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giovedì 9 luglio 2026

Terrone!

Mi è stato fatto (poco) gentilmente notare che essendo io meridionale emigrato al nord, sono solo uno stupido ipocrita a parlare con disprezzo dei migranti. Che ai tempi della grande diaspora meridionale, noi siamo stati accolti con lo stesso odio e d'altronde, ne abbiamo combinate di peggiori, e bla bla bla; Insomma, sarei il classico asino che da del cornuto al bue, uno di quelli che dopo aver tratto vantaggio dal fatto di essere emigrato, vorrebbe negare questa possibilità agli altri. 


Allora cerchiamo di chiarire due o tre cose:
Punto primo, non mi pare di aver scritto nulla di offensivo o razzista contro i migranti o qualche gruppo etnico in particolare. A dire il vero non ho mai parlato male nemmeno dell'immigrazione in sé, che entro certi margini considero un fenomeno fisiologico e positivo, in quanto occasione di scambio culturale. Semmai ho parlato male dell'immigrazione di massa. Comunque sempre da un punto di vista sociologico. Inoltre, riguardo "alle peggiori" causate dai meridionali, non sono certo io a volerle nasconderle, anzi mi pare di averle usate come uno degli esempi quando ho scritto di seconde generazioni. Non sono mica un Saviano qualsiasi quando accusava i lombardi che anche qui c'è la criminalità organizzata, scordandosi però di spiegare che si tratta di un prodotto di importazione. 



Detto questo, sarebbe facile vincere la disputa in maniera retorica, ricordando che in paesi di ben altre dimensioni, come ad esempio gli Stati Uniti, nemmeno per gli spostamenti da uno stato all'altro, si parla di migrazione, semmai di trasferimento. Ma non sarebbe giusto fino in fondo usare tale argomento nel caso italiano, perché effettivamente la migrazione meridionale di quegli anni, aveva gli stessi scopi dell'immigrazione estera attuale: rifornire il mercato di manodopera poco qualificata e a buon prezzo. 



Eh si, a certi livelli vedo di cattivo occhio anche la migrazione interna, in particolare proprio quella che nel dopoguerra portò tanti meridionali a trasferirsi in Alta Italia. Sebbene per le singole famiglie l'essersi 
spostati al nord ebbe sicuramente effetti molto positivi, una emigrazione così massiccia, positiva non lo fu per il sud nel suo insieme. Detta come va detta considero questo fenomeno una delle concause dell'arretratezza del nostro meridione. Non è un caso se prima ho usato il termine "diaspora". Allo stesso modo anche per il nord, questo afflusso immenso di persone significò assistere a una traumatica trasformazione delle città, con un colossale processo di cementificazione e una crescita urbana disordinata, accompagnata da fenomeni di degrado e tensioni sociali, di cui ancora oggi sono afflitte certe periferie. Inoltre, paradossalmente uno sviluppo più equilibrato del sistema industriale su tutto il territorio nazionale, nel lungo periodo avrebbe evitato al nord quella perenne "fame di manodopera" che è uno dei cavalli di battaglia di chi sostiene questa immigrazione caotica. 



Insomma, fu un processo che magari produsse benefici individuali enormi, ma soprattutto costi collettivi che ancora oggi paghiamo. Perciò non un modello da ripetere su scala globale, con in più un'aggravante: oggi, non stiamo importando solo esseri umani, ma interi modelli culturali con le proprie radici storiche.


Ed è proprio quest'ultimo fatto che riduce a nulla la stupida obiezione che mi è stata mossa: benché  qualcuno faccia fatica a capacitarsene, noi fottuti terroni siamo comunque italiani. PER QUANTO RIGUARDA LA CULTURA ALTA, FEDERICO II, DANTE E SANT'AMBROGIO SONO PERSONAGGI CHE SENTIAMO NOSTRI, ESATTAMENTE COME LI SENTE PROPRI UN FIORENTINO O UN MILANESE. Le differenze tra un italiano del nord e uno del sud, parimenti istruiti sono appunto, differenze regionali.  



