dai più come una difesa ad oltranza del gioielliere pistolero.

Ma io in realtà non ho mai detto che Roggero fosse da assolvere, anzi ho ben specificato che è colpevole sia da un punto di vista morale, sia tecnico. Per tali motivi, anche secondo me era giusto infliggergli una qualche sorta di pena.

Quello che mi interessava in realtà era tentare di far capire come in questo caso vi fossero ottimi motivi per condannarlo a una pena meno drastica, perché quando a un uomo di quella età gli butti sulle spalle quattordici anni di carcere e il risarcimento di tre milioni di euro, non hai soltanto condannato lui definitivamente, ma hai rovinato un'intera famiglia. 

Allora c'è da chiedersi perché, una giustizia spesso accusata di essere troppo tenera con i malfattori, questa volta ha voluto essere inflessibile. La risposta che mi sono dato ed ho tentato di esporre è che il potere costituito può permettere tutto, tranne che il cittadino, specie di classe media abbandoni il suo stato di rassegnazione e provi a ribellarsi. Chi ci prova, se innocente verrà comunque perseguito fino all'ultimo grado di giudizio. Se colpevole, sarà punito con una pena esemplare.

Sono puttanate le affermazioni di chi sostiene che la pena edittale per un solo omicidio volontario in Italia è 21 anni di reclusione, e il Roggero ne avrebbe ammazzati addirittura tre. Lo ripeto l'uomo ha 71 anni, sarebbero bastati anche meno anni di carcere per condannarlo a vita, e con tre milioni di euro di risarcimento, sommando anche le spese sostenute in questi anni per i processi, la famiglia e bella e rovinata. Chi dice che volendo si poteva essere più severi, sta praticamente affermando che si poteva infierire sui cadaveri.

Ciò mi porta a credere che, evidentemente, l'obiettivo principale della classe dirigente di questo paese è quello di preservare lo status quo: un balordo o un criminale, nel compiere i propri misfatti si autoesclude dalla società, un gioielliere che stanco dell'ennesima rapina decide di farsi giustizia da solo no. Per questo con i primi si può essere anche lassisti mentre con il secondo assolutamente no. Con i dovuti distinguo, stiamo assistendo alla stessa logica del perché a una famiglia problematica, che fa vivere i figli in situazioni di degrado, nessuno dice niente, mentre a una famigliola che decide di vivere in mezzo al bosco, gli sono stati portati via.

Questa vicenda come ho già scritto, serve a istruire la gente che alla fine a sopportare in silenzio, a farsi i fatti propri, ci si perde di meno. E non serve a nulla la rabbia che sta montando in queste ore, stanno già procedendo a incanalarla, ci stanno pensando Salvini e Vannacci.  Allo stesso modo in cui il movimento cinque stelle, ai tempi incanalò la rabbia e lo scontento per la crisi economica e il governo Monti. 

Mi dispiace per gli amici del movimento, il quale magari inizialmente sarà nato davvero come partito antisistema, ma dopo che in una sola legislatura per governare si è seduto assieme a tutti i partiti dell'arco costituzionale, se pensate veramente che lo sia rimasto, dovreste forse farvi qualche domanda.


Ma in fin dei conti come concludevo anche nel precedente post, è giusto così, lo penso ancora di più oggi, dopo aver visto le reazioni dei colpevolisti: appena l'apparato ha tirato fuori una vecchia storia di Roggero, dove questo non si capisce bene se malmena o minaccia con un'arma, non si capisce ancora, se l'allora fidanzato o l'ex fidanzato della figlia. È partito un coro di ossessi che riportando tale storia già diagnosticano pregresse tare criminali al gioielliere. Ricordiamolo: stiamo parlando di gente che per lo più vorrebbero far passare l'idea che ogni uomo etero è un potenziale femminicida o, minimo uno stalker. Ma in questo caso no! Il fidanzato o l'ex fidanzato, ripeto le fonti sono confuse, non si capisce niente, minacciato da Roggero era sicuramente un bravo ragazzo. 

