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giovedì 11 giugno 2026

Sui fatti di Belfast

Sto seguendo con interesse i fatti che stanno capitando nell'Irlanda del Nord, dove qualcuno ha intravisto addirittura un risveglio dell'identità europea. Sarà, ma personalmente quel che sta succedendo, mi pare solo un ottimo esempio del perché le masse, senza una elite in grado di indirizzarla, sono solo un'animale folle, in balia del primo Masaniello capace di eccitarla. Il mito del popolo oppresso, che si redime da sé, facendo pagare tutti i torti agli oppressori, è duro a morire, ma prima o poi, confido che riusciremo a liberarcene.


Intendiamoci, io non condanno le violenze in sé: i paesi seri hanno in costituzione il diritto dei cittadini ad abbattere il tiranno con qualsiasi mezzo reputino opportuno. solo un paese come il nostro, che pur di suo ha come mito fondativo quello della resistenza, ma che in fondo in fondo considera i propri cittadini come dei servi. Non Ha ritenuto opportuno fare cenno a questa possibilità dentro la sua costituzione. Quindi dicevamo non è la violenza in sé il problema, è la violenza insensata che fa orrore.


Prendiamo questo caso specifico: succede che un emigrato squilibrato, senza motivo, tenta di decapitare un passante, e la gente giustamente si incazza. Ma con chi se la prende? Con altra gente ancora più disgraziata di loro: gli emigrati.


Ma dico io, avete voglia di alzare le mani, di cambiare questo stato di cose, di fare casino? Ma prendetevela con i veri responsabili di quello che succede: la classe dirigente. Contro le sedi del potere  dovevate prendervela, mica contro le case di poveri disgraziati.


Così come stanno agendo, gli unici risultati che otterranno, sarà quello di suscitare lo sdegno da parte della popolazione moderata, e seminare ancora più odio tra le vittime di questi pogrom. Mentre invece materialmente, per quanto riguarda la gestione del fenomeno emigrazione, non cambiera una cippa di niente. 


Quella che si sta instaurando è la logica degli animali da combattimento, che una volta liberati nell'arena invece di scagliarsi contro i loro  aguzzini, si avventano l'uno sull'altro.


Francamente non vedo nessuno risveglio delle coscienze: Senza una direzione politica o un obiettivo istituzionale, questa violenza della folla è  solo un'arma di distrazione di massa, un cortocircuito in cui gli ultimi se la prendono con i penultimi, lasciando i primi del tutto intonsi e, paradossalmente, più saldi sulle loro poltrone, liberi di perseguire i propri scopi.

lunedì 8 giugno 2026

Fiaba per l'8 giugno


Molto tempo fa, un giovane chiese a un saggio cosa fosse l'amore tra maschio e femmina. Il saggio rispose che l'amore fra maschio e femmina era trovare la donna che non invecchiasse mai. Così il giovane, affascinato dall'impresa, si incamminò per il mondo, alla ricerca di una donna che rimanesse sempre giovane. 

Il suo pellegrinare fu lungo e a volte aspro, ma un giorno conobbe una ragazza che gli parve bellissima. Così bella che smise di domandarsi se la sua bellezza fosse eterna oppure effimera. Per quella donna tanto fece e tanto disfece, che alla fine riusci a farsi voler bene.

Intanto, passavano gli anni e come tutti, il vecchio saggio morì. Nello stesso modo con cui seppe dispensare buoni consigli, seppe anche metterli in pratica, per questo era molto amato dalla sua gente. Proprio in virtù di questo amore, uno dei nipoti per onorarne la memoria, in segno di rispetto volle incontrarne tutti i discepoli ancora in vita. 


Questo nipote mise così tanto impegno per avverare il suo proposito che un giorno giunse alla casa, proprio di quel giovane che tanti anni prima domando cos'era l'amore al venerabile. 

Erano passati molti lustri, e per tale motivo ad accoglierlo trovo un vecchino e una donnina curva, intenti a quell'ora a sorseggiare una tazza di buon tè nel patio di casa.

Il giovane che era educato, si presento e spiego loro chi fosse e lo scopo del suo viaggio.