Per quanto riguarda la cultura bassa, quella più coinvolta nei fenomeni migratori di questo tipo, è vero, avere a che fare con i meridionali di allora, per gli italiani del nord, fu un vero e proprio shock. Per certi versi la diversità culturale che li turbava non era meno profonda di quella che oggi imputiamo agli immigrati. Ma quelle differenze, per quanto estranee a un torinese, erano già dentro i confini della nostra storia comune. Così come i vari, San Carlo Borromeo, il panettone o la FIAT, anche i San Gennaro, la tarantella e la salsa di pomodoro, portati al nord dagli immigrati, hanno diritto di esistere dentro il perimetro nazionale: così come per le scelte buone, sia che per quelle cattive, che ha compiuto questa nazione dall'anno della sua nascita ad oggi, il meridione d'Italia, ha pagato o goduto, allo stesso modo di tutti gli altri; per l'unità del paese abbiamo rinunciato al nostro sovrano e accettato il re Piemontese. Quando questo ce l'ha ordinato abbiamo versato il nostro sangue per difendere il Piave e più avanti  ci siamo presi sulla testa le bombe alleate prima e durante lo sbarco in Sicilia. Dunque le nostre tradizioni sono patrimonio culturale di questo paese, un pezzo diverso del puzzle che lo compone, non delle stranezze da sopportare per puro spirito tolleranza. 



Perciò cari amici progressisti che mi rammentate che proprio io, in quanto meridionale che vivo a nord, non ho diritto di parlare d'emigrazione. Come se il meridionale fosse per sempre marchiato come “migrante”  e non come cittadino italiano a pieno titolo, una specie di ospite perenne a cui è negato il diritto di parola su un tema nazionale, che dovrebbe tacere e mostrare gratitudine. Sappiatelo non avete trovato una buona argomentazione per ribattere, avete semplicemente dato l'ennesima conferma  dei vostri pregiudizi. 


Quindi, Invece di pensare a espedienti per limitare la libertà d'opinione, sarebbe opportuno, avere l'apertura mentale per accettare anche i punti di vista più diversi. Perché nel nostro paese non solo la storia condivisa, di cui ho parlato nel post, ma anche la biografia personale, proprio quello che si voleva usare a pretesto per limitarla, vale a darci il pieno titolo per partecipare al dibattito. Come nel caso di quei cittadini, che non per nascita, ma per scelta consapevole hanno deciso di rinunciare alla propria cultura d'origine e abbracciare la nostra. Perché l'appartenenza può avere anche radici diverse, ma quel che importa alla fine e che nutrano tutti il medesimo albero.

domenica 5 luglio 2026

La distinzione: critica sociale delle idee


...«Be', mi sembra davvero disgustoso. La gente di colore ignora tutti i vantaggi che ha avuto in questo paese. Ve lo assicuro. In Inghilterra non ci sono molti uomini di colore in uniforme di poliziotto, e molti meno diventano importanti funzionari dello stato, come qui. Insomma, ho letto un articolo l'altro giorno. Ci sono più di duecento sindaci di colore in questo paese. E quelli lì maltrattano il sindaco di New York. Certa gente non sa quanto sta bene, ve lo dico io.»
 Scosse la testa con rabbia.
 Kramer e sua moglie si guardarono. Lui era certo che Rhoda stesse pensando la stessa cosa.
 Grazie a Dio! Che sollievo! Ora potevano respirare liberamente. Miss Efficienza era faziosa, intollerante. Di questi tempi la faziosità era assai disprezzata. Era segno di un'origine modesta, di casa popolare, di classe sociale inferiore, o dì cattivo gusto. Perciò essi erano superiori alla loro bambinaia inglese, dopotutto. Che grandissimo sollievo!
    
                       Tom Wolfe il falò delle vanità 




Ieri sera con mia moglie stavamo guardando su una tv locale un servizio che parlava di come, non più solo le grandi metropoli, ma anche le strade di certe cittadine di provincia, si erano riempite di accampamenti di immigrati. Condizioni di vita di un tale degrado e squallore che francamente farebbero pena anche se si parlasse di animali, figuriamoci per gli esseri umani. Finito il servizio, si torna in studio per discutere di remigrazione. A un certo punto del dibattito, il politico progressista ha invitato quello di destra, visto che non voleva gli immigrati, a mandare i propri figli a raccogliere pomodori sotto il sole per tre euro l’ora.