Allora cosa volete che vi dica: siamo in democrazia, se questo sistema continua a esistere, è perché evidentemente gode di un consenso molto più ampio di quanto molti siano disposti ad ammettere. Roggero è stato un imbecille dopo aver fatto quello che ha fatto ad affidarsi alla giustizia italiana; la sua linea difensiva faceva acqua da tutte le parti, ma anche se si fosse semplicemente appellato alla clemenza della corte, il suo destino era comunque segnato. 

giovedì 16 luglio 2026

Gioielliere di Cuneo

Così, alla fine, la vicenda del settantunenne gioielliere cuneese si è conclusa nel modo più prevedibile possibile, ovvero con la sua condanna al carcere e il conseguente risarcimento milionario ai parenti delle "vittime". Tecnicamente nulla di sbagliato, per carità. Non si può negare che ha rincorso e ammazzato due persone mentre scappavano, mica robetta.


Vedete, per un periodo ho avuto la passione per gli orologi vintage, non roba costosa, magari! Solo orologi vecchi, quelli da mercatino delle pulci per capirci. Ciò mi ha fatto entrare in confidenza con una coppia di anziani gioiellieri-orologiai, ormai defunti entrambi, del paese dove risiedevo prima, Busseto per essere precisi. E questi signori, si dà il caso, anni prima hanno subìto una rapina e, quando siamo entrati appunto in confidenza, tra le altre cose mi hanno raccontato anche tale esperienza.


Chiariamolo subito, non è roba da film. Intanto l'azione è terribilmente lenta, quei minuti non passano mai, l'adrenalina non accelera, rallenta. Poi i rapinatori non sono gentiluomini, ma menano, e menano forte. Menano ancora di più se hanno il sospetto che stai nascondendo i gioielli più preziosi, spoiler: lo sospettano sempre. Nel menare, l'adrenalina scatta anche in loro, e questo ne aumenta il sadismo, tu piangi terrorizzato e loro menano più forte.


Se poi dovesse capitare la sfortuna che il bottino sia sotto le aspettative, questi qua non è che vengano colti da un po' di empatia e magari dicano: «Stiamo rapinando un disgraziato come noi», tanto più che è una gioielleria di paese, mica Montenapoleone, ma si incazzano ancora di più e menano più forte, Intanto oltre a non saper se ne uscirai vivo, assisti impotente allo stesso trattamento rivolto a chi vuoi bene.


Anche in virtù di questa esperienza, il fatto, secondo la mia modesta opinione, è che la giustizia non può essere solo tecnica. In questo caso, ad esempio, quantomeno bisognava tenere un po' più in conto che Roggero non è andato a cercare rogne, ma sono le rogne che sono andate a cercare l'uomo.

C'è poi il fatto che il tizio in questione fosse alla sua quarta rapina, come vittima, intendo, dovrebbe significare qualcosa, non credete?  Perché magari, dopo esperienze del genere, per giunta ripetute, nonostante quello che dice gente che invece considera un trauma tremendo l'essere chiamato con un pronome sbagliato, mi pare tutto sommato comprensibile che, arrivati a un certo limite, possa partire lo schizzo.


Ma poi mi ricordo che siamo in Italia e allora, proprio per il fatto che il Roggero si sia ritrovato così spesso in situazioni del genere e non abbia imparato nulla, se devo essere sincero, mi fa pensare che in fin dei conti gli stia bene, che si è meritato la pena che gli è stata inflitta.


Lo dico perché penso che, se uno è minimamente sveglio, dopo quattro rapine poteva anche arrivare a capire che forse l'apparato repressivo in Italia non serve a proteggere il cittadino, ma a ricordargli invece che esso è un suddito: perciò, in quanto tale, egli deve solo ubbidire e non rompere il cazzo. Ormai i casi sono centinaia, anzi, che dico, sono migliaia, troppi, per non comprendere che questo sistema conta sul fatto che il bravo residente ha troppo da perdere per ribellarsi. La morale che deve passare da questa storia, come altre simili, in fin dei conti è una e una sola: e cioè che, a Roggero, così come a chiunque altro al suo posto, sarebbe convenuto tacere e subire passivamente il torto, perché in tal modo avrebbe perso di meno.