Il vecchio racconto all'ospite, la sua storia e il segreto che il venerabile gli aveva rivelato.  Dopo di che, stringendo la mano della moglie concluse: "alla fine smisi di cercare, perché ho trovato lei. Ma sono stato fortunato lo stesso, sai, dal giorno che l'ho conosciuta, mi pare che ancora non sia invecchiata".  "A volte sei proprio sciocco" replico lei con un sorriso, "per forza non sono invecchiata: è passato così poco tempo da quando ci siamo incontrati".


sabato 6 giugno 2026

Imigrazione si, immigrazione no

Visto che la campagna elettorale si avvicina, è ricomparso nei radar il tema dell'immigrazione. Dopo i fatti di Modena non mi stupisce che la discussione è  degenerata nel surreale. Anzi, mi aspetto, fra poco, che il governo accusi se stesso di non aver fatto abbastanza per contrastare il fenomeno. Nel mentre l'opposizione ci spiega che in fondo è bello finire amputati delle gambe. Tutta colpa del nostro intrinseco abilismo se guardiamo certe cose con pregiudizio. 


Intanto, le tifoserie animano gli stadi. Nel mio piccolo, ricordo una conferenza di una quindicina d'anni fa, se non sbaglio a Sarzana in occasione del festival della mente. Lì il professor Luca Cavalli-Sforza  spiegava come si era osservato che per un paese sano fosse del tutto normale avere un flusso migratorio attorno al 3% della popolazione, superato il 5%, continuava,  iniziano i primi malumori, noi siamo all'8%, e per adesso non è successo ancora niente di eclatante, probabilmente perché la nostra nazione fino a poco tempo fa, fu a sua volta terra di migrazione, concludeva.

Oggi abbiamo superato il 10%. E, a dire la verità, in certi contesti qualche problemino si comincia ad avvertire. Ma onestamente non capisco cosa ci sia da stupirsi, bastava guardare la Francia, o leggersi un volumetto di sociologia per prevederlo. 

Mi paiono illusi quelli che parlano di integrazione: per quanto due persone  siano entrambe degnissime, se uno mette al vertice della propria scala di valori una cosa e l'altro ne mette un'altra, e queste persone devono convivere dentro lo stesso ambiente, prima o poi queste divergenze finiranno per scontrarsi. Più percorribile mi pare sul piano storico la strada dell'assimilazione, che non vuol dire solo imporre, ma anche prendere ciò che gli altri di buono hanno da offrirci. Questo, da sempre, è stato il metodo con cui genti diverse si sono fuse in una sola cosa. Tanto per dire i Romani (civis romanus sum), hanno praticato tale sistema per un millennio buono e non mi sembra abbiano lasciato cattivi ricordi. Ma gli occidentali ormai pare abbiano acquisito come tratto distintivo l'odio di sé, guai a dire che a casa nostra vigono le nostre regole. In Italia poi, ne ha parlato Vannacci, chi di dovere ha già provveduto a trasformare un termine tecnico in una parola razzista e xenofoba. 


Quindi ci terremo l'integrazione.  Però, permettetemi di continuare a dubitare di tale soluzione: in Europa gli ebrei e gli zingari sono più di qualche secolo che ci provano di vivere integrati, tutto bene, se non fosse che ogni tanto scoppia qualche pogrom e più raramente un olocausto. Magari, come qualcuno suggerisce, questi tentativi sono falliti perché noi "bianchi" siamo particolarmente cattivi.  Ma se si guarda a casa d'altri la situazione è ancora più emblematica; la popolazione armena era una comunità rispettata e stimata dentro l'impero turco fino a pochi decenni prima del genocidio. Se si prendono le popolazioni africane, la situazione è ancora peggiore; lì le divisioni etniche sono nell'ordine di da villaggio a villaggio ed infatti è su questa scala che avvengono i massacri. 


Che altro dire? Resterebbe da vedere se in termini culturali e razziali sia meglio il melting pot che la globalizzazione dell'impero americano sta tentando di imporci, oppure conservare le diversità. Personalmente, sul piano culturale, non ho dubbi: la diversità è un patrimonio da conservare, il progresso umano è una staffetta che si è sostenuta grazie alle gambe di diversi corridori. stateci voi in un mondo dove tutti vestono in jeans e mangiano hamburger.

