lunedì 3 agosto 2026

Gita a Pavia



 

Oggi ritorno a Pavia e, visto che gli impegni erano pochi, con mia figlia ne abbiamo approfittato per completare il tour della città interrotto a gennaio.

Se la volta scorsa, anche perché fuori programma, abbiamo preferito limitarci a fare un giro per il centro storico senza tappe specifiche, questa volta, evitando volutamente di soffermarci su quella che considero una ferita ancora sanguinante della città, il vuoto lasciato dalla torre civica, a mio avviso ricostruibilissima, in piazza del Duomo, ci siamo concentrati su due dei luoghi tra i più significativi dell'ex capitale longobarda, almeno secondo me: San Pietro in Ciel d'Oro e San Michele Maggiore.

Di San Michele, che dire?  Per me personalmente, l'arte, quantomeno in ambito religioso, poteva benissimo fermarsi col romanico e il gotico che ne sarei stato ben contento. Quelle mura massicce e austere che, nel gotico, grazie all'introduzione dell'arco a sesto acuto si fanno leggere, il chiaroscuro, l'uso sapiente della pietra. Lo ripeto: questi stili sono la quintessenza dell'architettura, e San Michele Maggiore è la quintessenza del romanico lombardo.

San Pietro in Ciel d'Oro invece, oltre ad essere uno straordinario edificio già di per sé, è il luogo che custodisce le spoglie mortali di Sant'Agostino, un gran santo, nonché uno dei miei idoli intellettuali. Un gigante senza tempo.

Ed è proprio mentre spiegavo queste cose a mia figlia che mi sono accorto di come il pensiero, in apparenza così etereo, se ben fondato è più durevole della pietra stessa: l'attuale San Michele risale circa al millecento, ovvero Nove secoli fa, e anche se ancora bellissima anzi forse lo è diventata di più, i suoi anni si notano tutti, a cominciare dalla facciata con i suoi bassorilievi tornati allo stato di abbozzi. È il tempo capriccioso che sulla pelle dell'uomo si impegna nello scolpire e nell'intagliare quasi fossimo pietra, mentre con quest'ultima si diverte a levigare, lisciare e arrotondare, cancellando così i segni lasciati dalla mano dell'uomo, quasi volesse restituirle una nuova giovinezza.

Il pensiero di Sant'Agostino invece no, benché con molta probabilità le pietre consumate che oggi costituiscono la basilica ai suoi tempi fossero ancora attaccate alla roccia madre, le sue parole restano ancora fresche e vive, taglienti e profonde come la prima volta che furono pronunciate. Fatte salve le conoscenze scientifiche e materiali, davvero pochissimo altro di ciò che ha scritto nelle sue lettere o nelle confessioni può considerarsi superato. Agostino è passato indenne al crollo del suo mondo e, con ogni probabilità, sopravviverà anche al nostro così che quando dei nostri bei monumenti non resteranno che ruderi, il suo pensiero si continuerà ancora a studiare con lo stesso immutato interesse.






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