Io non so come mi sarei comportato al posto di Roggero in una situazione simile. A essere completamente sincero, penso ancora che non sarebbe stato giusto che se la cavasse con un'assoluzione piena dopo due omicidi a "sangue tiepido"; considerata anche l'età, un affidamento ai servizi sociali o qualcosa del genere sarebbe stato opportuno e giusto. Ma so per certo che, la condanna che gli è stata inflitta è una condanna educativa verso i molti che per un motivo o per l'altro "si fanno idee strane". 


Perciò dico che personalmente se mi fossi trovato al suo posto dopo una vicenda del genere, non avrei perso tempo con la giustizia e i tribunali. Avrei cercato di disfarmi di tutto e presa la mia famiglia, me ne sarei andato lontano dall'Italia. È così che funziona il sistema ormai, e non si può più riformare, c'è solo da augurarsi che crolli su se stesso.




lunedì 13 luglio 2026

Pestaggi

Sta facendo scalpore in queste ore un video di un tesserato di futuro nazionale, che dopo aver invitato a liberare la strada che stava bloccando, avendo invece ricevuto insulti, malmena una persona di nazionalità straniera in evidente stato di confusione mentale.

Sì vabbè, non bisogna essere particolarmente intelligenti per capire che tutta l'operazione è un'evidente montatura mediatica, utile a suggerire a chi legge che per qualche non meglio specificata proprietà transitiva, se un tesserato del partito di Vannacci è così, lo sono anche tutti gli altri.

Infatti preferisco non commentare la vicenda in sé. Basta rivedere la scena per avvertirne tutto lo squallore. Quello che mi fa specie invece, sono certi commenti dei progressisti che si dichiarano e sono sinceramente scioccati dalla violenza di quanto accaduto. Il fatto è che questi sono spesso le stesse persone che sostengono che bisogna riarmarsi e "riscoprire le doti guerriere della nostra civiltà". Mi perdonerete se non sono riuscito a trovare di meglio che la citazione di certo Scurati, quale esempio esplicativo di tale linea di pensiero. Poi però, gli stessi, rimangono sconvolti nel vedere la violenza rientrare nel quotidiano. Ma cosa pensano? Che per difendersi dalle “autocrazie” basti organizzare un Pride sui campi di battaglia? Magari tracciando preventivamente un segno sui confini con gessetti rigorosamente colorati?

Se davvero si vuole riportare una cultura militare di massa in Europa, dovremmo tutti ricordarci che la guerra non è fatta da eroi tipo Hollywood: queste sono appunto eccezioni, ed è per tale motivo che li ricordiamo, eclissandone per giunta i molti lati oscuri. La guerra, il militarismo, quello serio, si nutrono di persone dure, violente e moralmente riprovevoli, perché sono proprio individui di questo tipo che hanno i requisiti necessari per affrontare la brutalità del combattimento. È gente così che alimenta le trincee.

Il difensore della democrazia, il soldato gentiluomo, l'eroe omerico. Sono solo delle idealizzazioni romantiche e false: in realtà Achille era uno stupratore, Agamennone un figlicida, Alessandro un ubriacone sporco del sangue dell'amico, Napoleone un macellaio, e tutti gli altri delle canaglie anche peggiori di quelli che ho nominato. la cavalleria quella vera, quella che ha plasmato l'Europa, fu un privilegio di pochi e per poco tempo. Per giunta non di rado nella vita dello stesso cavaliere fu un ideale appena intravisto, piuttosto che uno stato pienamente raggiunto. le Giovanna d'Arco, i Luigi IX, furono casi davvero eccezionali, e comunque a loro fianco combattevano i Gilles de Rais.

se davvero sperate che l'Europa faccia ancora propria la cultura della guerra, non fatevi illusioni è questo il mondo che vi aspetta.




giovedì 9 luglio 2026

Terrone!