Su quello etnico-razziale la faccenda è più complessa e ad aumentare tale complessità pesa il passato europeo con le sue colpe. Francamente non saprei esprimermi. Il mio lato conservatore mi fa dire che anche le differenze etniche o razziali che dir si voglia, sono un patrimonio da proteggere. La stessa madre natura non par fare altro che gridare che diverso è bello. Quello di stampo umanista-progressista invece, mi suggerisce che finalmente, grazie alla tecnologia che ha annullato le distanze  possiamo cancellare tutte le derive genetiche che quella natura matrigna aveva via via accumulato sulla nostra specie. 

Detto ciò, in tutta onestà faccio fatica a pensare a qualcos'altro di interessante da dire sull'argomento, anche perché a dilungarmi ancora, temo di vedermi, mio malgrado, finire trascinato sugli spalti a fare parte del coro dell'una, o dell'altra tifoseria.



Piuttosto, mi sembra più utile, allontanarci un poco dal tema in sé per portare l'attenzione sull'operazione che, specie col precedente pontefice, alcuni hanno opportunisticamente  tentato di fare di trascinare la stessa Chiesa, sopra quegli spalti. Con la fazione avversa che, naturalmente ha già iniziato a intonare cori contro i papi e la gerarchia, complici della sostituzione in atto. Considerando la bella prova che stanno dando di loro potremmo chiudere la questione definendoli per ciò che appaiono: ignoranti come capre. Dunque pare del tutto ovvio che non riescano a capire che la chiesa ha prospettive altre. 

Per tentare di spiegare quali prospettive voglio prenderla lunga. Uno dei motivi di attrito più spinosi tra la Santa Sede e la Francia napoleonica, fu l'accelerazione, data da quest'ultima, alla sistematizzazione della coscrizione obbligatoria per tutti i cittadini. Da sempre questo fatto viene rimproverato alla Chiesa ed è preso a esempio del suo presunto oscurantismo a favore dei potenti. Ciò perché, nulla contribuì quanto la leva di massa a quel processo di trasformazione delle popolazioni da sudditi a cittadini, che ha contraddistinto l'età moderna.



Specifichiamolo: forme di coscrizione a livello locale erano esistite da sempre, basta pensare alla Prussia e ad altri esempi simili. Anche sul concetto di guerra, la Chiesa, già con Sant’Agostino, aveva grossomodo accettato l’idea di questo flagello, quantomeno come male non estirpabile e, in alcuni casi, necessario. Quello che Roma non poteva tollerare era appunto la sua trasformazione in strumento di mobilitazione nazionale di massa all’interno di Stati centralizzati.
Prima di questi sconvolgimenti, le guerre in Europa potevano essere lette quasi come contese tra signorotti più o meno potenti; sì, uno si sentiva più francese o più italiano, ma il sentimento dominante era quello di appartenere a un’unica civiltà. Dopo le rivoluzioni del primo ottocento, le guerre in Europa, tornarono a essere conflitti tra popoli, tra entità percepite come etnicamente e culturalmente distinte, la più grande frammentazione delle genti europee dopo la Riforma. La Prima guerra mondiale, qualche tempo dopo, mostrerà bene con quali esiti.

Insomma per la Chiesa il male di aver diviso un gregge che essa considerava  unico fu maggiore, del beneficio di averlo emancipato.

Sull'immigrazione la posizione della Chiesa tende a non essere dissimilecome l'autorità ecclesiastica avversava la coscrizione di massa perché divideva un gregge che essa considerava unico, così oggi non può accettare distinzioni etniche o culturali che spezzano l’unità dei fedeli. Naturalmente, dentro questa prospettiva si possono avanzare obiezioni su valutazioni di opportunità legate a contesto, capacità di integrazione, bene comune dello Stato ospitante, eccetera. Ma se un'istituzione  si definisce cattolica non può fondare le proprie distinzioni su base etnica o su criteri analoghi. D'altronde travalicare il particolare per rendere il proprio messaggio universale è la logica degli imperi, La Chiesa, seppure sui generis, può essere letta anche in questa chiave.



mercoledì 3 giugno 2026

Liberati dal pudore

Finalmente, una volta passato il 2 giugno, passa anche tutta la pomposità retorica che ogni anno ci dobbiamo sorbire a partire dal 25 aprile, e che sempre più sta svuotando queste date di un significato condiviso, per trasformarle in utili strumenti di scontro ideologico. 