Al che mia moglie sbotta ed esclama: “le cose sono due: o questo qui è un cretino e, oltre a non vedere le condizioni di vita di questa gente, non si rende neanche conto del significato delle parole che gli escono di bocca. Oppure in realtà degli immigrati non gli interessa nulla.” “La seconda che hai detto”, rispondo io, “ma in un senso particolare, di cui probabilmente non si rende neanche conto. Per me il suo ragionamento è questo: premesso che si tratta di un politico di piccolo cabotaggio, lui è di sinistra, sa che le élite progressiste, dominanti nel suo ambiente politico, sono per l’accoglienza. Personalmente in realtà non è che abbia studiato la questione, ma accogliere suona positivo e, poi, è vero che in Italia c’è carenza di manodopera, perciò, per emergere, non farà fatica ad aderire allo slogan: ‘accogliamoli tutti’”.

Ed è così che questioni come l’emigrazione, il globalismo eccetera diventano simboli di appartenenza. Non è un problema moderno: i temi cambiano ma gli ingranaggi sono sempre gli stessi.

Generalmente il processo funziona così: ci sono le idee e con questo termine possiamo includere quasi tutto, dalle mode alle ideologie fino alle religioni. Queste idee si affermano e diventano patrimonio comune. Dopodiché alcuni eccentrici, i creativi, propongono “deviazioni sul tema”; generalmente queste deviazioni vengono riassorbite e diventano curiosità storiche. Alcune di esse però, a volte per pura casualità, a volte perché permettono di distinguersi, vengono adottate dalle classi dominanti che le trasformano in un carattere distintivo, un segno di appartenenza, rendendole così dominanti all’interno del proprio gruppo. Infine ci sono gli emulatori, quella categoria di persone che ambisce a diventare élite ma non lo è ancora, che le adottano, una volta validate, per segnalare il desiderio o l’ambizione di appartenere a quel gruppo, facendo diventare queste idee un fenomeno di massa.

Il discorso sull’immigrazione, a mio avviso, può perfettamente essere fatto rientrare dentro queste dinamiche. Naturalmente con ciò non possiamo concludere il discorso: non si può parlare di immigrazione senza tenere in considerazione, magari epurandolo da quella intenzionalità che gli viene attribuita dal filosofo, il concetto di “esercito industriale di riserva” formulato da Marx.

Però, appunto, tenendo in considerazione tutto ciò, personalmente a me appare chiarissimo che l’immigrazione è diventata un tema distintivo delle élite progressiste e non lo è diventato per motivi umanitari, ma per l’esatto contrario: la sua esclusività. L’arrivo di persone con culture significativamente differenti, superata la capacità di assimilazione, diventa un processo dannoso per la società che la subisce, una verità storica così autoevidente che il solo contestarla mi pare indice di faziosità. Non è un caso che, superata una certa soglia, i posteri parleranno di invasione; non penserete forse che quei disgraziati Goti, che sfuggivano dagli Unni, volessero davvero sfidare l’impero romano, vero?  In tal senso appare del tutto superflua l'argomentazione di chi sostiene che le genti nuove possono apportare nuove energie; è vero grazie ai barbari l'espansionismo occidentale ebbe nuovo slancio edè arrivato a conquistare il mondo, ma fu l'Europa a compiere l'impresa, non più Roma. Così come non credo che la consapevolezza che gli Stati Uniti d'America siano il primo paese del mondo, consola i nativi americani di quello che hanno perduto.

Perciò, dicevo, Il continuare a sostenere certe politiche migratorie superate determinate soglie, comunica che chi l’appoggia è al di sopra di certe dinamiche, allo stesso modo di un aeroplano che sorvola un incendio senza rischiare di esserne coinvolto. Nemmeno se si mettesse a spargere benzina sotto. 


Arrivati a questo punto, si potrebbe anche parlare di come il principale scopo del potere sia quello di conservare se stesso, anche a discapito della società che gli permette di essere. Ciò è dovuto proprio al fatto che spesso certe scelte, certe ideologie, entrano nelle agende delle élite per vie traverse ed hanno effetti dannosi sulla società nel suo insieme. Ma una volta diventati dominanti, costringono le élite stesse a scegliere se ripudiarli, col rischio di emarginarsi, oppure aderirvi, finendo trascinate in un circolo vizioso che rischia di distruggere le fondamenta stesse su cui il potere si basa.



Bibliografia minima:
Tom Wolfe: Il falò delle vanità
Pierre Bourdieu: La distinzione. Critica sociale del gusto
C. Wright Mills: L’élite del potere
Mancur Olson: La logica dell’azione collettiva