Mi è stato fatto (poco) gentilmente notare che essendo io meridionale emigrato al nord, sono solo uno stupido ipocrita a parlare con disprezzo dei migranti. Che ai tempi della grande diaspora meridionale, noi siamo stati accolti con lo stesso odio e d'altronde, ne abbiamo combinate di peggiori, e bla bla bla; Insomma, sarei il classico asino che da del cornuto al bue, uno di quelli che dopo aver tratto vantaggio dal fatto di essere emigrato, vorrebbe negare questa possibilità agli altri. 


Allora cerchiamo di chiarire due o tre cose:
Punto primo, non mi pare di aver scritto nulla di offensivo o razzista contro i migranti o qualche gruppo etnico in particolare. A dire il vero non ho mai parlato male nemmeno dell'immigrazione in sé, che entro certi margini considero un fenomeno fisiologico e positivo, in quanto occasione di scambio culturale. Semmai ho parlato male dell'immigrazione di massa. Comunque sempre da un punto di vista sociologico. Inoltre, riguardo "alle peggiori" causate dai meridionali, non sono certo io a volerle nasconderle, anzi mi pare di averle usate come uno degli esempi quando ho scritto di seconde generazioni. Non sono mica un Saviano qualsiasi quando accusava i lombardi che anche qui c'è la criminalità organizzata, scordandosi però di spiegare che si tratta di un prodotto di importazione. 



Detto questo, sarebbe facile vincere la disputa in maniera retorica, ricordando che in paesi di ben altre dimensioni, come ad esempio gli Stati Uniti, nemmeno per gli spostamenti da uno stato all'altro, si parla di migrazione, semmai di trasferimento. Ma non sarebbe giusto fino in fondo usare tale argomento nel caso italiano, perché effettivamente la migrazione meridionale di quegli anni, aveva gli stessi scopi dell'immigrazione estera attuale: rifornire il mercato di manodopera poco qualificata e a buon prezzo. 



Eh si, a certi livelli vedo di cattivo occhio anche la migrazione interna, in particolare proprio quella che nel dopoguerra portò tanti meridionali a trasferirsi in Alta Italia. Sebbene per le singole famiglie l'essersi 
spostati al nord ebbe sicuramente effetti molto positivi, una emigrazione così massiccia, positiva non lo fu per il sud nel suo insieme. Detta come va detta considero questo fenomeno una delle concause dell'arretratezza del nostro meridione. Non è un caso se prima ho usato il termine "diaspora". Allo stesso modo anche per il nord, questo afflusso immenso di persone significò assistere a una traumatica trasformazione delle città, con un colossale processo di cementificazione e una crescita urbana disordinata, accompagnata da fenomeni di degrado e tensioni sociali, di cui ancora oggi sono afflitte certe periferie. Inoltre, paradossalmente uno sviluppo più equilibrato del sistema industriale su tutto il territorio nazionale, nel lungo periodo avrebbe evitato al nord quella perenne "fame di manodopera" che è uno dei cavalli di battaglia di chi sostiene questa immigrazione caotica. 



Insomma, fu un processo che magari produsse benefici individuali enormi, ma soprattutto costi collettivi che ancora oggi paghiamo. Perciò non un modello da ripetere su scala globale, con in più un'aggravante: oggi, non stiamo importando solo esseri umani, ma interi modelli culturali con le proprie radici storiche.


