venerdì 11 settembre 2026

Documentari

Nutrendo io posizioni fortemente contrarie al modello migratorio in essere, i saputi di turno, certi di cogliermi in fallo, non mancano mai di ricordare le mie origini di meridionale trapiantato al nord. Tempi strani questi nostri, dove l'aver maturato esperienza di certi temi, mettendomi così in una posizione privilegiata rispetto agli stessi e avendo appreso la capacità di riconoscere certi artifici retorici, a detta di alcuni, anziché invogliare, dovrebbe scoraggiarmi dal parlarne.


Ma tant'è. Dunque, per non irritare nessuno, cambiamo argomento e parliamo d'altro, precisamente parliamo di documentari. Concentrandoci nello specifico su un periodo e su un'area geografica particolare: l'Italia tra i primi anni cinquanta e la prima metà degli anni sessanta.

Bene, adesso se empiricamente, voi provate a fare negli archivi Rai, o su YouTube, ricerche sul paese di allora, vedrete che per il Nord Italia vi compariranno risultati come il magnifico "Viaggio nella valle del Po" di Soldati, mentre per il Meridione, a meno di non effettuare ricerche più mirate, vi compariranno risultati dove si parlerà esclusivamente di povertà e di migrazione. Se scriviamo un generico "documentari sud Italia anni 50" su RaiPlay, per esempio il primo risultato utile sarà: viaggio nel sud di Virgilio Sabel. Per carità un lavoro eccezionale, un documentario inchiesta che fa scuola ancora oggi e che nulla ha da invidiare a operazioni analoghe come quella portata a termine da Sidney Sonnino il secolo prima. Ma appunto un'inchiesta, genere che si propone di evidenziare problemi e spiegarne le cause. Nulla a che vedere con i documentari come quelli di Soldati, dove la povertà era sì presente, ma insieme ad essa veniva mostrato l'orgoglio di un popolo, i suoi valori e un'idea romantica del passato di quelle terre: cibo, tradizioni, gioia di vivere.

Penso di essermi spiegato; mezza penisola più isole, ridotte a un non luogo, dove l'unico obiettivo dei suoi abitanti pareva essere quello di sfuggirvi. Ad essere ostinati, ecco comparire qualche titolo che parla di mafia o banditismo. Ma bisogna essere davvero caparbi per trovare documenti come quelli girati da Vittorio De Seta in Sicilia, Sardegna e Calabria, o il mitico documentario a corollario del libro "La terra del rimorso" (nomen omen), che si avvalse della consulenza di De Martino, sulla Taranta. Comunque, vuoi per le origini nobiliari del primo, vuoi per la fede socialista del secondo, anche questi documentari, pur bellissimi, se paragonati a progetti come quello di Soldati dedicati al Nord, lasciano trasparire un mondo senza gioia.

Una civiltà intera ridotta alle sue piaghe, dove l'immigrazione, per essere resa accettabile a chi la riceveva, da possibilità, veniva descritta come l'unico destino auspicabile, e dunque l'accoglienza si trasformava in un atto di dovuta carità verso chi arrivava. 

Come se Pitrè, che per la sola Sicilia, nemmeno cinquant'anni prima, non gli bastarono venticinque volumi per descrivere le usanze di un popolo, non fosse mai esistito. Tutto pare ridursi in povertà, arretratezza, immigrazione e salvifici investimenti da parte di Roma. Per il resto, da mangiare pane duro, da bere lacrime e come musica pianto. Il Meridione era diventato una "questione", non più un territorio.

Una narrativa, questa, dura a morire persino in quegli stessi luoghi, dove è stata a tal punto interiorizzata da renderli complici di un'economia dell'assistenzialismo che ha fatto più male che bene.

Specifichiamolo, ciò che veniva raccontato in articoli e documentari come quelli citati, non erano assolutamente bugie, anzi, ma offrivano soltanto una visione parziale, utile alla politica industriale di allora. Proprio per questo, io mi domando: chissà quanto tempo ci vorrà e se si farà in tempo a cambiare lo stesso ritornello, stavolta non più rivolto a territori tutto sommato piccoli, ma a continenti interi.

Ed è in forza di questo background che, quando sento pronunciare la parola accoglienza, da certi figuri, io non posso fare altro che tradurla in sfruttamento. Non come singolo caso, capiamoci, solo un presuntuoso parlerebbe dei singoli casi, senza esserci addentro. Nessuno pretende di fare le pulci al signor Ben Alì o al signor Chen, che dopo innumerevoli sacrifici e con l'aiuto di brava gente, sono riusciti a farsi una posizione. Qui si sta parlando di sistema.

Con una differenza importante rispetto ad allora: i migranti degli anni ’50–’60 erano una variante della stessa cultura, perciò potevano essere descritti come un ramo arretrato della pianta nazionale. Questo permetteva una narrazione che generava un senso di vergogna da parte di chi la subiva: si trattava pur sempre di italiani giudicati da altri italiani.

I migranti di oggi, invece, sono stranieri, spesso provengono da tradizioni molto differenti. Giustamente non si percepiscono come una variante della cultura ospitante, ma come altro. E quando una cultura spesso raffinata, viene raccontata solo attraverso le sue criticità, non nasce vergogna: nasce rivalsa. Non perché “odino”, ma perché sanno di non appartenere alla tradizione culturale che li giudica, e reagiscono come reagisce chi vede la propria storia ridotta a un problema.



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