Agli italiani piace raccontarsi che non hanno perso la seconda guerra mondiale, ma l'hanno passata combattendo per scrollarsi di dosso un regime opprimente e il suo malvagio alleato. Cosa in cui riuscirono, dicono, grazie all'aiuto degli alleati. 

La verità è che, salvo i pochi veri coraggiosi che formarono l'ossatura del movimento di resistenza, ai molti, quel regime cominciò a dare fastidio, solo quando si capì come sarebbe finita la guerra , e i più prudenti aspettarono il 45 inoltrato!  Francamente, sono anni ormai che non festeggio il 25 aprile, da quando mi sono reso conto che il significato di questa ricorrenza si sta distaccando sempre più da quello originale. Troppo spesso, parlando di questi argomenti, mi appare chiaro che anche se nessuno lo ammetterebbe apertamente, il frame implicito è diventato che tale conflitto fosse una guerra Monarco-fascista, che gli italiani non la volevano (abbastanza vero), e se l'abbiamo persa, è perché sentivamo di essere dalla parte del torto, ma poi, con i partigiani, abbiamo saputo pienamente riscattarci, tranne gli infami repubblichini, nonni di tutti i fascisti attuali, naturalmente. 

Palle, sostenute da un uso opportunistico del metodo storico: vedete, per lo storico fazioso, se voi dite che fino al '39 gli antifascisti in Italia erano quattro gatti. Viene facile smentirvi: sosterrà in piena legittimità che avete detto una cosa non vera. Perché già dal '25 a Brembate di traverso, c'era un tale Peppino Quattronasi, che si dichiarava apertamente antifascista. Dopodiché seguirà il pippone su quanto la realtà storica sia più complessa, che certe semplificazioni vanno bene per un certo tipo di analisi, ma non per altre, e così via. Tutte cose giustissime per carità.


Concordo pienamente che a livello di metodo, quando si parla di diplomazia, guerra, decisioni statali, trattati, allora “Italia” è un soggetto reale e operativo: e la generalizzazione è appropriata perchè si parla di un'istituzione nel suo insieme.
Mentre quando si tenta di spiegare motivazioni, consenso, convinzioni, “gli italiani pensavano” diventa una semplificazione linguistica. Quello che questi signori tacciono è che con questa semplificazione, fatta in un certo modo, non si stanno riassumendo dati, come vorrebbero far sottintendere loro, ma si sta esplicitando uno Zeitgeist, lo spirito del tempo. Per esempio, è vero che l'Italia della guerra fredda ospitava il più importante partito comunista di tutto l'Occidente, ma ciò non toglie che dire che gli italiani del periodo fossero nel complesso convintamente fedeli all'Alleanza Atlantica, sia una sintesi abbastanza esatta della mentalità dell'epoca, tra le stesse file comuniste erano in realtà assai pochi quelli che, isolati, avrebbero scelto volentieri di passare sotto l'influenza di Mosca. Fattualmente abbiamo fatto una scorrettezza, ma utilissima per capire in poche battute, per quanto possibile, la mentalità del periodo.


Allo stesso modo, la verità sulla guerra è che noi abbiamo combattuto e perso contro gli alleati, non per supposte ragioni morali, ma per problemi organizzativi e risorse materiali. Analogamente, trovandoci al posto di questi, avremmo perso contro i cattivi tedeschi, cosa provata dalla relativa facilità con cui i nazisti riuscirono a prendersi tutta l'Italia non ancora in mano alle forze anglo-americane.

Il resto sono solo giustificazioni a posteriori che gran parte degli italiani si danno per salvarsi la faccia. l'Italia, salvo qualche eccezione non ha mai avuto una grande tradizione militare. Così come il Risorgimento prima, il movimento partigiano poi, furono dei fenomeni significativi, ma non plebiscitari, come adesso si vorrebbe far passare. E per finire, i Savoia non furono una dinastia così indegna come qualcuno oggi racconta; in fin dei conti Umberto II sarebbe stato un buon Re; se il voto fosse stato un po' più cristallino e, con forse un esito diverso, non staremmo qui a rimpiangere la repubblica. La verità è che, dopo tutto, nonostante le pessime scelte, siamo fortunati.
W il Re! W la Repubblica!