Ed è proprio quest'ultimo fatto che riduce a nulla la stupida obiezione che mi è stata mossa: benché  qualcuno faccia fatica a capacitarsene, noi fottuti terroni siamo comunque italiani. PER QUANTO RIGUARDA LA CULTURA ALTA, FEDERICO II, DANTE E SANT'AMBROGIO SONO PERSONAGGI CHE SENTIAMO NOSTRI, ESATTAMENTE COME LI SENTE PROPRI UN FIORENTINO O UN MILANESE. Le differenze tra un italiano del nord e uno del sud, parimenti istruiti sono appunto, differenze regionali.  



Per quanto riguarda la cultura bassa, quella più coinvolta nei fenomeni migratori di questo tipo, è vero, avere a che fare con i meridionali di allora, per gli italiani del nord, fu un vero e proprio shock. Per certi versi la diversità culturale che li turbava non era meno profonda di quella che oggi imputiamo agli immigrati. Ma quelle differenze, per quanto estranee a un torinese, erano già dentro i confini della nostra storia comune. Così come i vari, San Carlo Borromeo, il panettone o la FIAT, anche i San Gennaro, la tarantella e la salsa di pomodoro, portati al nord dagli immigrati, hanno diritto di esistere dentro il perimetro nazionale: così come per le scelte buone, sia che per quelle cattive, che ha compiuto questa nazione dall'anno della sua nascita ad oggi, il meridione d'Italia, ha pagato o goduto, allo stesso modo di tutti gli altri; per l'unità del paese abbiamo rinunciato al nostro sovrano e accettato il re Piemontese. Quando questo ce l'ha ordinato abbiamo versato il nostro sangue per difendere il Piave e più avanti  ci siamo presi sulla testa le bombe alleate prima e durante lo sbarco in Sicilia. Dunque le nostre tradizioni sono patrimonio culturale di questo paese, un pezzo diverso del puzzle che lo compone, non delle stranezze da sopportare per puro spirito tolleranza. 



Perciò cari amici progressisti che mi rammentate che proprio io, in quanto meridionale che vivo a nord, non ho diritto di parlare d'emigrazione. Come se il meridionale fosse per sempre marchiato come “migrante”  e non come cittadino italiano a pieno titolo, una specie di ospite perenne a cui è negato il diritto di parola su un tema nazionale, che dovrebbe tacere e mostrare gratitudine. Sappiatelo non avete trovato una buona argomentazione per ribattere, avete semplicemente dato l'ennesima conferma  dei vostri pregiudizi. 


Quindi, Invece di pensare a espedienti per limitare la libertà d'opinione, sarebbe opportuno, avere l'apertura mentale per accettare anche i punti di vista più diversi. Perché nel nostro paese non solo la storia condivisa, di cui ho parlato nel post, ma anche la biografia personale, proprio quello che si voleva usare a pretesto per limitarla, vale a darci il pieno titolo per partecipare al dibattito. Come nel caso di quei cittadini, che non per nascita, ma per scelta consapevole hanno deciso di rinunciare alla propria cultura d'origine e abbracciare la nostra. Perché l'appartenenza può avere anche radici diverse, ma quel che importa alla fine e che nutrano tutti il medesimo albero.

domenica 5 luglio 2026

La distinzione: critica sociale delle idee


...«Be', mi sembra davvero disgustoso. La gente di colore ignora tutti i vantaggi che ha avuto in questo paese. Ve lo assicuro. In Inghilterra non ci sono molti uomini di colore in uniforme di poliziotto, e molti meno diventano importanti funzionari dello stato, come qui. Insomma, ho letto un articolo l'altro giorno. Ci sono più di duecento sindaci di colore in questo paese. E quelli lì maltrattano il sindaco di New York. Certa gente non sa quanto sta bene, ve lo dico io.»
 Scosse la testa con rabbia.
 Kramer e sua moglie si guardarono. Lui era certo che Rhoda stesse pensando la stessa cosa.
 Grazie a Dio! Che sollievo! Ora potevano respirare liberamente. Miss Efficienza era faziosa, intollerante. Di questi tempi la faziosità era assai disprezzata. Era segno di un'origine modesta, di casa popolare, di classe sociale inferiore, o dì cattivo gusto. Perciò essi erano superiori alla loro bambinaia inglese, dopotutto. Che grandissimo sollievo!
    
