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lunedì 19 gennaio 2026

Parliamo di bias



Avete mai visto un video sadomaso? In questo genere di esperienze erotiche lo schiavo, "slave" in inglese, spesso viene sottoposto anche a pratiche estremamente dolorose, che però gli procurano piacere. 

Piacere vero, perché il cervello del soggetto in questione ha una forma mentis che dentro un certo tipo di contesto, gli fa associare questo genere di trattamenti con l'erotismo vero e proprio.


Ho sempre trovato affascinante come il cervello riesca in qualche modo a scavalcare la realtà, semplicemente cambiandole di senso o addirittura non interpretandola del tutto. Anche dove questa si presenta davanti in maniera estrema, con sensazioni che in altri contesti, anche chi, nel caso prima descritto, ne trarrebbe piacere, non avrebbe dubbi a definire tortura.


A essere onesti, sebbene renda bene l'idea, il mondo BDSM è un po' un esempio limite, infatti per fare sì che il dolore si trasformi in piacere, più che una semplice forma di condizionamento, occorre una certa dose di predisposizione e tutta una serie di elementi collaterali che non staremo qui a spiegare. Invece senza paura di smentite si può tranquillamente affermare che questo genere di dinamiche si verificano un po' in tutti quei settori dove viene impartita un educazione, dalla scuola ai manifesti pubblicitari.
Se durante il processo di formazione si è appreso che una determinata dinamica funziona in un certo modo, nonostante in seguito ci si para davanti agli occhi una situazione che dimostra in maniera lampante che non è assolutamente vero quello che si è imparato. Semplicemente finiremo con non notare quel caso, oppure lo daremo per scontato, un'eccezione banale e risaputa. A proposito di situazioni del genere, mi è capitato ad esempio di guardare un documentario dove gli intervistati definivano un noto criminale come una brava persona. Quando l'intervistatore faceva notare loro che il criminale in questione avesse commesso molti omicidi, gli intervistati rifiutavano l'obiezione, sostenendo che si trattava di lavoro.

Giunti qui, forse qualcuno noterà che quanto descritto somiglia molto ad altri tipi di meccanismi mentali, in particolare al pregiudizio e l'indottrinamento. Attenzione però, perché nonostante i fenomeni siano imparentati  non sono la stessa cosa. Quando parlo di “pregiudizio” intendo un giudizio a priori, una scorciatoia mentale che semplifica la realtà e ci evita il fastidio di doverla analizzare. È un’opinione comoda, spesso basata su stereotipi, che non ci riguarda direttamente e che in molti casi non ci danneggia, perché ci consiglia semplicemente un comportamento che al massimo potrà farci perdere dei vantaggi. Un esempio è il pregiudizio sugli zingari: vero o falso, nella vita pratica suggerisce di evitare una situazione che potrebbe essere rischiosa. Considerato però, il numero di persone di altre etnie con cui un soggetto ha mediamente a che fare, difficilmente la diffidenza verso questo particolare gruppo potrà rivelarsi un handicap significativo.
Quando invece parlo di “indottrinamento” mi riferisco a un processo organizzato, che sostiene l’impalcatura di ideologie o religioni di massa (comunismo, islam, nazionalismo, ecc.). L’indottrinamento non è un semplice pregiudizio: è un sistema di convinzioni narrato e rinforzato da istituzioni, scuole, media e gruppi, spesso con l’obiettivo di plasmare la visione del mondo di un’intera nazione.
Il fenomeno che sto descrivendo qui non è né l’uno né l’altro. Non è una scorciatoia comoda e non è neppure una dottrina imposta dall’alto. È una cecità percettiva, quasi sempre in buona fede, che nasce dentro una comunità e che permette ai suoi miti di diventare “realtà”, perché l’ambiente circostante li conferma continuamente e neutralizza i fatti contrari.

 
Un esempio chiarificatore di quanto ho appena descritto era l'atteggiamento di molti comunisti verso l'unione sovietica, anche degli stessi dirigenti, che nonostante avessero visto con i loro occhi la realtà dei fatti, spesso semplicemente la ignoravano o la giustificavano, non per convenienza, ma in assoluta buona fede. 

Un altro esempio è il mito occidentale dei "giovani", descritti quasi sempre come ribelli pronti a opporsi a vecchi modelli e in lotta per cambiare il mondo. Che i giovani siano pronti a lottare, non c'è ombra di dubbio,  ma, per restare solo ai nostri tempi, partendo da tutti quelli che si arruolarono entusiasti allo scoppio della grande guerra, passando per la rivoluzione culturale cinese e arrivando al cosiddetto movimento woke. Non mi pare che i giovani lottino solamente per scardinare l'ordine costituito, anzi, molto spesso i giovani sono i più manipolabili. Cosa che d'altronde mi pare del tutto ovvia, visto che sono la categoria di esseri umani con meno esperienza, ovvero i più indifesi.


Quando una civiltà, un'ideologia, una semplice azienda, declina e poi muore. Gli analisti esterni, magari rinforzati dal senno del poi, si chiedono come l'entità del loro studio, sia caduta in certi errori pacchiani, se i membri di quel organizzazione fossero diventati ciechi a non vedere certi sbagli. Francamente penso che la risposta giusta sia proprio quella proposta dall'iperbole: spesso le persone diventano veramente cieche nell'individuare le storture cognitive del proprio modello di mondo. 

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