                       Tom Wolfe il falò delle vanità 




Ieri sera con mia moglie stavamo guardando su una tv locale un servizio che parlava di come, non più solo le grandi metropoli, ma anche le strade di certe cittadine di provincia, si erano riempite di accampamenti di immigrati. Condizioni di vita di un tale degrado e squallore che francamente farebbero pena anche se si parlasse di animali, figuriamoci per gli esseri umani. Finito il servizio, si torna in studio per discutere di remigrazione. A un certo punto del dibattito, il politico progressista ha invitato quello di destra, visto che non voleva gli immigrati, a mandare i propri figli a raccogliere pomodori sotto il sole per tre euro l’ora.

Al che mia moglie sbotta ed esclama: “le cose sono due: o questo qui è un cretino e, oltre a non vedere le condizioni di vita di questa gente, non si rende neanche conto del significato delle parole che gli escono di bocca. Oppure in realtà degli immigrati non gli interessa nulla.” “La seconda che hai detto”, rispondo io, “ma in un senso particolare, di cui probabilmente non si rende neanche conto. Per me il suo ragionamento è questo: premesso che si tratta di un politico di piccolo cabotaggio, lui è di sinistra, sa che le élite progressiste, dominanti nel suo ambiente politico, sono per l’accoglienza. Personalmente in realtà non è che abbia studiato la questione, ma accogliere suona positivo e, poi, è vero che in Italia c’è carenza di manodopera, perciò, per emergere, non farà fatica ad aderire allo slogan: ‘accogliamoli tutti’”.

Ed è così che questioni come l’emigrazione, il globalismo eccetera diventano simboli di appartenenza. Non è un problema moderno: i temi cambiano ma gli ingranaggi sono sempre gli stessi.

Generalmente il processo funziona così: ci sono le idee e con questo termine possiamo includere quasi tutto, dalle mode alle ideologie fino alle religioni. Queste idee si affermano e diventano patrimonio comune. Dopodiché alcuni eccentrici, i creativi, propongono “deviazioni sul tema”; generalmente queste deviazioni vengono riassorbite e diventano curiosità storiche. Alcune di esse però, a volte per pura casualità, a volte perché permettono di distinguersi, vengono adottate dalle classi dominanti che le trasformano in un carattere distintivo, un segno di appartenenza, rendendole così dominanti all’interno del proprio gruppo. Infine ci sono gli emulatori, quella categoria di persone che ambisce a diventare élite ma non lo è ancora, che le adottano, una volta validate, per segnalare il desiderio o l’ambizione di appartenere a quel gruppo, facendo diventare queste idee un fenomeno di massa.

Il discorso sull’immigrazione, a mio avviso, può perfettamente essere fatto rientrare dentro queste dinamiche. Naturalmente con ciò non possiamo concludere il discorso: non si può parlare di immigrazione senza tenere in considerazione, magari epurandolo da quella intenzionalità che gli viene attribuita dal filosofo, il concetto di “esercito industriale di riserva” formulato da Marx.

Però, appunto, tenendo in considerazione tutto ciò, personalmente a me appare chiarissimo che l’immigrazione è diventata un tema distintivo delle élite progressiste e non lo è diventato per motivi umanitari, ma per l’esatto contrario: la sua esclusività. L’arrivo di persone con culture significativamente differenti, superata la capacità di assimilazione, diventa un processo dannoso per la società che la subisce, una verità storica così autoevidente che il solo contestarla mi pare indice di faziosità. Non è un caso che, superata una certa soglia, i posteri parleranno di invasione; non penserete forse che quei disgraziati Goti, che sfuggivano dagli Unni, volessero davvero sfidare l’impero romano, vero?  In tal senso appare del tutto superflua l'argomentazione di chi sostiene che le genti nuove possono apportare nuove energie; è vero grazie ai barbari l'espansionismo occidentale ebbe nuovo slancio edè arrivato a conquistare il mondo, ma fu l'Europa a compiere l'impresa, non più Roma. Così come non credo che la consapevolezza che gli Stati Uniti d'America siano il primo paese del mondo, consola i nativi americani di quello che hanno perduto.

Perciò, dicevo, Il continuare a sostenere certe politiche migratorie superate determinate soglie, comunica che chi l’appoggia è al di sopra di certe dinamiche, allo stesso modo di un aeroplano che sorvola un incendio senza rischiare di esserne coinvolto. Nemmeno se si mettesse a spargere benzina sotto. 


Arrivati a questo punto, si potrebbe anche parlare di come il principale scopo del potere sia quello di conservare se stesso, anche a discapito della società che gli permette di essere. Ciò è dovuto proprio al fatto che spesso certe scelte, certe ideologie, entrano nelle agende delle élite per vie traverse ed hanno effetti dannosi sulla società nel suo insieme. Ma una volta diventati dominanti, costringono le élite stesse a scegliere se ripudiarli, col rischio di emarginarsi, oppure aderirvi, finendo trascinate in un circolo vizioso che rischia di distruggere le fondamenta stesse su cui il potere si basa.



Bibliografia minima:
Tom Wolfe: Il falò delle vanità
Pierre Bourdieu: La distinzione. Critica sociale del gusto
C. Wright Mills: L’élite del potere
Mancur Olson: La logica dell’azione collettiva


lunedì 29 giugno 2026

Cani

Si dice che esiste un modo infallibile per sgridare un cane e fargli capire immediatamente che ha sbagliato. A patto naturalmente che si tratta di una vera marachella dell'animale e non di una nostra dimenticanza. no, se fatto in maniera appropriata, non è un procedimento particolarmente violento, né complicato, beh naturalmente bisogna usare un po' di cognizione, se siete di quelli che quando avete appreso che i ragazzini discoli vanno tirati su per le orecchie, e nel mettere in pratica il consiglio, vi è rimasto un pezzo cartilaginoso in mano, è meglio che lasciate perdere. Comunque il metodo consiste nell'afferrare la bestia per la collottola, sollevare la pelle per quel che si può è nel mentre sgridarlo. 

A quanto pare, dopo questo trattamento il cane ci penserà due volte prima di compiere ancora la stessa azione. 

Non pensate però con questo sistema che  andrebbe usato il giusto, ovvero per cose effettivamente gravi, di aver acquistato ulteriore autorità verso l'essere. In realtà questo metodo è così efficace perché era così che ai tempi lo sgridava la sua mamma.

Mi ha sempre fatto tenerezza pensare a questa cosa; vedere cani grandi e grossi, spesso testardi, ridimensionati immediatamente nel loro ruolo. Gli esperti spiegheranno che il tutto è dovuto ad un riflesso, l'animale si sentirà umiliato, che questo sistema non farà altro che provocare paura e stress nell'animale. Non contesto, d'altronde a cos'altro possono essere serviti i miliardi di anni di evoluzione, se non a far si che le specie viventi, i predatori in particolare  in quest'anno del Signore duemilaventisei, si sentano impauriti e stressati al più piccolo trauma. 

Però resta un lato di me a cui piace pensare che il vero motivo di questo comportamento nei cani sia nel vedesi, loro grandi e grossi, ridimensionati al ruolo di cuccioli. Non sono un'addestratore, ma mi piace credere che in quei momenti, anche nei cani più feroci, scaturisca un effetto Madeleine che li riporti all'infanzia, a quei giorni che secondo l'etologia moderna, se portati correttamente a termine dovrebbero essere ormai chiusi. Ma chissà se è veramente così, o invece anche loro non provino un po' di nostalgia per la loro mamma. 

ps
Nessun cane è stato afferrato per la collottola, per scrivere questo post, ne tantomeno per scattare le immagini ad esso allegate.